LE COSE CHE NON FINIRANNO MAI

a cura di Rossana Centis

Ci sono delle cose della vita che quando si presentano cambiano il corso degli eventi in maniera definitiva. Ciò può avvenire sia a livello personale che a livello comunitario, sociale… in noi è presente il bisogno di stabilità, di prevedibilità, e di conseguenza di ripetitività, soprattutto per quanto riguarda i significati: più facilmente ci adattiamo a cambiamenti esterni, se non viene messa in discussione la struttura di fondo del nostro   modo di pensare e di operare.

Molto più difficile è il cambiamento quando opera a livello di “weltanschauung” (weltanschauung, secondo Treccani:  Termine ted. («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]». Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso) di interpretazione delle cose in base a significati profondi. Non per nulla sono le crisi esistenziali   che mettono alla prova più intensamente, e che possono venire superate solo dopo che abbiamo ritrovato un equilibrio, abbiamo operato un’integrazione delle spinte contrastanti, conflittuali all’origine la nostra sofferenza.  Funziona bene l’aforisma: “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi“. Ecco quindi da dove nasce la forte resistenza ai cambiamenti, anche quando portano in sé degli aspetti vantaggiosi.

Non è raro che una crisi porti ad una rinascita e un rinnovamento personale. Ma a costo di un grande travaglio. E’ noto il detto “dove si chiude una porta si apre un portone“. La saggezza popolare  riconosce la possibilità di speranza.

Un aspetto particolare può essere l’ applicazione alla comunità sociale di questi principi: come realizzare dei profondi capovolgimenti sociali scavalcando le resistenze ai cambiamenti che inevitabilmente si ergono? Il quesito è particolarmente sentito dalle lobby di potere che progettano di stravolgere la struttura sociale come l’abbiamo vissuta fino a tempi recenti. Il quesito del “potere“ è sempre stato: come controllare le genti, i popoli? Come trovare il modo di realizzare  i fini particolari trascinando tutta la popolazione verso il proprio volere?

La pandemia covid ha servito su un piatto d’argento metodi e linee guida. Sono  ormai a tutti  note le ipotesi del “Grande Reset”  e la costituzione imposta di una “Nuova Normalità” identificate e denunciate da innumerevoli pensatori ed esperti in varie competenze e di varie nazionalità.

Di dubbia   attendibilità  la dichiarazione che le misure adottate  sono funzionali alla sopravvivenza nostra e del pianeta, quando contengono palesi contraddizioni: ad esempio dobbiamo  piegarci a qualsiasi sacrificio per salvaguardare l’integrità   ecologica ma  non vengono certo prese decisioni   coerenti con  la volontà di spegnere focolai  di guerre  devastanti e genocidi, di entità tale che  rischiano di mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza umana.

Pur evitando  di  addentrarsi nei  dettagli delle varie idee di riferimento, rispetto a cui ogni persona interessata all’argomento può procurarsi informazioni e assumere una posizione, emergono  facilmente in evidenza delle caratteristiche particolari che questa esperienza pandemica porta con sé e che sono  esportabili come modello ad altre situazioni sociali (vedi guerra, emergenza ecologica, emergenza climatica…).

– Creare uno stato di paura cronica da cui solo lo Stato può salvarci con le sue regole imposte

– Utilizzare la  strategia dell’emergenza: dichiarazione di stato di emergenza per operare delle variazioni gravi delle modalità  sociali abituali  degli individui a volte imponendo norme  che violano i principi costituzionali stessi come la limitazione delle libertà personali

Ora   tutti ci siamo prima o poi nel ruolo di potenziali “untori”, costretti all’isolamento   – quarantena o  controllo medico  con tampone  per il rischio di  trasmettere malattia ( ma ciò avviene solo per il  COVID, non certo per prevenire l’ondata epidemica di influenza o di altre virosi  pure lesive) pur non  manifestando   alcun sintomo significativo.  Sommessamente, utilizzando la motivazione della salute pubblica,  viene attribuito il diritto  a  qualcuno di esterno di controllare la propria  esistenza  e di stabilire comportamenti obbligatori  a cui assoggettarsi, e quando ciò diventerà  “normale” –  instillando questo concetto soprattutto nelle giovani generazioni –    facilmente  si transiterà ad una estensione del modello e chi decide di  pensare diversamente e scegliere altri modelli di comportamento   sarà   trasformabile in inadempiente di doverose regole sociali.

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

– transizione  progressiva al concetto di “malato  asintomatico”,  definizione che coinvolge  veramente ognuno:  in passato   una persona poteva essere “portatore sano” di  elementi potenzialmente patogeni per i contatti  inconsapevoli ma non venivano certo adottate  misure coercitive di   controllo.

–  controllo sempre più profondo dei singoli individui (attraverso strumenti  in grado di determinare   lo spazio  sociale da utilizzare come i  Green pass e i documenti elettronici, i chip sottocutanei   per effettuare transazioni economiche  recentemente proposti sul  mercato e prontamente da  qualcuno già adottati)

-prolungamento delle misure adottate nello stato di emergenza in regole stabili (la pandemia non finirà mai, diventa endemia e dovremmo sempre fare  i conti con essa): come  realizzare il  new normal.

Ecco che ha vinto la strategia esemplificata dalla storiella (metafora) della rana nell’acqua calda: se immersa nell’acqua bollente si scotta e salta fuori ma se viene immersa in acqua fredda che viene riscaldata progressivamente non si accorge del variare della temperatura e finisce per morire.

L’importante è far credere che i cambiamenti imposti servano per mantenere la stabilità: e chi è disposto a non realizzarli? Per ritrovare la stabilità (di vario grado, consistenza e significato)  perduta?

Rispetto a questo bisogno però, a me sorge la domanda: ma quale stabilità voglio? Cosa mi definisce? Quali sono i miei valori inalienabili, che non sono disposto a sacrificare? Ne va anche del concetto di vita e di morte. Ma davvero la vita è il sommo bene (non sembrerebbe, viste le recenti vicende belliche) o può darsi il caso che la vita possa essere donata per realizzare un bene più grande? Forse una vita garantita ma schiavizzata è preferibile a vita che gode della sua libertà (E qui si impone una riflessione sul cosa sia la vera libertà) fino anche al sacrificio di sé?

Io desidero per me cose che non finiranno mai. Non la pandemia covid e la paura indotta, non il controllo sociale, non la limitazione della mia libertà di pensiero e altro.

Io desidero che non finisca mai la libertà di pensiero e di espressione, la possibilità di affermare e realizzare gli ideali in cui credo anche a costo di pagare un prezzo per questo., la possibilità di amare ed essere amato e affermare la realtà dell’altro che ho di fronte a me.

Invito  ognuno a diventare ricercatore di senso, a trovare le cose a cui non siamo disposti a rinunciare perché ci definiscono veramente e delineano il nostro volto e che davvero non finiranno mai.

Mahatma Gandhi

PACE O GUERRA?

a cura di Rossana Centis

Alcuni giorni fa è giunto alla mia attenzione un brano tratto dal libro di Ester del Vecchio Testamento. Non ricordavo bene il contenuto del libro, così l’ho ripreso.

In sintesi, la storia di Ester si svolge in Persia al tempo della deportazione, ed è la storia di una fanciulla ebrea orfana e adottata da Mardocheo, funzionario alla corte del re, che divenne regina alla corte del gran re Assuero.

Il re aveva già una moglie, la regina Vasti, che però cadde in disgrazia per aver disobbedito ad un ordine regale, in quanto, convocata dal re in persona, rifiutò di comparire alla sua presenza; il re decise così di sostituirla con una nuova regina. Ad Ester, essendo bella, toccò in sorte di essere scelta dal re Assuero e divenne regina. Sia Mardocheo che Ester erano timorati di Dio, ed erano con Lui in relazione personale e vitale. 

Avvenne che per volontà di un ministro del re, Aman, fu emanato un decreto di sterminio di tutto il popolo dei Giudei. Ma la regina Ester poté intercedere per il suo popolo e scongiurare l’evento; Mardocheo inoltre, si era guadagnato il favore del re e la sua gratitudine avendo sventato un “intrigo di palazzo”: aveva infatti scoperto i preparativi per un attentato alla sua vita e lo aveva avvertito; divenne così ministro del re al posto di colui che aveva predisposto lo sterminio del suo popolo. I Giudei furono riabilitati e venne decretato il diritto dei Giudei ad eseguire la vendetta nei confronti di coloro che si fossero dimostrati ostili ne loro confronti.

Subito mi ha colpito la descrizione delle condizioni sociali di quel popolo: immediato il paragone con il nostro modo attuale di considerare gli eventi. Gli aspetti più eclatanti per me sono stati: la condizione della donna, trattata brutalmente e, con normalità quasi ovvia, come puro oggetto di possesso, senza alcuna consapevolezza della pari dignità tra uomo e donna, e la dirompente violenza nei conflitti tra i popoli. Con il beneplacito della legge venivano programmati stermini di intere popolazioni, pulizie etniche, stragi di bambini. Generazioni rase al suolo. E questo era considerato doveroso da parte di entrambi i lati del conflitto: se un popolo veniva prevaricato ma riusciva a sopravvivere e a ribaltare le sorti, si comportava comunque nello stesso modo nei confronti degli sconfitti.

La condizione della donna (considerando che si tratta di regine!) – la punizione di Vasti:

(Est: 1, 10 – 22)

Paolo Veronese Incoronazione di Ester 1556Chiesa di San Sebastiano – Venezia

Il settimo giorno, il re che aveva il cuore allegro per il vino, ordinò a Meumàn, a Bizzetà, a Carbonà, a Bigtà, ad Abagtà, a Zetàr e a Carcàs, i sette eunuchi che servivano alla presenza del re Assuero, che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; essa infatti era di aspetto avvenente. Ma la regina Vasti rifiutò di venire, contro l’ordine che il re aveva dato per mezzo degli eunuchi; il re ne fu assai irritato e la collera si accese dentro di lui. Allora il re interrogò i sapienti, conoscitori dei tempi. – Poiché gli affari del re si trattavano così, alla presenza di quanti conoscevano la legge e il diritto, e i più vicini a lui erano Carsenà, Setàr, Admàta, Tarsìs, Mères, Marsenà e Memucàn, sette capi della Persia e della Media che erano suoi consiglieri e sedevano ai primi posti nel regno. – Domandò dunque: “Secondo la legge, che cosa si deve fare alla regina Vasti che non ha eseguito l’ordine datole dal re Assuero per mezzo degli eunuchi?”. Memucàn rispose alla presenza del re e dei principi: “La regina Vasti ha mancato non solo verso il re, ma anche verso tutti i capi e tutti i popoli che sono nelle province del re Assuero. Perché quello che la regina ha fatto si saprà da tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti; esse diranno: Il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina Vasti ed essa non vi è andata. Da ora innanzi le principesse di Persia e di Media che sapranno il fatto della regina ne parleranno a tutti i principi del re e ne verranno insolenze e irritazioni all’eccesso. Se così sembra bene al re, venga da lui emanato un editto reale da scriversi fra le leggi di Persia e di Media, sicché diventi irrevocabile, per il quale Vasti non potrà più comparire alla presenza del re Assuero e il re conferisca la dignità di regina ad un’altra migliore di lei. Quando l’editto emanato dal re sarà conosciuto nell’intero suo regno per quanto è vasto, tutte le donne renderanno onore ai loro mariti dal più grande al più piccolo”.

E l’esperienza di Ester:

(Est 4,10-16)
Ester ordinò ad Atàch di riferire a Mardocheo: “Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno, senza essere stato chiamato, in forza di una legge uguale per tutti, deve essere messo a morte, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d’oro, nel qual caso avrà salva la vita. Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re”. Le parole di Ester furono riferite a Mardocheo e Mardocheo fece dare questa risposta a Ester: “Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d’una circostanza come questa?”. Allora Ester fece rispondere a Mardocheo:
“Và, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!”.

E per quanto riguarda i conflitti tra i popoli, il decreto del re:

(Est 3, 13b – 13g)

“Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue:
Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini.
Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”.
Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno.


E il “decreto di riabilitazione de Giudei”:

(Est 8,12a-  17)
Il decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, il tredici del mese, quando l’ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario; poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici. I Giudei si radunarono nelle loro città, in tutte le province del re Assuero, per aggredire quelli che cercavano di fare loro del male; nessuno potè resistere loro, perché il timore dei Giudei era piombato su tutti i popoli.
Tutti i capi delle province, i satrapi, i governatori e quelli che curavano gli affari del re diedero man forte ai Giudei, perché il timore di Mardocheo si era impadronito di essi. Perché Mardocheo era grande nella reggia e per tutte le province si diffondeva la fama di quest’uomo; Mardocheo cresceva sempre in potere. I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero.
Nella cittadella di Susa i Giudei uccisero e sterminarono cinquecento uomini
e misero a morte Parsandàta, Dalfòn, Aspàta,Poràta, Adalià, Aridàta,
Parmàsta, Arisài, Aridài e Vaizàta, i dieci figli di Amàn figlio di Hammedàta, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al saccheggio.
(…)I Giudei che erano a Susa si radunarono ancora il quattordici del mese di Adàr e uccisero a Susa trecento uomini; ma non si diedero al saccheggio. Anche gli altri Giudei che erano nelle province del re si radunarono, difesero la loro vita e si misero al sicuro dagli attacchi dei nemici; uccisero settantacinquemila di quelli che li odiavano, ma non si diedero al saccheggio.
Questo avvenne il tredici del mese di Adàr; il quattordici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia.

Inevitabilmente sorge un confronto con ciò che stiamo vivendo noi oggi: evidentemente l’istinto guerrafondaio ci possiede, le occasioni di eventi bellici sono purtroppo ancora molte… a volte le atrocità commesse non sono molto diverse da quelle testimoniate negli antichi libri; le recenti vicende afghane e medio – orientali, il conflitto russo-Ucraino… sembra davvero che l’umanità non sappia prescindere dalla conflittualità armata e distruttiva, che non sappia apprezzare il valore delle vite. Nonostante questo però germogli di consapevolezza nuova stanno spuntando. Ma abbiamo comunque a che fare con un cuore umano che contiene radici di male e di violenza, da cui nascono viluppi di rovi che soffocano autodeterminazione e libertà, e impediscono una naturale e armonica relazione con la natura e con il Creatore. Aborriamo e ci scandalizziamo delle violenze, aggressioni belliche, ci prodighiamo per le pari opportunità per le donne, ci indigniamo per l’abuso sui minori, evento questo che è ancora diffuso in alcuni modelli culturali. E’ già un abisso rispetto al passato. Di fronte alle prevaricazioni sorgono movimenti di protesta, manifestazioni nelle le piazze del vecchio e del nuovo mondo …

Siamo in realtà portatori di semi di male che comunque ci segnano, in qualche modo ci determinano ma ci costringono anche a fare delle scelte: da che parte voglio stare? In quale direzione dirigere i miei atti? Dove applicare le mie energie? Quale mondo sto contribuendo a costruire?

È impressionante il percorso dai tempi antichi quando non era persa la relazione con Dio Creatore ma la concezione dell’umano rimaneva comunque brutale, ai nostri tempi in cui si è sviluppata – anche se ancora limitatamente -la coscienza che la violenza non va bene, abbruttisce l’uomo, lo relega al di sotto degli animali (che sono aggressivi per sopravvivere ma non sono in sé “cattivi”; non hanno consapevolezza di voler essere un danno per gli altri, per prevalere sul proprio pari).

Ma da dove nasce questa evoluzione? Qual è il percorso compiuto? A noi sembra che la violenza testimoniata nel libro di Ester e in altri testi del Vecchio Testamento sia intollerabile: in certe culture antiche vigeva la normale abitudine di fare i sacrifici umani, in varie forme, per lo più in pratiche rituali giustificate da credenze religiose. Il processo di emancipazione da tali pratiche è stato molto lento. Già la storia del popolo ebraico ci testimonia comunque questo inizio. Ad Abramo viene chiesto di rinunciare al sacrificio del figlio alla divinità; Dio si presenta come un Dio-persona che evoca il valore del l’uomo-persona e insegna piano piano una nuova dimensione umana. A Mosè Dio si presenta in una relazione personale e si definisce: “Io sono” (Es 3,13-15;)[1]

San Vitale, Ravenna, int., presbiterio, – mosaici di sx – ospitalità di Abramo e sacrificio di Isacco

Il profeta Ezechiele (Ez 36,25-27)[2] insegna che Dio sostituisce il cuore di pietra con un cuore di carne e questo è un innesto assolutamente nuovo per l’umanità.

L’esplosione di un modo nuovo di concepire la vita si ha però con Gesù Cristo, un ribaltamento assoluto. Non a caso Gesù Cristo è posto al centro del cosmo e della storia. Lentamente nel tempo la sua rivoluzione ha permeato il nostro modo di pensare, attraverso i secoli ha agito come lievito e ci porta verso la realizzazione piena dell’umano in una dimensione amorosa, se vogliamo lasciarci guidare da Lui.

 Siamo proprio sicuri che sia una cosa furba rinunciare alle nostre radici cristiane, come è avvenuto nel processo di costituzione dell’Europa, dissociarci culturalmente da questa fonte di bene e affidarci a criteri totalmente determinati dall’umana visione delle cose?


[1]
Es 3,13-15; Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.


[2]  Ez 36,25-27 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.

DIVIDE ET IMPERA*

a cura di Rossana Centis

Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.

Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.

Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.

 Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.

Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.

Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.

Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra.  Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?

Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?

L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.

Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.

In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.  

 Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.

*divide et impera ( cit da Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).

EPOCA DI CAMBIAMENTO O CAMBIAMENTO D’EPOCA?

a cura di Rossana Centis

New normal: nuova normalità.

Sta emergendo un nuovo aspetto del dominio totalitario che ha caratterizzato l’esperienza politico – sociale in molti paesi europei   in particolare nel secolo scorso: pensavamo che la drammatica esperienza delle dittature subite, fosse una esperienza che non avremmo più ripetuto, avendo pagato un prezzo salato con la soppressione delle libertà, le guerre, i genocidi.  Ma questa speranza si sta dimostrando una mera illusione.  Il totalitarismo rinasce come l’araba fenice, si rinvigorisce sotto mutate spoglie. 

 Anche se ora in Europa non emergono delle specifiche personalità dominanti, capi di stato su cui convergono tutti i poteri dello stato, ciò nonostante abbiamo l’esperienza sempre più marcata della coartazione delle nostre libertà personali, sia dal punto di vista  del diritto, sia con l’ipertrofia  degli apparati burocratici,  sia con la limitazione  della libertà di pensiero e di espressione del pensiero.

Il totalitarismo si ammanta di aspetti apparentemente democratici, si maschera con il “politically correct”, ma in realtà mira a costringere e dominare le coscienze.

Lo spazio per affermare e per dichiarare le proprie convinzioni, e vivere secondo i propri valori – anche quelli supportati da secoli di storia – senza essere accusati e ridotti al silenzio, si sta assottigliando sempre più, fino ad arrivare a volte all’inibizione formale a svolgere la propria attività lavorativa sulla base di quella che è stata la personale formazione culturale, scientifica, filosofica, spirituale.

 Un esempio: Papa Benedetto XVI ha parlato di dittatura del relativismo.    

Il relativismo è la concezione del mondo e della storia   di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze; questa visione si trova in conflitto con quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e di gruppi diventa l’unica legge della società.

 In realtà fin dagli inizi del pensiero filosofico   queste due visioni antitetiche si sono alternate o affiancate   lungo la storia del pensiero umano (pensiamo a Platone ed il “mondo delle idee” ed Eraclito, col suo “panta rei”), ma nei tempi attuali sembra che sia altamente disdicevole (“politicamente scorretto”) credere e riferirsi a dei valori che hanno la pretesa di plasmare anche scelte concrete della vita. Altro esempio: se la vita umana è un valore non negoziabile, l’aborto è un delitto, se la vita umana è qualcosa di mutevole e dipendente dalle circostanze, che hanno la priorità, possono esserci dei casi in cui è legittimo sopprimere la vita nascente. 

La tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, si fa dittatura, quando non sopporta coloro che sono percepiti dalla tirannia della tolleranza come “intolleranti”, solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico del relativismo.

 Perfino opere d’arte che vanno ovviamente inquadrate nel loro contesto storico, a cui spesso viene riconosciuto un valore universale e atemporale, vengono contestate ed eventualmente “censurate”.

 La recente esperienza sanitaria della pandemia *COVID ha dato un forte impulso a questo fenomeno, offrendosi come piattaforma ideale per sperimentare   nuovi modelli di interferenza con le coscienze.  

Fino ad ora, nella mentalità delle generazioni di mezzo o anziane, la persona era il punto di riferimento, con il suo carico di esperienza e sofferenza, e si considerava il suo stato “normale” salvo che non emergessero dei comportamenti anomali, pericolosi per la convivenza sociale; lo Stato eventualmente aveva il compito di verificare che sussistesse un rischio per la società e prendere delle misure adeguate (sanitarie, giudiziarie, ecc).

Ora cosa sta succedendo? prima di uscire di casa spetta alla singola persona a cui vengono consegnate delle “linee – guida” più o meno stringenti, verificare se va bene e se può uscire di casa…devo controllare di essere a posto prima di uscire. Viene presupposto implicitamente che potrei avere delle caratteristiche non accettabili per il sociale, quindi se voglio ottenere delle normali relazioni indispensabili per la mia vita e la mia persona devo trasformarmi in modo da essere accettato. 

Questo vuol dire installare nella popolazione comportamenti e modi di pensare, gusti e sensibilità che possono non appartenerle e che vengono decisi da altri: oligarchie al potere impongono linee – guida che non sono frutto dell’elaborazione culturale ed etnica tipica di popolazioni e gruppi sociali; i soggetti a questo punto vengono appiattiti e omologati ad un “pensiero unico” che riesce a essere dominante. Le giovani generazioni sono particolarmente esposte a questo pericolo, e gli ultimi nati entrano a far parte di un mondo che funziona così e per loro tutto ciò costituisce la normalità.

Oggi il disegno necessario per controllare le basi istituzionali di miliardi di persone non può utilizzare strumenti nati nel passato per controllare piccole quote di popolazione a dimensione di Stati con qualche milione di persone.

 Le tecnologie e gli strumenti di globalizzazione come ad esempio i “social media” sono strumenti adatti a controllare e a cambiare il modo di pensare in modo globalizzato e mondiale. Nuovi modi di pensare al servizio di gruppi di potere possono essere instillati e condivisi superando le barriere geografiche e utilizzando le fasce anagrafiche: un cambio di mentalità che si diffonde tra i giovani ha l’effetto nel tempo di cambiare il modo di pensare di continenti interi e basta aspettare qualche anno, il tempo che le vecchie generazioni vengano sostituite dalle nuove ed il gioco è fatto.

Ci eravamo abituati a credere dopo le due guerre mondiali e la fine dei totalitarismi che la libertà fosse fare tutto ciò che non è espressamente vietato dal legislatore. Questo tipo di libertà non è compatibile con il modello del totalitarismo dilagante attualmente, che impone un nuovo assetto costituzionale: il totalitarismo della sorveglianza.

Il “new normal” è la costituzione di un nuovo assetto costituzionale con degli apparati ideologici che penetrano in qualche modo pian piano nella coscienza sociale e la cambia creando cambi di mentalità istituzionale. Le nuove generazioni verranno progressivamente e pervasivamente convinte del fatto che questo modello è necessario ed è il solo possibile. E’ la creazione di una nuova natura. E’ un nuovo tentativo di riproporre una specie di “arianesimo”: questo cambiamento è affidato alle nuove generazioni.

Il *Green pass reso obbligatorio, da strumento facilitatore a servizio della popolazione, diventa un passo verso il controllo istituzionalmente determinato dei modelli comportamentali di contenimento. Ma come oggi viene utilizzato il *Green pass con delle motivazioni sanitarie, così possono venire utilizzati altri condizionatori sia in campo commerciale sia in campo culturale e, perché no, anche in campo spirituale. Già gli algoritmi dei media guidano subliminarmente i nostri gusti e i nostri acquisti…

Come contrastare un fenomeno così pervasivo e condizionante? Intravvedo la possibilità di offrire resistenza alla lenta e progressiva omologazione mondiale nel mantenere una amorevole e consapevole ed intelligente cura di tradizioni culturali specifiche, la valorizzazione dell’appartenenza a gruppi etnici e identità nazionali, a identità religiose e spirituali tradizionali e la riscoperta di quella legge naturale che ha costituto il fondamento della Civiltà Cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.

Ciò non significa arroccarsi in difesa indiscriminata e pietrificata della propria identità, ma essere consapevoli dei valori che la propria storia personale, famigliare, nazionale porta e saperli integrare armonicamente con le altre diversità con cui si viene a contatto in una valorizzazione reciproca, senza sentirsi costretti ad abdicare a valori ed esperienze importanti, se non fondanti, le storie personali e collettive. Un esempio?  Una brutta esperienza della rinuncia alla propria storia culturale è stato il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa: nei documenti costitutivi non si è voluto riconoscere questa fondamentale matrice storica e culturale. Tale riconoscimento non avrebbe impedito la possibilità di una evoluzione europea in qualsiasi direzione, ma avrebbe invece affermato l’esistenza di un soggetto: la nostra mancanza di identità ci rende strutturalmente fragili ed in balia di influenze che provengono da altri continenti, e non siamo in grado di difendere con consapevolezza ed orgoglio le nostre radici.

la negazione di una matrice unificante che ha agito nel passato, ha un attuale effetto disgregante e confusivo, con incapacità di sanare conflitti tra visioni diverse, in un processo sanamente integrativo.  

SPECIFICITA’ CULTURALI

POLITICALLY CORRECT

a cura della dott.ssa Rossana Centis

Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di  sentirsi come un pesce fuor d’acqua  in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un  senso di disagio per  pensare quello che pensa, o meglio,   per  non  poter liberamente esprimere  ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e  movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti   negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio.  Il fatto che la culla di questo movimento politico siano  gli Stati Uniti,  trova la sua ragione nell’esperienza   delle grandi differenze  su base etnica sperimentate nei secoli scorsi  come  schiavismo,  segregazione razziale,  eliminazione  di  popolazioni indigene, vissute in quel continente;  designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.

Uno degli aspetti patognomonici  di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con   l’imposizione di  cambiamenti linguistici,   sostituzione di  parole o frasi con altre che sarebbero  più “dignitose”, più rispettose  della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”,  “operatore scolastico” al posto di “spazzino”  e “bidello”), neologismi,  nuove forme di etichetta , creazione di  “tabù” (cioè  bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).

 Secondo la definizione tratta da  “La grammatica italiana” 2012 (treccani.it):

“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.

In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:

– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);

– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);

– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”

 L’idea di base  è che la  definizione linguistica  sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile  in italiano  servirebbe  a perpetuare forme di discriminazione  femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere.  Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto  di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del  “politically correct”    è la convinzione   che  il controllo del linguaggio  sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che  le parole possano essere   espressione  di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che  porterebbero il significato di idee “pericolose”  è giustificato   il ricorso alla censura e alla eliminazione.      E’ da notare  comunque che  l’efficacia nell’imposizione di  cambiamenti  linguistici ha l’effetto  di legittimare implicitamente le teorie  che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo  viene riconosciuto  ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono  operate   rende arduo   esprimere critiche e obiezioni,  e mette chi esprime un dissenso    nella posizione  di sembrare insensibile,  irrispettoso e intollerante.

 In origine   il movimento nacque dunque all’interno di  un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale  come una ideologia  che perpetua  l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi  progressivamente a considerare  tutti gli aspetti della società e  della cultura,   dalle  questioni di classe  a quelle relative all’identità personale,   con la convinzione  di essere dalla parte giusta della storia  e si dedica tuttora  a considerare  come i sistemi  ritenuti oppressivi  vengano interiorizzati   ed espressi  nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero  e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso  una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura,  processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che  prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.

Bisogna anche  dire  che   i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e  questo espone al rischio che  il principi del  “politically correct”  siano  vengano messi in pratica  a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.

Succede  quindi che vengano  considerati “reazionari”  ideologie e modi di pensare fino a poco prima  considerati “progressisti”,  e il percorso personale di crescita e di maturazione  viene scalzato, con perdita di  spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo  dibattito culturale:  se non si è tra persone di fiducia,  o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte”  per molte persone la reazione immediata è  smettere di dire quello che  pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche  evitando accuratamente   qualsiasi argomento  che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente.  In alcuni si può  innescare una reazione di rabbia e ribellione, però  per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in  ambiti sociali  diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente  la protesta ed il disagio si strutturano in  posizioni chiare e  dichiarate.

Negli USA il fenomeno si è  recentemente diffuso soprattutto  nelle università e nelle accademie, i luoghi  che sono la “fucina” culturale della popolazione  e  testimonianze riportano che  attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare  da essere diventato quasi  un fatto ovvio. Chi non si allinea  paga il prezzo dell’ostracismo di  colleghi e studenti   e sa di mettere a rischio la propria reputazione e  a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)   

Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno  globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti,  anche perché   qualsiasi aspetto della  società che  a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica  “privilegio/oppressione”   può fungere da  piattaforma per  l’innesco di questo tipo di  strategie di controllo sociale.

 E inoltre tutti subiamo  l’influenza dei social media  divenuti ormai  strumenti indispensabili  o ineliminabili  per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e  importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali,  ideologie, mode.   Esperienza abbastanza comune, per esempio, è  subire  il blocco su  note piattaforme social,  del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile,  se non   definitivamente, e questo avviene  per  delle motivazioni arbitrarie   decise dai gestori in base a criteri  unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto,  di  contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che  però viene espletata in modo parziale  solo in determinati casi, lasciando comunque  dilagare  una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che  procede  in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.

Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista   al prof Marco Del Giudice, docente  di psicologia evoluzionistica  e metodi quantitativi   nel New Mexico dal 2013 :

Dove va il politicamente corretto? Uno sguardo dagli USA – Hume Page (fondazionehume.it)

EMOZIONI: amiche o nemiche?

a cura di Rossana Centis

Le emozioni sono come dei cartelli indicatori che ci orientano a comprendere  la nostra relazione con il mondo,  il mondo interno, interiore,  ed il mondo esterno, ciò che sta fuori di noi e che ci sollecita. 

Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come   eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita;  a volte è capitato che  il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste  perfino un detto popolare: “ dove si chiude  una porta si apre un portone”!  Anche in neurologia lo stimolo  doloroso ha l’importante compito  di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).

Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come   eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita;  a volte è capitato che  il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste  perfino un detto popolare: “ dove si chiude  una porta si apre un portone”!  Anche in neurologia lo stimolo  doloroso ha l’importante compito  di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).

Poi ci sono delle sofferenze che non sono così immediatamente utili, ma sono come dei massi posti lungo il decorso di un torrente; l’acqua è costretta ad aprirsi un percorso  girando attorno agli ostacoli e così si realizzano cascatelle, pozze,  rivoli, vortici… e il  corso del fiume diventa unico e irripetibile. 

E poi ci sono esperienze piacevoli,  o apparentemente piacevoli, ma che portano la nostra umanità fuori strada. Se ci lasciamo irretire, “abbindolare” dal piacere immediato,  potremmo poi rimpiangere di essere stati poco accorti. 

Ci vuole sensibilità e intelligenza per  comprendere la nostra personale esperienza,  in tutte le sue manifestazioni,  senza tralasciare nulla,  utilizzando il nostro vissuto interiore  per orientarci nella  vita.  E a volte può essere utile condividere le nostre paure, i nostri dubbi, con qualcuno che ci possa dare una mano a districarci nei garbugli

EMOZIONI: sono tutto?

a cura di Rossana Centis

Le emozioni sono i colori della vita.

Le emozioni sono esperienze che   caratterizzano   in nostro essere inseriti nella realtà, sono una condizione indispensabile al nostro esistere. Anche gli animali partecipano al mondo emozionale, tanto questa esperienza è indispensabile alla vita.  Il mondo emozionale degli animali però è povero, è semplice,  appartiene al qui –  ed –  ora, e anche se indubbiamente fa riferimento ad eventi del passato,  è però legato alla concretezza dell’attuale.  

 Le nostre fluttuazioni emotive risentono profondamente della nostra storia,  dei legami affettivi che hanno condizionato e segnato il nostro passato e che continuano a svilupparsi ne presente, gettando le basi per il nostro essere futuro.

 Non possiamo prescindere  dai nostri aspetti emozionali, anche se ciò non significa che le nostre azioni debbano essere condizionate necessariamente  da essi.  Nell’uomo ci sono altri dominii, altre funzioni imprescindibili che  è necessario considerare nello svilupparsi della nostra storia personale. 

  La cognizione: la capacità di usare la ragione,  di comprendere ciò che sta avvenendo al di  dentro e al di fuori di noi. L’uomo ha la ragione , il ragionamento, la coscienza, la consapevolezza, in una misura  nemmeno paragonabile a quella degli animali.

Caravaggio – La vocazione di Matteo

 La cognizione integrata alle emozioni rende l’uomo creativo.  L’emozione  fa intuire e spinge, la cognizione realizza.

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 La volontà: per realizzare un atto creativo possiamo  sacrificare delle parti di noi, dobbiamo  scegliere e quindi  amputare  delle parti in vista di un bene più grande. La volontà permette di  andare “contro-corrente” di valorizzare e sviluppare aspetti che altrimenti verrebbero persi  nel dominio dell’istintualità.

Lacrime

 

Photo by stein egil liland on Pexels.com

Benedette le lacrime. Meno male che   esiste la fonte del  pianto.  Le lacrime sono nostre amiche.  Le lacrime scorrono quando qualche avvenimento  ci fa sta  stare profondamente male e qualcosa dento di noi dice:  NO.

 Le lacrime ci indicano che siamo fatti per altro e  sono benedette quando ci spingono a cercare quello di cui abbiamo veramente bisogno. Ascoltiamo le lacrime e seguiamo la loro traccia: ci porteranno alla scoperta di luoghi sconosciuti dentro di noi, o conosciuti ma dimenticati,    o noti ma calpestati  dalla spinta ad un piatto  conformismo  che apparentemente ci lega alla realtà ma ci fa perdere noi stessi e il nostro cuore.

Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento.

Meglio allora mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni:  il mito del nostro tempo sembra essere  quello dell’adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno.

 Benedette le lacrime che ci riportano sulla soglia  della nostra creatività, se raccogliamo la sfida.

MORTE DA COVID? NO, GRAZIE

Questo è un messaggio di SPERANZA. Sono molto colpita dal crescendo di  notizie   di giovani e giovanissimi che soccombono  perché compiono o subiscono atti autodistruttivi.  Giovani generazioni allo sbaraglio, senza argini di riferimento, evidentemente  senza  sufficienti punti di appoggio  per  percepire il senso della loro vita.  E i genitori alla disperazione.  Ma la disperazione aleggiava nell’aria  già prima del disfacimento   dei figli.

Cosa ci sta succedendo?

Non  lasciamoci appendere al collo una macina che ci trascina al fondo del fiume. Questa è la vera morte da Covid. Alziamo gli occhi  e guardiamo alla vita.

 I nostri figli ha bisogno  di guardare in alto  per trovare le energie  vitali per affrontare  i loro giorni.  Loro ci osservano e noi possiamo insegnare a loro  come rispondere alle sfide della vita.

In questo siamo un popolo esperto, siamo abili nelle ricostruzioni, le nostre famiglie hanno storicamente   superato  dei gravi frangenti sociali  nei secoli scorsi, e  possiamo re-incamminarci, abbiamo le energie etiche e  di fantasia per  camminare attraverso  emergenze, disastri,  perdite,  ostacoli.

 Ognuno di noi ha nel suo DNA  le risorse per costruire e  ricostruire  contrastando le forze distruttive. CREDIAMOCI.

 Bisogna ripartire da ciò  che abbiamo tra le mani: la scintilla vitale.  Reimpariamo a  capire quali sono le cose essenziali e condividerle (questo lo possiamo fare anche con mascherine, distanziamento sociale e sanificazioni di mani ed ambienti). Guardiamoci negli occhi e guardiamo  negli occhi i nostri figli,  che  hanno bisogno di comprendere   attraverso di noi cosa   può essere lasciato andare  e cosa va trattenuto a tutti i costi perché ha valore, devono imparare a scegliere.

L’importante è che non ci lasciamo vincere dalla paura.   Paure della malattia, paura della morte, paure della solitudine…anche la morte è un valore:  prima o poi dovremo pure anche noi affrontare questo collo di bottiglia, e dobbiamo sapere come affrontarla.  

Possiamo sfruttare questa enorme crisi mondiale per trovarci rinati e vincenti. Raccogliamo la sfida!

 Personalmente sono disponibile a creare luoghi di  accompagnamento,  ascolto,  confronto, aiuto, sia dal vivo sia sul web. Contattatemi!  Cresceremo insieme!

Le bugie dei bambini

Rossana Centis

Le bugie per i bambini  sono un evento molto comune.  Ma non tutte hanno lo stesso significato, la stessa valenza.  In un ambito di sviluppo normale, dipende molto dall’età il significato  da attribuire  alla  bugia:  nella prima infanzia  l’esame di realtà non è maturo, è agli inizi del suo sviluppo, mentre man mano che l’ età  aumenta e le capacità cognitive di conoscenza e di organizzazione  dei dati di realtà  si incrementano,  possono venire interiorizzate  norme e principi morali  e di conseguenza   la cognizione di   dire una bugia.  

Le bugie nei bambini nella prima infanzia

 E’ possibile che  quando un piccolo bambino fa delle affermazioni che non sono congruenti con la realtà  la mente dell’adulto le classifica automaticamente come “ bugia”;  ma spesso non ci troviamo di fronte ad una manipolazione della verità, della realtà, ma ad una lettura  magica,  immaginaria.   Non  è insolito che  il piccolo bambino  che non si è ancora differenziato  dalla madre, percepisca  quest’ultima  come un “ prolungamento di sé”: un compito che non riesce a portare a termine ( ad esempio un disegno)  viene affidato alla mamma  per essere completato, e non viene percepita la autonomia delle due realizzazioni. Infatti solo   alla fine della prima infanzia   i bambini raggiungono una  sufficiente  e consapevole distinzione tra fantasia e realtà, tra sé e non-sé. Nei primi anni dello sviluppo predomina ancora un pensiero in qualche modo “magico” e onnipotente che mischia fantasia e realtà inventando storie immaginarie. Lentamente, attraverso la simulazione del  mondo degli adulti col gioco,   il bambino impara a conoscere il  proprio ed autonomo mondo interno separato da quello esterno,  impara a  conoscere e gestire emozioni e conflitti rielaborando e assegnando differenti significati e versioni ai dati di esperienza che man mano acquisisce.

Le bugie nei bambini in età scolare

E’ soltanto a partire dai 6-7 anni,  con lo strutturarsi di un pensiero di tipo operativo  quando il funzionamento della realtà comincia ad essere noto e prevedibile, che i bambini  cominciano a distinguere cosa è reale in base alla loro esperienza  e cosa non lo è,  imparano ad uniformarsi a norme ed aspettative altrui e, con esse,  acquisiscono il significato morale della distinzione tra verità e menzogna: quello del dire la verità è ora un valore che può procurare riconoscimento da parte dei genitori e accrescere quindi la stima di sé stessi. E’ quindi anche a partire da questa età che le bugie stesse possono essere usate dai bambini con consapevolezza ed intenzionalità al fine di evitare conseguenze spiacevoli o ottenere vantaggi.

 Situazioni  ambientali patologiche

 Diverso è il caso di un percorso di sviluppo  alterato, in cui in bambino  in sviluppo deve    tenere in considerazione  elementi di realtà per lui lesivi o dannosi o violenti,  o invasivi:  in questi casi  è probabile che si sviluppino  delle strategie  psicologiche di sopravvivenza,  che   non permettono un’ adeguato rapporto con  i dati reali esterni e la maturazione  di  un’ articolato  armamentario di conoscenze e strategie personali per affrontare le situazioni.    Ad esempio la paura di essere  sgridati o, peggio, picchiati  dall’adulto di riferimento, in  modo imprevedibile  senza che vengano percepite le relazioni di  causa – effetto,  può produrre   comportamenti di evitamento   non discriminatorio  generalizzati nei confronti di tali figure,  con sviluppo di ritiro schizoide, ideazioni paranoidi,    immaginazioni   ed emozioni distorte che se cristallizzate nell’età adulta possono portare a  quadri gravemente patologici , dal disturbo di personalità a  psicosi di vario grado.

I genitori e le bugie dei bambini

Le vere e proprie bugie possono  assumere significati molto diversi a seconda che costituiscano eventi occasionali  mentre  i bambini  stanno imparando gradualmente a crescere e ad assumersi responsabilità o se rappresentino una modalità ripetitiva e  rigida, stereotipata,  con la quale gestiscono le difficoltà che inevitabilmente incontrano. E’ quindi  importante un processo di comprensione di ciò che sta accadendo  prima di tutto da parte dei genitori: se  la bugia viene percepita come segnale di difficoltà, con implicita richiesta di aiuto,  la risposta sarà un empatico processo educativo e di sostegno alla maturazione del figlio;  se la risposta genitoriale  è rigida e   bloccante, con  rimproveri  e  richieste di  adeguatezza senza che venga fornito un sufficiente supporto all’autostima personale,   ciò  può contribuire a   creare un  clima interno di depressione, di sfiducia,  fino alla disperazione  ed alla percezione  di un senso di solitudine e di vuoto.