COMPASSIONE

(Rossana Centis)

Etimologicamente deriva da greco sym-patheia: “simpatia“, provare emozioni con…

La prima esperienza che si ha, che deve sbocciare in chi vuol accompagnare le anime è la compassione …  l’anima stessa sente ed entra in risonanza con il vissuto dell’altro che sta accanto, che ci guarda.

Fa sì che la parola giusta nasca del cuore, una parola che non cercherà mai di convincere o di inculcare una credenza, ma rispettosamente aiuta chi ci sta di fronte ad entrare in profondo contatto con la sua anima, la sua interiorità, la sua esperienza del mondo.

La compassione non ha a che fare né con la retorica né con ipotesi metafisiche o credenze religiose; apre l’orecchio dei cuori in uno scambio reciproco… perché lo Spirito ne è il motore.

Com-passione a volte è silenzio. E’ provare a infilare i nostri piedi nelle scarpe dell’altro per conoscere la strada che sta percorrendo.

E’ offrire quello che si ha nella consapevolezza che ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi, le sue strategie di sopravvivenza nei momenti della prova, la sua modalità per esprimere l’entusiasmo e la gioia per ciò che di bello e di significativo gli accade.

Oltre la noia

A cura di Rossana Centis

A ognuno di noi può capitare di sentirsi scontento, insoddisfatto, annoiato, deluso…

Quando ci accorgiamo che dentro di noi c’è scompiglio, un via vai di pensieri inconcludenti, quando intravediamo il poco senso o nessun senso delle nostre azioni o del modo attuale di vivere, non è necessariamente una malattia psichica. Potrebbe trattarsi semplicemente di una crisi che ci sta portando al chiarimento delle difficoltà e delle insoddisfazioni nelle quali ci siamo impantanati. In questi momenti la cosa migliore è quella di entrare nelle profondità del nostro essere e di ascoltare la voce della nostra coscienza. Si tratta del tentativo di scoprire ciò che ci procura la insoddisfazione come pure il suo contrario: ciò che ci procura la gioia di vivere…

            Per gli uomini che “soffrono” di crisi di purificazione di questo tipo si tratterà in maggioranza dei casi di entrare in contatto con se stessi e di chiedersi che cosa è quella cosa che procura loro una gioia più lunga, una gioia tale da dare un profondo senso alla vita.

Per gli scrittori, poeti, filosofi potrebbe trattarsi della creatività in atto; per gli scienziati, di nuove scoperte e di contatto con la creatività del nostro creatore; per i pittori, scultori, architetti, della rappresentazione della realtà in una nuova e più profonda luce che ci rende la vita più vivibile; per i cuochi della creazione dei gusti nuovi; per tutti noi, dell’ordine, del gusto di vivere in consonanza con ciò che sentiamo come più autentico più bello e più buono…

           

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Per gli scrittori, poeti, filosofi potrebbe trattarsi della creatività in atto; per gli scienziati delle nuove scoperte e di contatto con la creatività del nostro creatore; per i pittori, scultori, architetti della rappresentazione della realtà in una nuova e più profonda luce che ci rende la vita più vivibile; per i cuochi della creazione dei gusti nuovi; per tutti noi dell’ ordine, del gusto di vivere in consonanza con ciò che sentiamo come più autentico più bello e più buono…

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LA CURA DELLA VITA

a cura di R. Centis

Come sempre, mi piace iniziare da alcune  definizioni.

  Cito da: Glossario O.M.S. della Promozione della Salute, pag 29 (L’ Health Promotion Glossary è disponibile on line al seguente indirizzo http://www.who.int/healthpromotion/about/HPG/en/):

Per raggiungere questo obiettivi sono necessari diversi fattori che si articolano reciprocamente, e vanno dal livello individuale al livello sociale-politico. Uno di questi, partendo dal livello individuale, si riferisce al concetto di “cura”.

Cura: la prima definizione data dal Vocabolario Treccani è: “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”.

Questa affermazione, per quanto generica, si adatta molto bene alle professioni sanitarie: tutte le figure che appartengono al mondo della salute sono in qualche modo, specifico per ogni profilo professionale, coinvolte nella cura delle persone.  Ma cosa significa “cura” in questo campo? Nella lingua inglese troviamo una distinzione semantica espressa dai verbi: “to cure”, che significa “curare” e “to care” che significa “prendersi cura” ma in italiano spetta ad ognuno scegliere quale versante del significato privilegiare.

Qual è una caratteristica fondamentale dell’azione di cura, nel senso di “prendersi cura”?

L’essere affetto da una malattia “inguaribile” non coincide con il trovarsi in una condizione “incurabile”, perché è sempre possibile prendersi cura di una persona affetta da malattia, sia acuta, guaribile, sia cronica ed evolutiva, o da disabilità. In queste condizioni emergono domande fondamentali sul “perché?”, “perché io?”, sul senso delle esperienze a volte drammatiche che si è costretti ad attraversare. In questi casi assumono fondamentale importanza le relazioni di cura che sostengano la libertà del malato nella ricerca del significato e dell’essenziale, favorendo il cammino di una ricerca, che può favorire accettazione dell’istante presente, e fioritura di una speranza pur dentro ad un limite.

Mother and young daughter who is in wheelchair enjoying together in living room at home.

L’esperienza della sofferenza necessita di qualcuno che condivida, indica il bisogno di una pazienza, di una vicinanza e di una attenzione, che da un livello strettamente individuale, raggiunga anche la dimensione sociale del progetto politico e della realizzazione di opere.

“Godere del più alto standard di salute raggiungibile é uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, religione, credo politico, condizione economica o sociale”.

 Nel glossario OMS, alla voce “salute” viene affermato:

“Oggi viene riconosciuta sempre di più la dimensione spirituale della salute. Essendo considerata dall’OMS un diritto umano fondamentale, tutte le persone dovrebbero avere accesso alle risorse basilari per la salute”.

 Questi aspetti, appannaggio privilegiato delle professioni infermieristiche, coinvolgono profondamente la funzione del medico che si trova di fronte alla sofferenza, alla morte, alla paura della morte.

Ogni periodo storico sviluppa i propri metodi per fronteggiare la paura della morte. Nel corso dei secoli noi umani abbiamo sviluppato un’enorme varietà di strategie, alcune consce, altre inconsce per contrastarla. Alcuni metodi funzionano, altri sono incerti, inefficaci, a seconda della persona con cui siamo in relazione, al suo carattere, alle sue esperienze passate, alle sue credenze. Quando questi non sono sufficienti, di solito le persone si rapportano alla morte attraverso la negazione, la diversione, o la rimozione.  

In passato, nelle culture europee e occidentali la morte era più visibile per l’alto tasso di mortalità di donne e bambini e chi stava per morire non veniva sequestrato come accade oggi, in un letto d’ospedale schermato da tende protettive e relegato da solo nella propria esperienza di addio, o  peggio ancora, come abbiamo sperimentato in tempi non lontani, durante la recente pandemia, risucchiato in un nulla senza connotati, restituito alla famiglia come informazione asettica di  decesso, senza poter elaborare alcun processo di separazione.

Come accade nelle guerre.  O comunque, se anche lo sviluppo di malattia non conduce alla fase terminale, sono note a tutti le esperienze drammatiche di barelle ammassate nei corridoi dei reparti di emergenza, recanti individui in vario stato di degrado psico – fisico, a volte senza una assistenza minimale se non quella per garantire la pura sopravvivenza. In passato la maggior parte della gente moriva in casa, con i membri della famiglia presenti al momento dell’ultimo respiro. 

Noi tutti esseri umani siamo programmati per entrare in relazione con gli altri. Da qualsiasi prospettiva si studi la società umana, si tratti della sua lunga storia evoluzionistica o dello sviluppo di un singolo individuo, siamo obbligati a considerare l’essere umano nel proprio contesto interpersonale, in quanto relazionato con gli altri. La solitudine aumenta notevolmente l’angoscia di dover morire: troppo spesso la nostra cultura crea una cortina di silenzio. Amici e familiari spesso prendono le distanze perché non sanno che cosa dire per paura di turbare il morente ed evitano di avvicinarsi troppo anche perché temono di doversi confrontare personalmente con la propria morte.  E questo triste fenomeno, questa incompetenza relazionale che caratterizza la nostra società non lascia indenni gli operatori sanitari, in primis i medici. Posti di fronte all’ineluttabile, sperimentiamo un senso di impotenza che può diventare personalmente devastante. Ecco che quindi molti si difendono barricandosi dietro il cinismo, il distanziamento, la risposta tecnologica a tutti i costi. 

Ma uno strumento potente che abbiamo per provare a connetterci con le altre persone, è l’empatia, collante della connessione umana che ci permette di sentire, a livello profondo, ciò che un altro sta provando e può creare uno spazio di interconnessione in cui lo scambio, il dono, la consolazione è reciproca.

E oltre l’empatia, la presenza, la nostra presenza. La semplice presenza ha potere. Presenza é “essere proprio lì”.

Il dono più grande che possiamo offrire a qualcuno che accompagniamo e che si trova a fronteggiare la morte è la propria pura e semplice presenza, attenta e non manipolatrice. Una presenza umana salda e sicura che desidera stare con qualsiasi cosa emerga è un fattore potentissimo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro, che è “troppo dolente, troppo sgomentante o angosciante” per essere espresso e aiutare così la consapevolezza personale fino al punto in cui la persona è in grado di gestirla, o decide di continuare il suo percorso interiore.

 Nella mia osservazione, sviluppatasi negli anni, e anche nella mia esperienza personale, ho spesso notato che  la sofferenza che bisogna fronteggiare ha quindi un duplice risvolto: non appartiene solo alla persona ammalata, ma una parte appartiene al medico stesso, che non ha strumenti adeguati per lavorare bene, si rende conto di non fare ciò di cui il paziente ha bisogno,  e vive l’angoscia  di essere impotente o quanto meno inadeguato, ne soffre e a volte ciò si configura anche in un conflitto morale. Il conflitto nasce quando l’imperativo interiore  suggerisce una linea di condotta, fa percepire una responsabilità a cui però non si può rispondere perché  ci sono condizioni interne – come il non avere una formazione adeguata o dover affrontare situazioni gravi, potenzialmente traumatiche senza aver potuto effettuare  una  sufficiente  elaborazione personale –  o esterne – stanchezza da turni soverchianti, assedio del carico burocratico, eccesso di richieste di prestazioni, limitazioni alla  libertà professionale, carenza di strutture  diagnostico–degenziali, carenza di tempo, limitazioni ambientali ecc – che impediscono una armoniosa capacità di risposta ai bisogni.

In questo caso, tanto il paziente, quanto il professionista percepiscono il deterioramento della propria centralità relazionale e si sentono diventare oggetti in balia di meccanismi controllanti e incontrollabili; il medico perde la propria autonomia e creatività professionale fino al punto di avere come meta prioritaria la conclusione della propria attività.

  Poiché questa esperienza è largamente condivisa da ampi strati di popolazione e larghe quote di medici sono sottoposti allo stress di veder progressivamente impoverirsi il primitivo entusiasmo che li aveva spinti ad abbracciare una professione così intensa, pregnante e indubbiamente soddisfacente se vissuta nella sua pienezza, è doveroso chiedersi come mai ci troviamo in questa situazione che sembra progredire verso un degrado sempre più profondo … gli organi preposti alla difesa della qualità non hanno dimostrato la volontà o la capacità di difendere la relazione di cura, così che fosse più umana sia per i pazienti che per i medici, basata su fiducia, scienza e coscienza.

E’ doveroso interrogarci sulle cause, cercare possibili correttivi, soluzioni, individuare responsabilità e criticità, impostare percorsi di cambiamento che permettano spazi di vita e di recupero di integrazione personale, creare le condizioni perché si possano realizzare strategie innovative per promuovere una cultura della prevenzione e della cura, garantendo una migliore qualità della vita e una maggiore sostenibilità del sistema sanitario.

CONOSCENZA ED ESPERIENZA

a cura di R. Centis

In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’intelligenza artificiale, l’evento più umano che possiamo vivere é accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che conosciamo intellettualmente e dare consistenza  reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.

Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice ed adatto al livello tecnologico: il linguaggio é lo strumento che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere le profonde relazioni tra di noi. Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.

Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore. Cominciamo a non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi, si può iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno.

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SELF MADE MAN

Dott.ssa R. Centis

 L’uomo che si fa da sé. 

L’uomo che ha smarrito le sue radici e non poggia su una base sicura.

Nel nostro tempo, nella nostra società siamo malati di solitudine: con sempre maggiore difficoltà accettiamo e utilizziamo ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno faticosamente maturato ed imparato. Siamo senza padre.

Bombardati da un eccesso di informazioni e di stimoli, ci manca una guida che insegni come metabolizzare tutto ciò.

Ci portiamo sulle spalle la pesante responsabilità di inventare il nostro percorso personale di crescita e di presenza nel mondo.

La mentalità del “self made man”,  l’atteggiamento interiore che fa consistere il proprio valore nella capacità di “performance”, è una mentalità che tende a insinuarsi nel rapporto che abbiamo con tutto: nel lavoro, nella famiglia, nella vita morale ecc. Una delle conseguenze é la paura di fallire. Se infatti io consisto di ciò che riesco a fare, è normale che io viva in uno stato di permanente ansia di riuscire a mantenere alto il livello, ansia di prestazione, che in negativo vuol dire: paura di non riuscire.

Ma se vogliamo, possiamo cercare e trovare dei luoghi, delle amicizie, dei maestri, dei mentori che si affianchino alla nostra vita, e ci aiutino ad affrontare la durezza del reale, perché l’uomo è strutturalmente relazionale, non può vivere ed esistere se non in rapporto con “altri” significativi,  da cui si senta visto, riconosciuto, valorizzato e accompagnato.

CONFLITTI DI COPPIA E GENITORIALITA’

a cura di dr R.Centis

Anche coppie ben strutturate legate da un profondo affetto non sono esenti da momenti di tensione o di vero e proprio conflitto, per la diversità che ci caratterizza come esseri umani da tutti i punti di vista; ri – trovare un accordo può essere un lavoro impegnativo che implica investimento e pazienza da parte di entrambi. Una coppia stabile è una coppia che ha imparato come affrontare e come gestire la diversità dell’altro, facendo propria la “regola” della “norma personalistica”, cioè il concetto che nulla è più importante dell’essere umano come persona, che va non solo rispettata, ma anche tutelata e aiutata a svilupparsi secondo le sue specifiche caratteristiche.

Entrare nelle relazioni interpersonali con questa “linea – guida” garantisce che l’altro non venga trattato come un oggetto usato per il piacere personale, ma sia riconosciuto nella sua piena dignità di creatura esistente e con sue specifiche credenze, sensibilità, storia individuale (che a volte può essere traumatica e portare delle tracce dolenti dal passato), con diritti e doveri pari ai miei. Non è facile, non è istintivo seguire la “norma personalistica”; manteniamo spesso l‘ abitudine di porci al centro dell’attenzione, poiché emergiamo da una fase infantile dove essere al centro dell’attenzione altrui è normale, fisiologico: l’individuo in crescita ha bisogno di essere nutrito con una miriade di stimoli e di attenzioni, e solo un po’ per volta impara a decentrarsi da sé e rapportarsi con la realtà esterna.

  Il processo di diventare degli “adulti maturi”, in grado di essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni e di prendere delle decisioni ponderate è una evoluzione lenta e faticosa, ed in questo processo ci aiutano le piccole e grandi disavventure e frustrazioni della vita che ci costringono a fare i conti con la realtà. Un adulto “maturo” ha a cuore che le persone attorno a sé possano a loro volta seguire questo sviluppo personale, in primis i figli di cui ha la responsabilità.

 I conflitti possono essere distruttivi, ma anche costruttivi. Un litigio può essere distruttivo per i contendenti e per chi sta loro intorno quando implica svalutazione e rimprovero denigrando e attaccando l’altro come persona globale, portando con sé aggressività agita, urla, aggressioni fisiche a persone o cose.

Ma un conflitto coniugale può essere vissuto in modo costruttivo se è portato avanti senza mai venir meno al rispetto reciproco e senza generalizzare o mettere in discussione l’intera persona del partner: si tratta di identificare soluzioni condivise e soddisfacenti per entrambi, che rispettino il valore individuale della persona. Ciò insegna ai figli, che inevitabilmente osservano con acuta attenzione ciò che avviene e come avviene, che le relazioni possono evolvere e rinsaldarsi anche attraverso momenti di conflittualità che possono essere riparati senza far venir meno la solidità del legame e dell’affetto.

E’ quindi indispensabile che i genitori svolgendo il loro compito, abbiano sempre uno sguardo focalizzato sui loro figli, attento ai loro bisogni e alle loro difficoltà, rispettando le fasi della loro crescita, e siano poco condizionati dalla necessità di affrontare le personali problematiche non risolte. 

Quando una coppia vive un conflitto, per affrontare la dialettica interna è molto importante che venga rispettata la “norma personalistica”, quella regola di comportamento, che prima di tutto, prima di essere una “regola” è un modo interiorizzato di pensare e di relazionarsi con l’altro che abbiamo di fronte a me.

E’ molto comune il caso che gravi conflitti di coppia, avviati verso la separazione, coinvolgano i figli come in un turbine, destrutturando il loro percorso di costruzione della personalità che è un processo delicato e facilmente turbabile.

Nelle agitate acque della rivendicazione dei propri diritti, viene facilmente dimenticato il diritto dei figli ad avere attorno a sé un ambiente affettivamente stabile in cui la relazione genitore – figlio è garantita e sicura (vedi Bowlby: una base sicura) anche se la coppia coniugale confligge e si separa; avviene spesso che genitori denigrino e svalutino agli occhi dei figli l’ex partner, non considerando la necessità dei figli di avere al più possibile entrambe le figure genitoriali integre e sostenenti. Il figlio viene spesso considerato un personaggio che deve convalidare le ragioni soggettive addotte da uno dei due partner, ed a volte questo atteggiamento è realizzato da entrambi i genitori. I figli sono così “frantumati” e impossibilitati a percepire che ogni persona è un dono, un valore, anche se sicuramente tutti abbiamo dei difetti e delle incapacità. Sono abbandonati emotivamente a loro stessi, ad essere soli di fronte a ondate emotive dolorose e distruttive. Vivono angoscia, vivono ansia, vivono solitudine perché non trovano nessuno a cui appoggiarsi emotivamente e che insegni loro ad affrontare le avversità.

Invito a incontri del sabato 2022

Buongiorno a tutti!

Riparte il percorso con  i gruppi di Crescita Personale!

I primi incontri si terranno SABATO 8 OTTOBRE e  SABATO 29 OTTOBRE,   ( orario: dalle 15 alle 17.00): le date successive verranno stabilite   contestualmente.

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E. Berne ha affermato:  “ le  persone  si ammalano attraverso le relazioni interpersonali   ed attraverso di esse possono guarire” .

 Possiamo  diventare  consapevoli  di  aspetti del proprio  modo di  percepire  noi stessi   e  la  realtà  circostante   e    del modo di   instaurare  relazioni  con gli altri;  quando  utilizziamo delle modalità non adeguate soffriamo, e a volte la sofferenza può essere  alta.  Attraverso  la consapevolezza   del nostro modo di essere possiamo  quindi  attivare delle opzioni  diverse  di comportamento  e   prendere decisioni  di cambiamento.

La relazione di gruppo   è una modalità particolare, privilegiata, per  effettuare questo lavoro: utilizza infatti un ambiente interpersonale  che per  sua natura è ricco di stimoli e di sostegno.  L’attività del gruppo  ha la finalità di  aiutare ciascuno a lavorare su di sé scoprendo nella relazione con gli altri  degli aspetti che gli appartengono.

Per permettere  l’esperienza  della relazione guaritiva  del gruppo  propongo  un percorso  di sviluppo personale:  

LA SCOPERTA DI ME

         Il focus di questo percorso è  approfondire la conoscenza di sé  e migliorare le proprie relazioni con gli altri. Mediante la condivisione di esperienze personali,  integrata dalla presentazione di concetti teorici che permettano una    rilettura delle situazioni,   si possono elaborare  aspetti particolari della propria esperienza di vita, per poter  comprendere le dinamiche sottostanti, e l’individuazione di possibili  soluzioni o alternative.

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 Chi desidera partecipare  può contattarmi  personalmente per informazioni  ed accordi più specifici:

Dr.ssa Rossana Centis – cell 391 4512015

e – mail: psicoterapia.to.nord@gmail.com