I GIOVANI E L’EDUCAZIONE

Nell’arduo compito di aiutare i nostri figli a crescere, molte sono le sfide che dobbiamo affrontare.

I canoni educativi che hanno caratterizzato noi, ora sono obsoleti, i riferimenti culturali sono cambiati ad una velocità mai sperimenta in precedenza e più che in un’epoca di cambiamento, stiamo vivendo un cambiamento d’epoca.

In poco tempo abbiamo dovuto vivere sovvertimenti dei punti di riferimento della società, favoriti dalla “rivoluzione digitale” che è un elemento sostanziale nella dinamica del cambiamento sociale.

Gli adulti hanno dovuto adattarsi in un breve arco di tempo a nuove modalità di comunicazione, fino alla mutazione del concetto stesso di rapporto tra le persone: ciò ha voluto dire passare a modalità del tutto diverse dell’esperienza di relazione sviluppate attraverso i social, imparare regole, codici e lessico nuovi, non necessariamente legati ad incontri fisici.

I giovani, soprattutto delle ultime generazioni, i cosiddetti “nativi digitali”, sono cresciuti nel mondo virtuale considerato come normalità, come se la conoscenza avvenisse attraverso le immagini e non per esperienza diretta. Sono mondi mentali diversi, che ampliano a dismisura il “gap” generazionale che da sempre separa una generazione da quella successiva.

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Il compito che ci spetta quindi è vincere la sfida con il virtuale proprio attraverso il reale: se esiste una realtà interessante, affascinante e coinvolgente, il virtuale si metterà al suo servizio, tornerà ad essere uno strumento, potente, nel facilitare i contatti, favorite le occasioni di scambio e di condivisione, per un progressivo arricchimento reciproco, invece che diventare il mezzo di un progressivo isolamento sociale con impoverimento di interessi, attività, creatività.

C’è bisogno di creare luoghi e occasioni che favoriscano rapporti ed esperienze dirette belle e costruttive, in modo che possa svilupparsi la capacità di giudizio personale e capacità di affrontare il reale e modificarlo.

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La bellezza salverà il mondo

I GIOVANI E L’EDUCAZIONE

Di R. Centis

Nell’arduo compito di aiutare i nostri figlia crescere, molte sono le sfide che dobbiamo affrontare. I canoni educativi che hanno caratterizzato noi, ora sono obsoleti, i riferimenti culturali sono cambiati ad una velocità mai sperimenta in precedenza e più che in un’epoca di cambiamento, stiamo vivendo un cambiamento d’epoca.

In poco tempo abbiamo dovuto vivere sovvertimenti dei punti di riferimento della società, favoriti dalla “rivoluzione digitale” che è un elemento sostanziale nella dinamica del cambiamento sociale. 

Gli adulti hanno dovuto adattarsi in un breve arco di tempo a nuove modalità di comunicazione, fino alla mutazione del concetto stesso di rapporto tra le persone: ciò ha voluto dire passare a modalità del tutto diverse dell’esperienza di relazione, sviluppate attraverso i social, imparare regole, codici e lessico nuovi, non necessariamente legati ad incontri fisici.

I giovani, soprattutto delle ultime generazioni, i cosiddetti “nativi digitali”, sono cresciuti nel mondo virtuale considerato come normalità, come se la conoscenza avvenisse attraverso le immagini e non per esperienza diretta. Sono mondi mentali diversi, che ampliano a dismisura il “gap” generazionale che da sempre separa una generazione da quella successiva.

Il compito che ci spetta quindi è vincere la sfida con il virtuale proprio attraverso il reale: se esiste una realtà interessante, affascinante e coinvolgente, il virtuale si metterà al suo servizio, tornerà ad essere uno strumento, potente, nel facilitare i contatti, favorite le occasioni di scambio e di condivisione, per un progressivo arricchimento reciproco, invece che diventare il mezzo di un progressivo isolamento sociale con impoverimento di interessi, attività, creatività.

C’è bisogno di creare luoghi e occasioni che favoriscano rapporti ed esperienze dirette belle e costruttive, in modo che possa svilupparsi la capacità di giudizio personale e capacità di affrontare il reale e modificarlo.

Libertà

di R. Centis

E’ molto comune la tentazione di rievocare i tempi passato come migliori rispetto all’attuale, più vivibili e più umani. Non è una visione sia realistica: ogni tempo ha portato in sé grandi valori e grandi contraddizioni, la possibilità di grandi evoluzioni e gravi prevaricazioni. Chiudersi in una posizione nostalgica non costruisce nulla, ma ha delle conseguenze rilevanti: ci preclude una visione creativa e libera di fronte alle cose che accadono.

Il punto focale è la possibilità di poter scegliere chi vogliamo essere, perché abbiamo il libero arbitrio. Certamente le contingenze che determinano il nostro esistere sono degli eventi “dati”, fuori del nostro controllo. Ma la nostra libertà dipende da come ci poniamo nelle condizioni in cui ci troviamo, a come scegliamo di “stare”, nella nostra condizione. Se siamo convinti della intrinseca positività del reale, se non siamo spaventati, timorosi, bloccati, arrabbiati, perché le condizioni non sono quelle che desidereremmo, possiamo cogliere degli aspetti non immediatamente evidenti che aprono a nuove prospettive, o muoverci per realizzare dei cambiamenti nella direzione che desideriamo, scoprendo magari delle ricadute impreviste della nostra condizione.

  Abbiamo grandi esempi di personalità che pur trovandosi in avverse condizioni di partenza, hanno saputo essere creatori di se stessi vivendo con pienezza e gioia, diventando testimoni di realizzazione personale, non condizionati dalla quantità di ricchezza accumulata, ma vivendo il presente, amandolo come occasione per costruire rapporti e relazioni che rilanciano la vita.

Nick Vujicic, l’uomo nato senza arti

Il circo della farfalla: https://www.youtube.com/watch?v=zWHUKd-GORM

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CRESCERE CON I PROPRI FIGLI

 R. Centis

 Non è facile fare il genitore.  Il genitore ha bisogno di essere dotato di una grande  consapevolezza personale, di sé e della  realtà  in cui si trova immerso, che spesso è complessa e   ha molte articolazioni   e implicazioni a volte imprevedibili.  Ha bisogno di  essere fornito di una grande flessibilità, per potersi adattare   alla variabilità della realtà, ha bisogno  di realismo, di capacità di osservazione,  ha bisogno lui stesso di sostegno, e, perché no? Di avere anche degli strumenti adeguati per affrontare le difficoltà che eventualmente incontra  nelle relazioni: delle competenze in campo psicologico gli tornano sicuramente utili.

Ad ogni genitore è richiesto di  passare da una fase iniziale di  accudimento delle creature che   ha messo al mondo e che gli sono affidate,  ad una capacità  di  relazione con i figli che rimangono figli ma sono  anche diventate persone adulte quando  sono cresciuti: questo processo   è uno sviluppo in  varie fasi con caratteristiche  diverse e specifiche. In qualche modo, man mano che i figli  attraversano le varie fasi  di crescita,  il genitore entra inconsciamente in risonanza  con  il proprio vissuto alla stessa età del figlio, e se sono rimasti dei “sospesi”,  delle esperienze non risolte, queste possono costituire delle difficoltà.

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Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (*)

Tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36

(*) Errata corrige: inizialmente era stata indicata la data del 461 a.C., riportata da diverse fonti, ma in realtà il discorso, secondo Tucidide, è stato pronunciato all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.)

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AFORISMA – GLI ANNI DELLE RADICI

Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri.
L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri.
Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri.
L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri.
Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri.
L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.

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Desiderio

Rossana Centis

Fa paura il desiderio. Perciò è molto camuffato, coperto, temuto.

Così è per i giovani, ma è così anche per gli adulti. Si vaga nel buio, ci si butta su mille distrazioni per non pensare (droga, sesso, TV, sport …); ci pare di vivere sempre più dentro un mondo cattivo.

 I giovani esplodono di vita ma vengono martellati dalla società che dice loro che il mondo è cattivo, che il male è soverchiante, insegna che bisogna che si adattino alle regole sociali imposte, che non c’è spazio per il loro essere individuo particolare, per il loro desiderio.

 Invece no! Il bene è più grande di qualsiasi grande male, ma non ci aiutiamo a vederlo. Poiché il nostro mondo è disturbato, pensiamo – i giovani, ma in primis noi stessi – di non essere amati, attesi e voluti. Nessuno dice più che esiste Qualcuno che ci ha creato, Qualcuno di veramente grande che ha sempre atteso e amato la mia venuta, scommette su di me anche quando tutto sembra andare male. Abbiamo perso il coraggio di gridare forte che esiste questo amore.

 La mia esperienza mi racconta che ogni persona venuta al mondo è una grande promessa; è una realtà vivace, che chiama a una avventura insieme… senza questa scoperta rimaniamo come persi, annaspiamo nel buio di non sapere chi siamo, cosa ci facciamo in questo mondo dai connotati a volte così incongruenti. Quello che ci manca è la consapevolezza, la percezione di un disegno che dia senso, coerenza, significato alle nostre energie e al nostro agire.

Il giovane, da che mondo è mondo, è l’onnipotente per eccellenza, coglie tutto il bene e l’amore che ha dentro e in base a questa forza vuole cambiare il mondo, vuole cambiare le persone, vuole cambiare l’andamento delle cose per rendere la realtà migliore. Anche quando abbraccia le armi, in fondo lo fa perché sta lottando per una giustizia, sta difendendo un suo bene, il bene.

Per questo il desiderio è sempre grande ed esplosivo.

 I ragazzi però difficilmente trovano chi li aiuti a riconoscere questo bene, ad utilizzare questa grandissima risorsa strutturale. E pensano di non essere amati pur desiderandolo tantissimo. Non vedono il bene, che comunque c’è. Io gli do il nome di Dio, un Padre che ci ha voluti fin dal primo vagito, e ci accompagna attraverso avventure e sventure, non perché non sia interessato alla nostra sofferenza, ma perché nello snocciolarsi del tempo, nell’affrontare le difficoltà e i nodi che la vita ci dà possiamo sviluppare in modi impensati  le nostre persone e la nostra libertà.

Noi e i nostri figli andiamo aiutati a scoprire, valorizzare e trovare significato al nostro  mondo interiore, cose, desideri, progetti, sogni, e  individuare, cercare il modo di  realizzarli  interfacciandosi  con la realtà e le sue implacabili leggi.

Se portiamo via il sogno, il desiderio, le intuizioni, rimane il vuoto. E non siamo più in grado di  percepirci  come la cosa più bella, grande, più desiderabile  al mondo.

Allora bisogna partire da lì, dal riscoprire questo ”io”.

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La bulimia espressione del disagio

Dott.ssa Lucia Laudi

Il cibo ha sempre avuto una grande importanza per tutte le società, da quelle più industrializzate a quelle più arcaiche e in ogni periodo storico. Fin dalla preistoria il momento del pranzo e della cena, hanno un’importanza fondamentale. Il pranzo è il momento della pausa in cui si riprendono le forze e sovente lo si condivide con i colleghi di lavoro, mentre la cena è il momento in cui si ritorna in famiglia e si vuole condividere ciò che è avvenuto durante la giornata condividendo le emozioni.

La valenza dell’alimentazione è radicata da millenni sia culturalmente sia psicologicamente ed ha un’alta carica emotiva. 

 Nella preistoria l’uomo si riuniva in clan che si rifugiavano in grandi caverne, dove alla sera ogni famiglia aveva il suo focolare e dopo aver condiviso il cibo e la giornata, si riunivano tutti insieme per partecipare alla discussione su strategie per risolvere le problematiche sia di caccia sia di relazione. 

Fin dalla nascita il bambino mette in relazione i disagi e i bisogni vari con il fondamentale bisogno di latte. Quando in lui si rompe l’equilibrio, perché ha fame o ha un malessere piange e urla e riesce a trovare quiete solo quando la madre lo attacca al seno. Il suo tepore, la morbidezza e il latte, che non solo lo nutre, ma gli dà un senso di pace e conforto e il suo bisogno e disagio trovano soddisfazione. Può succedere che il bisogno non riesce a trovare soddisfacimento e diventa così pregnante a tal punto da provocare angoscia.

Il soggetto, in particolare le femmine, quando si troverà nel corso della vita a subire una grande frustrazione di un bisogno e a provare una profonda angoscia, lo assocerà al latte e al piacere profondo che da neonato provava.

Il legame tra un bisogno pregnante insoddisfatto e il cibo che porta a lenire l’angoscia, probabilmente è ancora efficacie nelle bulimiche, che le spinge ad abbuffarsi, scatenando, successivamente, senso di colpa e profonda vergogna, che si associa all’aumento di peso e di conseguenza a provare disagio quando sono in società.

Il cibo e l’atto del mangiare hanno un significato molto profondo e per questo sono diventati dei tramiti di espressione di disagi molto profondi, sfociando in disturbi alimentari: chi rifiuta il cibo, chi ne ingerisce a quantità eccessive e chi poi lo vomita. Questo è il motivo per cui sovente le diete dimagranti falliscono, perché tengono in considerazione le calorie ingerite, ma non i motivi profondi delle abbuffate. 

Molte donne che si mettono in dieta, perché in sovrappeso, passano inosservate, ma nascondono un disturbo alimentare. Dopo aver trasgredito durante il weekend si mettono a dieta ferrea durante la settimana ma i risultati delle diete rigide e maniacali sovente hanno risultati disastrosi e deprimenti.

I disturbi alimentari si dividono in anoressia, bulimia e obesità.

Le anoressiche si sottopongono ad una riduzione rigida e ferrea di cibo, ma nello stesso tempo amano cucinare non per sé, ma per gli altri, hanno un senso di accudimento. Queste donne sembrano fragili e nello stesso tempo presentano una tendenza a dirigere a prevaricare l’altro. Sono convinte di gestire il proprio corpo, ma psichicamente non sono autonome.

La bulimica mostra un’immagine che pensa sia conforme al desiderio degli altri, ma è diversa da quella del suo Sé reale. Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

La donna grassa, obesa vuole tenere lontano da sé le persone, non regge il loro interesse rivolto alla sua persona, in particolar modo quello degli uomini. 

Ci sono dei fattori comuni tra le persone che soffrono di disturbi alimentari: la sensazione di non aver avuto abbastanza non solo il cibo, ma anche amore e protezione e la non rassegnazione, poca capacità di sopportare la frustrazione, l’avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d’amore, si aspettano che le persone amate si dedichino a loro totalmente. Sono avidi di amore, si aggrappano alle persone, ma solo se sono amici, famigliari o partener, con una tale avidità che le costringono a fuggire per non essere divorati.

La persona bulimica segue la spinta “Compiacimi” insieme a “Sforzati”; deve compiacere gli altri, perché non regge un rifiuto o anche solo l’idea di non piacere totalmente alle persone intime (famigliari, amici e partner), piuttosto tace il suo disagio e tanto meno esprime il suo malessere per non urtare la sensibilità della persona amata. Questo atteggiamento può portarla a provare rabbia che si vieta di esprimere, ma che aumenta sempre più, fino a spingerla a compiere atti infantili ed esagerati che le provocano un senso di colpa e si auto rimprovera, fino a cadere nella spinta “Sforzati”, ossia deve sforzarsi ancora di più per essere quella brava bambina accettata per il suo comportamento che non crea disagio all’altro e che di sicuro la porterà ad essere amata ancora di più. 

Fondamentale, affinché la donna bulimica faccia un passo verso la guarigione o almeno lo star meglio ed essere più serena, è che lei impari ad accettare e soprattutto ad amare se stessa a riconoscere i suoi pregi e i suoi difetti, dai quali può trarre vantaggio, a pretendere di meno o semplicemente quello che può dare e non porsi obiettivi troppo grandi come “Devo essere amata da tutte le persone che mi sono vicine”.

In cosa sono diverse le donne che soffrono di disturbi alimentari? L’anoressica pensa di poter gestire il suo corpo, la sua psiche e di tenere in pugno gli altri preoccupandoli per la sua eccessiva magrezza e aggredendoli verbalmente, ma in realtà non è così autonoma. La bulimica accetta solo la sua immagine perfetta, ma da così poco spazio alla sua personalità che non la riconosce come parte di sé, la vede piena di difetti, è gelosa a tal punto che non accetta che il partner consulti il telefono. Infine, la donna obesa, con il suo grasso, forma una barriera tale che tiene a distanza tutti sia fisicamente, si fa perfino fatica ad abbracciarla, sia psicologicamente, fa di tutto per essere ripugnante, ha una gran paura delle relazioni intime. 

La persona bulimica è molto autocritica, segue una spinta interna “Sii perfetta”, ma cosa vuol dire essere perfetta, essere al top? A questa domanda non sa rispondere, in quanto non esiste un obiettivo, anche immaginario, che le dica “Hai raggiunto la perfezione”, ma deve fare sempre di più. Il suo Genitore interno è molto svalutante, non riconosce le sue capacità e il suo Bambino ci crede, gli dà ragione e si dice “Io non valgo, non sono degna di essere amata per quello che sono”. Questa convinzione su di sé, fa sì che ogni “carezza” che arriva dall’esterno non viene percepito come veritiero, ma viene svalutato con il pensiero interno: “Lo dicono solo per non offendermi” o “Chi apprezza le mie abilità è un incompetente”.

Le convinzioni su di sé e i pensieri svalutanti che la invadono devono essere bloccati alimentando un Genitore interno incoraggiante e un Adulto che gli fa fare un esame di realtà.

BIBLIOGRAFIA

Renate Gockel Donne che mangiano troppo edizione Feltrinelli

Maristella Fantini La mela e il cioccolato edizione Ananke

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