Non è facile fare il genitore. Il genitore ha bisogno di essere dotato di una grande consapevolezza personale, di sé e della realtà in cui si trova immerso, che spesso è complessa e ha molte articolazioni e implicazioni a volte imprevedibili. Ha bisogno di essere fornito di una grande flessibilità, per potersi adattare alla variabilità della realtà, ha bisogno di realismo, di capacità di osservazione, ha bisogno lui stesso di sostegno, e, perché no? Di avere anche degli strumenti adeguati per affrontare le difficoltà che eventualmente incontra nelle relazioni: delle competenze in campo psicologico gli tornano sicuramente utili.
Ad ogni genitore è richiesto di passare da una fase iniziale di accudimento delle creature che ha messo al mondo e che gli sono affidate, ad una capacità di relazione con i figli che rimangono figli ma sono anche diventate persone adulte quando sono cresciuti: questo processo è uno sviluppo in varie fasi con caratteristiche diverse e specifiche. In qualche modo, man mano che i figli attraversano le varie fasi di crescita, il genitore entra inconsciamente in risonanza con il proprio vissuto alla stessa età del figlio, e se sono rimasti dei “sospesi”, delle esperienze non risolte, queste possono costituire delle difficoltà.
Lo scopo principale di questa arte marziale non è attaccare, ma è neutralizzare il nemico, rendendolo inoffensivo senza fargli del male, se è possibile. Tori deve usare l’energia di Uke e viceversa, senza usare la forza.
Questo concetto appartiene anche all’Analisi Transazionale e il fatto che io pratico l’Aikido e sono un’Analista Transazionale, fa comprendere che il principio secondo cui nasciamo tutti principi e principesse, che siamo potenti sulla nostra vita e di conseguenza possiamo dirigere il suo flusso nel verso positivo o negativo per noi stessi, fa parte di me. L’Aikido e l’Analisi Transazionale seguono la via dell’armonia dentro di noi e con il mondo esterno.
Grazie all’unione delle due filosofie ho capito che ero imprigionata in una gabbia fatta dalle convinzioni, che la mia famiglia aveva su di me e a cui io ho creduto per molto tempo e che io stessa ne ero convinta; ad un certo punto ho compreso che per essere libera dovevo trasformare la mia rabbia, delusione e tristezza in forze positive che mi avrebbero permesso di realizzarmi e di esprimermi per quello che sono e uscire da quella gabbia di convinzioni malevoli per affermarmi nella vita.
Il fondatore dell’Aikido è Morihei Ueshiba, chiamato Osensei ” Grande Maestro”, nato il 14 dicembre 1883, ha sempre nutrito una grande spiritualità che ha avuto una svolta significativa dalla morte del padre. Osensei sviluppò l’Aikido unendo tra loro la filosofia di diverse arti marziali tradizionali giapponesi, le diverse tecniche e i loro principi spirituali, creando una disciplina unica che si fonda sull’armonia, sulla non violenza e sul flusso della vita.
Sovente nelle tecniche dell’Aikido Tori (colui che si difende) e Uke (colui che attacca) si uniscono, devono entrare in contatto fisico, sempre non violento, per percepire dove va l’energia dell’uno e dell’altro, devono mantenere lo sguardo e il contatto fino a che Uke si allontana o viene immobilizzato.
L’Aikido segue la via dell’armonia, come disse il fondatore Morihei Ueshiba “La vera vittoria è la vittoria su di sé”. Questo concetto mi fa venire in mente quello dell’Analisi Transazionale secondo il quale: “I nostri pazienti guariscono quando hanno il coraggio di vivere la vita” e per avere tale coraggio è fondamentale che i tre Stati dell’Io, Genitore, Adulto e Bambino abbiano un equilibrio interno e con il mondo esterno e una volta ottenuta tale armonia, bisogna sviluppare la capacità di accettare che alcuni eventi non dipendono da noi e che non abbiamo il potere sugli altri, ma abbiamo la potenza su noi stessi e sulla nostra capacità decisionale. Siamo noi che possiamo dirigere l’energia verso ciò che è sano.
Quest’arte marziale non ha alcuna intenzione di creare avversari, ma ha lo scopo di condurre Tori ed Uke a raggiungere un’armonia, a purificare il cuore, entrambi uniscono i loro corpi e le loro energie. Lo scopo di Tori, quando viene attaccato non è quello di far del male a Uke, ma semplicemente di proteggersi, allontanandolo seguendo la sua energia e Uke quando subisce una tecnica non deve opporsi, ma deve accettarla seguendo l’energia di Tori e di allontanarsi appena gli è possibile o cogliere il momento, in cui l’energia glielo permette, di difendersi a sua volta o, quanto meno, di evitare di farsi del male.
Nell’Aikido non si parla mai di attacco e di difesa, nel senso che Uke vuole fare del male e prevaricare Tori e questo non ha alcuna intenzione di far del male a Uke per difendersi, ma entrambi con l’attacco e la difesa creano un’armonia tra i loro corpi e le loro anime.
La forza non viene mai usata quando si para un attacco ma si deve porre semplicemente un ostacolo, per poi seguire l’energia dell’attaccante; entrambi devono ascoltarsi a vicenda per diventare un tutt’uno. Quando Uke riceve la tecnica deve accettarla, mai opporsi con forza, il rischio è di farsi male.
L’Aikido mi sta insegnando molte cose, soprattutto mi sta aiutando a superare delle difficoltà che sono molto radicate in me. La prima che ho dovuto superare è il contatto con colui che vuole farmi del male e mai scappare. Alle volte bisogna andare verso l’avversario, stare a contatto con il suo corpo e guardarlo negli occhi seguirlo e sarà la sua energia ad allontanarlo da me.
La seconda che ho imparato è non abbassare mai lo sguardo, questo permette di avere sempre il controllo su ciò che ci circonda e di trasmettere all’altro che IO ci sono e ho la mia forza.
Questo concetto lo si trova anche in quello dell’Okness dell’Analidìsi Transazionale, secondo il quale “Tutti noi nasciamo degni di essere amati per quello che siamo, ossia siamo tutti OK”, può succedere nell’arco della vita che avvenga qualcosa o vengono dati messaggi negativi che conducono il soggetto a credersi o a credere l’altro non ok.
La terza difficoltà che mi sta aiutando a superare è che, anche se sono piccola di statura, posso difendermi anche da uno molto più grande e forte di me, perché sarà la sua stessa energia a farlo cadere o allontanare.
L’Aikido insegna anche ad avere rispetto dell’avversario, perché lo scopo è difendersi e non fare del male.
L’Analisi Transazionale ha molti punti in comune con l’Aikido, intanto il concetto che l’uomo è corpo, intelletto, emozioni e spirito che devono interagire tra loro formando un tutt’uno. L’individuo non è tale se non sviluppa e integra questi quattro elementi, così come gli Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino devono raggiungere un equilibrio interno e un’armonia tra di loro, funzionare in sinergia e con il mondo esterno.
Un concetto dell’Analisi Transazionale importante è quello dell’OKness, ossia tutti siamo OK, Io sono OK Tu sei Ok, quando questo equilibrio si rompe, per cui la relazione diventa Io sono Ok Tu no, Io non sono OK Tu si, oppure entrambi non siamo OK, l’energia non è più circolare e fluida, ma diventa una linea spezzata.
La filosofia dell’Analisi Transazionale si fonda sul concetto che tutti nasciamo principi e principesse e abbiamo diritto di essere amati in modo gratuito, ossia per quello che siamo e non per quello che i nostri genitori vorrebbero che diventassimo.
Nella vita può succedere che i principi e le principesse diventino dei ranocchi, ma se si trova il modo di raggiungere l’armonia interiore e con l’esterno si ritorna ad essere i principi e le principesse che si era all’origine.
Il copione di vita è un concetto che fa capire come restiamo imprigionati nel passato e nelle convinzioni che ci costruiamo nel nostro percorso di crescita.
Esso è un insieme di opinioni, decisioni, modelli di comportamento e di percezioni della realtà, che il bambino si costruisce inconsapevolmente e che vengono rinforzati dall’ambiente e dai messaggi genitoriali, confermati dagli eventi della vita.
Il bambino risponde a tutto ciò in modo inconsapevole e come meglio riesce e i suoi modi di comportarsi e di rispondere all’ambiente diventano degli schemi rigidi e ripetitivi che inibiscono la sua spontaneità e la capacità di affrontare i problemi e i rapporti con gli altri con flessibilità.
La funzione del copione è quella di dare un senso alla realtà, di economizzare le energie e di proteggere dalle situazioni frustranti, inoltre permettere al bambino di tenere insieme le sue speranze, le sue fantasie e le sue esperienze proteggendosi dal disorientamento e dalla confusione.
Lo svantaggio è quello che crescendo tutto ciò diventa disfunzionale, i problemi e le difficoltà di relazione aumentano e spesso la parte spontanea entra in conflitto con il copione creando malesseri persistenti e disfunzionali, impedendo all’energia di scorrere fluida sia tra gli Stati dell’Io sia tra il soggetto e il mondo esterno.
Uke quando riceve la tecnica non deve mai opporsi al Tori anzi a volte deve cadere in avanti o in dietro e questo gli permette di allontanarsi per poi ritrovarsi in piedi pronto per difendersi. Questo è un insegnamento dell’Aikido, quando si cade si deve essere pronti a rialzarsi, stare sempre in guardia, a muoversi di continuo per non soccombere all’avversario.
L’Analisi Transazionale ha lo stesso concetto; il soggetto è prigioniero del suo copione di vita, che si è creato e anche di quello famigliare, ereditato dai suoi avi. Egli ha due scelte: soccombere e farsi schiacciare dai meccanismi copionali o rialzarsi per poter meglio difendersi e allontanarsi da essi. Secondo l’Analisi Transazionale ognuno di noi può trovare la forza di risolvere il proprio copione e questo averà nel momento che diremo a noi stessi “ Voglio allora posso”
L’Analisi Transazionale e l’Aikido permettono di ritrovare l’armonia interiore e la fluidità della propria energia che entra in sinergia con quella del mondo esterno, conducendoci verso la vera vittoria, ossia l’espressione di noi stessi.
L’Analisi Transazionale e una psicoterapia che non vuole portare il paziente a cercare di chi è il torto o di chi è la ragione per ciò che gli è successo o cercare di eliminare quelle figure che lo hanno fatto tanto soffrire, ma che nello stesso tempo ama tanto e da cui vuole il sostegno e l’approvazione. L’Analisi Transazionale aiuta la persona ad elaborare i traumi e le carenze che ci sono stati lungo la sua vita, comprenderli, accettare ciò che è stato e trovare una nuova strada, prendere delle nuove decisioni, ossia effettuare delle ridecisioni copionali. Questo permette di non avere più timore dell’altro, di controllare le proprie emozioni e di cercare l’armonia dentro di sé e con il mondo esterno.
L’Analisi Transazionale ha l’obiettivo, ossia aiutare il paziente a trovare la serenità con sé e il mondo esterno, lasciare il copione e i giochi psicologici, che non fanno altro che condurre il soggetto a ripete all’infinito atteggiamenti negativi, nella speranza di risolvere il conflitto interno e soprattutto di trovare l’approvazione e l’amore da parte degli altri, ma questo non averà mai.
Il concetto di armonia con se stesso, con l’altro e con il mondo esterno su cui si basa la filosofia dell’Aikido, lo troviamo anche in quello di energia psichica dell’Analisi Transazionale.
L’Analisi Transazionale con la tecnica della ridecisione, porta lo Stato dell’Io Bambino ad uscire dalla trappola delle figure genitoriali dannose e a dirigere la sua energia psichica verso un futuro in cui sarà libero di prendere le sue decisioni, rafforzandosi in modo da “volare verso l’espressione del Sè”.
Questo punto di incontro tra l’Analisi Transazionale e l’Aikido mi ha fatto comprendere la grande potenza che ognuno di noi ha, se si indirizza la propria energia psichica e spirituale verso l’armonia con l’ intero universo, ma se questo non avviene tale energia può diventare distruttiva come uno tsunami e lo stiamo vedendo con tutto ciò che accade nel mondo al giorno d’oggi.
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Un bell’intervento di Paolo Crepet: “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata” – Orizzonte Scuola Notizie
Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri. L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri. Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri. L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri. Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri. L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.
Fa paura il desiderio. Perciò è molto camuffato, coperto, temuto.
Così è per i giovani, ma è così anche per gli adulti. Si vaga nel buio, ci si butta su mille distrazioni per non pensare (droga, sesso, TV, sport …); ci pare di vivere sempre più dentro un mondo cattivo.
I giovani esplodono di vita ma vengono martellati dalla società che dice loro che il mondo è cattivo, che il male è soverchiante, insegna che bisogna che si adattino alle regole sociali imposte, che non c’è spazio per il loro essere individuo particolare, per il loro desiderio.
Invece no! Il bene è più grande di qualsiasi grande male, ma non ci aiutiamo a vederlo. Poiché il nostro mondo è disturbato, pensiamo – i giovani, ma in primis noi stessi – di non essere amati, attesi e voluti. Nessuno dice più che esiste Qualcuno che ci ha creato, Qualcuno di veramente grande che ha sempre atteso e amato la mia venuta, scommette su di me anche quando tutto sembra andare male. Abbiamo perso il coraggio di gridare forte che esiste questo amore.
La mia esperienza mi racconta che ogni persona venuta al mondo è una grande promessa; è una realtà vivace, che chiama a una avventura insieme… senza questa scoperta rimaniamo come persi, annaspiamo nel buio di non sapere chi siamo, cosa ci facciamo in questo mondo dai connotati a volte così incongruenti. Quello che ci manca è la consapevolezza, la percezione di un disegno che dia senso, coerenza, significato alle nostre energie e al nostro agire.
Il giovane, da che mondo è mondo, è l’onnipotente per eccellenza, coglie tutto il bene e l’amore che ha dentro e in base a questa forza vuole cambiare il mondo, vuole cambiare le persone, vuole cambiare l’andamento delle cose per rendere la realtà migliore. Anche quando abbraccia le armi, in fondo lo fa perché sta lottando per una giustizia, sta difendendo un suo bene, il bene.
Per questo il desiderio è sempre grande ed esplosivo.
I ragazzi però difficilmente trovano chi li aiuti a riconoscere questo bene, ad utilizzare questa grandissima risorsa strutturale. E pensano di non essere amati pur desiderandolo tantissimo. Non vedono il bene, che comunque c’è. Io gli do il nome di Dio, un Padre che ci ha voluti fin dal primo vagito, e ci accompagna attraverso avventure e sventure, non perché non sia interessato alla nostra sofferenza, ma perché nello snocciolarsi del tempo, nell’affrontare le difficoltà e i nodi che la vita ci dà possiamo sviluppare in modi impensati le nostre persone e la nostra libertà.
Noi e i nostri figli andiamo aiutati a scoprire, valorizzare e trovare significato al nostro mondo interiore, cose, desideri, progetti, sogni, e individuare, cercare il modo di realizzarli interfacciandosi con la realtà e le sue implacabili leggi.
Se portiamo via il sogno, il desiderio, le intuizioni, rimane il vuoto. E non siamo più in grado di percepirci come la cosa più bella, grande, più desiderabile al mondo.
Allora bisogna partire da lì, dal riscoprire questo ”io”.
L’essere umano ha bisogno di stimoli per riuscire a crescere non solo fisicamente, ma anche psicologicamente; i cinque sensi ci permettono di restare in contatto con il mondo esterno e di mantenere un equilibrio psichico, è fondamentale che, fin da appena nato, il bambino non resti nell’isolamento sociale e che i suoi sensi siano stimolati, se no inizia a perdere il senso di sé, del suo confine con il mondo sensibile e del senso della sua esistenza e questo può essere l’inizio dell’ansia, della paura del mondo, degli altri e di non farcela a superare le avversità della vita.
Le figure genitoriali devono costruire nel piccolo una base sicura su cui costruire la sua personalità, la sicurezza in sé e negli altri, per far questo è fondamentale che gli diano “carezze” che sono alla base del riconoscimento.
Le carezze, per l’Analisi Transazionale, sono un elemento fondamentale per far crescere sano e sicuro di sé il piccolo appena nato, esse sono il midollo della spina dorsale, che se ben nutrito fanno crescere dritta la “piccola pianta”.
Le carezze possono essere fisiche, che ci permettono direstare in contatto con il nostro ed altrui corpo e verbali che nutrono la nostra psiche, ci gratificano, entrambe confermano che esistiamo e che abbiamo un senso in questa vita.
Dare e ricevere carezze positive è fondamentale per confermare che esistiamo, ognuno di noi è affamato di carezze perché soddisfano il bisogno di riconoscimento e danno il permesso di esistere. Le carezze danno la vita, prevengono l’ansia, impediscono gli attacchi di panico e costituiscono la base sicura su cui si costruisce la personalità. Quindi il primo passo da fare è dare al figlio, che sta crescendo nel ventre della propria madre, le carezze positive verbali e fisiche: accarezzandolo e parlandogli con voce dolce, tranquilla e sicura, lui o lei percepisce le vibrazioni positive che costituiranno le fondamenta della sua sicurezza.
Freud diceva che il mestiere più difficile è fare il genitore, mestiere che si impara ogni giorno, ben vengano gli errori, perché permettono di comprendere come aggiustare il tiro, l’importante è che il figlio comprenda che non ha dei genitori perfetti, ma dei genitori che fanno di tutto per accompagnarlo nella sua crescita, che, fin dalla sua nascita essi fanno di tutto per accompagnarlo nel prendere una forma fino a diventare una persona adulta che conosce se stesso.
Fondamentale è dare al proprio figlio delle regole, insegnargli a rialzarsi quando cade e che ce la può fare da solo. Il figlio, soprattutto da adolescente, non desidera avere la strada spianata, senza ostacoli e delusioni, lui vuole fare le esperienze della vita e imparare da solo a risolvere i problemi e a sollevarsi dalle delusioni e dai fallimenti. Allora come fare? Per prima cosa il genitore non deve sostituirsi al figlio, correndo a rialzarlo quando cade perché sta imparando a camminare o perché prende un brutto voto o lo prendono in giro a scuola, ma deve fargli sentire la sua presenza dandogli fiducia, standogli vicino per non fargli fare troppo male quando cade, dargli consigli, facendogli capire i pericoli della vita, ma deve farlo rialzare da solo, perché solo così egli impara a stare in equilibrio.
Le regole devono essere poche, ma devono essere seguite, non tornare sui propri passi quando si dice dei NO, questo è un grosso errore, perché il figlio capisce che può fare quello che vuole, percepisce che i genitori non sono sicuri , allora imparerà a ricattarli su un piano emotivo.
I No, ovviamente sensati e non devono essere troppi, aiutano a crescere, perché danno dei confini, è come dire: “figlio fino a qui puoi arrivare, oltre non mi sta più bene, ci sono delle regole (sensate) e devi rispettarle”. Questi confini danno sicurezza, determinano il terreno su cui si può camminare.
Attenzione però a reggere la sua reazione ai no, sicuramente si arrabbierà, si chiuderà in camera triste o riverserà sul genitore tutta la sua rabbia e questo è il momento cruciale di tenere duro, è qui che lui capirà il punto debole dell’adulto, se questo cede ecco che imparerà a usare quella modalità per ottenere le cose dagli altri anche da grande. Si isolerà rattristato o urlerà investendo l’altro con la sua rabbia.
Un altro punto, che io ritengo fondamentale è non sostituirsi al figlio quando ha delle delusioni amorose, con gli amici o a scuola. Genitori non correte a risolvere voi i suoi problemi, ma insegnategli ad affrontare l’altro, parlandogli, chiarendosi e ad accettare che l’altro può dirgli NO!
Importante è insegnargli a mettersi in discussione, chiedendosi “Io cosa posso fare di diverso? Cosa ho sbagliato e come posso correggermi?”, anziché rimandare all’altro la responsabilità della situazione negativa in cui si ritrova. I genitori non devono essere le stampelle dei figli, perché prima o poi queste non ci saranno più e se loro non hanno imparato a rialzarsi e a trovare il nuovo equilibrio da soli ecco il dramma, arriva l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione o più semplicemente la convinzione che la vita è troppo difficile
Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, definisce il copione di vita
“Un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata da avvenimenti successivi che culmina in una scelta decisiva”.
Intorno ai tre quattro anni di vita il bambino costruisce una copione, basandosi su messaggi che riceve prima dalle figure genitoriali (madre, padre, nonni, insegnanti, ecc.) e poi confermante dal mondo esterno e su immaginazioni e conclusioni a cui giunge, spesso generalizzando. Verso i sette anni lo completa e nell’adolescenza lo rivede, aggiungendo particolari, modificando l’immagine di sé, dell’altro e del mondo, ma restando sempre attaccato alle prime decisioni e conclusioni copionali che diventano sempre più distruttive.
Ognuno di noi su queste convinzioni e sui messaggi genitoriali che ci dicono cosa fare e non fare, come pensare ed agire, prendiamo delle decisioni su come relazionare con il mondo sociale.
Il piano di vita che formiamo è molto rigido e limitante e ci conduce a ripetere all’infinito comportamenti disfunzionali al proprio benessere e man mano che diventiamo adulti si trasforma in una trappola psicologica e a volte anche fisica, che ci trascina nel vortice della sconfitta e ci sentiamo sempre più una nullità e incapaci.
Le decisioni di copione inducono ad assumere dei modi di affrontare le gioie e i dolori della vita con atteggiamenti di chiusura o di aggressività e violenza verso il mondo, ci portano alla convinzione che non possiamo fare nulla per cambiare ciò che ci succede e che ogni nostra azione è conseguenza delle azioni altrui.
Anche quando ci sembra di “aver toccato il fondo” e di essere negli abissi più bui, compare un raggio di luce e i colori ritornano a splendere se noi sappiamo guardarci intorno.
Come dice un’analista transazionale Fanita English, il copione di vita è utile ad ognuno di noi perché ci permette di sopravvivere nel mondo e a soddisfare il bisogno innato di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni e, inoltre, da il grande potere all’individuo fin da piccolo di tenere insieme le speranze, credenze, fantasie ed esperienze, rendendo il mondo prevedibile e gestibile.
Il copione di vita può essere modificato, cambiando le decisioni che sono state prese in passato sostituendole con altre più funzionali sia per l’età adulta sia per la situazione presente.
Questo è il grande potere che l’individuo possiede “RIDECIDERE”, basta con l’essere convinti che non possiamo fare nulla che è la vita, le istituzioni e gli altri che ci rovinano, che agiscono contro di noi. Iniziamo a dire “Io cosa posso fare per cambiare la situazione? Come di devo porre agli altri affinché cambino idea di me?” Solo così possiamo prenderci in mano la vita.
Ognuno di noi agisce e sente non secondo la realtà del mondo esterno, ma seguendo le rappresentazioni mentali che formiamo nel corso della vita.
Alcune immagini si costruiscono secondo un modello quasi universali: la madre virtuosa e gentile, il padre severo e giusto: la gente vuole credere a queste immagini anche se non sempre corrispondono a realtà.
Quando si ama qualcuno la sua immagine si associa a sentimenti costruttivi, mentre quando si odia la si associa a sentimenti rabbiosi e distruttivi.
Nonostante si cerchi di restare aggrappati alle proprie immagini, con il tempo le persone e noi stessi cambiamo, per cui, a volte, rendiamo tali immagini romantiche per restare legati ai “bei tempi passati”.
A volte si incontrano amici dopo parecchio anni e quelle immagini di loro si scontrano con la realtà che abbiamo di fronte e si scopre che essi non sono così meravigliosi
Può capitare che le immagini stereotipate, come il partner perfetto o che sia uguale alla madre o al padre tanto amati non rappresentano la realtà che viviamo e se sono troppo rigide e non si riesce a modificarle, allora sono guai. Non si riuscirà a trovare l’anima gemella, non si avrà quel figlio o quei genitori tanto desiderati e si diventerà delusi e rabbiosi verso coloro che non rispondono ai propri costrutti, si andrà alla ricerca dell’immaginario per tutta la vita.
La donna o l’uomo di successo saranno coloro che formeranno le proprie immagini aderenti alla realtà.
Ho osservato nelle classi prime della scuola di II grado, che tendenzialmente gli allievi hanno un comportamento tranquillo e timoroso, ma dopo un periodo di circa 2 mesi, iniziano ad assumere un comportamento di ribellione e ogni loro difficoltà l’attribuiscono agli insegnanti. Tendono a prendere di mira quell’insegnante più severa, che chiede loro di studiare di più e soprattutto cercano il consenso e il sostegno dei genitori, raccontando loro parte degli eventi o dei discorsi, estrapolandoli dal contesto, in questo modo il significato si modifica dà la possibilità di attaccare il docente, dandogli tutta la responsabilità dell’insuccesso del figlio/a.
I genitori, non tutti, non accettano l’idea che i loro figli possano travisare la realtà per non prendersi la responsabilità delle proprie azioni ed evitare sgridate o piccole punizioni, ma è l’insegnante che sbaglia e deve essere subito attaccato e “darle una lezione”.
Nella mia esperienza di insegnante e psicoterapeuta, ho visto genitori e ragazzi che, immediatamente senza avere un incontro preliminare con il docente in questione, chiedevano un colloquio con il preside e appena si sedevano, rivolti al docente, facevano un sorriso sornione di soddisfazione e immediatamente attaccavano con toni aggressivi e minacciosi il docente e il suo operato, contestando anche il voto, perché loro avevano interrogato l’allievo a casa e sapeva bene. Come se tutti potessero fare gli insegnanti.
In questi anni di lavoro come insegnante e psicoterapeuta ho osservato che si attiva un gioco psicologico in cui gli attori sono i genitori, gli allievi i docenti, il preside e in alcuni casi anche il personale ATA e i ruoli ricoperti sono Persecutore, Vittima e Salvatore.
Cerco di fare una breve analisi dei meccanismi che ho osservato nel corso della mia esperienza.
Il ragazzo/a ha delle grosse difficoltà a gestire le sue emozioni affinché possa assumere il comportamento migliore e più adeguato alla situazione e i genitori o altre figure genitoriali, non lo hanno educato a riconoscerle e a gestirle in modo da trovare degli atteggiamenti consoni a superare le difficoltà.
In questo gioco psicologico i genitori vanno subito dal preside rimproverando il docente perché ha dato un’insufficienza e che non è in grado di valutare, perché a casa hanno interrogato il figlio/a e sapeva tutto, ha studiato parecchie ore e accusano il docente di assumere comportamenti gravi verso il ragazzo/, il messaggio ulteriore è “Non vali, ti faccio vedere io”. A questo punto l’insegnante si sente attaccata e può assumere ha due tipi di atteggiamento: di sottomissione o di ribellione.
I genitori spesso cadono nella “rete gettata dal figlio/a, che per paura di ricevere una sgridata con punizione della privazione del cellulare, come se fosse questione di vita o di morte, raccontano i fatti omettendo o dicendo solo delle parti dei fatti. Le posizioni esistenziali degli attori oscillano sempre tra Io non valgo e Tu si o Io valgo e Tu no. In Analisi Transazionale diciamo Io più Tu meno e Io meno e Tu più.
I genitori e gli allievi che attivano questo gioco psicologico si trovano in una posizione di IO PIU’/TU MENO assumendo un ruolo di Persecutore: “Tu insegnante non vali , non sei capace né di insegnare né di valutare, ti dico io come devi fare, tu ce l’hai con mio figlio/a, (o con me se si tratta dell’allievo). In realtà entrambi i persecutori, sovente ricoprono la posizione esistenziale psicologica IO NON VALGO E TU SI’ e dal momento che i figli non riescono a sopportare i fallimenti e le fatiche che si devono affrontare nella vita e i genitori non riescono a sopportare il dispiacere, che diventa dolore, di vedere il figlio che soffre ecco che spesso reagiscono con l’aggressività e completano il gioco “Caccia alle streghe” con quello “E’ tutta colpa tua”.
Il docente si fa agganciare nella sua debolezza di sentirsi in difetto e cade nella posizione esistenziale IO NON VALGO TU SI, non sono abbastanza capace oppure IO VALGO E TU NO, rispondendo a sua volta con la rabbia.
E’ importante che il docente attivi la sua parte Adulta sia assertivo, che faccia un’ esame di realtà ai genitori e allievi, in questo modo stoppa il gioco psicologico e, magicamente, diventano alleati dell’insegnante, il discente cambia atteggiamento e inizia una nuova relazione proficua per tutti.
Quando viene concepito un bambino l’unica cosa certa è che deve morire, ciò di cui non è sicuro è come e quando avverrà.
La morte viene sovente rappresentata come un’ entità oscura con il volto coperto da cui sfuggire, come avviene nella canzone “Samarcanda” di Vecchioni. Il soldato vede la morte, si spaventa e fa di tutto per sfuggirle, ma non fa altro che andarle incontro.
Questa canzone ci fa comprendere che il destino e la morte sono due eventi che l’uomo non può controllare per quanto faccia.
Pulcinella, invece, intraprende con lei una bagatella, che diventa un gioco tra i due, l’ affronta, esorcizzandola.
La morte è un evento naturale che fa parte della vita, ma ci spaventa fino a terrorizzarci.
Per quale motivo? Io ritengo che ce ne siano due. Uno è il distacco, al quale non siamo sempre preparati, non accettiamo di lasciare le persone care e il nostro mondo. Non siamo disposti a lasciare andare ciò che si è concluso, non accettiamo di staccarci da ciò che ci è noto per buttarci nel nuovo che è ignoto.
Sappiamo che una volta chiusi dei capitoli ne iniziano degli altri, il capitolo vita se si chiude non vediamo il proseguo o comunque non ne abbiamo certezza. Il secondo motivo è la non accettazione dell’incertezza , dello sconosciuto e dell’impossibilità di gestire.
La morte è parte integrante della vita, per cui è fondamentale parlarne, guardarla, darle un volto e non sfuggirle e dare forma alle emozioni.
Nella cultura occidentale, la morte viene vista come un “qual cosa” da scongiurare e da evitare, addirittura non bisogna parlarne , è un maleficio che deve essere neutralizzato, a tal punto che, in certi casi, si arriva all’accanimento terapeutico, non tanto per il bene del malato, ma per quello dei sui cari che restano e che non accettano il dolore della perdita, perché danno più importanza al corpo anziché allo spirito.
Mentre le grandi civiltà, come le culture tribali, hanno la capacità di conciliare la vita con la morte, perché la sanno far ritornare nel cuore della vita. Loro sanno che ogni essere vivente nel suo percorso la morte ne è parte.
P. Ariès ha fatto degli studi su come si viveva nel passato la morte e come la si vive nel mondo moderno. Secondo lui per millenni l’uomo ha avuto con la morte un rapporto familiare e la sentiva parte del suo essere, l’ha chiamata “morte addomesticata”, mentre negli ultimi due secoli è avvenuto un ribaltamento, la morte fa paura e diventa oggetto di vergona e di tabù a tal punto che non si deve pronunciare, questa è la “morte selvaggia”.
Svelare la morte, guardarla in faccia, farla nostra amica ci svela il senso del bene e del male e diventa nutrimento della conoscenza, l’uomo è l’unico essere vivente che è consapevole che morirà, mentre negare la sua esistenza, ridurla a statistiche porta disordine e violenza.
Le culture del passato e quelle tribali di oggi sanno accogliere la morte di un caro attraverso i riti che si svolgono sia quando è moribondo, sia dopo la sua morte e tutta la comunità si stringe vicino a lui e ai suoi famigliari. Accompagnano il morente nel suo viaggio di passaggio con canti, balli, amuleti e riti e questo permette a lui a chi resta di elaborare la morte accettandola con serenità anche se il cuore e addolorato.
La nostra società non ha più riti che ci permettono di elaborare e fare nostra la morte, questo ci fa provare un dolore intenso, che spesso impiega anni prima di essere lenito dall’accettazione dell’evento e di farcene una ragione.
Educhiamo i nostri figli alla morte, come oggi li educhiamo alla sessualità, al rispetto dell’altro e soprattutto delle donne, non evitiamoli le occasioni di venire a contatto con la morte; se è un nonno o un genitore o un fratello che se ne va, lasciamo che si parlino, che abbiano la possibilità di rievocare i ricordi dei momenti passati insieme e che si possano salutare rasserenandosi l’uno con l’atro, non pensiamo che è troppo piccolo e quindi non capisce o resta sconvolto, anzi lo aiutiamo a elaborare il dolore della perdita e colui che muore lo farà con serenità.
“Se incontri un nemico, pensa: è condannato a morire e lui lo sa. Non proverai compassione?”
“Il morto è colui che non è presente, trovandosi fuori dal tempo che fluisce in quest’istante”
F. Gianfranceschi Svelare la morte edizione Rusconi 1980
Anche coppie ben strutturate legate da un profondo affetto non sono esenti da momenti di tensione o di vero e proprio conflitto, per la diversità che ci caratterizza come esseri umani da tutti i punti di vista; ri – trovare un accordo può essere un lavoro impegnativo che implica investimento e pazienza da parte di entrambi. Una coppia stabile è una coppia che ha imparato come affrontare e come gestire la diversità dell’altro, facendo propria la “regola” della “norma personalistica”, cioè il concetto che nulla è più importante dell’essere umano come persona, che va non solo rispettata, ma anche tutelata e aiutata a svilupparsi secondo le sue specifiche caratteristiche.
Entrare nelle relazioni interpersonali con questa “linea – guida” garantisce che l’altro non venga trattato come un oggetto usato per il piacere personale, ma sia riconosciuto nella sua piena dignità di creatura esistente e con sue specifiche credenze, sensibilità, storia individuale (che a volte può essere traumatica e portare delle tracce dolenti dal passato), con diritti e doveri pari ai miei. Non è facile, non è istintivo seguire la “norma personalistica”; manteniamo spesso l‘ abitudine di porci al centro dell’attenzione, poiché emergiamo da una fase infantile dove essere al centro dell’attenzione altrui è normale, fisiologico: l’individuo in crescita ha bisogno di essere nutrito con una miriade di stimoli e di attenzioni, e solo un po’ per volta impara a decentrarsi da sé e rapportarsi con la realtà esterna.
Il processo di diventare degli “adulti maturi”, in grado di essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni e di prendere delle decisioni ponderate è una evoluzione lenta e faticosa, ed in questo processo ci aiutano le piccole e grandi disavventure e frustrazioni della vita che ci costringono a fare i conti con la realtà. Un adulto “maturo” ha a cuore che le persone attorno a sé possano a loro volta seguire questo sviluppo personale, in primis i figli di cui ha la responsabilità.
I conflitti possono essere distruttivi, ma anche costruttivi. Un litigio può essere distruttivo per i contendenti e per chi sta loro intorno quando implica svalutazione e rimprovero denigrando e attaccando l’altro come persona globale, portando con sé aggressività agita, urla, aggressioni fisiche a persone o cose.
Ma un conflitto coniugale può essere vissuto in modo costruttivo se è portato avanti senza mai venir meno al rispetto reciproco e senza generalizzare o mettere in discussione l’intera persona del partner: si tratta di identificare soluzioni condivise e soddisfacenti per entrambi, che rispettino il valore individuale della persona. Ciò insegna ai figli, che inevitabilmente osservano con acuta attenzione ciò che avviene e come avviene, che le relazioni possono evolvere e rinsaldarsi anche attraverso momenti di conflittualità che possono essere riparati senza far venir meno la solidità del legame e dell’affetto.
E’ quindi indispensabile che i genitori svolgendo il loro compito, abbiano sempre uno sguardo focalizzato sui loro figli, attento ai loro bisogni e alle loro difficoltà, rispettando le fasi della loro crescita, e siano poco condizionati dalla necessità di affrontare le personali problematiche non risolte.
Quando una coppia vive un conflitto, per affrontare la dialettica interna è molto importante che venga rispettata la “norma personalistica”, quella regola di comportamento, che prima di tutto, prima di essere una “regola” è un modo interiorizzato di pensare e di relazionarsi con l’altro che abbiamo di fronte a me.
E’ molto comune il caso che gravi conflitti di coppia, avviati verso la separazione, coinvolgano i figli come in un turbine, destrutturando il loro percorso di costruzione della personalità che è un processo delicato e facilmente turbabile.
Nelle agitate acque della rivendicazione dei propri diritti, viene facilmente dimenticato il diritto dei figli ad avere attorno a sé un ambiente affettivamente stabile in cui la relazione genitore – figlio è garantita e sicura (vedi Bowlby: una base sicura) anche se la coppia coniugale confligge e si separa; avviene spesso che genitori denigrino e svalutino agli occhi dei figli l’ex partner, non considerando la necessità dei figli di avere al più possibile entrambe le figure genitoriali integre e sostenenti. Il figlio viene spesso considerato un personaggio che deve convalidare le ragioni soggettive addotte da uno dei due partner, ed a volte questo atteggiamento è realizzato da entrambi i genitori. I figli sono così “frantumati” e impossibilitati a percepire che ogni persona è un dono, un valore, anche se sicuramente tutti abbiamo dei difetti e delle incapacità. Sono abbandonati emotivamente a loro stessi, ad essere soli di fronte a ondate emotive dolorose e distruttive. Vivono angoscia, vivono ansia, vivono solitudine perché non trovano nessuno a cui appoggiarsi emotivamente e che insegni loro ad affrontare le avversità.
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