Siamo una equipe di psicoterapeuti con una lunga storia di collaborazione professionale e condividiamo la passione per la vita e il desiderio di accompagnare le persone a raggiungere uno stato di benessere personale.
Per molti anni abbiamo collaborato con il Centro di Psicologia dell' Opera Salesiana Rebaudengo, di cui raccogliamo l'eredità spirituale, dapprima presso il COSPES, successivamente presso il Centro di Psicologia Sales, attualmente presso lo Studio Associato Rebaudengo.
E’ molto comune la tentazione di rievocare i tempi passato come migliori rispetto all’attuale, più vivibili e più umani. Non è una visione sia realistica: ogni tempo ha portato in sé grandi valori e grandi contraddizioni, la possibilità di grandi evoluzioni e gravi prevaricazioni. Chiudersi in una posizione nostalgica non costruisce nulla, ma ha delle conseguenze rilevanti: ci preclude una visione creativa e libera di fronte alle cose che accadono.
Il punto focale è la possibilità di poter scegliere chi vogliamo essere, perché abbiamo il libero arbitrio. Certamente le contingenze che determinano il nostro esistere sono degli eventi “dati”, fuori del nostro controllo. Ma la nostra libertà dipende da come ci poniamo nelle condizioni in cui ci troviamo, a come scegliamo di “stare”, nella nostra condizione. Se siamo convinti della intrinseca positività del reale, se non siamo spaventati, timorosi, bloccati, arrabbiati, perché le condizioni non sono quelle che desidereremmo, possiamo cogliere degli aspetti non immediatamente evidenti che aprono a nuove prospettive, o muoverci per realizzare dei cambiamenti nella direzione che desideriamo, scoprendo magari delle ricadute impreviste della nostra condizione.
Abbiamo grandi esempi di personalità che pur trovandosi in avverse condizioni di partenza, hanno saputo essere creatori di se stessi vivendo con pienezza e gioia, diventando testimoni di realizzazione personale, non condizionati dalla quantità di ricchezza accumulata, ma vivendo il presente, amandolo come occasione per costruire rapporti e relazioni che rilanciano la vita.
Non è facile fare il genitore. Il genitore ha bisogno di essere dotato di una grande consapevolezza personale, di sé e della realtà in cui si trova immerso, che spesso è complessa e ha molte articolazioni e implicazioni a volte imprevedibili. Ha bisogno di essere fornito di una grande flessibilità, per potersi adattare alla variabilità della realtà, ha bisogno di realismo, di capacità di osservazione, ha bisogno lui stesso di sostegno, e, perché no? Di avere anche degli strumenti adeguati per affrontare le difficoltà che eventualmente incontra nelle relazioni: delle competenze in campo psicologico gli tornano sicuramente utili.
Ad ogni genitore è richiesto di passare da una fase iniziale di accudimento delle creature che ha messo al mondo e che gli sono affidate, ad una capacità di relazione con i figli che rimangono figli ma sono anche diventate persone adulte quando sono cresciuti: questo processo è uno sviluppo in varie fasi con caratteristiche diverse e specifiche. In qualche modo, man mano che i figli attraversano le varie fasi di crescita, il genitore entra inconsciamente in risonanza con il proprio vissuto alla stessa età del figlio, e se sono rimasti dei “sospesi”, delle esperienze non risolte, queste possono costituire delle difficoltà.
Lo scopo principale di questa arte marziale non è attaccare, ma è neutralizzare il nemico, rendendolo inoffensivo senza fargli del male, se è possibile. Tori deve usare l’energia di Uke e viceversa, senza usare la forza.
Questo concetto appartiene anche all’Analisi Transazionale e il fatto che io pratico l’Aikido e sono un’Analista Transazionale, fa comprendere che il principio secondo cui nasciamo tutti principi e principesse, che siamo potenti sulla nostra vita e di conseguenza possiamo dirigere il suo flusso nel verso positivo o negativo per noi stessi, fa parte di me. L’Aikido e l’Analisi Transazionale seguono la via dell’armonia dentro di noi e con il mondo esterno.
Grazie all’unione delle due filosofie ho capito che ero imprigionata in una gabbia fatta dalle convinzioni, che la mia famiglia aveva su di me e a cui io ho creduto per molto tempo e che io stessa ne ero convinta; ad un certo punto ho compreso che per essere libera dovevo trasformare la mia rabbia, delusione e tristezza in forze positive che mi avrebbero permesso di realizzarmi e di esprimermi per quello che sono e uscire da quella gabbia di convinzioni malevoli per affermarmi nella vita.
Il fondatore dell’Aikido è Morihei Ueshiba, chiamato Osensei ” Grande Maestro”, nato il 14 dicembre 1883, ha sempre nutrito una grande spiritualità che ha avuto una svolta significativa dalla morte del padre. Osensei sviluppò l’Aikido unendo tra loro la filosofia di diverse arti marziali tradizionali giapponesi, le diverse tecniche e i loro principi spirituali, creando una disciplina unica che si fonda sull’armonia, sulla non violenza e sul flusso della vita.
Sovente nelle tecniche dell’Aikido Tori (colui che si difende) e Uke (colui che attacca) si uniscono, devono entrare in contatto fisico, sempre non violento, per percepire dove va l’energia dell’uno e dell’altro, devono mantenere lo sguardo e il contatto fino a che Uke si allontana o viene immobilizzato.
L’Aikido segue la via dell’armonia, come disse il fondatore Morihei Ueshiba “La vera vittoria è la vittoria su di sé”. Questo concetto mi fa venire in mente quello dell’Analisi Transazionale secondo il quale: “I nostri pazienti guariscono quando hanno il coraggio di vivere la vita” e per avere tale coraggio è fondamentale che i tre Stati dell’Io, Genitore, Adulto e Bambino abbiano un equilibrio interno e con il mondo esterno e una volta ottenuta tale armonia, bisogna sviluppare la capacità di accettare che alcuni eventi non dipendono da noi e che non abbiamo il potere sugli altri, ma abbiamo la potenza su noi stessi e sulla nostra capacità decisionale. Siamo noi che possiamo dirigere l’energia verso ciò che è sano.
Quest’arte marziale non ha alcuna intenzione di creare avversari, ma ha lo scopo di condurre Tori ed Uke a raggiungere un’armonia, a purificare il cuore, entrambi uniscono i loro corpi e le loro energie. Lo scopo di Tori, quando viene attaccato non è quello di far del male a Uke, ma semplicemente di proteggersi, allontanandolo seguendo la sua energia e Uke quando subisce una tecnica non deve opporsi, ma deve accettarla seguendo l’energia di Tori e di allontanarsi appena gli è possibile o cogliere il momento, in cui l’energia glielo permette, di difendersi a sua volta o, quanto meno, di evitare di farsi del male.
Nell’Aikido non si parla mai di attacco e di difesa, nel senso che Uke vuole fare del male e prevaricare Tori e questo non ha alcuna intenzione di far del male a Uke per difendersi, ma entrambi con l’attacco e la difesa creano un’armonia tra i loro corpi e le loro anime.
La forza non viene mai usata quando si para un attacco ma si deve porre semplicemente un ostacolo, per poi seguire l’energia dell’attaccante; entrambi devono ascoltarsi a vicenda per diventare un tutt’uno. Quando Uke riceve la tecnica deve accettarla, mai opporsi con forza, il rischio è di farsi male.
L’Aikido mi sta insegnando molte cose, soprattutto mi sta aiutando a superare delle difficoltà che sono molto radicate in me. La prima che ho dovuto superare è il contatto con colui che vuole farmi del male e mai scappare. Alle volte bisogna andare verso l’avversario, stare a contatto con il suo corpo e guardarlo negli occhi seguirlo e sarà la sua energia ad allontanarlo da me.
La seconda che ho imparato è non abbassare mai lo sguardo, questo permette di avere sempre il controllo su ciò che ci circonda e di trasmettere all’altro che IO ci sono e ho la mia forza.
Questo concetto lo si trova anche in quello dell’Okness dell’Analidìsi Transazionale, secondo il quale “Tutti noi nasciamo degni di essere amati per quello che siamo, ossia siamo tutti OK”, può succedere nell’arco della vita che avvenga qualcosa o vengono dati messaggi negativi che conducono il soggetto a credersi o a credere l’altro non ok.
La terza difficoltà che mi sta aiutando a superare è che, anche se sono piccola di statura, posso difendermi anche da uno molto più grande e forte di me, perché sarà la sua stessa energia a farlo cadere o allontanare.
L’Aikido insegna anche ad avere rispetto dell’avversario, perché lo scopo è difendersi e non fare del male.
L’Analisi Transazionale ha molti punti in comune con l’Aikido, intanto il concetto che l’uomo è corpo, intelletto, emozioni e spirito che devono interagire tra loro formando un tutt’uno. L’individuo non è tale se non sviluppa e integra questi quattro elementi, così come gli Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino devono raggiungere un equilibrio interno e un’armonia tra di loro, funzionare in sinergia e con il mondo esterno.
Un concetto dell’Analisi Transazionale importante è quello dell’OKness, ossia tutti siamo OK, Io sono OK Tu sei Ok, quando questo equilibrio si rompe, per cui la relazione diventa Io sono Ok Tu no, Io non sono OK Tu si, oppure entrambi non siamo OK, l’energia non è più circolare e fluida, ma diventa una linea spezzata.
La filosofia dell’Analisi Transazionale si fonda sul concetto che tutti nasciamo principi e principesse e abbiamo diritto di essere amati in modo gratuito, ossia per quello che siamo e non per quello che i nostri genitori vorrebbero che diventassimo.
Nella vita può succedere che i principi e le principesse diventino dei ranocchi, ma se si trova il modo di raggiungere l’armonia interiore e con l’esterno si ritorna ad essere i principi e le principesse che si era all’origine.
Il copione di vita è un concetto che fa capire come restiamo imprigionati nel passato e nelle convinzioni che ci costruiamo nel nostro percorso di crescita.
Esso è un insieme di opinioni, decisioni, modelli di comportamento e di percezioni della realtà, che il bambino si costruisce inconsapevolmente e che vengono rinforzati dall’ambiente e dai messaggi genitoriali, confermati dagli eventi della vita.
Il bambino risponde a tutto ciò in modo inconsapevole e come meglio riesce e i suoi modi di comportarsi e di rispondere all’ambiente diventano degli schemi rigidi e ripetitivi che inibiscono la sua spontaneità e la capacità di affrontare i problemi e i rapporti con gli altri con flessibilità.
La funzione del copione è quella di dare un senso alla realtà, di economizzare le energie e di proteggere dalle situazioni frustranti, inoltre permettere al bambino di tenere insieme le sue speranze, le sue fantasie e le sue esperienze proteggendosi dal disorientamento e dalla confusione.
Lo svantaggio è quello che crescendo tutto ciò diventa disfunzionale, i problemi e le difficoltà di relazione aumentano e spesso la parte spontanea entra in conflitto con il copione creando malesseri persistenti e disfunzionali, impedendo all’energia di scorrere fluida sia tra gli Stati dell’Io sia tra il soggetto e il mondo esterno.
Uke quando riceve la tecnica non deve mai opporsi al Tori anzi a volte deve cadere in avanti o in dietro e questo gli permette di allontanarsi per poi ritrovarsi in piedi pronto per difendersi. Questo è un insegnamento dell’Aikido, quando si cade si deve essere pronti a rialzarsi, stare sempre in guardia, a muoversi di continuo per non soccombere all’avversario.
L’Analisi Transazionale ha lo stesso concetto; il soggetto è prigioniero del suo copione di vita, che si è creato e anche di quello famigliare, ereditato dai suoi avi. Egli ha due scelte: soccombere e farsi schiacciare dai meccanismi copionali o rialzarsi per poter meglio difendersi e allontanarsi da essi. Secondo l’Analisi Transazionale ognuno di noi può trovare la forza di risolvere il proprio copione e questo averà nel momento che diremo a noi stessi “ Voglio allora posso”
L’Analisi Transazionale e l’Aikido permettono di ritrovare l’armonia interiore e la fluidità della propria energia che entra in sinergia con quella del mondo esterno, conducendoci verso la vera vittoria, ossia l’espressione di noi stessi.
L’Analisi Transazionale e una psicoterapia che non vuole portare il paziente a cercare di chi è il torto o di chi è la ragione per ciò che gli è successo o cercare di eliminare quelle figure che lo hanno fatto tanto soffrire, ma che nello stesso tempo ama tanto e da cui vuole il sostegno e l’approvazione. L’Analisi Transazionale aiuta la persona ad elaborare i traumi e le carenze che ci sono stati lungo la sua vita, comprenderli, accettare ciò che è stato e trovare una nuova strada, prendere delle nuove decisioni, ossia effettuare delle ridecisioni copionali. Questo permette di non avere più timore dell’altro, di controllare le proprie emozioni e di cercare l’armonia dentro di sé e con il mondo esterno.
L’Analisi Transazionale ha l’obiettivo, ossia aiutare il paziente a trovare la serenità con sé e il mondo esterno, lasciare il copione e i giochi psicologici, che non fanno altro che condurre il soggetto a ripete all’infinito atteggiamenti negativi, nella speranza di risolvere il conflitto interno e soprattutto di trovare l’approvazione e l’amore da parte degli altri, ma questo non averà mai.
Il concetto di armonia con se stesso, con l’altro e con il mondo esterno su cui si basa la filosofia dell’Aikido, lo troviamo anche in quello di energia psichica dell’Analisi Transazionale.
L’Analisi Transazionale con la tecnica della ridecisione, porta lo Stato dell’Io Bambino ad uscire dalla trappola delle figure genitoriali dannose e a dirigere la sua energia psichica verso un futuro in cui sarà libero di prendere le sue decisioni, rafforzandosi in modo da “volare verso l’espressione del Sè”.
Questo punto di incontro tra l’Analisi Transazionale e l’Aikido mi ha fatto comprendere la grande potenza che ognuno di noi ha, se si indirizza la propria energia psichica e spirituale verso l’armonia con l’ intero universo, ma se questo non avviene tale energia può diventare distruttiva come uno tsunami e lo stiamo vedendo con tutto ciò che accade nel mondo al giorno d’oggi.
BIBLIOGRAFIA
E. Berne “Ciao!” … E poi? Bompiani 1979
E. Berne Analisi Transazionale e psicoterapia Astrolabio 1971
E. Berne A che gioco giochiamo Bompiani 1987
D. Coleman Intelligenza emotiva BUR Rizzoli 2019
M. e R. Goulding Il cambaimeneto di vita nella terapia ridecisionale
T. A. Harris Io sono Ok Tu sei OK Rizzoli 1991
C. Moiso M. Novellino Stati dell’Io Astrolabio 1982
C. Moiso M. NovellinoSeminari clinici: Tattiche e strategie in Analisi Transazionale
Opera Dea Uva 1987
M. Saotome La via del budo Mediterranee 1995
J. Stevens la via dell’armonia Mediterranee 1992
C. M. Steiner Copioni di vita La Vita Felice 2005
I. Stewart V. Joines L’Analisi Transazionale, guida alla psicologia dei rapporti umani
Garzanti 1998
K.Ueshiba Lo spirito dell’Aikido Mediterranee 1987
Un bell’intervento di Paolo Crepet: “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata” – Orizzonte Scuola Notizie
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (*)
Tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36
(*) Errata corrige: inizialmente era stata indicata la data del 461 a.C., riportata da diverse fonti, ma in realtà il discorso, secondo Tucidide, è stato pronunciato all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.)
Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri. L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri. Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri. L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri. Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri. L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.
Fa paura il desiderio. Perciò è molto camuffato, coperto, temuto.
Così è per i giovani, ma è così anche per gli adulti. Si vaga nel buio, ci si butta su mille distrazioni per non pensare (droga, sesso, TV, sport …); ci pare di vivere sempre più dentro un mondo cattivo.
I giovani esplodono di vita ma vengono martellati dalla società che dice loro che il mondo è cattivo, che il male è soverchiante, insegna che bisogna che si adattino alle regole sociali imposte, che non c’è spazio per il loro essere individuo particolare, per il loro desiderio.
Invece no! Il bene è più grande di qualsiasi grande male, ma non ci aiutiamo a vederlo. Poiché il nostro mondo è disturbato, pensiamo – i giovani, ma in primis noi stessi – di non essere amati, attesi e voluti. Nessuno dice più che esiste Qualcuno che ci ha creato, Qualcuno di veramente grande che ha sempre atteso e amato la mia venuta, scommette su di me anche quando tutto sembra andare male. Abbiamo perso il coraggio di gridare forte che esiste questo amore.
La mia esperienza mi racconta che ogni persona venuta al mondo è una grande promessa; è una realtà vivace, che chiama a una avventura insieme… senza questa scoperta rimaniamo come persi, annaspiamo nel buio di non sapere chi siamo, cosa ci facciamo in questo mondo dai connotati a volte così incongruenti. Quello che ci manca è la consapevolezza, la percezione di un disegno che dia senso, coerenza, significato alle nostre energie e al nostro agire.
Il giovane, da che mondo è mondo, è l’onnipotente per eccellenza, coglie tutto il bene e l’amore che ha dentro e in base a questa forza vuole cambiare il mondo, vuole cambiare le persone, vuole cambiare l’andamento delle cose per rendere la realtà migliore. Anche quando abbraccia le armi, in fondo lo fa perché sta lottando per una giustizia, sta difendendo un suo bene, il bene.
Per questo il desiderio è sempre grande ed esplosivo.
I ragazzi però difficilmente trovano chi li aiuti a riconoscere questo bene, ad utilizzare questa grandissima risorsa strutturale. E pensano di non essere amati pur desiderandolo tantissimo. Non vedono il bene, che comunque c’è. Io gli do il nome di Dio, un Padre che ci ha voluti fin dal primo vagito, e ci accompagna attraverso avventure e sventure, non perché non sia interessato alla nostra sofferenza, ma perché nello snocciolarsi del tempo, nell’affrontare le difficoltà e i nodi che la vita ci dà possiamo sviluppare in modi impensati le nostre persone e la nostra libertà.
Noi e i nostri figli andiamo aiutati a scoprire, valorizzare e trovare significato al nostro mondo interiore, cose, desideri, progetti, sogni, e individuare, cercare il modo di realizzarli interfacciandosi con la realtà e le sue implacabili leggi.
Se portiamo via il sogno, il desiderio, le intuizioni, rimane il vuoto. E non siamo più in grado di percepirci come la cosa più bella, grande, più desiderabile al mondo.
Allora bisogna partire da lì, dal riscoprire questo ”io”.
Il cibo ha sempre avuto una grande importanza per tutte le società, da quelle più industrializzate a quelle più arcaiche e in ogni periodo storico. Fin dalla preistoria il momento del pranzo e della cena, hanno un’importanza fondamentale. Il pranzo è il momento della pausa in cui si riprendono le forze e sovente lo si condivide con i colleghi di lavoro, mentre la cena è il momento in cui si ritorna in famiglia e si vuole condividere ciò che è avvenuto durante la giornata condividendo le emozioni.
La valenza dell’alimentazione è radicata da millenni sia culturalmente sia psicologicamente ed ha un’alta carica emotiva.
Nella preistoria l’uomo si riuniva in clan che si rifugiavano in grandi caverne, dove alla sera ogni famiglia aveva il suo focolare e dopo aver condiviso il cibo e la giornata, si riunivano tutti insieme per partecipare alla discussione su strategie per risolvere le problematiche sia di caccia sia di relazione.
Fin dalla nascita il bambino mette in relazione i disagi e i bisogni vari con il fondamentale bisogno di latte. Quando in lui si rompe l’equilibrio, perché ha fame o ha un malessere piange e urla e riesce a trovare quiete solo quando la madre lo attacca al seno. Il suo tepore, la morbidezza e il latte, che non solo lo nutre, ma gli dà un senso di pace e conforto e il suo bisogno e disagio trovano soddisfazione. Può succedere che il bisogno non riesce a trovare soddisfacimento e diventa così pregnante a tal punto da provocare angoscia.
Il soggetto, in particolare le femmine, quando si troverà nel corso della vita a subire una grande frustrazione di un bisogno e a provare una profonda angoscia, lo assocerà al latte e al piacere profondo che da neonato provava.
Il legame tra un bisogno pregnante insoddisfatto e il cibo che porta a lenire l’angoscia, probabilmente è ancora efficacie nelle bulimiche, che le spinge ad abbuffarsi, scatenando, successivamente, senso di colpa e profonda vergogna, che si associa all’aumento di peso e di conseguenza a provare disagio quando sono in società.
Il cibo e l’atto del mangiare hanno un significato molto profondo e per questo sono diventati dei tramiti di espressione di disagi molto profondi, sfociando in disturbi alimentari: chi rifiuta il cibo, chi ne ingerisce a quantità eccessive e chi poi lo vomita. Questo è il motivo per cui sovente le diete dimagranti falliscono, perché tengono in considerazione le calorie ingerite, ma non i motivi profondi delle abbuffate.
Molte donne che si mettono in dieta, perché in sovrappeso, passano inosservate, ma nascondono un disturbo alimentare. Dopo aver trasgredito durante il weekend si mettono a dieta ferrea durante la settimana ma i risultati delle diete rigide e maniacali sovente hanno risultati disastrosi e deprimenti.
I disturbi alimentari si dividono in anoressia, bulimia e obesità.
Le anoressiche si sottopongono ad una riduzione rigida e ferrea di cibo, ma nello stesso tempo amano cucinare non per sé, ma per gli altri, hanno un senso di accudimento. Queste donne sembrano fragili e nello stesso tempo presentano una tendenza a dirigere a prevaricare l’altro. Sono convinte di gestire il proprio corpo, ma psichicamente non sono autonome.
La bulimica mostra un’immagine che pensa sia conforme al desiderio degli altri, ma è diversa da quella del suo Sé reale. Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.
Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.
La donna grassa, obesa vuole tenere lontano da sé le persone, non regge il loro interesse rivolto alla sua persona, in particolar modo quello degli uomini.
Ci sono dei fattori comuni tra le persone che soffrono di disturbi alimentari: la sensazione di non aver avuto abbastanza non solo il cibo, ma anche amore e protezione e la non rassegnazione, poca capacità di sopportare la frustrazione, l’avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d’amore, si aspettano che le persone amate si dedichino a loro totalmente. Sono avidi di amore, si aggrappano alle persone, ma solo se sono amici, famigliari o partener, con una tale avidità che le costringono a fuggire per non essere divorati.
La persona bulimica segue la spinta “Compiacimi” insieme a “Sforzati”; deve compiacere gli altri, perché non regge un rifiuto o anche solo l’idea di non piacere totalmente alle persone intime (famigliari, amici e partner), piuttosto tace il suo disagio e tanto meno esprime il suo malessere per non urtare la sensibilità della persona amata. Questo atteggiamento può portarla a provare rabbia che si vieta di esprimere, ma che aumenta sempre più, fino a spingerla a compiere atti infantili ed esagerati che le provocano un senso di colpa e si auto rimprovera, fino a cadere nella spinta “Sforzati”, ossia deve sforzarsi ancora di più per essere quella brava bambina accettata per il suo comportamento che non crea disagio all’altro e che di sicuro la porterà ad essere amata ancora di più.
Fondamentale, affinché la donna bulimica faccia un passo verso la guarigione o almeno lo star meglio ed essere più serena, è che lei impari ad accettare e soprattutto ad amare se stessa a riconoscere i suoi pregi e i suoi difetti, dai quali può trarre vantaggio, a pretendere di meno o semplicemente quello che può dare e non porsi obiettivi troppo grandi come “Devo essere amata da tutte le persone che mi sono vicine”.
In cosa sono diverse le donne che soffrono di disturbi alimentari? L’anoressica pensa di poter gestire il suo corpo, la sua psiche e di tenere in pugno gli altri preoccupandoli per la sua eccessiva magrezza e aggredendoli verbalmente, ma in realtà non è così autonoma. La bulimica accetta solo la sua immagine perfetta, ma da così poco spazio alla sua personalità che non la riconosce come parte di sé, la vede piena di difetti, è gelosa a tal punto che non accetta che il partner consulti il telefono. Infine, la donna obesa, con il suo grasso, forma una barriera tale che tiene a distanza tutti sia fisicamente, si fa perfino fatica ad abbracciarla, sia psicologicamente, fa di tutto per essere ripugnante, ha una gran paura delle relazioni intime.
La persona bulimica è molto autocritica, segue una spinta interna “Sii perfetta”, ma cosa vuol dire essere perfetta, essere al top? A questa domanda non sa rispondere, in quanto non esiste un obiettivo, anche immaginario, che le dica “Hai raggiunto la perfezione”, ma deve fare sempre di più. Il suo Genitore interno è molto svalutante, non riconosce le sue capacità e il suo Bambino ci crede, gli dà ragione e si dice “Io non valgo, non sono degna di essere amata per quello che sono”. Questa convinzione su di sé, fa sì che ogni “carezza” che arriva dall’esterno non viene percepito come veritiero, ma viene svalutato con il pensiero interno: “Lo dicono solo per non offendermi” o “Chi apprezza le mie abilità è un incompetente”.
Le convinzioni su di sé e i pensieri svalutanti che la invadono devono essere bloccati alimentando un Genitore interno incoraggiante e un Adulto che gli fa fare un esame di realtà.
BIBLIOGRAFIA
Renate Gockel Donne che mangiano troppo edizione Feltrinelli
Maristella Fantini La mela e il cioccolato edizione Ananke
Ogni scelta è un sacrificio delle altre possibilità, è una definizione che preclude le altre vie, riduce le occasioni, ma contemporaneamente contribuisce a delineare il nostro volto, chi siamo. Spesso il vissuto personale è quello di subire progressive restrizioni che limitano la nostra libertà. Poi si aggiungono anche inevitabili fallimenti, e la nostra autostima vacilla …
Ma utilizzare il paradigma “riuscita/fallimento” non aiuta a trovare la propria identità. Possiamo cambiare prospettiva e considerare le esperienze della vita come occasioni formative, occasioni sia gioiose sia dolorose utili per scoprire delle parti di sé personali. Il fine di ogni esperienza è aumentare la consapevolezza di chi sono io, come sono, quale percorso sto facendo, dove voglio arrivare, cosa desidero e come fino ad ora mi sono mosso per raggiungere le mie mete, cosa è mi è utile per seguire la mia direzione e cosa no.
In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’Intelligenza Artificiale (IA), l’evento più umano che possiamo vivere è accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che sappiamo intellettualmente e dare consistenza reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.
Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice e scarno: si è adattato al livello puramente tecnico e non trasmette più il mondo emotivo. Stiamo disimparando a raccontare noi stessi a qualcun altro che ci ascolti.
IA sa usare le parole ma non sa utilizzarle per raccontare il mondo interiore, e non lo potrà fare mai, perché non ha un mondo interiore. Sa solo creare una magari ottima “insalata di parole”, ben assortita e organizzata, imparando da esempi precedenti, ma non ne percepisce il senso.
La letteratura è un serbatoio che testimonia quanto è da secoli presente nell’animo e nella mente umana: dal pensiero filosofico che scandaglia la realtà cercando i fondamenti del nostro esistere, al pensiero poetico e narrativo che racconta le emozioni – amore, curiosità, dolore, turbamento, angoscia, speranza … tutti gli ingredienti di cui siamo fatti. Una cultura degna di tale nome non può scavalcare e dimenticare tutta questa ricchezza.
Il linguaggio è lo strumento potente che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere profonde relazioni tra di noi.
Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.
Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore.
Cominciamo col non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi possiamo iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare o risolvere ciò che ci turba.
Il tempo ci sembra oggi una obiezione anziché una strada per conoscere.
Il presente è il modo che ci è dato per essere, per esistere, il modo che ci è dato per comprendere, cambiare e crescere. Ci vuole tempo perché il bruco diventi farfalla.
Ma il bruco anche se è brutto è necessario. Perché facciamo così fatica ad imparare a vivere? se non impariamo è perché non stiamo nel tempo, non lo usiamo come una risorsa. Il presente è l’unica modalità che possiamo percepire e in qualche modo gestire. Il passato è passato, non è più nelle nostre mani; il futuro con il suo carico di imprevedibilità non è ancora nelle nostre mani.
L’unica modalità per fare l’esperienza di noi stessi, è coglierci nell’attimo presente e modularlo.
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