Benedette le lacrime. Meno male che esiste la fonte del pianto. Le lacrime sono nostre amiche. Le lacrime scorrono quando qualche avvenimento ci fa sta stare profondamente male e qualcosa dento di noi dice: NO.
Le lacrime ci indicano che siamo fatti per altro e sono benedette quando ci spingono a cercare quello di cui abbiamo veramente bisogno. Ascoltiamo le lacrime e seguiamo la loro traccia: ci porteranno alla scoperta di luoghi sconosciuti dentro di noi, o conosciuti ma dimenticati, o noti ma calpestati dalla spinta ad un piatto conformismo che apparentemente ci lega alla realtà ma ci fa perdere noi stessi e il nostro cuore.
Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento.
Meglio allora mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni: il mito del nostro tempo sembra essere quello dell’adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno.
Benedette le lacrime che ci riportano sulla soglia della nostra creatività, se raccogliamo la sfida.
Questo è un messaggio di SPERANZA. Sono molto colpita dal crescendo di notizie di giovani e giovanissimi che soccombono perché compiono o subiscono atti autodistruttivi. Giovani generazioni allo sbaraglio, senza argini di riferimento, evidentemente senza sufficienti punti di appoggio per percepire il senso della loro vita. E i genitori alla disperazione. Ma la disperazione aleggiava nell’aria già prima del disfacimento dei figli.
Cosa ci sta succedendo?
Non lasciamoci appendere al collo una macina che ci trascina al fondo del fiume. Questa è la vera morte da Covid. Alziamo gli occhi e guardiamo alla vita.
I nostri figli ha bisogno di guardare in alto per trovare le energie vitali per affrontare i loro giorni. Loro ci osservano e noi possiamo insegnare a loro come rispondere alle sfide della vita.
In questo siamo un popolo esperto, siamo abili nelle ricostruzioni, le nostre famiglie hanno storicamente superato dei gravi frangenti sociali nei secoli scorsi, e possiamo re-incamminarci, abbiamo le energie etiche e di fantasia per camminare attraverso emergenze, disastri, perdite, ostacoli.
Ognuno di noi ha nel suo DNA le risorse per costruire e ricostruire contrastando le forze distruttive. CREDIAMOCI.
Bisogna ripartire da ciò che abbiamo tra le mani: la scintilla vitale. Reimpariamo a capire quali sono le cose essenziali e condividerle (questo lo possiamo fare anche con mascherine, distanziamento sociale e sanificazioni di mani ed ambienti). Guardiamoci negli occhi e guardiamo negli occhi i nostri figli, che hanno bisogno di comprendere attraverso di noi cosa può essere lasciato andare e cosa va trattenuto a tutti i costi perché ha valore, devono imparare a scegliere.
L’importante è che non ci lasciamo vincere dalla paura. Paure della malattia, paura della morte, paure della solitudine…anche la morte è un valore: prima o poi dovremo pure anche noi affrontare questo collo di bottiglia, e dobbiamo sapere come affrontarla.
Possiamo sfruttare questa enorme crisi mondiale per trovarci rinati e vincenti. Raccogliamo la sfida!
Personalmente sono disponibile a creare luoghi di accompagnamento, ascolto, confronto, aiuto, sia dal vivo sia sul web. Contattatemi! Cresceremo insieme!
Le bugie per i bambini sono un evento molto comune. Ma non tutte hanno lo stesso significato, la stessa valenza. In un ambito di sviluppo normale, dipende molto dall’età il significato da attribuire alla bugia: nella prima infanzia l’esame di realtà non è maturo, è agli inizi del suo sviluppo, mentre man mano che l’ età aumenta e le capacità cognitive di conoscenza e di organizzazione dei dati di realtà si incrementano, possono venire interiorizzate norme e principi morali e di conseguenza la cognizione di dire una bugia.
Le bugie nei bambini nella prima infanzia
E’ possibile che quando un piccolo bambino fa delle affermazioni che non sono congruenti con la realtà la mente dell’adulto le classifica automaticamente come “ bugia”; ma spesso non ci troviamo di fronte ad una manipolazione della verità, della realtà, ma ad una lettura magica, immaginaria. Non è insolito che il piccolo bambino che non si è ancora differenziato dalla madre, percepisca quest’ultima come un “ prolungamento di sé”: un compito che non riesce a portare a termine ( ad esempio un disegno) viene affidato alla mamma per essere completato, e non viene percepita la autonomia delle due realizzazioni. Infatti solo alla fine della prima infanzia i bambini raggiungono una sufficiente e consapevole distinzione tra fantasia e realtà, tra sé e non-sé. Nei primi anni dello sviluppo predomina ancora un pensiero in qualche modo “magico” e onnipotente che mischia fantasia e realtà inventando storie immaginarie. Lentamente, attraverso la simulazione del mondo degli adulti col gioco, il bambino impara a conoscere il proprio ed autonomo mondo interno separato da quello esterno, impara a conoscere e gestire emozioni e conflitti rielaborando e assegnando differenti significati e versioni ai dati di esperienza che man mano acquisisce.
Le bugie nei bambini in età scolare
E’ soltanto a partire dai 6-7 anni, con lo strutturarsi di un pensiero di tipo operativo quando il funzionamento della realtà comincia ad essere noto e prevedibile, che i bambini cominciano a distinguere cosa è reale in base alla loro esperienza e cosa non lo è, imparano ad uniformarsi a norme ed aspettative altrui e, con esse, acquisiscono il significato morale della distinzione tra verità e menzogna: quello del dire la verità è ora un valore che può procurare riconoscimento da parte dei genitori e accrescere quindi la stima di sé stessi. E’ quindi anche a partire da questa età che le bugie stesse possono essere usate dai bambini con consapevolezza ed intenzionalità al fine di evitare conseguenze spiacevoli o ottenere vantaggi.
Situazioni ambientali patologiche
Diverso è il caso di un percorso di sviluppo alterato, in cui in bambino in sviluppo deve tenere in considerazione elementi di realtà per lui lesivi o dannosi o violenti, o invasivi: in questi casi è probabile che si sviluppino delle strategie psicologiche di sopravvivenza, che non permettono un’ adeguato rapporto con i dati reali esterni e la maturazione di un’ articolato armamentario di conoscenze e strategie personali per affrontare le situazioni. Ad esempio la paura di essere sgridati o, peggio, picchiati dall’adulto di riferimento, in modo imprevedibile senza che vengano percepite le relazioni di causa – effetto, può produrre comportamenti di evitamento non discriminatorio generalizzati nei confronti di tali figure, con sviluppo di ritiro schizoide, ideazioni paranoidi, immaginazioni ed emozioni distorte che se cristallizzate nell’età adulta possono portare a quadri gravemente patologici , dal disturbo di personalità a psicosi di vario grado.
I genitori e le bugie dei bambini
Le vere e proprie bugie possono assumere significati molto diversi a seconda che costituiscano eventi occasionali mentre i bambini stanno imparando gradualmente a crescere e ad assumersi responsabilità o se rappresentino una modalità ripetitiva e rigida, stereotipata, con la quale gestiscono le difficoltà che inevitabilmente incontrano. E’ quindi importante un processo di comprensione di ciò che sta accadendo prima di tutto da parte dei genitori: se la bugia viene percepita come segnale di difficoltà, con implicita richiesta di aiuto, la risposta sarà un empatico processo educativo e di sostegno alla maturazione del figlio; se la risposta genitoriale è rigida e bloccante, con rimproveri e richieste di adeguatezza senza che venga fornito un sufficiente supporto all’autostima personale, ciò può contribuire a creare un clima interno di depressione, di sfiducia, fino alla disperazione ed alla percezione di un senso di solitudine e di vuoto.
Nicola Magrin L’inizio del cammino – 2018 acquello su carta (esposto nella mostra: “LA traccia del racconto” Aosta 5 maggio – 7 ottobre 2018)
Dalla fine del diciottesimo secolo si svilupparono in ambito filosofico le teorie nichiliste, in particolare come reazione e polemica sulle conclusioni della filosofia d Kant; acquistarono ben presto il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia o teoria, compresa la visione religiosa che pretendesse di possedere un reale contenuto di verità. F. Nietzsche (1844-1900) fu il filosofo che con maggiore sistematicità ed intensità promulgò la visione nichilistica per indicare l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori.
Il nichilismo inteso come una dottrina che sostiene la negazione radicale di un determinato sistema di valori e indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori è sotteso a movimenti culturali diversi, con accezioni e sfumature diverse e durante tutto il secolo scorso fu sostenuto da una vasta coorte di autori in ambito filosofico, letterario, artistico; il termine “nichilismo” è venuto ad indicare peraltro anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi.
C’è stato un periodo, il cosiddetto post-moderno, in cui nella cultura europea questa posizione è stata vista come una possibilità di emancipazione. Soprattutto nella seconda metà del secolo scorso si è cercato in ogni modo di liberarsi dall’idea che le cose hanno un senso – perché presupporre un significato era diventato una prigione – e questo avrebbe liberato l’io: da qui la rivoluzione sessuale, il sovvertimento di regole sociali valide nel passato, l’esplosione della soggettività, la rinuncia a responsabilità… Man mano questa impostazione culturale si è diffusa, si è infiltrata nel pensiero comune, ha eroso valori ed ideali che avevano sostenuto secoli di storia. Sono crollati riferimenti etici e ora stiamo assistendo ad un sovvertimento profondo anche di quelle che sono state da sempre considerate evidenze, anche dal punto di vista biologico.
E allora la vita diventa puro istinto, pura affermazione di sé. L’ideale, lo scopo, viene percepito come un “dover essere”; qualcosa che forse si deve realizzare, ma che non esiste già qui e adesso, come elemento con cui fare i conti, di fronte al quale assumersi responsabilità. E non è più nemmeno chiaro cosa significa “dovere”: i confini tra diritti e doveri si confondono …
La ricaduta di questo modo di concepire la vita è una debolezza progressiva, una perdita di energia e di spirito che, quasi di soppiatto, si è diffusa ovunque, anche in ambienti non ideologicamente nichilisti. È entrata nelle nostre case, nelle nostre credenze religiose, negli ideali politici. Abbiamo perso il gusto del vivere, schiacciati come siamo da routine di produzione.
Le generazioni precedenti – facendo eco alla parabola del figliol prodigo – hanno chiesto l’eredità e hanno lasciato la casa; i figli si sono dissociati da tutto e da tutti per vivere il loro progetto di autodeterminazione. E anche così, sul loro cammino – come in quello del figliol prodigo – ci sono diversi elementi che avrebbero potuto farli ritrovare: la scoperta del proprio nulla, la nostalgia e il ricordo della casa del padre. Le generazioni successive sono nate “mangiando semi di carrube”, nel nulla, non abbiamo lasciato nessuna casa. Siamo semplicemente caduti in un mondo già disimpegnato, separato, orfano. Non sappiamo com’è la casa del padre, non lo sappiamo, non ci siamo mai stati. Non possiamo chiedere all’uomo contemporaneo di tornare tra le braccia di un padre che non ha. Coloro che sono nati nel nulla hanno solo l’intento di essere. Dal niente all’essere: questo è ciò che ci viene chiesto; come se dovessimo essere dei. Questa è la tragedia dell’uomo oggi: non abbiamo altra scelta che generare noi stessi, costruire noi stessi. Siamo orfani e ci costringono a essere “Prometei”; “Uno sforzo enorme ma glorioso”, dice Testori. Concepiamo la libertà come una volontà e non come un riconoscimento amorevole. Tutto deve nascere da noi, senza prestare attenzione a nessun dato che non sia la volontà di potenza. Volere è potere. Questa è la grande riduzione: non dipendiamo da niente e da nessuno, solo da noi stessi. Tentiamo di credere che l’ intelligenza artificiale avrà l’ultima parola e ci permetterà di essere gli dei di noi stessi.
La vita però a volte ci propone situazioni – basta considerare gli effetti mondiali della pandemia – che ci riportano brutalmente all’esperienza di essere dipendenti da una realtà che ci precede e con cui dobbiamo necessariamente fare i conti. Il nostro “delirio di onnipotenza” si infrange nell’esperienza della fragilità e della insufficienza delle nostre risorse. L’esperienza del contatto con la natura nella sua forza a volte plasticamente esuberante a volte devastante, ci contiene e ci determina.
Possiamo raccogliere la sfida: possiamo accorgerci nuovamente di essere dei soggetti viventi, di avere dei bisogni, soprattutto di avere un bisogno: quello di essere amati. Lasciare che emergano da dentro di noi le domande fondamentali che ricercano un senso profondo. Lasciare che emergano i desideri, che emerga “ il desiderio”. Il desiderio non è solo una mancanza, un vuoto che attende di essere riempito, non è generico, né intellettuale. È già indirizzato verso un’esperienza in atto, chiede di incontrare la risposta, non solo di sapere che questa c’è.
Che cosa ci permette di ripartire per riconquistare la nostra stessa vita? Anzitutto, non mollare sul proprio desiderio. Però è anche vero che il proprio desiderio non si molla solo se si scopre che c’è qualcosa o qualcuno che vi corrisponde. Se si trova qualcuno uno che ci dica: «Guarda che ciò che il tuo cuore desidera, esiste, davvero».
Per molti anni ho collaborato con il centro salesiano di psicoterapia del Rebaudengo, condividendo ideali e valori. L’anima della pedagogia salesiana è la “carità pastorale”: gli educatori sono invitati ad agire con amore, cordialità e affetto nei confronto dei ragazzi a loro affidati. Bisogna far comprendere ai giovani di essere amati, poiché chi sa di essere amato ama a sua volta.
Lo “stile“ salesiano ricalca ciò che dovrebbe avvenire nella famiglia, ciò che avviene nella famiglia quando è sana. Ognuno di noi ha bisogno, per potenziare le proprie potenzialità e sviluppare le risorse personali per affrontare il mondo, di sperimentare di essere amato, visto, sostenuto nei momenti difficili, di crisi. Io devo “esserci” per l’altro, ed esserci in maniera gratuita, ho bisogno di essere amato in modo “incondizionato”, di essere riconosciuto degno di amore solo perché esisto, senza dover “guadagnare” il diritto di stare al mondo. Don Bosco aveva compreso quanto le relazioni vissute con amore fossero indispensabili soprattutto ai giovani che incontrava quotidianamente, e su questo imperniò il suo “sistema educativo”.
Lavorare come psicoterapeuta significa per me inserirmi nella “circolazione amorosa” nelle relazioni, aiutare le persone che portano la sofferenza di rapporti inadeguate a guarire ferite profonde e antiche, che molto spesso affondano nell’infanzia. Significa aiutare i figli a trovare il loro percorso di crescita che li porterà ad essere adulti sereni, quando le famiglie si trovano sotto il torchio di spinte deterioranti o distruttive. Vivo il mio impegno come un servizio allo sviluppo di personalità mature, che sappiano porre i mattoni per la costruzione di case solide ed accoglienti.
L’esperienza di essere genitore o educatore o insegnante pone necessariamente a contatto con comportamenti infantili di difficile gestione, che una volta venivano trattati con metodi punitivi, che recavano in sé violenza e svalutazione, ma oggi sono inaccettabili data la mole di conoscenze che abbiamo acquisito sullo sviluppo umano.
La modulazione del comportamento infantile può essere efficacemente migliorata attraverso informazioni corrette, sviluppo di un adeguato aspetto relazionale, consapevolezza dei propri limiti e delle proprie difficoltà personali. Metodologie adeguate permettono di interpretare situazioni problematiche e di offrire opzioni alle famiglie ed gli insegnanti facendo sperimentare alle persone coinvolte vissuti positivi.
Offro la mia consulenza per aiutare le famiglie a migliorare il proprio stile relazionale tra genitori e figli, sia attraverso un supporto individule alle famiglie, sia attraverso una condivisione di gruppo, in cui l’incontro con l’esperienza di altri diventa supporto e ricchezza
A volte possono sorgere dubbi e difficoltà quando la propria storia personale interferisce con l’autostima di sé e quando veniamo in contatto con i nostri stessi bisogni che chiedono risposta.
I genitori devono prestare attenzione ai propri bisogni per poter avere le energie e la disponibilità necessarie per prendersi cura dei propri figli.
Educare i bambini implica insegnare loro ad usare il proprio pensiero, le proprie emozioni e il proprio comportamento in modo che siano responsabili di se stessi, e sappiano risolvere i problemi che di volta in volta si troveranno ad affrontare.
Questa è la proposta di un “gruppo di lavoro” che acquisisca delle conoscenze teoriche, ma anche che sviluppi la capacità di confrontarsi, sostenersi e crescere insieme sulle difficoltà incontrate nella propria esperienza personale.
Chi desidera partecipare a questa opportunità e condividere la propria esperienza, può contattarci lasciando il suo recapito o telefonando al n 3914512015 o inviando una e-mail a: psicoterapia.to.nord@gmail.com
A causa delle restrizioni sociali a causa della pandemia da COVID 19 gli incontri avverranno in videocollegamento, con con le modalità che verranno comunicate personalmente.
E. Berne ha affermato: “ le persone si ammalano attraverso le relazioni interpersonali ed attraverso di esse possono guarire” . La psicoterapia ha il fine di aiutare la persona a diventare consapevole di aspetti del proprio modo di percepire se stessa e la realtà circostante e del modo di instaurare relazioni con gli altri; attraverso tale consapevolezza si possono quindi attivare delle opzioni diverse di comportamento e prendere decisioni di cambiamento.
La relazione di gruppo di gruppo è una modalità particolare, privilegiata, per effettuare questo lavoro: utilizza infatti un ambiente interpersonale che per sua natura è ricco di stimoli e di sostegno. L’attività del gruppo ha la finalità di aiutare ciascuno a lavorare su di sé scoprendo nella relazione con gli altri degli aspetti che gli appartengono.
Per permettere l’esperienza della relazione guaritiva del gruppo proponiamo dei percorsi di sviluppo personale focalizzati su tematiche specifiche, che utilizzano anche strumenti psicoterapeutici
LA SCOPERTA DI ME
Il focus di questo percorso è approfondire la conoscenza di sé e migliorare le proprie relazioni con gli altri. Mediante la condivisione di esperienze personali, integrata dalla presentazione di concetti teorici che permettano una rilettura delle situazioni, si possono elaborare aspetti particolari della propria esperienza di vita, per poter comprendere le dinamiche sottostanti, e l’individuazione di possibili soluzioni o alternative.
ALLA RICERCA DELL’ANIMA – DONNA –
Sorella, amica, compagna, moglie, figlia, madre … donna è complessità, è tenerezza, è emozioni, è desiderio, è strada, è nido, è custodia … compagnia, intuizione, anima.
E il suo posto nel mondo?
Questo è un viaggio alla scoperta della metà dell’universo, in una danza appassionata ed avvincente
ESSERE GENITORI
Essere genitore è un compito affascinante.
A volte possono sorgere dubbi e difficoltà quando la propria storia personale interferisce con l’autostima di sé e quando veniamo in contatto con i nostri stessi bisogni che chiedono risposta.
I genitori devono prestare attenzione ai propri bisogni per poter avere le energie e la disponibilità necessarie per prendersi cura dei propri figli.
Educare i bambini implica insegnare loro ad usare il proprio pensiero, le proprie emozioni e il proprio comportamento in modo che siano responsabili di se stessi, e sappiano risolvere i problemi che di volta in volta si troveranno ad affrontare.
LA RELAZIONE DI ACCOMPAGNAMENTO E DI CURA
Questo gruppo di lavoro si propone di acquisire e condividere strumenti e competenze utili per chi si trova in relazioni di aiuto di vario genere (come medico, infermiere, educatore, insegnante, trainer, counselor… amico) ampliando conoscenze teoriche e modelli teorici di riferimento, migliorando la gestione delle emozioni e l’affronto di situazioni problematiche e sviluppando consapevolezze relazionali personali
Secondo C. Steiner quando un bambino vive in un ambiente dove non c’è libero scambio di riconoscimenti positivi, pur di essere riconosciuto e stimolato, assume atteggiamenti provocatori o pericolosi, o lamentosi, o mantiene comportamenti non adeguati alla sua età. In Analisi Transazionale è noto il concetto: meglio carezze negative che nessuna carezza. Nulla è peggio dell’essere ignorati o non visti. Meglio attirare l’attenzione e ottenere carezze negative, che in certi casi possono arrivare fine alle botte, a lesioni fisiche, che non avere nessun riconoscimento della propria esistenza. Che l’altro, soprattutto se è una figura di riferimento, o “la” figura di riferimento, dia dei segnali di relazione è di fondamentale importanza per la sopravvivenza personale.
Quindi quando un bambino realizza comportamenti inadeguati, piange, si lamenta, si arrabbia in modo incongruo alla situazione, “fa i capricci”, probabilmente sta esprimendo il suo disagio, una richiesta di aiuto, un bisogno importante …
Se come risposta al comportamento inadeguato arriva una sgridata, un giudizio, un divieto, il bambino riceverà delle carezze, ma carezze negative e ciò non farà che alimentare i comportamenti per riceverle. Inoltre le attribuzioni negative (sei un pasticcione, non fare il cattivo, ti arrabbi per niente, ecc) rinforzano in negativo il concetto che il bambino sta formandosi di sé, e contribuiranno a creare una bassa autostima e incapacità di attivare le proprie risorse personali. Il modo corretto per rispondere alla esplicitazione, magari in modo inadeguato, di un bisogno, è di riconoscere e valorizzare la richiesta, offrendo in alcuni casi un aspetto consolatorio, comprensivo, dando la possibilità di esprimere i propri sentimenti e i propri desideri, e sottolineare le possibilità di cambiamento, dando sostegno anche nel caso che non si possa rispondere positivamente alla richiesta.
Erick Berne ha posto alla base della teoria da lui sviluppata il concetto che un bisogno fondamentale dell’essere umano è il bisogno di riconoscimento, che si esprime come “fame di carezze”. Il termine “carezza” è la traduzione dell’inglese “stroke” che ha il significato di “qualsiasi atto che implichi il riconoscimento della presenza dell’altro”. Non si identifica pertanto, o non solo, con il contatto fisico, ma comprende in sé una vasta gamma di modalità con cui io mi faccio presente all’altro e l’altro si fa presente a me.
Il bisogno di riconoscimento, di essere “visti” dall’ altro con cui entro in contatto è un elemento ampiamente valorizzato da tutti i modelli descrittivi della psiche umana: è ormai un riferimento teorico condiviso il concetto che l’essere umano ha una struttura relazionale. Se la relazione interpersonale non è adeguata fin dai primi tempi dopo la nascita, si creano dei danni tanto più gravi quanto più è inadeguata la relazione parentale.
Quando il bambino è molto piccolo la relazione si esprime prevalentemente attraverso l’accudimento fisico, ma successivamente assume ovviamente sempre più importanza una relazione articolata in vari aspetti. Un bambino che non viene toccato non si sviluppa normalmente, la deprivazione del contatto fisico può impedire lo sviluppo come una carenza alimentare. Famosi sono gli studi di Renè Spitz, psicoanalista austriaco del secolo scorso, che individuò il ruolo formativo della madre tramite l’osservazione diretta dell’interazione madre-bambino, realizzando una serie di filmati negli orfanatrofi; descrisse i comportamenti di bambini che vengono separati dalla persona che si prendeva cura di loro. Tali comportamenti erano:
Primo mese: lamentele e richiami;
Secondo mese: pianto e perdita di peso;
Terzo mese: rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo nello sviluppo motorio, assenza di mimica, perdita continua di peso;
Dopo il terzo mese: cessazione del pianto, stato letargico.
Queste manifestazioni possono regredire solo quando il bambino ritrova la madre o trova qualcuno che voglia prendersi cura di lui. Spesso però traumi di questo tipo non si risolvono del tutto, anzi qualora non dovesse essere superato possono permanere un aumento del tasso di mortalità e ritardi di sviluppo.
Questi studi sono correlabili agli studi di Bowlby e coll. Che svilupparono le teorie dell’attaccamento.
Un video da lui realizzato e visualizzabile su Internet, è: “Why mothers should stay home” (https://youtu.be/VP9TEME2-sE):