Spinoza diceva che viviamo in un’epoca in cui dominano le “passioni tristi”, dove il riferimento non è il pianto o la tristezza, queste emozioni sono energia, ma regna l’impotenza, la disgregazione e la mancanza di senso. Questo stato di nichilismo in questi ultimi due anni si è accentuato in modo esponenziale tra i giovani. L’identità acquista la sua forma dalla preadolescenza (dai 10 ai 13 anni) fino alla fine dell’adolescenza (dai 14 ai 19/20 anni).
Dai 16 ai 30 anni il giovane si crea il futuro, progetta ed è pieno di energia, di voglia di realizzare i suoi sogni, ma il mondo adulto lo sta buttando nel baratro della passività e dell’indifferenza, togliendogli la voglia di sognare la sua vita. L’identità si forma grazie al passaggio naturale dalla libido narcisista che investe sull’amore di sé, alla libido oggettuale che investe sugli altri e sul mondo. Se manca questo passaggio il ragazzo diventa egocentrico spinto da motivazioni utilitaristiche, che lo rendono vuoto, privo di energia, portandolo alla depressione, che sta dilagando tra i giovani. A volte, quando guardo i loro occhi, vedo la loro rassegnazione, come se non vedessero il futuro, non vedono oltre al qui e ora.
L’identità si costruisce con il riconoscimento dell’altro, io riconosco te e tu me; se non c’è questo non ci sei tu, ma non ci sono nemmeno io. Gli adulti hanno il dovere di aiutare i giovani a costruire la propria identità, insegnandogli ed educandoli al dialogo, alla relazione e a dire NOI e non solo IO; è con il NOI che si cresce e si raggiungono gli obiettivi, con il solo IO si arriva al nichilismo, all’aridità, ai soldi e al potere, di conseguenza al vuoto interiore, alla depressione, agli attacchi di panico e ogni errore diventa un fallimento e quindi il dramma della propria vita.
L’errore non viene vissuto come un momento positivo, che fa crescere e migliorare, ma la nostra società lo vede come qualcosa da evitare. La nostra società segue la Spinta “Sii prefetto” se vuoi essere accettato. Questa Spinta genitoriale, a mio avviso, è la più difficile da seguire, perché si può fare sempre di meglio, nessuno può garantire che la decisione presa sia quella giusta. Decidere vuol dire basarsi su passato e sul presente per fare qualcosa nel futuro e il futuro, come tale, non è certezza; quindi è fondamentale saper accettare l’incertezza.
Il nostro impego è quello di aiutare i giovani ad uscire dal nichilismo della società attuale.
Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di sentirsi come un pesce fuor d’acqua in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un senso di disagio per pensare quello che pensa, o meglio, per non poter liberamente esprimere ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio. Il fatto che la culla di questo movimento politico siano gli Stati Uniti, trova la sua ragione nell’esperienza delle grandi differenze su base etnica sperimentate nei secoli scorsi come schiavismo, segregazione razziale, eliminazione di popolazioni indigene, vissute in quel continente; designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.
Uno degli aspetti patognomonici di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con l’imposizione di cambiamenti linguistici, sostituzione di parole o frasi con altre che sarebbero più “dignitose”, più rispettose della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”, “operatore scolastico” al posto di “spazzino” e “bidello”), neologismi, nuove forme di etichetta , creazione di “tabù” (cioè bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).
“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.
In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:
– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);
– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);
– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”
L’idea di base è che la definizione linguistica sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile in italiano servirebbe a perpetuare forme di discriminazione femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere. Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del “politically correct” è la convinzione che il controllo del linguaggio sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che le parole possano essere espressione di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che porterebbero il significato di idee “pericolose” è giustificato il ricorso alla censura e alla eliminazione. E’ da notare comunque chel’efficacia nell’imposizione di cambiamenti linguistici ha l’effetto di legittimare implicitamente le teorie che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo viene riconosciuto ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono operate rende arduo esprimere critiche e obiezioni, e mette chi esprime un dissenso nella posizione di sembrare insensibile, irrispettoso e intollerante.
In origine il movimento nacque dunque all’interno di un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale come una ideologia che perpetua l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi progressivamente a considerare tutti gli aspetti della società e della cultura, dalle questioni di classe a quelle relative all’identità personale, con la convinzione di essere dalla parte giusta della storia e si dedica tuttora a considerare come i sistemi ritenuti oppressivi vengano interiorizzati ed espressi nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura, processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.
Bisogna anche dire che i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e questo espone al rischio che il principi del “politically correct” siano vengano messi in pratica a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.
Succede quindi che vengano considerati “reazionari” ideologie e modi di pensare fino a poco prima considerati “progressisti”, e il percorso personale di crescita e di maturazione viene scalzato, con perdita di spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo dibattito culturale: se non si è tra persone di fiducia, o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte” per molte persone la reazione immediata è smettere di dire quello che pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche evitando accuratamente qualsiasi argomento che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente. In alcuni si può innescare una reazione di rabbia e ribellione, però per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in ambiti sociali diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente la protesta ed il disagio si strutturano in posizioni chiare e dichiarate.
Negli USA il fenomeno si è recentemente diffuso soprattutto nelle università e nelle accademie, i luoghi che sono la “fucina” culturale della popolazione e testimonianze riportano che attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare da essere diventato quasi un fatto ovvio. Chi non si allinea paga il prezzo dell’ostracismo di colleghi e studenti e sa di mettere a rischio la propria reputazione e a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)
Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti, anche perché qualsiasi aspetto della società che a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica “privilegio/oppressione” può fungere da piattaforma per l’innesco di questo tipo di strategie di controllo sociale.
E inoltre tutti subiamo l’influenza dei social media divenuti ormai strumenti indispensabili o ineliminabili per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali, ideologie, mode. Esperienza abbastanza comune, per esempio, è subire il blocco su note piattaforme social, del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile, se non definitivamente, e questo avviene per delle motivazioni arbitrarie decise dai gestori in base a criteri unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto, di contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che però viene espletata in modo parziale solo in determinati casi, lasciando comunque dilagare una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che procede in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.
Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista al prof Marco Del Giudice, docente di psicologia evoluzionistica e metodi quantitativi nel New Mexico dal 2013 :
Svolgere una attività lavorativa in ambienti dove è prevista l’interazione continuativa con persone istituzionalizzate, o portatrici di deficit fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e di impegno nell’interazione personale, o trovarsi nella condizione di dover accudire persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita una serie di vissuti emozionali che hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.
A volte, se le richieste esterne soverchiano la possibilità personale di farvi fronte, si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità, in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.
Situazioni attuali nel qui ed ora possono essere mal tollerate per la loro ripetitività, per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di risolvere o migliorare le condizioni relazionali, per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro. Oppure, a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità, la richiesta può essere eccessiva in relazione alle risorse disponibili.
Può accadere che le problematiche attuali sollecitino nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i vissuti personali non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé ( lutti, conflitti, fallimenti…). Può accadere che gli operatori portino una sofferenza personale per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente a permettere un equilibrio adeguato nelle loro condizioni di vita.
Qualunque sia l’ origine del malessere, esiste la possibilità di affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore adatto alle situazioni problematiche, sviluppando maggiori flessibilità e resilienza.
Una delle risorse importanti per raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le difficoltà incontrate, che non siano giudicanti e saccenti, ma comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo passo “integrativo”, che permette di iniziare trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche nelle relazioni di aiuto.
Le emozioni sono come dei cartelli indicatori che ci orientano a comprendere la nostra relazione con il mondo, il mondo interno, interiore, ed il mondo esterno, ciò che sta fuori di noi e che ci sollecita.
Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita; a volte è capitato che il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste perfino un detto popolare: “ dove si chiude una porta si apre un portone”! Anche in neurologia lo stimolo doloroso ha l’importante compito di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).
Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita; a volte è capitato che il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste perfino un detto popolare: “ dove si chiude una porta si apre un portone”! Anche in neurologia lo stimolo doloroso ha l’importante compito di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).
Poi ci sono delle sofferenze che non sono così immediatamente utili, ma sono come dei massi posti lungo il decorso di un torrente; l’acqua è costretta ad aprirsi un percorso girando attorno agli ostacoli e così si realizzano cascatelle, pozze, rivoli, vortici… e il corso del fiume diventa unico e irripetibile.
E poi ci sono esperienze piacevoli, o apparentemente piacevoli, ma che portano la nostra umanità fuori strada. Se ci lasciamo irretire, “abbindolare” dal piacere immediato, potremmo poi rimpiangere di essere stati poco accorti.
Ci vuole sensibilità e intelligenza per comprendere la nostra personale esperienza, in tutte le sue manifestazioni, senza tralasciare nulla, utilizzando il nostro vissuto interiore per orientarci nella vita. E a volte può essere utile condividere le nostre paure, i nostri dubbi, con qualcuno che ci possa dare una mano a districarci nei garbugli
Le emozioni sono esperienze che caratterizzano in nostro essere inseriti nella realtà, sono una condizione indispensabile al nostro esistere. Anche gli animali partecipano al mondo emozionale, tanto questa esperienza è indispensabile alla vita. Il mondo emozionale degli animali però è povero, è semplice, appartiene al qui – ed – ora, e anche se indubbiamente fa riferimento ad eventi del passato, è però legato alla concretezza dell’attuale.
Le nostre fluttuazioni emotive risentono profondamente della nostra storia, dei legami affettivi che hanno condizionato e segnato il nostro passato e che continuano a svilupparsi ne presente, gettando le basi per il nostro essere futuro.
Non possiamo prescindere dai nostri aspetti emozionali, anche se ciò non significa che le nostre azioni debbano essere condizionate necessariamente da essi. Nell’uomo ci sono altri dominii, altre funzioni imprescindibili che è necessario considerare nello svilupparsi della nostra storia personale.
La cognizione: la capacità di usare la ragione, di comprendere ciò che sta avvenendo al di dentro e al di fuori di noi. L’uomo ha la ragione , il ragionamento, la coscienza, la consapevolezza, in una misura nemmeno paragonabile a quella degli animali.
Caravaggio – La vocazione di Matteo
La cognizione integrata alle emozioni rende l’uomo creativo. L’emozione fa intuire e spinge, la cognizione realizza.
La volontà: per realizzare un atto creativo possiamo sacrificare delle parti di noi, dobbiamo scegliere e quindi amputare delle parti in vista di un bene più grande. La volontà permette di andare “contro-corrente” di valorizzare e sviluppare aspetti che altrimenti verrebbero persi nel dominio dell’istintualità.
Il lupo è i soggetto, maschio o femmina che sia, che seduce e cerca di trarre nella trappola Cappuccetto Rosso, colui/colei che viene affascinata dal carisma del lupo.
Il lupo è un individuo che ha un fascino sensuale e una parte associale, rappresenta il fascino del rischio della trasgressione, ma non azzanna subito, anzi tergiversa. Il lupo studia, fa un piano e aggredisce la nonna per arrivare alla vera preda, Cappuccetto Rosso.
Cappuccetto Rosso, nonostante le raccomandazioni della mamma, cede e viene attirata dal lupo. Lei non scappa per salvarsi, come farebbe una vittima spaventata, anzi si intrattiene ingenuamente con il carnefice.
Il bosco, rappresenta la parte profonda di ognuno di noi e il luogo dove si realizzano i presupposti del finale tragico in cui il lupo e Cappuccetto Rosso restano imbrigliati nel loro legame pericoloso che li porta al massacro.
Nella vita possiamo incontrare un’infinità di lupi, che cercheranno di trarci in inganno con la seduzione per farci entrare nel bosco; è fondamentale riconoscere tale rischio e imparare a fuggire, prima di cadere nella trappola da cui difficilmente si esce vivi o per lo meno si esce, ma dopo grandi sofferenze .
Benedette le lacrime. Meno male che esiste la fonte del pianto. Le lacrime sono nostre amiche. Le lacrime scorrono quando qualche avvenimento ci fa sta stare profondamente male e qualcosa dento di noi dice: NO.
Le lacrime ci indicano che siamo fatti per altro e sono benedette quando ci spingono a cercare quello di cui abbiamo veramente bisogno. Ascoltiamo le lacrime e seguiamo la loro traccia: ci porteranno alla scoperta di luoghi sconosciuti dentro di noi, o conosciuti ma dimenticati, o noti ma calpestati dalla spinta ad un piatto conformismo che apparentemente ci lega alla realtà ma ci fa perdere noi stessi e il nostro cuore.
Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento.
Meglio allora mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni: il mito del nostro tempo sembra essere quello dell’adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno.
Benedette le lacrime che ci riportano sulla soglia della nostra creatività, se raccogliamo la sfida.
L’italiano è un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso. Come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.
Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare, a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri. Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce. Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgredire e il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.
La tentazione prende il sopravvento
Gestire il nostro interiore porta alla tranquillità
Questo è un messaggio di SPERANZA. Sono molto colpita dal crescendo di notizie di giovani e giovanissimi che soccombono perché compiono o subiscono atti autodistruttivi. Giovani generazioni allo sbaraglio, senza argini di riferimento, evidentemente senza sufficienti punti di appoggio per percepire il senso della loro vita. E i genitori alla disperazione. Ma la disperazione aleggiava nell’aria già prima del disfacimento dei figli.
Cosa ci sta succedendo?
Non lasciamoci appendere al collo una macina che ci trascina al fondo del fiume. Questa è la vera morte da Covid. Alziamo gli occhi e guardiamo alla vita.
I nostri figli ha bisogno di guardare in alto per trovare le energie vitali per affrontare i loro giorni. Loro ci osservano e noi possiamo insegnare a loro come rispondere alle sfide della vita.
In questo siamo un popolo esperto, siamo abili nelle ricostruzioni, le nostre famiglie hanno storicamente superato dei gravi frangenti sociali nei secoli scorsi, e possiamo re-incamminarci, abbiamo le energie etiche e di fantasia per camminare attraverso emergenze, disastri, perdite, ostacoli.
Ognuno di noi ha nel suo DNA le risorse per costruire e ricostruire contrastando le forze distruttive. CREDIAMOCI.
Bisogna ripartire da ciò che abbiamo tra le mani: la scintilla vitale. Reimpariamo a capire quali sono le cose essenziali e condividerle (questo lo possiamo fare anche con mascherine, distanziamento sociale e sanificazioni di mani ed ambienti). Guardiamoci negli occhi e guardiamo negli occhi i nostri figli, che hanno bisogno di comprendere attraverso di noi cosa può essere lasciato andare e cosa va trattenuto a tutti i costi perché ha valore, devono imparare a scegliere.
L’importante è che non ci lasciamo vincere dalla paura. Paure della malattia, paura della morte, paure della solitudine…anche la morte è un valore: prima o poi dovremo pure anche noi affrontare questo collo di bottiglia, e dobbiamo sapere come affrontarla.
Possiamo sfruttare questa enorme crisi mondiale per trovarci rinati e vincenti. Raccogliamo la sfida!
Personalmente sono disponibile a creare luoghi di accompagnamento, ascolto, confronto, aiuto, sia dal vivo sia sul web. Contattatemi! Cresceremo insieme!
In questo articolo voglio fare una breve riflessione sui meccanismi psicologici che si innescano nei giocatori d’azzardo fino a diventare una dipendenza e come mai diventano dipendenti alcuni soggetti e altri no, tenendo conto che scommettere e partecipare ai giochi in cui c’è una posta che si può vincere o perdere appartiene all’essere umano.
Essendo italiana ho osservato come l’italiano sia un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso.
L’uomo è l’unico essere vivente che gioca da quando nasce fino alla morte, mentre altre specie giocano fino a che il cucciolo diventa adulto e ha imparato tutto ciò che deve sapere per vivere nel branco.
Il gioco per l’uomo ha tre funzioni fondamentali: gioco Bambino o ludico importante per sviluppare la creatività, per rigenerarsi, per elaborare, gestire e conoscere le emozioni. Il gioco Adulto, permette di acquisire conoscenze, sviluppa la parte cognitiva, la collaborazione, il pensiero complesso utile per effettuare il problem solving. Infine il gioco Genitore aiuta ad acquisireregole sociali, morali, i valori, a diventare cittadino e genitore, acquisendo modelli dalle proprie figure genitoriali e dalla società in cui l’individuo vive.
Nell’Analisi Transazionale Genitore, Adulto e Bambino indicano tre Stati dell’Io che comprendono comportamenti, pensieri e sentimenti acquisiti nell’arco della nostra vita personale, fin dal momento del concepimento, e di quella sociale che inizia nella propria famiglia.
Per capire meglio cosa si intende per Stati dell’Io riporto le definizioni di C. Moiso e M. Novellino che hanno riportato nel loro libro “Gli Stati dell’Io”.
Stato dell’Io Bambino è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti che si strutturano fin dall’infanzia, è creativo, curioso, spontaneo e ricco di pulsioni. Stato dell’Io Adulto è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti autonomi e adeguati alla realtà presente, sa fare un esame di realtà, dà e raccoglie informazioni e le elabora per giungere ad una risposta cognitiva e comportamentale adeguata alla situazione. Stato dell’Io Genitore è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti incorporati dall’esterno, ossia dalle nostre figure genitoriali (mamma, papà, nonni, fratelli, insegnanti, ecc.), fornisce divieti, regole, incoraggiamenti, ma prova anche emozioni acquisite.
Dagli studi e approfondimenti che ho effettuato seguendo corsi di formazione, ho fatto delle riflessioni su come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.
Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Alle volte il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri.
Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce.
Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgrediree il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.
Cosa significa essere dipendenti? Solitamente la persona dipendente: dal gioco, da sostanze, da cibo o affettivamente dipendente, cerca di colmare la carenza di carenze psichiche che non ha ricevuto nella sua vita passata, ma con il suo atteggiamento e la sua difficoltà relazionale finisce con il confermare a se stessa che nulla cambierà.
Il giocatore d’azzardo sovente presenta altre dipendenze (da sostanze o da alcol) ed il suo atteggiamento verso se stesso, gli altri e il mondo è caratterizzato da una combinazione di elementi lesivi: avverte il bisogno di giocare somme sempre più alte per provare un’eccitazione maggiore, diventa irrequieto e irritabile quando il gioco viene interrotto, fa parecchi tentativi di controllarsi ma falliscono inesorabilmente, è preoccupato per ciò che potrà accadere a lui e alla sua famiglia, cerca di trovare modi per trovare i soldi appoggiandosi agli altri per rifarsi dalle perdite, gioca somme sempre più alte, perde le relazioni amichevoli e il lavoro, insomma rischia di finire in un baratro di disperazione in cui il senso di colpa lo attanaglia..
Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca della vincita, ma vuole ed è convinto di controllare la perdita, la quale è data dal caso; purtroppo egli non si rende conto che il caso, proprio per la sua caratteristica di imprevedibilità, non può essere controllato.
Uscire da questo “giro vizioso”, che sembra non finire mai è possibile, faticoso ma possibile; intanto è fondamentale che la persona riconosca di essere un giocatore d’azzardo, quindi di avere una dipendenza, che perderà sempre il denaro che gioca e anche di più, perché non si fermerà alla prima vincita e che ha bisogno degli altri per uscire dal baratro del gioco, da solo non può farcela.
Il giocatore d’azzardo può tornar ad una vita più serena e tranquilla nel momento in cui individua il significato che il gioco ha per sé e cosa sta sostituendo con esso: il senso di vuoto, la continua ricerca della propria autostima, la rivincita su coloro che lo continuano a svalutare.
Queste persone sono molto sofferenti, hanno bisogno di essere comprese e non demonizzate, di sentirsi amate e di “vedere” che è possibile uscire da baratro, ma devono fare un percorso non facile di consapevolezza e di ristrutturazione della propria personalità e che necessitano di un caregiver, al quale spetta un compito arduo ed è per questo che anch’esso ha bisogno di un sostegno molto saldo.
Costruire una rete intorno al giocatore a al cargiver è l’elemento fondamentale per una riuscita del percorso psicoterapeutico
LA SERENITA’ E LA TRANQUILLITA’SI POSSONO RAGGIUNGERE
BIBLIOGRAFIA
C. Moiso e M. Novellino Gli Stati dell’Io Astrolabio edizione 1982
E. Berne “Ciao!”…. e poi? Bompiani edizione 1987
C. M. Steiner Copioni di vita Edizioni La Vita Felice edizione 2005