LE EMOZIONI SONO INTELLIGENZA

a cura di Lucia Laudi

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

Le emozioni hanno il grande potere di impadronirsi di noi, dei nostri pensieri e comportamenti e se non sappiamo gestirle ci inducono a fare atti imprevedibili e non sempre positivi e costruttivi, ma nello stesso tempo sono il motore della nostra vita affettiva, sociale e lavorativa.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

L’autore riporta come studi scientifici hanno messo in evidenza che i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna fermarsi a dire “sono fatto così”, perché si può educare a riconoscere le emozioni e a gestirle; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia, dalla scuola e da tutta la vita sociale che appartiene all’individuo.

Molte volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni anche molto intense che non riusciamo a distinguere, ma avvertiamo un’energia forte che ci spinge a compiere azioni impulsive che non sempre sono salvifiche, quindi deconfondere e fare una metacognizione permette di capire se la situazione in cui ci troviamo  richiede un agire tempestivo o la riflessione.

La nostra società tende a negare la natura, richiede di non ascoltare le emozioni perché considerate infantili o segni di debolezza e dà molta importanza al QI, alla logica, senza tenere conto che la mente umana è prevalentemente intuitiva e creativa e meno logica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, in particolare dall’amigdala e dall’ippocampo che sono in collegamento con la materia grigia della corteccia frontale.

Come funzioniamo? Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: un pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione o altro, mandano l’impulso alla corteccia frontale, la quale elabora e rimanda all’amigdala la risposta, che si trasforma in agito.

Un mal funzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, poiché la corteccia frontale ha la funzione di controllo dell’emozioni, impedendo di effettuare degli agiti inconsulti, se non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus.

Il fatto che ci sia un mal funzionamento del circuito neurologico delle emozioni non significa che non si possa intervenire educando, anzi l’educazione alle emozioni è fondamentale, perché permette al cervello di formare i circuiti adeguati e nuovi.

Quando le emozioni sopraffanno la concentrazione la annientano o meglio intaccano una memoria particolare, che gli scienziati chiamano memoria di lavoro, ossia l’abilità di tenere a mente tutte le operazioni che si devono compiere per portare a termine il compito prestabilito.

Fino a qui sembra che le emozioni negative siano quelle che hanno maggior potenza, ma non è proprio così, anche le emozioni positive hanno una grande incidenza sulla riuscita del raggiungimento di obiettivi, che richiedono grandi sacrifici.

Pensiamo ad una situazione dove viene richiesto un grande sacrificio come agli atleti agonistici o restando nella quotidianità, agli allievi che hanno difficoltà nello studio come i DSA, se questi soggetti non avessero la capacità di automotivarsi e di rialzarsi ad ogni fallimento, accompagnati da sentimenti come la perseveranza e l’entusiasmo.

Ogni emozione ha degli effetti nocivi, come l’ansia da prestazione che blocca l’azione e il pensiero, o utili e fruttuosi in quanto sono dei propulsori che spingono il soggetto a dare il meglio di sé. La differenza dell’agito emotivo viene determinata sia dal funzionamento neurologico , che differisce da individuo a individuo, sia dai messaggi che egli ha ricevuto durante la vita , soprattutto nell’infanzia.

L’ansia e la prestazione hanno un rapporto stretto, ad esempio un basso livello d’ansia produce apatia o motivazione molto scarsa per cui la prestazione (intellettiva, sportiva o di altro genere) non darà buoni frutti, mentre un’ansia esagerata saboterà qualunque tentativo di successo. L’ideale è un rapporto ottimale tra ansia e prestazione che creerà il nervosismo necessario per raggiungere il traguardo.

Molti libri di psicologia, come quello di D. Goleman “Intelligenza emotiva”, riportano come il buon umore sia un antidoto per superare lo scoramento e il fallimento. Molti studi riportano che i soggetti con buon umore hanno una migliore prestazione rispetto a quelli con un umore negativo o neutro. Quindi è fondamentale un giusto grado di tensione quando si deve effettuare una prestazione; perché un livello basso genera apatia, un livello alto genera ansia fino a diventare, in casi estremi, ad attacchi di panico, mentre un livello adeguato della tensione porta il soggetto a dare il meglio di sé.

Saper leggere e riconoscere le emozioni e saperle gestire in modo tale che diventino energia propulsiva positiva conducono l’individuo a formare l’autoconsapevolezza, che è fondamentale per raggiungere la capacità di comprendere e provare ciò che prova l’altro ossia l’empatia; tutto questo sfocia nell’altruismo.

Il Po in secca

Gli alessitimici sono persone prive di empatia, la cui mancanza porta gravi conseguenze. Pensiamo ai killer, serial killer e pedofili. Tali individui sono confusi sui propri sentimenti, non sanno riconoscerli e gestirli e soprattutto non sanno da cosa vengono generati, di conseguenza non hanno la capacità empatica, non sono in grado di capire e sentire cosa prova la vittima. Sono persone completamente perdute.

Essendo io una psicoterapeuta analista transazionale ritengo che per curare al meglio le persone con disagi più o meno gravi, sia fondamentale considerare l’essere umano in tutti i suoi aspetti corpo, intelletto emozioni e spirito; Voglio analizzare ciò che ho scritto secondo i termini dell’Analisi Transazionale.

La nostra psiche è formata da tre Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino, quest’ultimo, è impulsivo, empatico, creativo e sa trovare delle strategie per risolvere situazioni problematiche con il “Piccolo Professore”, che è una parte intuitiva e usa le sue conoscenze per destreggiarsi al meglio nella vita di tutti i giorni.

Il Genitore è uno Stato dell’Io che adotta modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti acquisiti dalle figure genitoriali (mamma, papà, nonni, insegnanti, fratelli, ecc.); è costituito da regole, permessi e divieti acquisiti non solo dalle figure genitoriali, ma anche dalla società a cui appartiene il soggetto. In fine l’Adulto è logico, raccoglie e dà informazioni, le elabora e usa modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti del “qui è ora”, ossia adeguati alla situazione presente.

Vediamo ora come le neuroscienze e l’Analisi Transazionale possono collaborare per comprendere al meglio il funzionamento dell’uomo per poter giungere a curare con più efficacia le patologie psicologiche.

Come già accennato precedentemente, le emozioni attivano il sistema limbico, in modo particolare il talamo e l’amigdala , quest’ultima manda dei segnali alla corteccia cerebrale frontale, in specifico alla materia grigia, la quale elabora i segnali e rimanda all’amigdala gli impulsi necessari per controllare le emozioni affinché non prendano il sopravvento, inducendo il soggetto a compiere degli atti impulsivi che possono essere dannosi per se stesso e gli altri.

Usando i termini dell’Analisi Transazionale il Bambino rivive traumi passati, anche piccoli, come se fossero presente e l’Adulto non riesce a tenere il controllo e a fare un esame di realtà. Quindi il primo passo da fare nella terapia è quello di attivare l’Adulto che conduce sia il Bambino, sia il Genitore alla consapevolezza che si sta vivendo una situazione presente e diversa dal passato, con persone differenti da quelle che hanno creato il trauma.

Successivamente è necessario far elaborare allo Stato dell’Io Bambino che le emozioni si possono gestire e che sono utili per la nostra vita e non dannose e condurlo all’accettazione che il passato non si può modificare, ma che si può ripartire fin da subito con modalità differenti e positive per la vita attuale. L’altro passo da fare, sovente queste fasi avvengono in contemporanea, è costruire un nuovo Genitore che dà dei permessi che il vecchio Genitore considerati dei divieti, come ad esempio: “Puoi provare emozioni fino ad ora vietate”, “Puoi essere te stesso, anche se sei differente da ciò che ci aspettavamo da te” e così via.

Le idee rigide del Genitore e le false idee del Bambino con il tempo diventano degli schemi rigidi e ripetitivi, ma intrisi affettivamente ed emotivamente, fino ad imprimersi nella memoria, in modo particolare in quella emotiva. Questi schemi con il tempo invadono l’Adulto fino al punto di convincerlo fermamente che le cose stanno così come crede e che quegli schemi sono la via giusta per la soluzione del problema, diventando un modo di pensare proprio che la vita del soggetto ha confermato.

Quando tali schemi diventano un abito stretto perdono la loro funzionalità, anzi diventano disfunzionali, creando disagio emotivo, conflitti interiori e spesso anche con l’ambiente sociale, allora la persona inizia a soffrire profondamente e a manifestare la patologia psicologica.

Le figure, del passato che una volta erano reali e che hanno creato dolore e sofferenza, nel presente sono diventati dei fantasmi con una forza emotiva sulla vita attuale del soggetto.

Le figure genitoriali dell’infanzia e dell’adolescenza vengono introiettate e agiscono nella vita adulta come se fossero reali, solo che sono dentro di noi e ci sembra più difficile farle smettere di bloccarci e di svalutarci, impedendo di essere noi stessi e facendoci credere che le loro convinzioni sono anche le nostre e che la vita “è proprio così come loro dicono”.

Nella terapia il primo passo da fare è deconfondere, ossia comprendere ciò che appartiene al soggetto, come i suoi bisogni, e la sua indole e ciò che fa parte delle figure genitoriali, come le loro convinzioni e paure. In Analisi Transazionale vuol dire comprendere e sentire emotivamente ciò che appartiene al Genitore suo e a quello delle figure genitoriali, al Bambino e all’Adulto

La persona in terapia deve diventare consapevole e sentire dentro di sé cosa gli appartiene e cosa no, solo dopo sarà in grado di elaborare le sue sofferenze e trovare cosa mettere al posto delle sue vecchie convinzioni su di sé, sull’altro e sulla vita.

Attraverso questo articolo il mio intento è quello di far comprendere come le emozioni sono il motore delle nostre azioni e decisioni, senza saremmo inermi, privi di progettualità e non avremmo energia per raggiungere i nostri obiettivi e per rialzarci dai fallimenti. Per questo ritengo fondamentale rendere i nostri figli, fin da piccoli, consapevoli delle loro emozioni, riconoscerle e saperle gestire a finché esse li conducano ad agire per il bene dell’altro e di se stessi.

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DIVIDE ET IMPERA*

a cura di Rossana Centis

Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.

Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.

Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.

 Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.

Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.

Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.

Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra.  Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?

Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?

L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.

Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.

In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.  

 Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.

*divide et impera ( cit da Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).

Chi ha spostato il mio formaggio?

RECENSIONE DEL LIBRO DI

Spencer Johnson “Chi ha spostato il mio formaggio?”

Dot.ssa Lucia Laudi psicoterapeuta

In questa mia breve recensione scriverò con la maiuscola le parole Labirinto e Formaggio, perché per lo scrittore hanno un significato ben preciso.

Johnson scrive una storia ricca di significati e di metafore che riguardano sia la vita privata, il nostro modo di essere e di leggere la realtà, sia la nostra vita sociale, come interagiamo con gli altri.

Questo libro racconta di quattro personaggi fantastici, due topolini e due gnomi, che cercano il loro Formaggio all’interno di un Labirinto, in cui avverranno molti cambiamenti, non solo della posizione del Formaggio, ma anche degli stessi personaggi.

Il Labirinto rappresenta la nostra vita, in cui ognuno di noi deve trovare la strada per raggiungere l’autostima, la serenità, ma soprattutto lungo questo percorso, che inizia con la nascita (direi con il concepimento) e finisce con la morte, dobbiamo imparare ad essere resilienti in modo da affrontare i cambiamenti non solo della vita sociale, ma anche di quella personale. Si, perché solo cambiando, ma rispettando la nostra natura, possiamo affrontare gli ostacoli che si presentano nel Labirinto.

Ognuno di noi va alla ricerca del proprio Formaggio che sarà diverso a secondo della nostra natura. Esso rappresenta tutto ciò che vogliamo ottenere e i nostri desideri: una casa, il lavoro, la carriera, la libertà, la salute, lo sport o la pace spirituale.

Le persone hanno una loro concezione del Formaggio, ma tute lo vogliono ottenere perché sono convinte che ha il potere di procurare la felicità e ne diventano dipendenti quando lo raggiungono e se lo perdono ne restano sconvolti .

Il Labirinto è il luogo dove si cerca il Formaggio, oggetto del nostro desiderio.

Quando otteniamo un buon risultato come una buona azione, l’avanzamento di carriera, un bel voto a scuola, di un esame o il superamento di un concorso ci aspettiamo un riconoscimento dalle persone che ci circondano, anche questo è il Formaggio, ma se ciò non avviene, non riusciamo a raggiungerlo e ci sentiamo affranti e scoraggiati.

Questo è il momento della svolta dove il negativo diventa positivo, perché guardando con altri occhi il nostro fallimento, ci accorgiamo che il Formaggio è solo stato spostato e in realtà abbiamo davanti nuove opportunità, strade diverse che ci possono portare alla felicità e alla realizzazione dei nostri desideri.

In questo racconto emerge un altro fattore fondamentale quanto la capacità di resilienza per raggiungere il Formaggio, la capacità di cooperare, abbiamo bisogno degli altri. Grazie alla collaborazione possiamo fare quei cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio quando si sposta.

Nella vita è necessario essere flessibili e avere una visione del cambiamento, in modo da comprenderlo ed accettarlo; perché vivere nella turbolenza della vita che ci sballotta da un cambiamento all’altro, a volte repentini, procura un forte stress, che grazie all’unione della resilienza con la collaborazione possiamo affrontarli.

 I due topolini Nasofino e Trottolino e i due gnomi Tentenna e Ridolino, rappresentano la parte semplice e quella complessa di noi  stessi, che fanno parte della nostra natura di uomo.

Nasofino fiuta per tempo il cambiamento, Trottolino scalpita per entrare in azione, Tentenna nega il cambiamento e vi resiste, mentre Ridolino si adatta prontamente al cambiamento, quando comprende che questa è la via migliore per raggiungere il Formaggio.

I quattro personaggi rappresentano parti della personalità umana che solitamente scegliamo di usare quando agiamo o pensiamo, non importa quale essa sia, quello che è importante e che ci accomuna tutti è la necessità di trovare la nostra strada nel Labirinto per affrontare con successo i cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio.

Questo libro è molto utile per comprendere quale parte tendiamo a mettere in atto, se abbiamo una buona resilienza e capacità di collaborazione e la sua lettura e analisi è risultata molto utile sia in azienda che in psicoterapia, per aiutare team, copie, adulti e adolescenti a far fronte agli stress della vita.

I MECCANISMI DEL GIOCO D’AZZARDO

Dot.ssa Lucia Laudi

L’italiano è un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso. Come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.

Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare, a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri. Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce. Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgredire e il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.

La tentazione prende il sopravvento

Gestire il nostro interiore porta alla tranquillità

MORTE DA COVID? NO, GRAZIE

Questo è un messaggio di SPERANZA. Sono molto colpita dal crescendo di  notizie   di giovani e giovanissimi che soccombono  perché compiono o subiscono atti autodistruttivi.  Giovani generazioni allo sbaraglio, senza argini di riferimento, evidentemente  senza  sufficienti punti di appoggio  per  percepire il senso della loro vita.  E i genitori alla disperazione.  Ma la disperazione aleggiava nell’aria  già prima del disfacimento   dei figli.

Cosa ci sta succedendo?

Non  lasciamoci appendere al collo una macina che ci trascina al fondo del fiume. Questa è la vera morte da Covid. Alziamo gli occhi  e guardiamo alla vita.

 I nostri figli ha bisogno  di guardare in alto  per trovare le energie  vitali per affrontare  i loro giorni.  Loro ci osservano e noi possiamo insegnare a loro  come rispondere alle sfide della vita.

In questo siamo un popolo esperto, siamo abili nelle ricostruzioni, le nostre famiglie hanno storicamente   superato  dei gravi frangenti sociali  nei secoli scorsi, e  possiamo re-incamminarci, abbiamo le energie etiche e  di fantasia per  camminare attraverso  emergenze, disastri,  perdite,  ostacoli.

 Ognuno di noi ha nel suo DNA  le risorse per costruire e  ricostruire  contrastando le forze distruttive. CREDIAMOCI.

 Bisogna ripartire da ciò  che abbiamo tra le mani: la scintilla vitale.  Reimpariamo a  capire quali sono le cose essenziali e condividerle (questo lo possiamo fare anche con mascherine, distanziamento sociale e sanificazioni di mani ed ambienti). Guardiamoci negli occhi e guardiamo  negli occhi i nostri figli,  che  hanno bisogno di comprendere   attraverso di noi cosa   può essere lasciato andare  e cosa va trattenuto a tutti i costi perché ha valore, devono imparare a scegliere.

L’importante è che non ci lasciamo vincere dalla paura.   Paure della malattia, paura della morte, paure della solitudine…anche la morte è un valore:  prima o poi dovremo pure anche noi affrontare questo collo di bottiglia, e dobbiamo sapere come affrontarla.  

Possiamo sfruttare questa enorme crisi mondiale per trovarci rinati e vincenti. Raccogliamo la sfida!

 Personalmente sono disponibile a creare luoghi di  accompagnamento,  ascolto,  confronto, aiuto, sia dal vivo sia sul web. Contattatemi!  Cresceremo insieme!

IL GIOCO D’AZZARDO: COME GUARIRE

A cura di Lucia Laudi

In questo articolo voglio fare una breve riflessione sui meccanismi psicologici che  si innescano nei giocatori d’azzardo fino a diventare una dipendenza e come mai diventano dipendenti alcuni soggetti e altri no, tenendo conto che scommettere e  partecipare ai giochi in cui c’è una posta che si può vincere o perdere  appartiene all’essere umano.

 Essendo italiana ho osservato come l’italiano sia un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso.

L’uomo è l’unico essere vivente che gioca da quando nasce fino alla morte, mentre altre specie giocano fino a che il cucciolo diventa adulto e ha imparato tutto ciò che deve sapere per vivere nel branco.

Il gioco per l’uomo ha tre funzioni fondamentali: gioco Bambino o ludico importante per sviluppare la creatività, per rigenerarsi, per elaborare, gestire e conoscere le emozioni. Il gioco Adulto, permette di acquisire conoscenze, sviluppa la parte cognitiva, la collaborazione, il pensiero complesso utile per effettuare il problem solving. Infine il gioco Genitore aiuta ad acquisireregole sociali, morali, i valori, a diventare cittadino e genitore, acquisendo modelli dalle proprie figure genitoriali e dalla società in cui l’individuo vive.

Nell’Analisi Transazionale Genitore, Adulto e Bambino indicano tre Stati dell’Io che comprendono comportamenti, pensieri e sentimenti acquisiti nell’arco della nostra vita personale, fin dal momento del concepimento, e di quella sociale che inizia nella propria famiglia.

Per capire meglio cosa si intende per Stati dell’Io riporto le definizioni di C. Moiso e M. Novellino che hanno riportato nel loro libro “Gli Stati dell’Io”.

 Stato dell’Io Bambino è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti che si strutturano fin dall’infanzia, è creativo, curioso, spontaneo e ricco di pulsioni. Stato dell’Io Adulto è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti autonomi e adeguati alla realtà presente, sa fare un esame di realtà, dà e raccoglie informazioni e le elabora per giungere ad una risposta cognitiva e comportamentale adeguata alla situazione. Stato dell’Io Genitore è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti incorporati dall’esterno, ossia dalle nostre figure genitoriali (mamma, papà, nonni, fratelli, insegnanti, ecc.), fornisce divieti, regole, incoraggiamenti, ma prova anche emozioni acquisite.

Dagli studi e approfondimenti che ho effettuato seguendo corsi di formazione, ho fatto delle riflessioni su come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.

Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Alle volte il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri.

 Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce.

Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgrediree il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.

Cosa significa essere dipendenti? Solitamente la persona dipendente: dal gioco, da sostanze, da cibo o affettivamente dipendente, cerca di colmare la carenza di carenze psichiche che non ha ricevuto nella sua vita passata, ma con il suo atteggiamento e la sua difficoltà relazionale finisce con il confermare a se stessa che nulla cambierà.

Il giocatore d’azzardo sovente presenta altre dipendenze (da sostanze o da alcol) ed il suo atteggiamento verso se stesso, gli altri e il mondo è caratterizzato da una combinazione di elementi lesivi: avverte il bisogno di giocare somme sempre più alte per provare un’eccitazione maggiore, diventa irrequieto e irritabile quando il gioco viene interrotto, fa parecchi tentativi di controllarsi ma falliscono inesorabilmente, è preoccupato per ciò che potrà accadere a lui e alla sua famiglia, cerca di trovare modi per trovare i soldi appoggiandosi agli altri per rifarsi dalle perdite, gioca somme sempre più alte, perde le relazioni amichevoli e il lavoro, insomma rischia di finire in un baratro di disperazione in cui il senso di colpa lo attanaglia..

Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca della vincita, ma vuole ed è convinto di controllare la perdita, la quale è data dal caso; purtroppo egli non si rende conto che il caso, proprio per la sua caratteristica di imprevedibilità, non può essere controllato.

Uscire da questo “giro vizioso”, che sembra non finire mai è possibile, faticoso ma possibile; intanto è fondamentale che la persona riconosca di essere un giocatore d’azzardo, quindi di avere una dipendenza, che perderà sempre il denaro che gioca e anche di più, perché non si fermerà alla prima vincita e che ha bisogno degli altri per uscire dal baratro del gioco, da solo non può farcela.

Il giocatore d’azzardo può tornar ad una vita più serena e tranquilla nel momento in cui individua il significato che il gioco ha per sé e cosa sta sostituendo con esso: il senso di vuoto, la continua ricerca della propria autostima, la rivincita su coloro che lo continuano a svalutare.

Queste persone sono molto sofferenti, hanno bisogno di essere comprese e non demonizzate, di sentirsi amate e di “vedere” che è possibile uscire da baratro, ma  devono fare un percorso non facile di consapevolezza e di ristrutturazione della propria personalità e che necessitano di un caregiver, al quale spetta un compito arduo ed è per questo che anch’esso ha bisogno di un sostegno molto saldo.

Costruire una rete intorno al giocatore a al cargiver è l’elemento fondamentale per una riuscita del percorso psicoterapeutico

LA SERENITA’ E LA TRANQUILLITA’SI POSSONO RAGGIUNGERE

BIBLIOGRAFIA

C. Moiso e M. Novellino Gli Stati dell’Io Astrolabio  edizione 1982

E. Berne  “Ciao!”…. e poi?   Bompiani  edizione 1987

C. M. Steiner Copioni di vita  Edizioni La Vita Felice edizione 2005

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Le bugie dei bambini

Rossana Centis

Le bugie per i bambini  sono un evento molto comune.  Ma non tutte hanno lo stesso significato, la stessa valenza.  In un ambito di sviluppo normale, dipende molto dall’età il significato  da attribuire  alla  bugia:  nella prima infanzia  l’esame di realtà non è maturo, è agli inizi del suo sviluppo, mentre man mano che l’ età  aumenta e le capacità cognitive di conoscenza e di organizzazione  dei dati di realtà  si incrementano,  possono venire interiorizzate  norme e principi morali  e di conseguenza   la cognizione di   dire una bugia.  

Le bugie nei bambini nella prima infanzia

 E’ possibile che  quando un piccolo bambino fa delle affermazioni che non sono congruenti con la realtà  la mente dell’adulto le classifica automaticamente come “ bugia”;  ma spesso non ci troviamo di fronte ad una manipolazione della verità, della realtà, ma ad una lettura  magica,  immaginaria.   Non  è insolito che  il piccolo bambino  che non si è ancora differenziato  dalla madre, percepisca  quest’ultima  come un “ prolungamento di sé”: un compito che non riesce a portare a termine ( ad esempio un disegno)  viene affidato alla mamma  per essere completato, e non viene percepita la autonomia delle due realizzazioni. Infatti solo   alla fine della prima infanzia   i bambini raggiungono una  sufficiente  e consapevole distinzione tra fantasia e realtà, tra sé e non-sé. Nei primi anni dello sviluppo predomina ancora un pensiero in qualche modo “magico” e onnipotente che mischia fantasia e realtà inventando storie immaginarie. Lentamente, attraverso la simulazione del  mondo degli adulti col gioco,   il bambino impara a conoscere il  proprio ed autonomo mondo interno separato da quello esterno,  impara a  conoscere e gestire emozioni e conflitti rielaborando e assegnando differenti significati e versioni ai dati di esperienza che man mano acquisisce.

Le bugie nei bambini in età scolare

E’ soltanto a partire dai 6-7 anni,  con lo strutturarsi di un pensiero di tipo operativo  quando il funzionamento della realtà comincia ad essere noto e prevedibile, che i bambini  cominciano a distinguere cosa è reale in base alla loro esperienza  e cosa non lo è,  imparano ad uniformarsi a norme ed aspettative altrui e, con esse,  acquisiscono il significato morale della distinzione tra verità e menzogna: quello del dire la verità è ora un valore che può procurare riconoscimento da parte dei genitori e accrescere quindi la stima di sé stessi. E’ quindi anche a partire da questa età che le bugie stesse possono essere usate dai bambini con consapevolezza ed intenzionalità al fine di evitare conseguenze spiacevoli o ottenere vantaggi.

 Situazioni  ambientali patologiche

 Diverso è il caso di un percorso di sviluppo  alterato, in cui in bambino  in sviluppo deve    tenere in considerazione  elementi di realtà per lui lesivi o dannosi o violenti,  o invasivi:  in questi casi  è probabile che si sviluppino  delle strategie  psicologiche di sopravvivenza,  che   non permettono un’ adeguato rapporto con  i dati reali esterni e la maturazione  di  un’ articolato  armamentario di conoscenze e strategie personali per affrontare le situazioni.    Ad esempio la paura di essere  sgridati o, peggio, picchiati  dall’adulto di riferimento, in  modo imprevedibile  senza che vengano percepite le relazioni di  causa – effetto,  può produrre   comportamenti di evitamento   non discriminatorio  generalizzati nei confronti di tali figure,  con sviluppo di ritiro schizoide, ideazioni paranoidi,    immaginazioni   ed emozioni distorte che se cristallizzate nell’età adulta possono portare a  quadri gravemente patologici , dal disturbo di personalità a  psicosi di vario grado.

I genitori e le bugie dei bambini

Le vere e proprie bugie possono  assumere significati molto diversi a seconda che costituiscano eventi occasionali  mentre  i bambini  stanno imparando gradualmente a crescere e ad assumersi responsabilità o se rappresentino una modalità ripetitiva e  rigida, stereotipata,  con la quale gestiscono le difficoltà che inevitabilmente incontrano. E’ quindi  importante un processo di comprensione di ciò che sta accadendo  prima di tutto da parte dei genitori: se  la bugia viene percepita come segnale di difficoltà, con implicita richiesta di aiuto,  la risposta sarà un empatico processo educativo e di sostegno alla maturazione del figlio;  se la risposta genitoriale  è rigida e   bloccante, con  rimproveri  e  richieste di  adeguatezza senza che venga fornito un sufficiente supporto all’autostima personale,   ciò  può contribuire a   creare un  clima interno di depressione, di sfiducia,  fino alla disperazione  ed alla percezione  di un senso di solitudine e di vuoto. 

ADOLESCENTI E GIOVANI: L’ISOLAMENTO GENERA DEPRESSIONE E ATTACCHI DI PANICO

A cura di Lucia Laudi

I bambini, gli adolescenti e i giovani stanno attraversando un periodo di sconvolgimento non solo sociale, ma soprattutto psicologico.

I bambini in questo lungo periodo di isolamento o semi isolamento si vedono preclusa la possibilità di giocare, di socializzare, di godere della libertà di esprimere la loro spontaneità e soprattutto fanno fatica a capire il senso di tutto questo, di doversi difendere da un nemico invisibile. 

Gli adolescenti e i giovani dai 20 anni ai 30, oltre a vedersi precluso il gioco, la spontaneità e le relazioni, devono fare i conti anche con il loro sviluppo sessuale e quindi con la necessità di instaurare delle relazioni amorose, di sperimentarsi per comprendere la propria identità, che non è solo sessuale, ma anche psicologica e sociale.

In questa fase di crescita delicata e importante, essi imparano a conoscere il proprio e altrui corpo, a gestire le pulsioni e le emozioni, a individuare il loro orientamento di genere, a conoscere e a rispettare le diversità fisiche e psichiche.

Gli adolescenti e i giovani hanno un grande entusiasmo di diventare grandi, di sperimentarsi nel mondo adulto e sono in quella fase di vita in cui si è pieni di progetti e di voglia di fare esperienze, che il mondo adulto con la sua negligenza e incuria gli sta precludendo.

Questo periodo di pandemia, che reprime la loro fisicità, annulla i loro progetti, le prospettive lavorative e le relazioni sociali, sta soffocando il loro entusiasmo e la grande energia che li pervade, con il grande rischio che questa esploda diventando aggressività, o imploda manifestandosi con la depressione o gli attacchi di panico. 

I nostri ragazzi hanno un bisogno terribile di essere sostenuti in questo periodo in cui la loro vitalità non può esprimersi in modo adeguato per costruire la propria personalità, quindi noi adulti abbiamo il dovere di porre grande attenzione ai loro segnali di disagio, facendoci sentire vicini comprendendoli e condividendo con loro. 

Se troviamo delle difficoltà a gestire tutto questo è importante farci sostenere da uno psicoterapeuta, magari invitando anche il proprio figlio/a a consultarlo

 al fine di capire come gestire la propria tempesta di pulsioni, emozioni, di progetti di vita e la frustrazione di non poterle esprimere e realizzare.

IO PSICOTERAPEUTA E L’ESPERIENZA SALESIANA

a cura di Rossana Centis

Per molti anni ho collaborato con il centro salesiano di psicoterapia del Rebaudengo,  condividendo  ideali e valori.  L’anima della pedagogia salesiana è la “carità pastorale”: gli educatori sono invitati ad agire con amore, cordialità e affetto nei confronto dei ragazzi a loro affidati. Bisogna far comprendere ai giovani di essere amati, poiché chi sa di essere amato ama a sua volta. 

 Lo “stile“ salesiano ricalca ciò che dovrebbe avvenire nella famiglia,   ciò che avviene nella famiglia quando  è sana. Ognuno di noi ha bisogno, per potenziare le proprie potenzialità  e sviluppare le risorse personali per affrontare il mondo,  di sperimentare di essere amato, visto, sostenuto nei momenti difficili, di crisi.  Io devo “esserci” per l’altro, ed esserci  in maniera gratuita,  ho bisogno  di essere amato in modo “incondizionato”, di essere  riconosciuto degno di amore solo perché esisto, senza dover “guadagnare” il diritto di stare al mondo.  Don Bosco aveva  compreso quanto  le relazioni  vissute con amore fossero  indispensabili  soprattutto ai giovani che incontrava quotidianamente, e su questo imperniò il suo “sistema educativo”.

Lavorare come psicoterapeuta   significa per me    inserirmi nella “circolazione amorosa” nelle relazioni, aiutare le persone  che portano la sofferenza di rapporti inadeguate  a guarire ferite  profonde e antiche, che   molto spesso affondano nell’infanzia.  Significa  aiutare i figli  a trovare il loro percorso di crescita che li porterà ad essere adulti  sereni, quando le famiglie   si trovano sotto   il torchio di   spinte deterioranti o  distruttive.   Vivo il mio impegno come un servizio allo sviluppo  di  personalità   mature,  che sappiano  porre i mattoni  per la costruzione di case solide ed accoglienti. 

COSA SIGNIFICA VINCERE L’ATTACCO DI PANICO

A cura della dott.ssa Lucia Laudi

La paura, come ogni altra emozione, ha una funzione ben precisa, quella di avvisarci dell’esistenza di un pericolo, ma a volte questo non corrisponde ad un pericolo reale come cadere in un burrone.

Nella società c’è un pericolo concreto, che incute una paura molto forte fino a diventare attacco di panico, la paura di non essere accettato dagli altri, quegli altri che per noi sono importanti e fondamentali per la nostra sopravvivenza psichica, perché la nostra personalità non corrisponde ai canoni comuni.

Vincere il panico vuol dire cambiare un atteggiamento mentale, rimescolare le carte della nostra vita, modificare il personaggio che ci siamo costruiti fin da piccoli e non farci ingabbiare dalle consuetudini e dai codici di un sociale che non ci corrisponde più e che ci impedisce di esprimere la nostra natura.

L’attacco di panico è una delle forze sotterranee del nostro inconscio che ci spinge in modo travolgente nella realtà, spazzando via i nostri castelli di sabbia, che abbiamo sempre difeso con tutte le nostre forze, pensando che fossero le nostre fondamenta. Il panico non deve essere considerato un nemico da combattere, ma è semplicemente una  manifestazione della nostra parte più vitale e sana, che ci avverte di prenderci cura di noi stessi e del bisogno di vivere un’esistenza in armonia con la natura profonda che appartiene ad ognuno di noi.

Quando ci troviamo di fronte alle nostre paure interiori o reali è fondamentale guardarle in “faccia”, pensare alle situazioni che abbiamo affrontato nella nostra vita e che troveremo un modo per superarle e risolverle, ma soprattutto è importante lasciare spazio alla nostra essenza psichica perché è quella che ci aiuta a superare le avversità. Non possiamo pensare di avere una vita senza paura così come non potrà essere senza dolore, ma c’è anche gioia, serenità e soddisfazione, dobbiamo imparare a vederle e a viverle.

Attrezzando in modo adeguato  la nostra psiche e la nostra mente potremo affrontare burroni assai profondi, gestendo la paura che ci invade quando siamo sospesi in aria, ma alla fine del percorso proveremo una soddisfazione immensa e saremo orgogliosi di noi stessi.

L’Analisi Transazionale e la Psicoterapia Integrativa permettono all’individuo di scoprire la sua natura e di trovare nuovi modi di esprimerla, tenendo conto della società in cui vive.

La psicoterapia fa trovare il CORAGGIO DI VIVERE, insegna ad ascoltare l’attacco di panico, quale bisogno o/e disagio sta comunicando e a mettere in atto nuovi atteggiamenti ed esso se ne andrà da solo.