STRESS

Dott.ssa Lucia Laudi

COS’È LO STRESS?

Lo stress è paragonabile alla febbre, la quale non è la malattia ma è un sintomo, ossia è la reazione del nostro sistema immunitario (anticorpi) ad un agente esterno (virus e batteri). Allo stesso modo lo stress è una reazione di adattamento ad uno squilibro prolungato nel tempo che si è presentato all’interno dell’individuo o nel suo ambiente.

L’insorgere dello stress dipende molto dal modo in cui noi vediamo gli avvenimenti, quindi lo stress non è negativo, perché indica che c’è uno squilibrio nella psiche del soggetto e che deve essere fatto qualcosa per ristabilire l’equilibrio e qui interviene la resilienza, che è la capacità dell’uomo di adattarsi e di far fronte in modo positivo ai cambiamenti anche repentini dell’ambiente o dello stato fisico dell’individuo stesso.

 Ognuno di noi può avere una maggiore o minore resilienza e quindi una capacità individuale di adattarsi. Il vantaggio della resilienza è che non è un fattore congenito, ma può essere potenziata soprattutto quando si è motivati a farlo da circostanze particolari.

Come riscoprire le nostre risorse per superare lo stress

L’essere umano ha molte risorse per difendersi da attacchi, sia da parte di agenti ambientali (virus, batteri), sia da quelli sociali e psicologici.

L’uomo è costituito da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito che sono delle grandi armi di difesa. Bene: usiamole! Ma per far ciò dobbiamo conoscerle, quindi conoscerci nel profondo.

Questo è un buon momento per riflettere in modo capillare e far sì che delle esperienze negative e molto spiacevoli come una pandemia o la crisi determinata da una guerra che obbliga le persone a delle ristrettezze drastiche, come essere chiusi in casa senza poter vedere le persone che si amano e con cui fino al giorno prima si avevano delle relazioni di intimità, diventino delle esperienze positive per la crescita individuale e sociale.

 La capacità del soggetto di trasformare esperienze e vissuti spiacevoli e anche traumatici in momenti che permettono di elaborare, riflettere e prendere delle decisioni di cambiamento sia comportamentale, sia psichico è determinante per superare lo stress.

Come un uccello si abitua a vivere in città.

IL GENERE FATTORE BIOLOGICO O CULTURALE?

Dott.ssa Lucia Laudi

Quando si parla di sesso si fa riferimento ad un fattore biologico e naturale, ossia un individuo che nasce con organi genitali maschili o femminili, diverso è se si parla di identità di genere, che si costruisce attraverso la cultura.

Le società hanno determinato il genere con dei simboli come il colore, i giochi, i ruoli sociali.

Nella storia dell’uomo la distinzione dei compiti è stata una questione di forza come la caccia, la guerra e i lavori pesanti, li faceva il maschio perché più forte, mentre la donna svolgeva compiti di cura dei figli, del focolore, degli animali domestici e la raccolta.

Inizialmente l’identità di genere è stata determinata dalla forza, con il tempo da un fattore culturale, infatti molti lavori pesanti vengono svolti dalle macchine per cui la forza non viene più richiesta, ma restano molti lavori tipicamente femminili e altri maschili, pensiamo alle educatrici del nido o alle maestre della materna  sono unicamente donne, pochi i maestri alle elementari, poche le donne camioniste o saldatori (se si dice saldatrici ci si riferisce alla strumentazione).

Quindi il genere avviene attraverso l’educazione e i riti di passaggio, che nella cultura occidentale ormai sono sempre più rari. Tra i Taneka, popolazione del Benin, i bambini piccoli vengono considerati come animaletti selvatici, cioè non sono ancora definiti nel genere. Anche in altre lingue come l’inglese e il tedesco il termine bambino è neutro.

L’ansia

Dott.ssa Lucia Laudi

L’ORIGINE DELL’ANSIA

Il disturbo d’ansia ha origine dal rapporto che si instaura tra la madre e il bambino fin dal momento del concepimento.

Il piccolo per nove mesi vive in un ambiente sicuro: la temperatura è sempre costante, non prova i morsi della fame e i grampi alla pancia quando deve evacuare, insomma non ci sono ostacoli, ovviamente parlo di una gravidanza con un percorso regolare, ma quando inizia il travaglio egli si trova difronte alla prima grande difficoltà accompagnata da un dolore mai provato prima. Egli si trova per la prima volta in un marasma di sensazioni fisiche ed emozioni che lo travolgono come uno tsunami. La nascita è il primo momento in cui la madre deve saper accogliere il piccolo, attaccandolo subito al seno, avvolgerlo in un braccio confortevole, in modo che non abbia la sensazione del vuoto, della solitudine che sono alla base dell’ansia.

Il bambino appena nato sente che lo spazio tra lui e la madre non è sicuro e se questa non ha gli strumenti per percepire tale insicurezza non può intervenire in modo adeguato per gestire la sua fragilità. Egli non si rende conto che c’è un Io e un Tu, che c’è un mondo costituito da persone con una loro identità, con dei bisogni, ma lui è il mondo e se questo mondo non è sicuro ecco che arriva l’ansia e il panico.

Quando il bambino piange e la madre non sa il perché è importante rassicurarlo accarezzandolo, tenendolo in braccio e parlargli dolcemente, questo gli permette di  iniziare a costruire una base sicura e di percepire che lui può affrontare le difficoltà e che ci si può fidare degli altri.

In questi momenti il bambino avverte uno stato di tensione, che diventa una sensazione di solitudine, che se si protrae nei primi tre anni di vita, può trasformarsi in una sensazione di incapacità e impotenza, rinforzate dalla convinzione di non poter risolvere i problemi, per poi diventare nell’età adulta un disturbo d’ansia a volte accompagnata da attacchi di panico. Il bambino ha bisogno di “carezze” (fisiche e non) per sentire che esiste, che può farcela a superare le avversità della vita, esse sono il nutrimento della spina dorsale, che senza si atrofizza insieme alla psiche.

L’ansia ha origine dalla mancanza di riconoscimento e da messaggi che provengono dall’esterno: “esisto solo se ci sei tu”, “se tu provi ansia io provo ansia” per diventare una convinzione che “il mondo è pericoloso e da solo non posso farcela”.

Nei primi tre anni di vita è importante incoraggiare il piccolo ad affrontare i sui problemi che per noi sono niente ma per lui sono tanto; ad esempio se vuole salire su una sedia bisogna lasciarlo fare, dandogli un semplice appoggio in modo che senta il senso di sicurezza, ma nello stesso tempo ha la percezione che è lui ad essere riuscito nell’intento e quando ce la fa mostrargli  la nostra felicità perché è riuscito da solo.

L’ansia può essere determinata da altri due fattori: uno stress post traumatico dato da un’esperienza che ha provocato paura improvvisa ed intensa, accompagnata da un senso di impotenza o può essere appresa  dalle figure genitoriali che danno continui input ansiogeni, come “Non accarezzare i cani perché sono pericolosi”, “Il mondo è pericoloso” o “Non fidarti degli altri”.

Nel primo caso il trauma può essere causato da un evento realmente pericoloso o da un insieme di eventi che per un adulto sono di poco conto, come una sgridata fatta in pubblico, in questo caso alla paura si aggiunge anche la vergona.

E’ importante  elaborare il trauma in modo che l’adolescente o l’adulto smetta di portarsi dietro quel bambino spaventato e pieno di vergogna  e non generalizzi più a tutte le esperienze quella paura terribile, vivendola nel qui ed ora come se fosse reale ancora oggi, così che la persona acquisisca la capacità di gestire le emozioni spiacevoli causate da esperienze che provocano agitazione, paura o preoccupazione. Nel secondo caso è importante comprendere che l’ansia non è propria, ma delle figure genitoriali.

Una mamma o un papà o peggio ancora entrambi, che a ogni delusione che il figlio subisce o un suo fallimento o anche delle semplici cadute che sbucciano un ginocchio si spaventano e si preoccupano eccessivamente, insegnano al figlio che il mondo è spaventoso e che non può farcela da solo ed ecco che il figlio diventa insicuro e convinto che in questo mondo difficile non ce la farà mai.

L’ansia ha origine sia dalla mancanza di stimoli di riconoscimento e di protezione, che permettono al cervello di formare delle connessioni neuronali che si attiveranno per tutta la vita, sia dalla mancanza di permessi e incoraggiamenti da parte delle figure genitoriali: “ce la puoi fare da solo”, “puoi essere diverso da me”, “puoi diventare autonomo e prendere le tue decisioni”, “quando ne hai bisogno voltati che io ci sarò a sostenerti”.

Un bambino diventa ansioso perché assorbe l’ansia della madre che fa fatica a cogliere i disagi del piccolo di pochi mesi che li esprime con pianti a volte protratti nel tempo e da qui si innesca un meccanismo in cui la madre pur di non affrontare la sua ansia lo iperprotegge, evitandogli, nei primi tre anni, di farsi le prime esperienze spiacevoli della vita che gli permettono di costruire la sua “base sicura”.

Purtroppo questo meccanismo si instaura anche nel padre, che è la figura che introduce il figlio nel mondo, che gli fa vedere come affrontare le avversità della vita e come relazionarsi.

Il piccolo diventa un adolescente che, per forza di cose, si trova da solo ad affrontare i coetanei e gli adulti, come gli insegnanti, ma non ha una base sicura e questo lo proietta nel baratro dell’ansia e del panico, il nuovo lo spaventa perché è incerto e non avendo la sicurezza per affrontare da solo l’incerto non gli resta che fuggire o trovare rifugio nei genitori che prontamente intervengono per risolvergli il problema. In questo modo la triade evita l’ansia che però non si dissolve, ma aspetta al varco, per manifestarsi rendendo il soggetto incapace di agire, di pensare, di trovare soluzioni e di buttarsi nel mondo per soddisfare i propri bisogni e per esprimere la sua personalità, così da diventare una persona soddisfatta e realizzata, ma lo trasforma in una persona insoddisfatta, non realizzata e alla continua ricerca di sé, di un senso nella vita, lasciandogli quella sensazione di avere la felicità a portata di mano, che basterebbe allungare per prenderla, ma non riesce a farlo perché l’ansia lo ancora nel suo mondo che gli dà la sicurezza, ma l’infelicità perché non riesce ad esprimersi.

COME GESTIRE L’ANSIA

La psicoterapia può fare molto per i disturbi d’ansia e per le dipendenze affettive, poiché lo psicoterapeuta diventa, piano piano, la figura genitoriale che dà protezione e di cui ci si può fidare, con il quale si può parlare dei propri problemi e perché l’ansia, corredata da vissuti dirompenti e fantasie catastrofiche, resta confinata nello spazio psicoterapeutico.

In questo modo il soggetto ansioso si rende conto che può parlare dei suoi problemi e può condividere i propri vissuti, senza che succeda nulla di drammatico ne a lui ne all’altro, anzi in questo modo può intravvedere la soluzione al suo conflitto interiore o per lo meno che ci sono altre vie per affrontare le difficoltà e piano piano diventa autonomo.

CUORE E CERVELLO, EMOZIONI ED INTELLIGENZA

A cura della dott.ssa Lucia Laudi

Le emozioni sono intelligenza

D. Goleman autore del libro “Intelligenza emotiva” spiega come i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna dire “sono fatto così; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia e dall’ambiente sociale.

A volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni così intense che non riusciamo a distinguerle, quindi deconfondere e fare metacognizione permette di capire se la situazione richiede un agire tempestivo o riflessivo.

La deconfusione è la capacità di fare un esame di realtà e comprendere se le emozioni che proviamo sono adeguate, anche come intensità, alla situazione che stiamo vivendo o se sono esagerate e confuse, la metacognizione è farsi domande, chiedersi quali meccanismi si stanno mettendo in atto e cosa si può fare di diverso.

La nostra società tende a negare la natura e le emozioni sono considerate segni di debolezza, mentre dà importanza al QI e alla ragione e alla logica, quando, in verità, la mente umana è prevalentemente intuitiva, emotiva e creativa. Studi scientifici hanno individuato che l’essere umano ha un’intelligenza emotiva ed empatica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, dall’amigdala e dall’ippocampo collegati con la corteccia prefrontale destra.

Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione, mandano l’impulso alla corteccia prefrontale destra, che elabora e rimanda all’amigdala la risposta, trasformandola in agito. Un malfunzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, come fare agiti impulsivi: se la corteccia prefrontale destr non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo, ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus o a bloccarsi.

Secondo le neuroscienze, gli stati primari si formano nel bambino fin dalla nascita e nei suoi primi anni di vita prova delle emozioni primarie molto intense a livello viscerale, come felicità, rabbia, ansia da separazione e paura, che provocano delle accensioni del sistema limbico molto potenti e non avendo ancora la corteccia prefrontale destra sviluppata per poter elaborare processi e regolare le emozioni non riesce a controllare tutto ciò, per cui va nel panico e si blocca o reagisce con aggressività per difendersi dal marasma che lo travolge.  In questo periodo è importante che la figura genitoriale gli dia quel contenimento utile e fondamentale per dargli sicurezza e sentire che quel vortice di emozioni si può contenere e gestire; per far questo sovente basta fargli sentire la propria presenza, accarezzandolo, parlandogli con voce tranquilla e dolce, senza far trapelare la propria ansia o insofferenza per il suo pianto che a volte non viene compreso e non si acquieta.

La corteccia prefrontale destra manda dei segnali chimici per calmare sia il corpo sia la mente del bambino che si trova in uno stato di intensa e primitiva eccitazione, per cui , se il piccolo non ha una figura di accudimento sviluppata emotivamente, la sua corteccia perfrontale destra non potrà svilupparsi e organizzarsi per favorire lo sviluppo delle funzioni calmanti per sé. Egli non potrà formare le capacità di “gestire la propria vita” in modo efficacie, ma dovrà ricorrere a dei meccanismi di difesa, che man mano che cresce, se non li risolve, diventeranno comportamenti disfunzionali accompagnati da emozioni eccessive per la realtà che gli si presenta, come fare nuove amicizie, affrontare un’interrogazione o altre avversità della vita.

Dopo i diciotto mesi si formano le connessioni neuronali utili per formare i processi emotivi nella corteccia prefrontale sinistra, permettendo di associare le emozioni ad attività verbali, potendo, così, formare delle storie e delle spiegazioni su ciò che gli succede, a volte in modo dettagliato, altre volte in modo grossolano.

Al terzo quarto anno di vita il cervello del bambino include l’attività dell’emisfero sinistro che entra in contatto con il destro attraverso il corpo calloso, che favorisce la comunicazione tra la corteccia prefrontale destra e quella sinistra, permettendo di fare delle elaborazioni emotive altamente sofisticate.

L’educazione del bambino piccolo fino alla fine della adolescenza e il sostegno di figure genitoriali sviluppate emotivamente è fondamentale, perché gli permette di formare nuovi circuiti neuronali, che gli permetteranno di gestire l’invasione delle emozioni e di saperle riconoscere, dandogli la giusta denominazione.

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

ATTENZIONE AI NOSTRI FIGLI!!!

Questo messaggio ha l’intenzione di sollecitare l’attenzione dei genitori nei confronti dei figli: é IMPORTANTISSIMO cogliere segnali precoci di disagio relazionale  in tutte le fasce di etá evolutiva e adolescenza per poter prendere provvedimenti opportuni a PREVENIRE lo sviluppo di problematiche gravi.  Se come genitori percepite che c’è qualcosa che non va nella relazione con i vostri figli, o avete delle difficoltà particolari a gestirli, non aspettate che la cosa si risolva da sola aprendo l’ombrello in attesa che passi la pioggia, ma richiedete una consulenza specialistica.

Una consulenza può andare dal consulto del pediatra al richiedere uno aspecifico parere specialistico.

In questo senso propongo la mia consulenza psicoterapeutica.

Vi prego di focalizzare l’attenzione soprattutto sulla primissima parte della vita, alla nascita e subito dopo, e sul passaggio  all’adolescenza. È importante anche la valutazione di disturbi dell’apprendimento, e saranno gli insegnanti ad orientare l’attenzione su disturbi specifici o disturbi che potrebbero avere una base nelle relazioni familiari.

Chi desidera può contattarmi inviando una comunicazione su WA, su Telegram o telefonando al n 391 1512015

Rossana Centis