Siamo una equipe di psicoterapeuti con una lunga storia di collaborazione professionale e condividiamo la passione per la vita e il desiderio di accompagnare le persone a raggiungere uno stato di benessere personale.
Per molti anni abbiamo collaborato con il Centro di Psicologia dell' Opera Salesiana Rebaudengo, di cui raccogliamo l'eredità spirituale, dapprima presso il COSPES, successivamente presso il Centro di Psicologia Sales, attualmente presso lo Studio Associato Rebaudengo.
L’essere umano, in qualsiasi età e condizione si trovi, può riscoprire in se stesso le radici del suo potenziale psichico completo. Sono questi i fondamenti dell’ANALISI TRANSAZIONALE, qui presentati in forma accessibile a tutti e con il corredo di numerosi esercizi. Torna in una nuova veste “Nati per vincere”, il volume che insegna, secondo i principi dell’analisi transazionale, a essere quel “vincente” che la vita ci ha destinato a essere
In questa sezione vengono segnalati testi utili per un approfondimento personale su varie tematiche inerenti alla dimensione psicologica. Alcuni sono testi “classici”, noti ai professionisti del settore e parti integranti della formazione clinica, altri sono suggerimenti che nascono dai propri personali percorsi, predisposizioni, preferenze…
Spesso, troppo spesso, facciamo l’errore di pensare che siamo solo corpo, o meglio di pensare che la triade corpo, mente e psiche sono degli elementi separati tra loro anche se appartenenti all’uomo; questo errore , purtroppo lo fanno anche molti medici.
In realtà l’uomo è composto da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito; si perché la spiritualità fa parte dell’essere umano, al di là della religione.
Quando si vive un piccolo grande trauma psicologico è fondamentale prendersi cura della propria psiche, elaborare il trauma stesso , guardandolo “in faccia” e affrontando la paura che lo accompagna; invece sovente si mette in atto la difesa naturale “SCAPPARE”.
Questa è una difesa efficace quando il pericolo è reale e non c’è alternativa per la salvaguardia della propria e altrui incolumità ed è utile sul momento, ma successivamente è importante affrontare il trauma con la sua paura, perché se non lo facciamo la psiche resta bloccata al momento del trauma stesso e il nostro corpo ne risente fino ad ammalarsi anche gravemente.
Molto importante è fare contatto con la triade corpo, mente e psiche, e per fare questo è necessario contattare l’inconscio in modo da far emergere le paure, le rabbie e tutto ciò che disturba e che con il trauma viene consolidato. Il nostro inconscio è come il lago sopra riportato, che si chiama Lago Nero, perché pur essendo poco profondo, è talmente scuro che non si vede la fine.
Detto questo, è fondamentale contattare tutte le parti che ci compongono, per cui il parlato e il non detto devono interagire tra loro.
Non si può negare la connessione psiche-cervello-organo per cui è importante ascoltare i sintomi come: nausea, febbre, allergie, infarti, ecc., perché è il nostro corpo che ci sta parlando e ci sta comunicando un disagio inascoltato che la psiche non riesce più a reggere. Purtroppo non sempre riusciamo a capire questi messaggi perché abbiamo smesso di ascoltarci, dobbiamo riappropriarci del linguaggio non verbale.
Quindi è fondamentale dialogare con la nostra psiche e il nostro corpo, entrambi si influenzano e agiscono l’una sull’altro.
Analizzando i detti, che per me sono molto importanti, in quanto hanno sempre un fondo di verità, si osserva come l’essere umano ha dato sempre molta importanza agli organi e ha riconosciuto che essi sono sede delle emozioni. “Me la sono fatta addosso dalla paura”, i reni e l’intestino sono sede della paura, “Mi si accappona la pelle”, paura e terrore, “ a livello di pelle sento che…..”, questo organo riveste il nostro corpo e lo protegge dagli agenti esterni ed è un tramite tra interno ed esterno, molto significative sono le malattie della pelle come eczemi, psoriasi, ecc. “Muoio di crepa cuore” esprime un dolore insopportabile, “Mi porto un peso sul groppone”, sentire il peso di grandi responsabilità, si può soffrire di mal di schiena.
C’è una vasta varietà di modi di dire, che mettono in risalto come gli organi sono la sede delle emozioni e se non impariamo a leggere questo linguaggio non verbale e a comprendere e a soddisfare i bisogni espressi, il nostro corpo si ammala e con esse anche la mente.
La psiche è come un problema, se lo affrontiamo lo comprendiamo e troviamo una soluzione ad esso, se lo fuggiamo prima o poi ritornerà indietro come un boomerang e ci farà molto male.
Sta emergendo un nuovo aspetto del dominio totalitario che ha caratterizzato l’esperienza politico – sociale in molti paesi europei in particolare nel secolo scorso: pensavamo che la drammatica esperienza delle dittature subite, fosse una esperienza che non avremmo più ripetuto, avendo pagato un prezzo salato con la soppressione delle libertà, le guerre, i genocidi. Ma questa speranza si sta dimostrando una mera illusione. Il totalitarismo rinasce come l’araba fenice, si rinvigorisce sotto mutate spoglie.
Anche se ora in Europa non emergono delle specifiche personalità dominanti, capi di stato su cui convergono tutti i poteri dello stato, ciò nonostante abbiamo l’esperienza sempre più marcata della coartazione delle nostre libertà personali, sia dal punto di vista del diritto, sia con l’ipertrofia degli apparati burocratici, sia con la limitazione della libertà di pensiero e di espressione del pensiero.
Il totalitarismo si ammanta di aspetti apparentemente democratici, si maschera con il “politically correct”, ma in realtà mira a costringere e dominare le coscienze.
Lo spazio per affermare e per dichiarare le proprie convinzioni, e vivere secondo i propri valori – anche quelli supportati da secoli di storia – senza essere accusati e ridotti al silenzio, si sta assottigliando sempre più, fino ad arrivare a volte all’inibizione formale a svolgere la propria attività lavorativa sulla base di quella che è stata la personale formazione culturale, scientifica, filosofica, spirituale.
Un esempio: Papa Benedetto XVI ha parlato di dittatura del relativismo.
Il relativismo è la concezione del mondo e della storia di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze; questa visione si trova in conflitto con quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e di gruppi diventa l’unica legge della società.
In realtà fin dagli inizi del pensiero filosofico queste due visioni antitetiche si sono alternate o affiancate lungo la storia del pensiero umano (pensiamo a Platone ed il “mondo delle idee” ed Eraclito, col suo “panta rei”), ma nei tempi attuali sembra che sia altamente disdicevole (“politicamente scorretto”) credere e riferirsi a dei valori che hanno la pretesa di plasmare anche scelte concrete della vita. Altro esempio: se la vita umana è un valore non negoziabile, l’aborto è un delitto, se la vita umana è qualcosa di mutevole e dipendente dalle circostanze, che hanno la priorità, possono esserci dei casi in cui è legittimo sopprimere la vita nascente.
La tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, si fa dittatura, quando non sopporta coloro che sono percepiti dalla tirannia della tolleranza come “intolleranti”, solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico del relativismo.
Perfino opere d’arte che vanno ovviamente inquadrate nel loro contesto storico, a cui spesso viene riconosciuto un valore universale e atemporale, vengono contestate ed eventualmente “censurate”.
La recente esperienza sanitaria della pandemia *COVID ha dato un forte impulso a questo fenomeno, offrendosi come piattaforma ideale per sperimentare nuovi modelli di interferenza con le coscienze.
Fino ad ora, nella mentalità delle generazioni di mezzo o anziane, la persona era il punto di riferimento, con il suo carico di esperienza e sofferenza, e si considerava il suo stato “normale” salvo che non emergessero dei comportamenti anomali, pericolosi per la convivenza sociale; lo Stato eventualmente aveva il compito di verificare che sussistesse un rischio per la società e prendere delle misure adeguate (sanitarie, giudiziarie, ecc).
Ora cosa sta succedendo? prima di uscire di casa spetta alla singola persona a cui vengono consegnate delle “linee – guida” più o meno stringenti, verificare se va bene e se può uscire di casa…devo controllare di essere a posto prima di uscire. Viene presupposto implicitamente che potrei avere delle caratteristiche non accettabili per il sociale, quindi se voglio ottenere delle normali relazioni indispensabili per la mia vita e la mia persona devo trasformarmi in modo da essere accettato.
Questo vuol dire installare nella popolazione comportamenti e modi di pensare, gusti e sensibilità che possono non appartenerle e che vengono decisi da altri: oligarchie al potere impongono linee – guida che non sono frutto dell’elaborazione culturale ed etnica tipica di popolazioni e gruppi sociali; i soggetti a questo punto vengono appiattiti e omologati ad un “pensiero unico” che riesce a essere dominante. Le giovani generazioni sono particolarmente esposte a questo pericolo, e gli ultimi nati entrano a far parte di un mondo che funziona così e per loro tutto ciò costituisce la normalità.
Oggi il disegno necessario per controllare le basi istituzionali di miliardi di persone non può utilizzare strumenti nati nel passato per controllare piccole quote di popolazione a dimensione di Stati con qualche milione di persone.
Le tecnologie e gli strumenti di globalizzazione come ad esempio i “social media” sono strumenti adatti a controllare e a cambiare il modo di pensare in modo globalizzato e mondiale. Nuovi modi di pensare al servizio di gruppi di potere possono essere instillati e condivisi superando le barriere geografiche e utilizzando le fasce anagrafiche: un cambio di mentalità che si diffonde tra i giovani ha l’effetto nel tempo di cambiare il modo di pensare di continenti interi e basta aspettare qualche anno, il tempo che le vecchie generazioni vengano sostituite dalle nuove ed il gioco è fatto.
Ci eravamo abituati a credere dopo le due guerre mondiali e la fine dei totalitarismi che la libertà fosse fare tutto ciò che non è espressamente vietato dal legislatore. Questo tipo di libertà non è compatibile con il modello del totalitarismo dilagante attualmente, che impone un nuovo assetto costituzionale: il totalitarismo della sorveglianza.
Il “new normal” è la costituzione di un nuovo assetto costituzionale con degli apparati ideologici che penetrano in qualche modo pian piano nella coscienza sociale e la cambia creando cambi di mentalità istituzionale. Le nuove generazioni verranno progressivamente e pervasivamente convinte del fatto che questo modello è necessario ed è il solo possibile. E’ la creazione di una nuova natura. E’ un nuovo tentativo di riproporre una specie di “arianesimo”: questo cambiamento è affidato alle nuove generazioni.
Il *Green pass reso obbligatorio, da strumento facilitatore a servizio della popolazione, diventa un passo verso il controllo istituzionalmente determinato dei modelli comportamentali di contenimento. Ma come oggi viene utilizzato il *Green pass con delle motivazioni sanitarie, così possono venire utilizzati altri condizionatori sia in campo commerciale sia in campo culturale e, perché no, anche in campo spirituale. Già gli algoritmi dei media guidano subliminarmente i nostri gusti e i nostri acquisti…
Come contrastare un fenomeno così pervasivo e condizionante? Intravvedo la possibilità di offrire resistenza alla lenta e progressiva omologazione mondiale nel mantenere una amorevole e consapevole ed intelligente cura di tradizioni culturali specifiche, la valorizzazione dell’appartenenza a gruppi etnici e identità nazionali, a identità religiose e spirituali tradizionali e la riscoperta di quella legge naturale che ha costituto il fondamento della Civiltà Cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.
Ciò non significa arroccarsi in difesa indiscriminata e pietrificata della propria identità, ma essere consapevoli dei valori che la propria storia personale, famigliare, nazionale porta e saperli integrare armonicamente con le altre diversità con cui si viene a contatto in una valorizzazione reciproca, senza sentirsi costretti ad abdicare a valori ed esperienze importanti, se non fondanti, le storie personali e collettive. Un esempio? Una brutta esperienza della rinuncia alla propria storia culturale è stato il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa: nei documenti costitutivi non si è voluto riconoscere questa fondamentale matrice storica e culturale. Tale riconoscimento non avrebbe impedito la possibilità di una evoluzione europea in qualsiasi direzione, ma avrebbe invece affermato l’esistenza di un soggetto: la nostra mancanza di identità ci rende strutturalmente fragili ed in balia di influenze che provengono da altri continenti, e non siamo in grado di difendere con consapevolezza ed orgoglio le nostre radici.
la negazione di una matrice unificante che ha agito nel passato, ha un attuale effetto disgregante e confusivo, con incapacità di sanare conflitti tra visioni diverse, in un processo sanamente integrativo.
Spinoza diceva che viviamo in un’epoca in cui dominano le “passioni tristi”, dove il riferimento non è il pianto o la tristezza, queste emozioni sono energia, ma regna l’impotenza, la disgregazione e la mancanza di senso. Questo stato di nichilismo in questi ultimi due anni si è accentuato in modo esponenziale tra i giovani. L’identità acquista la sua forma dalla preadolescenza (dai 10 ai 13 anni) fino alla fine dell’adolescenza (dai 14 ai 19/20 anni).
Dai 16 ai 30 anni il giovane si crea il futuro, progetta ed è pieno di energia, di voglia di realizzare i suoi sogni, ma il mondo adulto lo sta buttando nel baratro della passività e dell’indifferenza, togliendogli la voglia di sognare la sua vita. L’identità si forma grazie al passaggio naturale dalla libido narcisista che investe sull’amore di sé, alla libido oggettuale che investe sugli altri e sul mondo. Se manca questo passaggio il ragazzo diventa egocentrico spinto da motivazioni utilitaristiche, che lo rendono vuoto, privo di energia, portandolo alla depressione, che sta dilagando tra i giovani. A volte, quando guardo i loro occhi, vedo la loro rassegnazione, come se non vedessero il futuro, non vedono oltre al qui e ora.
L’identità si costruisce con il riconoscimento dell’altro, io riconosco te e tu me; se non c’è questo non ci sei tu, ma non ci sono nemmeno io. Gli adulti hanno il dovere di aiutare i giovani a costruire la propria identità, insegnandogli ed educandoli al dialogo, alla relazione e a dire NOI e non solo IO; è con il NOI che si cresce e si raggiungono gli obiettivi, con il solo IO si arriva al nichilismo, all’aridità, ai soldi e al potere, di conseguenza al vuoto interiore, alla depressione, agli attacchi di panico e ogni errore diventa un fallimento e quindi il dramma della propria vita.
L’errore non viene vissuto come un momento positivo, che fa crescere e migliorare, ma la nostra società lo vede come qualcosa da evitare. La nostra società segue la Spinta “Sii prefetto” se vuoi essere accettato. Questa Spinta genitoriale, a mio avviso, è la più difficile da seguire, perché si può fare sempre di meglio, nessuno può garantire che la decisione presa sia quella giusta. Decidere vuol dire basarsi su passato e sul presente per fare qualcosa nel futuro e il futuro, come tale, non è certezza; quindi è fondamentale saper accettare l’incertezza.
Il nostro impego è quello di aiutare i giovani ad uscire dal nichilismo della società attuale.
Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di sentirsi come un pesce fuor d’acqua in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un senso di disagio per pensare quello che pensa, o meglio, per non poter liberamente esprimere ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio. Il fatto che la culla di questo movimento politico siano gli Stati Uniti, trova la sua ragione nell’esperienza delle grandi differenze su base etnica sperimentate nei secoli scorsi come schiavismo, segregazione razziale, eliminazione di popolazioni indigene, vissute in quel continente; designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.
Uno degli aspetti patognomonici di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con l’imposizione di cambiamenti linguistici, sostituzione di parole o frasi con altre che sarebbero più “dignitose”, più rispettose della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”, “operatore scolastico” al posto di “spazzino” e “bidello”), neologismi, nuove forme di etichetta , creazione di “tabù” (cioè bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).
“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.
In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:
– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);
– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);
– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”
L’idea di base è che la definizione linguistica sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile in italiano servirebbe a perpetuare forme di discriminazione femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere. Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del “politically correct” è la convinzione che il controllo del linguaggio sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che le parole possano essere espressione di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che porterebbero il significato di idee “pericolose” è giustificato il ricorso alla censura e alla eliminazione. E’ da notare comunque chel’efficacia nell’imposizione di cambiamenti linguistici ha l’effetto di legittimare implicitamente le teorie che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo viene riconosciuto ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono operate rende arduo esprimere critiche e obiezioni, e mette chi esprime un dissenso nella posizione di sembrare insensibile, irrispettoso e intollerante.
In origine il movimento nacque dunque all’interno di un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale come una ideologia che perpetua l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi progressivamente a considerare tutti gli aspetti della società e della cultura, dalle questioni di classe a quelle relative all’identità personale, con la convinzione di essere dalla parte giusta della storia e si dedica tuttora a considerare come i sistemi ritenuti oppressivi vengano interiorizzati ed espressi nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura, processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.
Bisogna anche dire che i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e questo espone al rischio che il principi del “politically correct” siano vengano messi in pratica a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.
Succede quindi che vengano considerati “reazionari” ideologie e modi di pensare fino a poco prima considerati “progressisti”, e il percorso personale di crescita e di maturazione viene scalzato, con perdita di spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo dibattito culturale: se non si è tra persone di fiducia, o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte” per molte persone la reazione immediata è smettere di dire quello che pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche evitando accuratamente qualsiasi argomento che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente. In alcuni si può innescare una reazione di rabbia e ribellione, però per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in ambiti sociali diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente la protesta ed il disagio si strutturano in posizioni chiare e dichiarate.
Negli USA il fenomeno si è recentemente diffuso soprattutto nelle università e nelle accademie, i luoghi che sono la “fucina” culturale della popolazione e testimonianze riportano che attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare da essere diventato quasi un fatto ovvio. Chi non si allinea paga il prezzo dell’ostracismo di colleghi e studenti e sa di mettere a rischio la propria reputazione e a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)
Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti, anche perché qualsiasi aspetto della società che a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica “privilegio/oppressione” può fungere da piattaforma per l’innesco di questo tipo di strategie di controllo sociale.
E inoltre tutti subiamo l’influenza dei social media divenuti ormai strumenti indispensabili o ineliminabili per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali, ideologie, mode. Esperienza abbastanza comune, per esempio, è subire il blocco su note piattaforme social, del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile, se non definitivamente, e questo avviene per delle motivazioni arbitrarie decise dai gestori in base a criteri unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto, di contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che però viene espletata in modo parziale solo in determinati casi, lasciando comunque dilagare una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che procede in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.
Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista al prof Marco Del Giudice, docente di psicologia evoluzionistica e metodi quantitativi nel New Mexico dal 2013 :
Svolgere una attività lavorativa in ambienti dove è prevista l’interazione continuativa con persone istituzionalizzate, o portatrici di deficit fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e di impegno nell’interazione personale, o trovarsi nella condizione di dover accudire persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita una serie di vissuti emozionali che hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.
A volte, se le richieste esterne soverchiano la possibilità personale di farvi fronte, si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità, in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.
Situazioni attuali nel qui ed ora possono essere mal tollerate per la loro ripetitività, per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di risolvere o migliorare le condizioni relazionali, per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro. Oppure, a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità, la richiesta può essere eccessiva in relazione alle risorse disponibili.
Può accadere che le problematiche attuali sollecitino nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i vissuti personali non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé ( lutti, conflitti, fallimenti…). Può accadere che gli operatori portino una sofferenza personale per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente a permettere un equilibrio adeguato nelle loro condizioni di vita.
Qualunque sia l’ origine del malessere, esiste la possibilità di affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore adatto alle situazioni problematiche, sviluppando maggiori flessibilità e resilienza.
Una delle risorse importanti per raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le difficoltà incontrate, che non siano giudicanti e saccenti, ma comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo passo “integrativo”, che permette di iniziare trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche nelle relazioni di aiuto.
Le emozioni sono come dei cartelli indicatori che ci orientano a comprendere la nostra relazione con il mondo, il mondo interno, interiore, ed il mondo esterno, ciò che sta fuori di noi e che ci sollecita.
Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita; a volte è capitato che il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste perfino un detto popolare: “ dove si chiude una porta si apre un portone”! Anche in neurologia lo stimolo doloroso ha l’importante compito di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).
Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita; a volte è capitato che il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste perfino un detto popolare: “ dove si chiude una porta si apre un portone”! Anche in neurologia lo stimolo doloroso ha l’importante compito di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).
Poi ci sono delle sofferenze che non sono così immediatamente utili, ma sono come dei massi posti lungo il decorso di un torrente; l’acqua è costretta ad aprirsi un percorso girando attorno agli ostacoli e così si realizzano cascatelle, pozze, rivoli, vortici… e il corso del fiume diventa unico e irripetibile.
E poi ci sono esperienze piacevoli, o apparentemente piacevoli, ma che portano la nostra umanità fuori strada. Se ci lasciamo irretire, “abbindolare” dal piacere immediato, potremmo poi rimpiangere di essere stati poco accorti.
Ci vuole sensibilità e intelligenza per comprendere la nostra personale esperienza, in tutte le sue manifestazioni, senza tralasciare nulla, utilizzando il nostro vissuto interiore per orientarci nella vita. E a volte può essere utile condividere le nostre paure, i nostri dubbi, con qualcuno che ci possa dare una mano a districarci nei garbugli
Le emozioni sono esperienze che caratterizzano in nostro essere inseriti nella realtà, sono una condizione indispensabile al nostro esistere. Anche gli animali partecipano al mondo emozionale, tanto questa esperienza è indispensabile alla vita. Il mondo emozionale degli animali però è povero, è semplice, appartiene al qui – ed – ora, e anche se indubbiamente fa riferimento ad eventi del passato, è però legato alla concretezza dell’attuale.
Le nostre fluttuazioni emotive risentono profondamente della nostra storia, dei legami affettivi che hanno condizionato e segnato il nostro passato e che continuano a svilupparsi ne presente, gettando le basi per il nostro essere futuro.
Non possiamo prescindere dai nostri aspetti emozionali, anche se ciò non significa che le nostre azioni debbano essere condizionate necessariamente da essi. Nell’uomo ci sono altri dominii, altre funzioni imprescindibili che è necessario considerare nello svilupparsi della nostra storia personale.
La cognizione: la capacità di usare la ragione, di comprendere ciò che sta avvenendo al di dentro e al di fuori di noi. L’uomo ha la ragione , il ragionamento, la coscienza, la consapevolezza, in una misura nemmeno paragonabile a quella degli animali.
Caravaggio – La vocazione di Matteo
La cognizione integrata alle emozioni rende l’uomo creativo. L’emozione fa intuire e spinge, la cognizione realizza.
La volontà: per realizzare un atto creativo possiamo sacrificare delle parti di noi, dobbiamo scegliere e quindi amputare delle parti in vista di un bene più grande. La volontà permette di andare “contro-corrente” di valorizzare e sviluppare aspetti che altrimenti verrebbero persi nel dominio dell’istintualità.
Il lupo è i soggetto, maschio o femmina che sia, che seduce e cerca di trarre nella trappola Cappuccetto Rosso, colui/colei che viene affascinata dal carisma del lupo.
Il lupo è un individuo che ha un fascino sensuale e una parte associale, rappresenta il fascino del rischio della trasgressione, ma non azzanna subito, anzi tergiversa. Il lupo studia, fa un piano e aggredisce la nonna per arrivare alla vera preda, Cappuccetto Rosso.
Cappuccetto Rosso, nonostante le raccomandazioni della mamma, cede e viene attirata dal lupo. Lei non scappa per salvarsi, come farebbe una vittima spaventata, anzi si intrattiene ingenuamente con il carnefice.
Il bosco, rappresenta la parte profonda di ognuno di noi e il luogo dove si realizzano i presupposti del finale tragico in cui il lupo e Cappuccetto Rosso restano imbrigliati nel loro legame pericoloso che li porta al massacro.
Nella vita possiamo incontrare un’infinità di lupi, che cercheranno di trarci in inganno con la seduzione per farci entrare nel bosco; è fondamentale riconoscere tale rischio e imparare a fuggire, prima di cadere nella trappola da cui difficilmente si esce vivi o per lo meno si esce, ma dopo grandi sofferenze .