LA CURA DELLA VITA

a cura di R. Centis

Come sempre, mi piace iniziare da alcune  definizioni.

  Cito da: Glossario O.M.S. della Promozione della Salute, pag 29 (L’ Health Promotion Glossary è disponibile on line al seguente indirizzo http://www.who.int/healthpromotion/about/HPG/en/):

Per raggiungere questo obiettivi sono necessari diversi fattori che si articolano reciprocamente, e vanno dal livello individuale al livello sociale-politico. Uno di questi, partendo dal livello individuale, si riferisce al concetto di “cura”.

Cura: la prima definizione data dal Vocabolario Treccani è: Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”.

Questa affermazione, per quanto generica, si adatta molto bene alle professioni sanitarie: tutte le figure che appartengono al mondo della salute sono in qualche modo, specifico per ogni profilo professionale, coinvolte nella cura delle persone.  Ma cosa significa “cura” in questo campo? Nella lingua inglese troviamo una distinzione semantica espressa dai verbi: “to cure”, che significa “curare” e “to care” che significa “prendersi cura” ma in italiano spetta ad ognuno scegliere quale versante del significato privilegiare.

Qual è una caratteristica fondamentale dell’azione di cura, nel senso di “prendersi cura”?

L’essere affetto da una malattia “inguaribile” non coincide con il trovarsi in una condizione “incurabile”, perché è sempre possibile prendersi cura di una persona affetta da malattia, sia acuta, guaribile, sia cronica ed evolutiva, o da disabilità. In queste condizioni emergono domande fondamentali sul “perché?”, “perché io?”, sul senso delle esperienze a volte drammatiche che si è costretti ad attraversare. In questi casi assumono fondamentale importanza le relazioni di cura che sostengano la libertà del malato nella ricerca del significato e dell’essenziale, favorendo il cammino di una ricerca, che può favorire accettazione dell’istante presente, e fioritura di una speranza pur dentro ad un limite.

Mother and young daughter who is in wheelchair enjoying together in living room at home.

L’esperienza della sofferenza necessita di qualcuno che condivida, indica il bisogno di una pazienza, di una vicinanza e di una attenzione, che da un livello strettamente individuale, raggiunga anche la dimensione sociale del progetto politico e della realizzazione di opere.

“Godere del più alto standard di salute raggiungibile é uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, religione, credo politico, condizione economica o sociale”.

 Nel glossario OMS, alla voce “salute” viene affermato:

Oggi viene riconosciuta sempre di più la dimensione spirituale della salute. Essendo considerata dall’OMS un diritto umano fondamentale, tutte le persone dovrebbero avere accesso alle risorse basilari per la salute”.

 Questi aspetti, appannaggio privilegiato delle professioni infermieristiche, coinvolgono profondamente la funzione del medico che si trova di fronte alla sofferenza, alla morte, alla paura della morte.

Ogni periodo storico sviluppa i propri metodi per fronteggiare la paura della morte. Nel corso dei secoli noi umani abbiamo sviluppato un’enorme varietà di strategie, alcune consce, altre inconsce per contrastarla. Alcuni metodi funzionano, altri sono incerti, inefficaci, a seconda della persona con cui siamo in relazione, al suo carattere, alle sue esperienze passate, alle sue credenze. Quando questi non sono sufficienti, di solito le persone si rapportano alla morte attraverso la negazione, la diversione, o la rimozione.  

In passato, nelle culture europee e occidentali la morte era più visibile per l’alto tasso di mortalità di donne e bambini e chi stava per morire non veniva sequestrato come accade oggi, in un letto d’ospedale schermato da tende protettive e relegato da solo nella propria esperienza di addio, o  peggio ancora, come abbiamo sperimentato in tempi non lontani, durante la recente pandemia, risucchiato in un nulla senza connotati, restituito alla famiglia come informazione asettica di  decesso, senza poter elaborare alcun processo di separazione.

Come accade nelle guerre.  O comunque, se anche lo sviluppo di malattia non conduce alla fase terminale, sono note a tutti le esperienze drammatiche di barelle ammassate nei corridoi dei reparti di emergenza, recanti individui in vario stato di degrado psico – fisico, a volte senza una assistenza minimale se non quella per garantire la pura sopravvivenza. In passato la maggior parte della gente moriva in casa, con i membri della famiglia presenti al momento dell’ultimo respiro. 

Noi tutti esseri umani siamo programmati per entrare in relazione con gli altri. Da qualsiasi prospettiva si studi la società umana, si tratti della sua lunga storia evoluzionistica o dello sviluppo di un singolo individuo, siamo obbligati a considerare l’essere umano nel proprio contesto interpersonale, in quanto relazionato con gli altri. La solitudine aumenta notevolmente l’angoscia di dover morire: troppo spesso la nostra cultura crea una cortina di silenzio. Amici e familiari spesso prendono le distanze perché non sanno che cosa dire per paura di turbare il morente ed evitano di avvicinarsi troppo anche perché temono di doversi confrontare personalmente con la propria morte.  E questo triste fenomeno, questa incompetenza relazionale che caratterizza la nostra società non lascia indenni gli operatori sanitari, in primis i medici. Posti di fronte all’ineluttabile, sperimentiamo un senso di impotenza che può diventare personalmente devastante. Ecco che quindi molti si difendono barricandosi dietro il cinismo, il distanziamento, la risposta tecnologica a tutti i costi. 

Ma uno strumento potente che abbiamo per provare a connetterci con le altre persone, è l’empatia, collante della connessione umana che ci permette di sentire, a livello profondo, ciò che un altro sta provando e può creare uno spazio di interconnessione in cui lo scambio, il dono, la consolazione è reciproca.

E oltre l’empatia, la presenza, la nostra presenza. La semplice presenza ha potere. Presenza é “essere proprio lì”.

Il dono più grande che possiamo offrire a qualcuno che accompagniamo e che si trova a fronteggiare la morte è la propria pura e semplice presenza, attenta e non manipolatrice. Una presenza umana salda e sicura che desidera stare con qualsiasi cosa emerga è un fattore potentissimo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro, che è “troppo dolente, troppo sgomentante o angosciante” per essere espresso e aiutare così la consapevolezza personale fino al punto in cui la persona è in grado di gestirla, o decide di continuare il suo percorso interiore.

 Nella mia osservazione, sviluppatasi negli anni, e anche nella mia esperienza personale, ho spesso notato che  la sofferenza che bisogna fronteggiare ha quindi un duplice risvolto: non appartiene solo alla persona ammalata, ma una parte appartiene al medico stesso, che non ha strumenti adeguati per lavorare bene, si rende conto di non fare ciò di cui il paziente ha bisogno,  e vive l’angoscia  di essere impotente o quanto meno inadeguato, ne soffre e a volte ciò si configura anche in un conflitto morale. Il conflitto nasce quando l’imperativo interiore  suggerisce una linea di condotta, fa percepire una responsabilità a cui però non si può rispondere perché  ci sono condizioni interne – come il non avere una formazione adeguata o dover affrontare situazioni gravi, potenzialmente traumatiche senza aver potuto effettuare  una  sufficiente  elaborazione personale –  o esterne – stanchezza da turni soverchianti, assedio del carico burocratico, eccesso di richieste di prestazioni, limitazioni alla  libertà professionale, carenza di strutture  diagnostico–degenziali, carenza di tempo, limitazioni ambientali ecc – che impediscono una armoniosa capacità di risposta ai bisogni.

In questo caso, tanto il paziente, quanto il professionista percepiscono il deterioramento della propria centralità relazionale e si sentono diventare oggetti in balia di meccanismi controllanti e incontrollabili; il medico perde la propria autonomia e creatività professionale fino al punto di avere come meta prioritaria la conclusione della propria attività.

  Poiché questa esperienza è largamente condivisa da ampi strati di popolazione e larghe quote di medici sono sottoposti allo stress di veder progressivamente impoverirsi il primitivo entusiasmo che li aveva spinti ad abbracciare una professione così intensa, pregnante e indubbiamente soddisfacente se vissuta nella sua pienezza, è doveroso chiedersi come mai ci troviamo in questa situazione che sembra progredire verso un degrado sempre più profondo … gli organi preposti alla difesa della qualità non hanno dimostrato la volontà o la capacità di difendere la relazione di cura, così che fosse più umana sia per i pazienti che per i medici, basata su fiducia, scienza e coscienza.

E’ doveroso interrogarci sulle cause, cercare possibili correttivi, soluzioni, individuare responsabilità e criticità, impostare percorsi di cambiamento che permettano spazi di vita e di recupero di integrazione personale, creare le condizioni perché si possano realizzare strategie innovative per promuovere una cultura della prevenzione e della cura, garantendo una migliore qualità della vita e una maggiore sostenibilità del sistema sanitario.

CONOSCENZA ED ESPERIENZA

a cura di R. Centis

In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’intelligenza artificiale, l’evento più umano che possiamo vivere é accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che conosciamo intellettualmente e dare consistenza  reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.

Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice ed adatto al livello tecnologico: il linguaggio é lo strumento che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere le profonde relazioni tra di noi. Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.

Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore. Cominciamo a non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi, si può iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno.

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SELF MADE MAN

Dott.ssa R. Centis

 L’uomo che si fa da sé. 

L’uomo che ha smarrito le sue radici e non poggia su una base sicura.

Nel nostro tempo, nella nostra società siamo malati di solitudine: con sempre maggiore difficoltà accettiamo e utilizziamo ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno faticosamente maturato ed imparato. Siamo senza padre.

Bombardati da un eccesso di informazioni e di stimoli, ci manca una guida che insegni come metabolizzare tutto ciò.

Ci portiamo sulle spalle la pesante responsabilità di inventare il nostro percorso personale di crescita e di presenza nel mondo.

La mentalità del “self made man”,  l’atteggiamento interiore che fa consistere il proprio valore nella capacità di “performance”, è una mentalità che tende a insinuarsi nel rapporto che abbiamo con tutto: nel lavoro, nella famiglia, nella vita morale ecc. Una delle conseguenze é la paura di fallire. Se infatti io consisto di ciò che riesco a fare, è normale che io viva in uno stato di permanente ansia di riuscire a mantenere alto il livello, ansia di prestazione, che in negativo vuol dire: paura di non riuscire.

Ma se vogliamo, possiamo cercare e trovare dei luoghi, delle amicizie, dei maestri, dei mentori che si affianchino alla nostra vita, e ci aiutino ad affrontare la durezza del reale, perché l’uomo è strutturalmente relazionale, non può vivere ed esistere se non in rapporto con “altri” significativi,  da cui si senta visto, riconosciuto, valorizzato e accompagnato.

CONFLITTI DI COPPIA E GENITORIALITA’

a cura di dr R.Centis

Anche coppie ben strutturate legate da un profondo affetto non sono esenti da momenti di tensione o di vero e proprio conflitto, per la diversità che ci caratterizza come esseri umani da tutti i punti di vista; ri – trovare un accordo può essere un lavoro impegnativo che implica investimento e pazienza da parte di entrambi. Una coppia stabile è una coppia che ha imparato come affrontare e come gestire la diversità dell’altro, facendo propria la “regola” della “norma personalistica”, cioè il concetto che nulla è più importante dell’essere umano come persona, che va non solo rispettata, ma anche tutelata e aiutata a svilupparsi secondo le sue specifiche caratteristiche.

Entrare nelle relazioni interpersonali con questa “linea – guida” garantisce che l’altro non venga trattato come un oggetto usato per il piacere personale, ma sia riconosciuto nella sua piena dignità di creatura esistente e con sue specifiche credenze, sensibilità, storia individuale (che a volte può essere traumatica e portare delle tracce dolenti dal passato), con diritti e doveri pari ai miei. Non è facile, non è istintivo seguire la “norma personalistica”; manteniamo spesso l‘ abitudine di porci al centro dell’attenzione, poiché emergiamo da una fase infantile dove essere al centro dell’attenzione altrui è normale, fisiologico: l’individuo in crescita ha bisogno di essere nutrito con una miriade di stimoli e di attenzioni, e solo un po’ per volta impara a decentrarsi da sé e rapportarsi con la realtà esterna.

  Il processo di diventare degli “adulti maturi”, in grado di essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni e di prendere delle decisioni ponderate è una evoluzione lenta e faticosa, ed in questo processo ci aiutano le piccole e grandi disavventure e frustrazioni della vita che ci costringono a fare i conti con la realtà. Un adulto “maturo” ha a cuore che le persone attorno a sé possano a loro volta seguire questo sviluppo personale, in primis i figli di cui ha la responsabilità.

 I conflitti possono essere distruttivi, ma anche costruttivi. Un litigio può essere distruttivo per i contendenti e per chi sta loro intorno quando implica svalutazione e rimprovero denigrando e attaccando l’altro come persona globale, portando con sé aggressività agita, urla, aggressioni fisiche a persone o cose.

Ma un conflitto coniugale può essere vissuto in modo costruttivo se è portato avanti senza mai venir meno al rispetto reciproco e senza generalizzare o mettere in discussione l’intera persona del partner: si tratta di identificare soluzioni condivise e soddisfacenti per entrambi, che rispettino il valore individuale della persona. Ciò insegna ai figli, che inevitabilmente osservano con acuta attenzione ciò che avviene e come avviene, che le relazioni possono evolvere e rinsaldarsi anche attraverso momenti di conflittualità che possono essere riparati senza far venir meno la solidità del legame e dell’affetto.

E’ quindi indispensabile che i genitori svolgendo il loro compito, abbiano sempre uno sguardo focalizzato sui loro figli, attento ai loro bisogni e alle loro difficoltà, rispettando le fasi della loro crescita, e siano poco condizionati dalla necessità di affrontare le personali problematiche non risolte. 

Quando una coppia vive un conflitto, per affrontare la dialettica interna è molto importante che venga rispettata la “norma personalistica”, quella regola di comportamento, che prima di tutto, prima di essere una “regola” è un modo interiorizzato di pensare e di relazionarsi con l’altro che abbiamo di fronte a me.

E’ molto comune il caso che gravi conflitti di coppia, avviati verso la separazione, coinvolgano i figli come in un turbine, destrutturando il loro percorso di costruzione della personalità che è un processo delicato e facilmente turbabile.

Nelle agitate acque della rivendicazione dei propri diritti, viene facilmente dimenticato il diritto dei figli ad avere attorno a sé un ambiente affettivamente stabile in cui la relazione genitore – figlio è garantita e sicura (vedi Bowlby: una base sicura) anche se la coppia coniugale confligge e si separa; avviene spesso che genitori denigrino e svalutino agli occhi dei figli l’ex partner, non considerando la necessità dei figli di avere al più possibile entrambe le figure genitoriali integre e sostenenti. Il figlio viene spesso considerato un personaggio che deve convalidare le ragioni soggettive addotte da uno dei due partner, ed a volte questo atteggiamento è realizzato da entrambi i genitori. I figli sono così “frantumati” e impossibilitati a percepire che ogni persona è un dono, un valore, anche se sicuramente tutti abbiamo dei difetti e delle incapacità. Sono abbandonati emotivamente a loro stessi, ad essere soli di fronte a ondate emotive dolorose e distruttive. Vivono angoscia, vivono ansia, vivono solitudine perché non trovano nessuno a cui appoggiarsi emotivamente e che insegni loro ad affrontare le avversità.

L’ansia

Dott.ssa Lucia Laudi

L’ORIGINE DELL’ANSIA

Il disturbo d’ansia ha origine dal rapporto che si instaura tra la madre e il bambino fin dal momento del concepimento.

Il piccolo per nove mesi vive in un ambiente sicuro: la temperatura è sempre costante, non prova i morsi della fame e i grampi alla pancia quando deve evacuare, insomma non ci sono ostacoli, ovviamente parlo di una gravidanza con un percorso regolare, ma quando inizia il travaglio egli si trova difronte alla prima grande difficoltà accompagnata da un dolore mai provato prima. Egli si trova per la prima volta in un marasma di sensazioni fisiche ed emozioni che lo travolgono come uno tsunami. La nascita è il primo momento in cui la madre deve saper accogliere il piccolo, attaccandolo subito al seno, avvolgerlo in un braccio confortevole, in modo che non abbia la sensazione del vuoto, della solitudine che sono alla base dell’ansia.

Il bambino appena nato sente che lo spazio tra lui e la madre non è sicuro e se questa non ha gli strumenti per percepire tale insicurezza non può intervenire in modo adeguato per gestire la sua fragilità. Egli non si rende conto che c’è un Io e un Tu, che c’è un mondo costituito da persone con una loro identità, con dei bisogni, ma lui è il mondo e se questo mondo non è sicuro ecco che arriva l’ansia e il panico.

Quando il bambino piange e la madre non sa il perché è importante rassicurarlo accarezzandolo, tenendolo in braccio e parlargli dolcemente, questo gli permette di  iniziare a costruire una base sicura e di percepire che lui può affrontare le difficoltà e che ci si può fidare degli altri.

In questi momenti il bambino avverte uno stato di tensione, che diventa una sensazione di solitudine, che se si protrae nei primi tre anni di vita, può trasformarsi in una sensazione di incapacità e impotenza, rinforzate dalla convinzione di non poter risolvere i problemi, per poi diventare nell’età adulta un disturbo d’ansia a volte accompagnata da attacchi di panico. Il bambino ha bisogno di “carezze” (fisiche e non) per sentire che esiste, che può farcela a superare le avversità della vita, esse sono il nutrimento della spina dorsale, che senza si atrofizza insieme alla psiche.

L’ansia ha origine dalla mancanza di riconoscimento e da messaggi che provengono dall’esterno: “esisto solo se ci sei tu”, “se tu provi ansia io provo ansia” per diventare una convinzione che “il mondo è pericoloso e da solo non posso farcela”.

Nei primi tre anni di vita è importante incoraggiare il piccolo ad affrontare i sui problemi che per noi sono niente ma per lui sono tanto; ad esempio se vuole salire su una sedia bisogna lasciarlo fare, dandogli un semplice appoggio in modo che senta il senso di sicurezza, ma nello stesso tempo ha la percezione che è lui ad essere riuscito nell’intento e quando ce la fa mostrargli  la nostra felicità perché è riuscito da solo.

L’ansia può essere determinata da altri due fattori: uno stress post traumatico dato da un’esperienza che ha provocato paura improvvisa ed intensa, accompagnata da un senso di impotenza o può essere appresa  dalle figure genitoriali che danno continui input ansiogeni, come “Non accarezzare i cani perché sono pericolosi”, “Il mondo è pericoloso” o “Non fidarti degli altri”.

Nel primo caso il trauma può essere causato da un evento realmente pericoloso o da un insieme di eventi che per un adulto sono di poco conto, come una sgridata fatta in pubblico, in questo caso alla paura si aggiunge anche la vergona.

E’ importante  elaborare il trauma in modo che l’adolescente o l’adulto smetta di portarsi dietro quel bambino spaventato e pieno di vergogna  e non generalizzi più a tutte le esperienze quella paura terribile, vivendola nel qui ed ora come se fosse reale ancora oggi, così che la persona acquisisca la capacità di gestire le emozioni spiacevoli causate da esperienze che provocano agitazione, paura o preoccupazione. Nel secondo caso è importante comprendere che l’ansia non è propria, ma delle figure genitoriali.

Una mamma o un papà o peggio ancora entrambi, che a ogni delusione che il figlio subisce o un suo fallimento o anche delle semplici cadute che sbucciano un ginocchio si spaventano e si preoccupano eccessivamente, insegnano al figlio che il mondo è spaventoso e che non può farcela da solo ed ecco che il figlio diventa insicuro e convinto che in questo mondo difficile non ce la farà mai.

L’ansia ha origine sia dalla mancanza di stimoli di riconoscimento e di protezione, che permettono al cervello di formare delle connessioni neuronali che si attiveranno per tutta la vita, sia dalla mancanza di permessi e incoraggiamenti da parte delle figure genitoriali: “ce la puoi fare da solo”, “puoi essere diverso da me”, “puoi diventare autonomo e prendere le tue decisioni”, “quando ne hai bisogno voltati che io ci sarò a sostenerti”.

Un bambino diventa ansioso perché assorbe l’ansia della madre che fa fatica a cogliere i disagi del piccolo di pochi mesi che li esprime con pianti a volte protratti nel tempo e da qui si innesca un meccanismo in cui la madre pur di non affrontare la sua ansia lo iperprotegge, evitandogli, nei primi tre anni, di farsi le prime esperienze spiacevoli della vita che gli permettono di costruire la sua “base sicura”.

Purtroppo questo meccanismo si instaura anche nel padre, che è la figura che introduce il figlio nel mondo, che gli fa vedere come affrontare le avversità della vita e come relazionarsi.

Il piccolo diventa un adolescente che, per forza di cose, si trova da solo ad affrontare i coetanei e gli adulti, come gli insegnanti, ma non ha una base sicura e questo lo proietta nel baratro dell’ansia e del panico, il nuovo lo spaventa perché è incerto e non avendo la sicurezza per affrontare da solo l’incerto non gli resta che fuggire o trovare rifugio nei genitori che prontamente intervengono per risolvergli il problema. In questo modo la triade evita l’ansia che però non si dissolve, ma aspetta al varco, per manifestarsi rendendo il soggetto incapace di agire, di pensare, di trovare soluzioni e di buttarsi nel mondo per soddisfare i propri bisogni e per esprimere la sua personalità, così da diventare una persona soddisfatta e realizzata, ma lo trasforma in una persona insoddisfatta, non realizzata e alla continua ricerca di sé, di un senso nella vita, lasciandogli quella sensazione di avere la felicità a portata di mano, che basterebbe allungare per prenderla, ma non riesce a farlo perché l’ansia lo ancora nel suo mondo che gli dà la sicurezza, ma l’infelicità perché non riesce ad esprimersi.

COME GESTIRE L’ANSIA

La psicoterapia può fare molto per i disturbi d’ansia e per le dipendenze affettive, poiché lo psicoterapeuta diventa, piano piano, la figura genitoriale che dà protezione e di cui ci si può fidare, con il quale si può parlare dei propri problemi e perché l’ansia, corredata da vissuti dirompenti e fantasie catastrofiche, resta confinata nello spazio psicoterapeutico.

In questo modo il soggetto ansioso si rende conto che può parlare dei suoi problemi e può condividere i propri vissuti, senza che succeda nulla di drammatico ne a lui ne all’altro, anzi in questo modo può intravvedere la soluzione al suo conflitto interiore o per lo meno che ci sono altre vie per affrontare le difficoltà e piano piano diventa autonomo.

CUORE E CERVELLO, EMOZIONI ED INTELLIGENZA

A cura della dott.ssa Lucia Laudi

Le emozioni sono intelligenza

D. Goleman autore del libro “Intelligenza emotiva” spiega come i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna dire “sono fatto così; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia e dall’ambiente sociale.

A volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni così intense che non riusciamo a distinguerle, quindi deconfondere e fare metacognizione permette di capire se la situazione richiede un agire tempestivo o riflessivo.

La deconfusione è la capacità di fare un esame di realtà e comprendere se le emozioni che proviamo sono adeguate, anche come intensità, alla situazione che stiamo vivendo o se sono esagerate e confuse, la metacognizione è farsi domande, chiedersi quali meccanismi si stanno mettendo in atto e cosa si può fare di diverso.

La nostra società tende a negare la natura e le emozioni sono considerate segni di debolezza, mentre dà importanza al QI e alla ragione e alla logica, quando, in verità, la mente umana è prevalentemente intuitiva, emotiva e creativa. Studi scientifici hanno individuato che l’essere umano ha un’intelligenza emotiva ed empatica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, dall’amigdala e dall’ippocampo collegati con la corteccia prefrontale destra.

Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione, mandano l’impulso alla corteccia prefrontale destra, che elabora e rimanda all’amigdala la risposta, trasformandola in agito. Un malfunzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, come fare agiti impulsivi: se la corteccia prefrontale destr non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo, ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus o a bloccarsi.

Secondo le neuroscienze, gli stati primari si formano nel bambino fin dalla nascita e nei suoi primi anni di vita prova delle emozioni primarie molto intense a livello viscerale, come felicità, rabbia, ansia da separazione e paura, che provocano delle accensioni del sistema limbico molto potenti e non avendo ancora la corteccia prefrontale destra sviluppata per poter elaborare processi e regolare le emozioni non riesce a controllare tutto ciò, per cui va nel panico e si blocca o reagisce con aggressività per difendersi dal marasma che lo travolge.  In questo periodo è importante che la figura genitoriale gli dia quel contenimento utile e fondamentale per dargli sicurezza e sentire che quel vortice di emozioni si può contenere e gestire; per far questo sovente basta fargli sentire la propria presenza, accarezzandolo, parlandogli con voce tranquilla e dolce, senza far trapelare la propria ansia o insofferenza per il suo pianto che a volte non viene compreso e non si acquieta.

La corteccia prefrontale destra manda dei segnali chimici per calmare sia il corpo sia la mente del bambino che si trova in uno stato di intensa e primitiva eccitazione, per cui , se il piccolo non ha una figura di accudimento sviluppata emotivamente, la sua corteccia perfrontale destra non potrà svilupparsi e organizzarsi per favorire lo sviluppo delle funzioni calmanti per sé. Egli non potrà formare le capacità di “gestire la propria vita” in modo efficacie, ma dovrà ricorrere a dei meccanismi di difesa, che man mano che cresce, se non li risolve, diventeranno comportamenti disfunzionali accompagnati da emozioni eccessive per la realtà che gli si presenta, come fare nuove amicizie, affrontare un’interrogazione o altre avversità della vita.

Dopo i diciotto mesi si formano le connessioni neuronali utili per formare i processi emotivi nella corteccia prefrontale sinistra, permettendo di associare le emozioni ad attività verbali, potendo, così, formare delle storie e delle spiegazioni su ciò che gli succede, a volte in modo dettagliato, altre volte in modo grossolano.

Al terzo quarto anno di vita il cervello del bambino include l’attività dell’emisfero sinistro che entra in contatto con il destro attraverso il corpo calloso, che favorisce la comunicazione tra la corteccia prefrontale destra e quella sinistra, permettendo di fare delle elaborazioni emotive altamente sofisticate.

L’educazione del bambino piccolo fino alla fine della adolescenza e il sostegno di figure genitoriali sviluppate emotivamente è fondamentale, perché gli permette di formare nuovi circuiti neuronali, che gli permetteranno di gestire l’invasione delle emozioni e di saperle riconoscere, dandogli la giusta denominazione.

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

Invito a incontri del sabato 2022

Buongiorno a tutti!

Riparte il percorso con  i gruppi di Crescita Personale!

I primi incontri si terranno SABATO 8 OTTOBRE e  SABATO 29 OTTOBRE,   ( orario: dalle 15 alle 17.00): le date successive verranno stabilite   contestualmente.

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E. Berne ha affermato:  “ le  persone  si ammalano attraverso le relazioni interpersonali   ed attraverso di esse possono guarire” .

 Possiamo  diventare  consapevoli  di  aspetti del proprio  modo di  percepire  noi stessi   e  la  realtà  circostante   e    del modo di   instaurare  relazioni  con gli altri;  quando  utilizziamo delle modalità non adeguate soffriamo, e a volte la sofferenza può essere  alta.  Attraverso  la consapevolezza   del nostro modo di essere possiamo  quindi  attivare delle opzioni  diverse  di comportamento  e   prendere decisioni  di cambiamento.

La relazione di gruppo   è una modalità particolare, privilegiata, per  effettuare questo lavoro: utilizza infatti un ambiente interpersonale  che per  sua natura è ricco di stimoli e di sostegno.  L’attività del gruppo  ha la finalità di  aiutare ciascuno a lavorare su di sé scoprendo nella relazione con gli altri  degli aspetti che gli appartengono.

Per permettere  l’esperienza  della relazione guaritiva  del gruppo  propongo  un percorso  di sviluppo personale:  

LA SCOPERTA DI ME

         Il focus di questo percorso è  approfondire la conoscenza di sé  e migliorare le proprie relazioni con gli altri. Mediante la condivisione di esperienze personali,  integrata dalla presentazione di concetti teorici che permettano una    rilettura delle situazioni,   si possono elaborare  aspetti particolari della propria esperienza di vita, per poter  comprendere le dinamiche sottostanti, e l’individuazione di possibili  soluzioni o alternative.

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 Chi desidera partecipare  può contattarmi  personalmente per informazioni  ed accordi più specifici:

Dr.ssa Rossana Centis – cell 391 4512015

e – mail: psicoterapia.to.nord@gmail.com

ATTENZIONE AI NOSTRI FIGLI!!!

Questo messaggio ha l’intenzione di sollecitare l’attenzione dei genitori nei confronti dei figli: é IMPORTANTISSIMO cogliere segnali precoci di disagio relazionale  in tutte le fasce di etá evolutiva e adolescenza per poter prendere provvedimenti opportuni a PREVENIRE lo sviluppo di problematiche gravi.  Se come genitori percepite che c’è qualcosa che non va nella relazione con i vostri figli, o avete delle difficoltà particolari a gestirli, non aspettate che la cosa si risolva da sola aprendo l’ombrello in attesa che passi la pioggia, ma richiedete una consulenza specialistica.

Una consulenza può andare dal consulto del pediatra al richiedere uno aspecifico parere specialistico.

In questo senso propongo la mia consulenza psicoterapeutica.

Vi prego di focalizzare l’attenzione soprattutto sulla primissima parte della vita, alla nascita e subito dopo, e sul passaggio  all’adolescenza. È importante anche la valutazione di disturbi dell’apprendimento, e saranno gli insegnanti ad orientare l’attenzione su disturbi specifici o disturbi che potrebbero avere una base nelle relazioni familiari.

Chi desidera può contattarmi inviando una comunicazione su WA, su Telegram o telefonando al n 391 1512015

Rossana Centis

LE EMOZIONI SONO INTELLIGENZA

a cura di Lucia Laudi

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

Le emozioni hanno il grande potere di impadronirsi di noi, dei nostri pensieri e comportamenti e se non sappiamo gestirle ci inducono a fare atti imprevedibili e non sempre positivi e costruttivi, ma nello stesso tempo sono il motore della nostra vita affettiva, sociale e lavorativa.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

L’autore riporta come studi scientifici hanno messo in evidenza che i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna fermarsi a dire “sono fatto così”, perché si può educare a riconoscere le emozioni e a gestirle; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia, dalla scuola e da tutta la vita sociale che appartiene all’individuo.

Molte volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni anche molto intense che non riusciamo a distinguere, ma avvertiamo un’energia forte che ci spinge a compiere azioni impulsive che non sempre sono salvifiche, quindi deconfondere e fare una metacognizione permette di capire se la situazione in cui ci troviamo  richiede un agire tempestivo o la riflessione.

La nostra società tende a negare la natura, richiede di non ascoltare le emozioni perché considerate infantili o segni di debolezza e dà molta importanza al QI, alla logica, senza tenere conto che la mente umana è prevalentemente intuitiva e creativa e meno logica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, in particolare dall’amigdala e dall’ippocampo che sono in collegamento con la materia grigia della corteccia frontale.

Come funzioniamo? Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: un pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione o altro, mandano l’impulso alla corteccia frontale, la quale elabora e rimanda all’amigdala la risposta, che si trasforma in agito.

Un mal funzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, poiché la corteccia frontale ha la funzione di controllo dell’emozioni, impedendo di effettuare degli agiti inconsulti, se non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus.

Il fatto che ci sia un mal funzionamento del circuito neurologico delle emozioni non significa che non si possa intervenire educando, anzi l’educazione alle emozioni è fondamentale, perché permette al cervello di formare i circuiti adeguati e nuovi.

Quando le emozioni sopraffanno la concentrazione la annientano o meglio intaccano una memoria particolare, che gli scienziati chiamano memoria di lavoro, ossia l’abilità di tenere a mente tutte le operazioni che si devono compiere per portare a termine il compito prestabilito.

Fino a qui sembra che le emozioni negative siano quelle che hanno maggior potenza, ma non è proprio così, anche le emozioni positive hanno una grande incidenza sulla riuscita del raggiungimento di obiettivi, che richiedono grandi sacrifici.

Pensiamo ad una situazione dove viene richiesto un grande sacrificio come agli atleti agonistici o restando nella quotidianità, agli allievi che hanno difficoltà nello studio come i DSA, se questi soggetti non avessero la capacità di automotivarsi e di rialzarsi ad ogni fallimento, accompagnati da sentimenti come la perseveranza e l’entusiasmo.

Ogni emozione ha degli effetti nocivi, come l’ansia da prestazione che blocca l’azione e il pensiero, o utili e fruttuosi in quanto sono dei propulsori che spingono il soggetto a dare il meglio di sé. La differenza dell’agito emotivo viene determinata sia dal funzionamento neurologico , che differisce da individuo a individuo, sia dai messaggi che egli ha ricevuto durante la vita , soprattutto nell’infanzia.

L’ansia e la prestazione hanno un rapporto stretto, ad esempio un basso livello d’ansia produce apatia o motivazione molto scarsa per cui la prestazione (intellettiva, sportiva o di altro genere) non darà buoni frutti, mentre un’ansia esagerata saboterà qualunque tentativo di successo. L’ideale è un rapporto ottimale tra ansia e prestazione che creerà il nervosismo necessario per raggiungere il traguardo.

Molti libri di psicologia, come quello di D. Goleman “Intelligenza emotiva”, riportano come il buon umore sia un antidoto per superare lo scoramento e il fallimento. Molti studi riportano che i soggetti con buon umore hanno una migliore prestazione rispetto a quelli con un umore negativo o neutro. Quindi è fondamentale un giusto grado di tensione quando si deve effettuare una prestazione; perché un livello basso genera apatia, un livello alto genera ansia fino a diventare, in casi estremi, ad attacchi di panico, mentre un livello adeguato della tensione porta il soggetto a dare il meglio di sé.

Saper leggere e riconoscere le emozioni e saperle gestire in modo tale che diventino energia propulsiva positiva conducono l’individuo a formare l’autoconsapevolezza, che è fondamentale per raggiungere la capacità di comprendere e provare ciò che prova l’altro ossia l’empatia; tutto questo sfocia nell’altruismo.

Il Po in secca

Gli alessitimici sono persone prive di empatia, la cui mancanza porta gravi conseguenze. Pensiamo ai killer, serial killer e pedofili. Tali individui sono confusi sui propri sentimenti, non sanno riconoscerli e gestirli e soprattutto non sanno da cosa vengono generati, di conseguenza non hanno la capacità empatica, non sono in grado di capire e sentire cosa prova la vittima. Sono persone completamente perdute.

Essendo io una psicoterapeuta analista transazionale ritengo che per curare al meglio le persone con disagi più o meno gravi, sia fondamentale considerare l’essere umano in tutti i suoi aspetti corpo, intelletto emozioni e spirito; Voglio analizzare ciò che ho scritto secondo i termini dell’Analisi Transazionale.

La nostra psiche è formata da tre Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino, quest’ultimo, è impulsivo, empatico, creativo e sa trovare delle strategie per risolvere situazioni problematiche con il “Piccolo Professore”, che è una parte intuitiva e usa le sue conoscenze per destreggiarsi al meglio nella vita di tutti i giorni.

Il Genitore è uno Stato dell’Io che adotta modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti acquisiti dalle figure genitoriali (mamma, papà, nonni, insegnanti, fratelli, ecc.); è costituito da regole, permessi e divieti acquisiti non solo dalle figure genitoriali, ma anche dalla società a cui appartiene il soggetto. In fine l’Adulto è logico, raccoglie e dà informazioni, le elabora e usa modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti del “qui è ora”, ossia adeguati alla situazione presente.

Vediamo ora come le neuroscienze e l’Analisi Transazionale possono collaborare per comprendere al meglio il funzionamento dell’uomo per poter giungere a curare con più efficacia le patologie psicologiche.

Come già accennato precedentemente, le emozioni attivano il sistema limbico, in modo particolare il talamo e l’amigdala , quest’ultima manda dei segnali alla corteccia cerebrale frontale, in specifico alla materia grigia, la quale elabora i segnali e rimanda all’amigdala gli impulsi necessari per controllare le emozioni affinché non prendano il sopravvento, inducendo il soggetto a compiere degli atti impulsivi che possono essere dannosi per se stesso e gli altri.

Usando i termini dell’Analisi Transazionale il Bambino rivive traumi passati, anche piccoli, come se fossero presente e l’Adulto non riesce a tenere il controllo e a fare un esame di realtà. Quindi il primo passo da fare nella terapia è quello di attivare l’Adulto che conduce sia il Bambino, sia il Genitore alla consapevolezza che si sta vivendo una situazione presente e diversa dal passato, con persone differenti da quelle che hanno creato il trauma.

Successivamente è necessario far elaborare allo Stato dell’Io Bambino che le emozioni si possono gestire e che sono utili per la nostra vita e non dannose e condurlo all’accettazione che il passato non si può modificare, ma che si può ripartire fin da subito con modalità differenti e positive per la vita attuale. L’altro passo da fare, sovente queste fasi avvengono in contemporanea, è costruire un nuovo Genitore che dà dei permessi che il vecchio Genitore considerati dei divieti, come ad esempio: “Puoi provare emozioni fino ad ora vietate”, “Puoi essere te stesso, anche se sei differente da ciò che ci aspettavamo da te” e così via.

Le idee rigide del Genitore e le false idee del Bambino con il tempo diventano degli schemi rigidi e ripetitivi, ma intrisi affettivamente ed emotivamente, fino ad imprimersi nella memoria, in modo particolare in quella emotiva. Questi schemi con il tempo invadono l’Adulto fino al punto di convincerlo fermamente che le cose stanno così come crede e che quegli schemi sono la via giusta per la soluzione del problema, diventando un modo di pensare proprio che la vita del soggetto ha confermato.

Quando tali schemi diventano un abito stretto perdono la loro funzionalità, anzi diventano disfunzionali, creando disagio emotivo, conflitti interiori e spesso anche con l’ambiente sociale, allora la persona inizia a soffrire profondamente e a manifestare la patologia psicologica.

Le figure, del passato che una volta erano reali e che hanno creato dolore e sofferenza, nel presente sono diventati dei fantasmi con una forza emotiva sulla vita attuale del soggetto.

Le figure genitoriali dell’infanzia e dell’adolescenza vengono introiettate e agiscono nella vita adulta come se fossero reali, solo che sono dentro di noi e ci sembra più difficile farle smettere di bloccarci e di svalutarci, impedendo di essere noi stessi e facendoci credere che le loro convinzioni sono anche le nostre e che la vita “è proprio così come loro dicono”.

Nella terapia il primo passo da fare è deconfondere, ossia comprendere ciò che appartiene al soggetto, come i suoi bisogni, e la sua indole e ciò che fa parte delle figure genitoriali, come le loro convinzioni e paure. In Analisi Transazionale vuol dire comprendere e sentire emotivamente ciò che appartiene al Genitore suo e a quello delle figure genitoriali, al Bambino e all’Adulto

La persona in terapia deve diventare consapevole e sentire dentro di sé cosa gli appartiene e cosa no, solo dopo sarà in grado di elaborare le sue sofferenze e trovare cosa mettere al posto delle sue vecchie convinzioni su di sé, sull’altro e sulla vita.

Attraverso questo articolo il mio intento è quello di far comprendere come le emozioni sono il motore delle nostre azioni e decisioni, senza saremmo inermi, privi di progettualità e non avremmo energia per raggiungere i nostri obiettivi e per rialzarci dai fallimenti. Per questo ritengo fondamentale rendere i nostri figli, fin da piccoli, consapevoli delle loro emozioni, riconoscerle e saperle gestire a finché esse li conducano ad agire per il bene dell’altro e di se stessi.

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DIVIDE ET IMPERA*

a cura di Rossana Centis

Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.

Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.

Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.

 Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.

Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.

Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.

Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra.  Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?

Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?

L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.

Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.

In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.  

 Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.

*divide et impera ( cit da Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).