Le emozioni sono come dei cartelli indicatori che ci orientano a comprendere la nostra relazione con il mondo, il mondo interno, interiore, ed il mondo esterno, ciò che sta fuori di noi e che ci sollecita.
Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita; a volte è capitato che il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste perfino un detto popolare: “ dove si chiude una porta si apre un portone”! Anche in neurologia lo stimolo doloroso ha l’importante compito di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).
Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita; a volte è capitato che il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste perfino un detto popolare: “ dove si chiude una porta si apre un portone”! Anche in neurologia lo stimolo doloroso ha l’importante compito di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).
Poi ci sono delle sofferenze che non sono così immediatamente utili, ma sono come dei massi posti lungo il decorso di un torrente; l’acqua è costretta ad aprirsi un percorso girando attorno agli ostacoli e così si realizzano cascatelle, pozze, rivoli, vortici… e il corso del fiume diventa unico e irripetibile.
E poi ci sono esperienze piacevoli, o apparentemente piacevoli, ma che portano la nostra umanità fuori strada. Se ci lasciamo irretire, “abbindolare” dal piacere immediato, potremmo poi rimpiangere di essere stati poco accorti.
Ci vuole sensibilità e intelligenza per comprendere la nostra personale esperienza, in tutte le sue manifestazioni, senza tralasciare nulla, utilizzando il nostro vissuto interiore per orientarci nella vita. E a volte può essere utile condividere le nostre paure, i nostri dubbi, con qualcuno che ci possa dare una mano a districarci nei garbugli
Le emozioni sono esperienze che caratterizzano in nostro essere inseriti nella realtà, sono una condizione indispensabile al nostro esistere. Anche gli animali partecipano al mondo emozionale, tanto questa esperienza è indispensabile alla vita. Il mondo emozionale degli animali però è povero, è semplice, appartiene al qui – ed – ora, e anche se indubbiamente fa riferimento ad eventi del passato, è però legato alla concretezza dell’attuale.
Le nostre fluttuazioni emotive risentono profondamente della nostra storia, dei legami affettivi che hanno condizionato e segnato il nostro passato e che continuano a svilupparsi ne presente, gettando le basi per il nostro essere futuro.
Non possiamo prescindere dai nostri aspetti emozionali, anche se ciò non significa che le nostre azioni debbano essere condizionate necessariamente da essi. Nell’uomo ci sono altri dominii, altre funzioni imprescindibili che è necessario considerare nello svilupparsi della nostra storia personale.
La cognizione: la capacità di usare la ragione, di comprendere ciò che sta avvenendo al di dentro e al di fuori di noi. L’uomo ha la ragione , il ragionamento, la coscienza, la consapevolezza, in una misura nemmeno paragonabile a quella degli animali.
Caravaggio – La vocazione di Matteo
La cognizione integrata alle emozioni rende l’uomo creativo. L’emozione fa intuire e spinge, la cognizione realizza.
La volontà: per realizzare un atto creativo possiamo sacrificare delle parti di noi, dobbiamo scegliere e quindi amputare delle parti in vista di un bene più grande. La volontà permette di andare “contro-corrente” di valorizzare e sviluppare aspetti che altrimenti verrebbero persi nel dominio dell’istintualità.
Il lupo è i soggetto, maschio o femmina che sia, che seduce e cerca di trarre nella trappola Cappuccetto Rosso, colui/colei che viene affascinata dal carisma del lupo.
Il lupo è un individuo che ha un fascino sensuale e una parte associale, rappresenta il fascino del rischio della trasgressione, ma non azzanna subito, anzi tergiversa. Il lupo studia, fa un piano e aggredisce la nonna per arrivare alla vera preda, Cappuccetto Rosso.
Cappuccetto Rosso, nonostante le raccomandazioni della mamma, cede e viene attirata dal lupo. Lei non scappa per salvarsi, come farebbe una vittima spaventata, anzi si intrattiene ingenuamente con il carnefice.
Il bosco, rappresenta la parte profonda di ognuno di noi e il luogo dove si realizzano i presupposti del finale tragico in cui il lupo e Cappuccetto Rosso restano imbrigliati nel loro legame pericoloso che li porta al massacro.
Nella vita possiamo incontrare un’infinità di lupi, che cercheranno di trarci in inganno con la seduzione per farci entrare nel bosco; è fondamentale riconoscere tale rischio e imparare a fuggire, prima di cadere nella trappola da cui difficilmente si esce vivi o per lo meno si esce, ma dopo grandi sofferenze .
Benedette le lacrime. Meno male che esiste la fonte del pianto. Le lacrime sono nostre amiche. Le lacrime scorrono quando qualche avvenimento ci fa sta stare profondamente male e qualcosa dento di noi dice: NO.
Le lacrime ci indicano che siamo fatti per altro e sono benedette quando ci spingono a cercare quello di cui abbiamo veramente bisogno. Ascoltiamo le lacrime e seguiamo la loro traccia: ci porteranno alla scoperta di luoghi sconosciuti dentro di noi, o conosciuti ma dimenticati, o noti ma calpestati dalla spinta ad un piatto conformismo che apparentemente ci lega alla realtà ma ci fa perdere noi stessi e il nostro cuore.
Avvertire la spinta del desiderio ci espone fatalmente al rischio dello smarrimento.
Meglio allora mantenersi separati dalla sua forza, escluderla, meglio diventare una macchina efficiente priva di emozioni: il mito del nostro tempo sembra essere quello dell’adattamento collettivo al principio di prestazione che, come tale, esclude di per sé la vita emotiva, il sogno.
Benedette le lacrime che ci riportano sulla soglia della nostra creatività, se raccogliamo la sfida.
L’italiano è un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso. Come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.
Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare, a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri. Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce. Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgredire e il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.
La tentazione prende il sopravvento
Gestire il nostro interiore porta alla tranquillità
Questo è un messaggio di SPERANZA. Sono molto colpita dal crescendo di notizie di giovani e giovanissimi che soccombono perché compiono o subiscono atti autodistruttivi. Giovani generazioni allo sbaraglio, senza argini di riferimento, evidentemente senza sufficienti punti di appoggio per percepire il senso della loro vita. E i genitori alla disperazione. Ma la disperazione aleggiava nell’aria già prima del disfacimento dei figli.
Cosa ci sta succedendo?
Non lasciamoci appendere al collo una macina che ci trascina al fondo del fiume. Questa è la vera morte da Covid. Alziamo gli occhi e guardiamo alla vita.
I nostri figli ha bisogno di guardare in alto per trovare le energie vitali per affrontare i loro giorni. Loro ci osservano e noi possiamo insegnare a loro come rispondere alle sfide della vita.
In questo siamo un popolo esperto, siamo abili nelle ricostruzioni, le nostre famiglie hanno storicamente superato dei gravi frangenti sociali nei secoli scorsi, e possiamo re-incamminarci, abbiamo le energie etiche e di fantasia per camminare attraverso emergenze, disastri, perdite, ostacoli.
Ognuno di noi ha nel suo DNA le risorse per costruire e ricostruire contrastando le forze distruttive. CREDIAMOCI.
Bisogna ripartire da ciò che abbiamo tra le mani: la scintilla vitale. Reimpariamo a capire quali sono le cose essenziali e condividerle (questo lo possiamo fare anche con mascherine, distanziamento sociale e sanificazioni di mani ed ambienti). Guardiamoci negli occhi e guardiamo negli occhi i nostri figli, che hanno bisogno di comprendere attraverso di noi cosa può essere lasciato andare e cosa va trattenuto a tutti i costi perché ha valore, devono imparare a scegliere.
L’importante è che non ci lasciamo vincere dalla paura. Paure della malattia, paura della morte, paure della solitudine…anche la morte è un valore: prima o poi dovremo pure anche noi affrontare questo collo di bottiglia, e dobbiamo sapere come affrontarla.
Possiamo sfruttare questa enorme crisi mondiale per trovarci rinati e vincenti. Raccogliamo la sfida!
Personalmente sono disponibile a creare luoghi di accompagnamento, ascolto, confronto, aiuto, sia dal vivo sia sul web. Contattatemi! Cresceremo insieme!
In questo articolo voglio fare una breve riflessione sui meccanismi psicologici che si innescano nei giocatori d’azzardo fino a diventare una dipendenza e come mai diventano dipendenti alcuni soggetti e altri no, tenendo conto che scommettere e partecipare ai giochi in cui c’è una posta che si può vincere o perdere appartiene all’essere umano.
Essendo italiana ho osservato come l’italiano sia un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso.
L’uomo è l’unico essere vivente che gioca da quando nasce fino alla morte, mentre altre specie giocano fino a che il cucciolo diventa adulto e ha imparato tutto ciò che deve sapere per vivere nel branco.
Il gioco per l’uomo ha tre funzioni fondamentali: gioco Bambino o ludico importante per sviluppare la creatività, per rigenerarsi, per elaborare, gestire e conoscere le emozioni. Il gioco Adulto, permette di acquisire conoscenze, sviluppa la parte cognitiva, la collaborazione, il pensiero complesso utile per effettuare il problem solving. Infine il gioco Genitore aiuta ad acquisireregole sociali, morali, i valori, a diventare cittadino e genitore, acquisendo modelli dalle proprie figure genitoriali e dalla società in cui l’individuo vive.
Nell’Analisi Transazionale Genitore, Adulto e Bambino indicano tre Stati dell’Io che comprendono comportamenti, pensieri e sentimenti acquisiti nell’arco della nostra vita personale, fin dal momento del concepimento, e di quella sociale che inizia nella propria famiglia.
Per capire meglio cosa si intende per Stati dell’Io riporto le definizioni di C. Moiso e M. Novellino che hanno riportato nel loro libro “Gli Stati dell’Io”.
Stato dell’Io Bambino è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti che si strutturano fin dall’infanzia, è creativo, curioso, spontaneo e ricco di pulsioni. Stato dell’Io Adulto è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti autonomi e adeguati alla realtà presente, sa fare un esame di realtà, dà e raccoglie informazioni e le elabora per giungere ad una risposta cognitiva e comportamentale adeguata alla situazione. Stato dell’Io Genitore è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti incorporati dall’esterno, ossia dalle nostre figure genitoriali (mamma, papà, nonni, fratelli, insegnanti, ecc.), fornisce divieti, regole, incoraggiamenti, ma prova anche emozioni acquisite.
Dagli studi e approfondimenti che ho effettuato seguendo corsi di formazione, ho fatto delle riflessioni su come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.
Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Alle volte il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri.
Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce.
Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgrediree il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.
Cosa significa essere dipendenti? Solitamente la persona dipendente: dal gioco, da sostanze, da cibo o affettivamente dipendente, cerca di colmare la carenza di carenze psichiche che non ha ricevuto nella sua vita passata, ma con il suo atteggiamento e la sua difficoltà relazionale finisce con il confermare a se stessa che nulla cambierà.
Il giocatore d’azzardo sovente presenta altre dipendenze (da sostanze o da alcol) ed il suo atteggiamento verso se stesso, gli altri e il mondo è caratterizzato da una combinazione di elementi lesivi: avverte il bisogno di giocare somme sempre più alte per provare un’eccitazione maggiore, diventa irrequieto e irritabile quando il gioco viene interrotto, fa parecchi tentativi di controllarsi ma falliscono inesorabilmente, è preoccupato per ciò che potrà accadere a lui e alla sua famiglia, cerca di trovare modi per trovare i soldi appoggiandosi agli altri per rifarsi dalle perdite, gioca somme sempre più alte, perde le relazioni amichevoli e il lavoro, insomma rischia di finire in un baratro di disperazione in cui il senso di colpa lo attanaglia..
Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca della vincita, ma vuole ed è convinto di controllare la perdita, la quale è data dal caso; purtroppo egli non si rende conto che il caso, proprio per la sua caratteristica di imprevedibilità, non può essere controllato.
Uscire da questo “giro vizioso”, che sembra non finire mai è possibile, faticoso ma possibile; intanto è fondamentale che la persona riconosca di essere un giocatore d’azzardo, quindi di avere una dipendenza, che perderà sempre il denaro che gioca e anche di più, perché non si fermerà alla prima vincita e che ha bisogno degli altri per uscire dal baratro del gioco, da solo non può farcela.
Il giocatore d’azzardo può tornar ad una vita più serena e tranquilla nel momento in cui individua il significato che il gioco ha per sé e cosa sta sostituendo con esso: il senso di vuoto, la continua ricerca della propria autostima, la rivincita su coloro che lo continuano a svalutare.
Queste persone sono molto sofferenti, hanno bisogno di essere comprese e non demonizzate, di sentirsi amate e di “vedere” che è possibile uscire da baratro, ma devono fare un percorso non facile di consapevolezza e di ristrutturazione della propria personalità e che necessitano di un caregiver, al quale spetta un compito arduo ed è per questo che anch’esso ha bisogno di un sostegno molto saldo.
Costruire una rete intorno al giocatore a al cargiver è l’elemento fondamentale per una riuscita del percorso psicoterapeutico
LA SERENITA’ E LA TRANQUILLITA’SI POSSONO RAGGIUNGERE
BIBLIOGRAFIA
C. Moiso e M. Novellino Gli Stati dell’Io Astrolabio edizione 1982
E. Berne “Ciao!”…. e poi? Bompiani edizione 1987
C. M. Steiner Copioni di vita Edizioni La Vita Felice edizione 2005
La paura, come ogni altra emozione, ha una funzione ben precisa, quella di avvisarci dell’esistenza di un pericolo, ma a volte questo non corrisponde ad un pericolo reale come cadere in un burrone.
Nella società c’è un pericolo concreto, che incute una paura molto forte fino a diventare attacco di panico, la paura di non essere accettato dagli altri, quegli altri che per noi sono importanti e fondamentali per la nostra sopravvivenza psichica, perché la nostra personalità non corrisponde ai canoni comuni.
Vincere il panico vuol dire cambiare un atteggiamento mentale, rimescolare le carte della nostra vita, modificare il personaggio che ci siamo costruiti fin da piccoli e non farci ingabbiare dalle consuetudini e dai codici di un sociale che non ci corrisponde più e che ci impedisce di esprimere la nostra natura.
L’attacco di panico è una delle forze sotterranee del nostro inconscio che ci spinge in modo travolgente nella realtà, spazzando via i nostri castelli di sabbia, che abbiamo sempre difeso con tutte le nostre forze, pensando che fossero le nostre fondamenta. Il panico non deve essere considerato un nemico da combattere, ma è semplicemente una manifestazione della nostra parte più vitale e sana, che ci avverte di prenderci cura di noi stessi e del bisogno di vivere un’esistenza in armonia con la natura profonda che appartiene ad ognuno di noi.
Quando ci troviamo di fronte alle nostre paure interiori o reali è fondamentale guardarle in “faccia”, pensare alle situazioni che abbiamo affrontato nella nostra vita e che troveremo un modo per superarle e risolverle, ma soprattutto è importante lasciare spazio alla nostra essenza psichica perché è quella che ci aiuta a superare le avversità. Non possiamo pensare di avere una vita senza paura così come non potrà essere senza dolore, ma c’è anche gioia, serenità e soddisfazione, dobbiamo imparare a vederle e a viverle.
Attrezzando in modo adeguatola nostra psiche e la nostra mente potremo affrontare burroni assai profondi, gestendo la paura che ci invade quando siamo sospesi in aria, ma alla fine del percorso proveremo una soddisfazione immensa e saremo orgogliosi di noi stessi.
L’Analisi Transazionale e la Psicoterapia Integrativa permettono all’individuo di scoprire la sua natura e di trovare nuovi modi di esprimerla, tenendo conto della società in cui vive.
La psicoterapia fa trovare il CORAGGIO DI VIVERE, insegna ad ascoltare l’attacco di panico, quale bisogno o/e disagio sta comunicando e a mettere in atto nuovi atteggiamenti ed esso se ne andrà da solo.
Le bugie per i bambini sono un evento molto comune. Ma non tutte hanno lo stesso significato, la stessa valenza. In un ambito di sviluppo normale, dipende molto dall’età il significato da attribuire alla bugia: nella prima infanzia l’esame di realtà non è maturo, è agli inizi del suo sviluppo, mentre man mano che l’ età aumenta e le capacità cognitive di conoscenza e di organizzazione dei dati di realtà si incrementano, possono venire interiorizzate norme e principi morali e di conseguenza la cognizione di dire una bugia.
Le bugie nei bambini nella prima infanzia
E’ possibile che quando un piccolo bambino fa delle affermazioni che non sono congruenti con la realtà la mente dell’adulto le classifica automaticamente come “ bugia”; ma spesso non ci troviamo di fronte ad una manipolazione della verità, della realtà, ma ad una lettura magica, immaginaria. Non è insolito che il piccolo bambino che non si è ancora differenziato dalla madre, percepisca quest’ultima come un “ prolungamento di sé”: un compito che non riesce a portare a termine ( ad esempio un disegno) viene affidato alla mamma per essere completato, e non viene percepita la autonomia delle due realizzazioni. Infatti solo alla fine della prima infanzia i bambini raggiungono una sufficiente e consapevole distinzione tra fantasia e realtà, tra sé e non-sé. Nei primi anni dello sviluppo predomina ancora un pensiero in qualche modo “magico” e onnipotente che mischia fantasia e realtà inventando storie immaginarie. Lentamente, attraverso la simulazione del mondo degli adulti col gioco, il bambino impara a conoscere il proprio ed autonomo mondo interno separato da quello esterno, impara a conoscere e gestire emozioni e conflitti rielaborando e assegnando differenti significati e versioni ai dati di esperienza che man mano acquisisce.
Le bugie nei bambini in età scolare
E’ soltanto a partire dai 6-7 anni, con lo strutturarsi di un pensiero di tipo operativo quando il funzionamento della realtà comincia ad essere noto e prevedibile, che i bambini cominciano a distinguere cosa è reale in base alla loro esperienza e cosa non lo è, imparano ad uniformarsi a norme ed aspettative altrui e, con esse, acquisiscono il significato morale della distinzione tra verità e menzogna: quello del dire la verità è ora un valore che può procurare riconoscimento da parte dei genitori e accrescere quindi la stima di sé stessi. E’ quindi anche a partire da questa età che le bugie stesse possono essere usate dai bambini con consapevolezza ed intenzionalità al fine di evitare conseguenze spiacevoli o ottenere vantaggi.
Situazioni ambientali patologiche
Diverso è il caso di un percorso di sviluppo alterato, in cui in bambino in sviluppo deve tenere in considerazione elementi di realtà per lui lesivi o dannosi o violenti, o invasivi: in questi casi è probabile che si sviluppino delle strategie psicologiche di sopravvivenza, che non permettono un’ adeguato rapporto con i dati reali esterni e la maturazione di un’ articolato armamentario di conoscenze e strategie personali per affrontare le situazioni. Ad esempio la paura di essere sgridati o, peggio, picchiati dall’adulto di riferimento, in modo imprevedibile senza che vengano percepite le relazioni di causa – effetto, può produrre comportamenti di evitamento non discriminatorio generalizzati nei confronti di tali figure, con sviluppo di ritiro schizoide, ideazioni paranoidi, immaginazioni ed emozioni distorte che se cristallizzate nell’età adulta possono portare a quadri gravemente patologici , dal disturbo di personalità a psicosi di vario grado.
I genitori e le bugie dei bambini
Le vere e proprie bugie possono assumere significati molto diversi a seconda che costituiscano eventi occasionali mentre i bambini stanno imparando gradualmente a crescere e ad assumersi responsabilità o se rappresentino una modalità ripetitiva e rigida, stereotipata, con la quale gestiscono le difficoltà che inevitabilmente incontrano. E’ quindi importante un processo di comprensione di ciò che sta accadendo prima di tutto da parte dei genitori: se la bugia viene percepita come segnale di difficoltà, con implicita richiesta di aiuto, la risposta sarà un empatico processo educativo e di sostegno alla maturazione del figlio; se la risposta genitoriale è rigida e bloccante, con rimproveri e richieste di adeguatezza senza che venga fornito un sufficiente supporto all’autostima personale, ciò può contribuire a creare un clima interno di depressione, di sfiducia, fino alla disperazione ed alla percezione di un senso di solitudine e di vuoto.
Nicola Magrin L’inizio del cammino – 2018 acquello su carta (esposto nella mostra: “LA traccia del racconto” Aosta 5 maggio – 7 ottobre 2018)
Dalla fine del diciottesimo secolo si svilupparono in ambito filosofico le teorie nichiliste, in particolare come reazione e polemica sulle conclusioni della filosofia d Kant; acquistarono ben presto il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia o teoria, compresa la visione religiosa che pretendesse di possedere un reale contenuto di verità. F. Nietzsche (1844-1900) fu il filosofo che con maggiore sistematicità ed intensità promulgò la visione nichilistica per indicare l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori.
Il nichilismo inteso come una dottrina che sostiene la negazione radicale di un determinato sistema di valori e indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori è sotteso a movimenti culturali diversi, con accezioni e sfumature diverse e durante tutto il secolo scorso fu sostenuto da una vasta coorte di autori in ambito filosofico, letterario, artistico; il termine “nichilismo” è venuto ad indicare peraltro anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi.
C’è stato un periodo, il cosiddetto post-moderno, in cui nella cultura europea questa posizione è stata vista come una possibilità di emancipazione. Soprattutto nella seconda metà del secolo scorso si è cercato in ogni modo di liberarsi dall’idea che le cose hanno un senso – perché presupporre un significato era diventato una prigione – e questo avrebbe liberato l’io: da qui la rivoluzione sessuale, il sovvertimento di regole sociali valide nel passato, l’esplosione della soggettività, la rinuncia a responsabilità… Man mano questa impostazione culturale si è diffusa, si è infiltrata nel pensiero comune, ha eroso valori ed ideali che avevano sostenuto secoli di storia. Sono crollati riferimenti etici e ora stiamo assistendo ad un sovvertimento profondo anche di quelle che sono state da sempre considerate evidenze, anche dal punto di vista biologico.
E allora la vita diventa puro istinto, pura affermazione di sé. L’ideale, lo scopo, viene percepito come un “dover essere”; qualcosa che forse si deve realizzare, ma che non esiste già qui e adesso, come elemento con cui fare i conti, di fronte al quale assumersi responsabilità. E non è più nemmeno chiaro cosa significa “dovere”: i confini tra diritti e doveri si confondono …
La ricaduta di questo modo di concepire la vita è una debolezza progressiva, una perdita di energia e di spirito che, quasi di soppiatto, si è diffusa ovunque, anche in ambienti non ideologicamente nichilisti. È entrata nelle nostre case, nelle nostre credenze religiose, negli ideali politici. Abbiamo perso il gusto del vivere, schiacciati come siamo da routine di produzione.
Le generazioni precedenti – facendo eco alla parabola del figliol prodigo – hanno chiesto l’eredità e hanno lasciato la casa; i figli si sono dissociati da tutto e da tutti per vivere il loro progetto di autodeterminazione. E anche così, sul loro cammino – come in quello del figliol prodigo – ci sono diversi elementi che avrebbero potuto farli ritrovare: la scoperta del proprio nulla, la nostalgia e il ricordo della casa del padre. Le generazioni successive sono nate “mangiando semi di carrube”, nel nulla, non abbiamo lasciato nessuna casa. Siamo semplicemente caduti in un mondo già disimpegnato, separato, orfano. Non sappiamo com’è la casa del padre, non lo sappiamo, non ci siamo mai stati. Non possiamo chiedere all’uomo contemporaneo di tornare tra le braccia di un padre che non ha. Coloro che sono nati nel nulla hanno solo l’intento di essere. Dal niente all’essere: questo è ciò che ci viene chiesto; come se dovessimo essere dei. Questa è la tragedia dell’uomo oggi: non abbiamo altra scelta che generare noi stessi, costruire noi stessi. Siamo orfani e ci costringono a essere “Prometei”; “Uno sforzo enorme ma glorioso”, dice Testori. Concepiamo la libertà come una volontà e non come un riconoscimento amorevole. Tutto deve nascere da noi, senza prestare attenzione a nessun dato che non sia la volontà di potenza. Volere è potere. Questa è la grande riduzione: non dipendiamo da niente e da nessuno, solo da noi stessi. Tentiamo di credere che l’ intelligenza artificiale avrà l’ultima parola e ci permetterà di essere gli dei di noi stessi.
La vita però a volte ci propone situazioni – basta considerare gli effetti mondiali della pandemia – che ci riportano brutalmente all’esperienza di essere dipendenti da una realtà che ci precede e con cui dobbiamo necessariamente fare i conti. Il nostro “delirio di onnipotenza” si infrange nell’esperienza della fragilità e della insufficienza delle nostre risorse. L’esperienza del contatto con la natura nella sua forza a volte plasticamente esuberante a volte devastante, ci contiene e ci determina.
Possiamo raccogliere la sfida: possiamo accorgerci nuovamente di essere dei soggetti viventi, di avere dei bisogni, soprattutto di avere un bisogno: quello di essere amati. Lasciare che emergano da dentro di noi le domande fondamentali che ricercano un senso profondo. Lasciare che emergano i desideri, che emerga “ il desiderio”. Il desiderio non è solo una mancanza, un vuoto che attende di essere riempito, non è generico, né intellettuale. È già indirizzato verso un’esperienza in atto, chiede di incontrare la risposta, non solo di sapere che questa c’è.
Che cosa ci permette di ripartire per riconquistare la nostra stessa vita? Anzitutto, non mollare sul proprio desiderio. Però è anche vero che il proprio desiderio non si molla solo se si scopre che c’è qualcosa o qualcuno che vi corrisponde. Se si trova qualcuno uno che ci dica: «Guarda che ciò che il tuo cuore desidera, esiste, davvero».