Ci sono delle cose della vita che quando si presentano cambiano il corso degli eventi in maniera definitiva. Ciò può avvenire sia a livello personale che a livello comunitario, sociale… in noi è presente il bisogno di stabilità, di prevedibilità, e di conseguenza di ripetitività, soprattutto per quanto riguarda i significati: più facilmente ci adattiamo a cambiamenti esterni, se non viene messa in discussione la struttura di fondo del nostro modo di pensare e di operare.
Molto più difficile è il cambiamento quando opera a livello di “weltanschauung” (weltanschauung, secondo Treccani: Termine ted. («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]». Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso) di interpretazione delle cose in base a significati profondi. Non per nulla sono le crisi esistenziali che mettono alla prova più intensamente, e che possono venire superate solo dopo che abbiamo ritrovato un equilibrio, abbiamo operato un’integrazione delle spinte contrastanti, conflittuali all’origine la nostra sofferenza. Funziona bene l’aforisma: “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi“. Ecco quindi da dove nasce la forte resistenza ai cambiamenti, anche quando portano in sé degli aspetti vantaggiosi.
Non è raro che una crisi porti ad una rinascita e un rinnovamento personale. Ma a costo di un grande travaglio. E’ noto il detto “dove si chiude una porta si apre un portone“. La saggezza popolare riconosce la possibilità di speranza.
Un aspetto particolare può essere l’ applicazione alla comunità sociale di questi principi: come realizzare dei profondi capovolgimenti sociali scavalcando le resistenze ai cambiamenti che inevitabilmente si ergono? Il quesito è particolarmente sentito dalle lobby di potere che progettano di stravolgere la struttura sociale come l’abbiamo vissuta fino a tempi recenti. Il quesito del “potere“ è sempre stato: come controllare le genti, i popoli? Come trovare il modo di realizzare i fini particolari trascinando tutta la popolazione verso il proprio volere?
La pandemia covid ha servito su un piatto d’argento metodi e linee guida. Sono ormai a tutti note le ipotesi del “Grande Reset” e la costituzione imposta di una “Nuova Normalità” identificate e denunciate da innumerevoli pensatori ed esperti in varie competenze e di varie nazionalità.
Di dubbia attendibilità la dichiarazione che le misure adottate sono funzionali alla sopravvivenza nostra e del pianeta, quando contengono palesi contraddizioni: ad esempio dobbiamo piegarci a qualsiasi sacrificio per salvaguardare l’integrità ecologica ma non vengono certo prese decisioni coerenti con la volontà di spegnere focolai di guerre devastanti e genocidi, di entità tale che rischiano di mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza umana.
Pur evitando di addentrarsi nei dettagli delle varie idee di riferimento, rispetto a cui ogni persona interessata all’argomento può procurarsi informazioni e assumere una posizione, emergono facilmente in evidenza delle caratteristiche particolari che questa esperienza pandemica porta con sé e che sono esportabili come modello ad altre situazioni sociali (vedi guerra, emergenza ecologica, emergenza climatica…).
– Creare uno stato di paura cronica da cui solo lo Stato può salvarci con le sue regole imposte
– Utilizzare la strategia dell’emergenza: dichiarazione di stato di emergenza per operare delle variazioni gravi delle modalità sociali abituali degli individui a volte imponendo norme che violano i principi costituzionali stessi come la limitazione delle libertà personali
Ora tutti ci siamo prima o poi nel ruolo di potenziali “untori”, costretti all’isolamento – quarantena o controllo medico con tampone per il rischio di trasmettere malattia ( ma ciò avviene solo per il COVID, non certo per prevenire l’ondata epidemica di influenza o di altre virosi pure lesive) pur non manifestando alcun sintomo significativo. Sommessamente, utilizzando la motivazione della salute pubblica, viene attribuito il diritto a qualcuno di esterno di controllare la propria esistenza e di stabilire comportamenti obbligatori a cui assoggettarsi, e quando ciò diventerà “normale” – instillando questo concetto soprattutto nelle giovani generazioni – facilmente si transiterà ad una estensione del modello e chi decide di pensare diversamente e scegliere altri modelli di comportamento sarà trasformabile in inadempiente di doverose regole sociali.
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– transizione progressiva al concetto di “malato asintomatico”, definizione che coinvolge veramente ognuno: in passato una persona poteva essere “portatore sano” di elementi potenzialmente patogeni per i contatti inconsapevoli ma non venivano certo adottate misure coercitive di controllo.
– controllo sempre più profondo dei singoli individui (attraverso strumenti in grado di determinare lo spazio sociale da utilizzare come i Green pass e i documenti elettronici, i chip sottocutanei per effettuare transazioni economiche recentemente proposti sul mercato e prontamente da qualcuno già adottati)
-prolungamento delle misure adottate nello stato di emergenza in regole stabili (la pandemia non finirà mai, diventa endemia e dovremmo sempre fare i conti con essa): come realizzare il new normal.
Ecco che ha vinto la strategia esemplificata dalla storiella (metafora) della rana nell’acqua calda: se immersa nell’acqua bollente si scotta e salta fuori ma se viene immersa in acqua fredda che viene riscaldata progressivamente non si accorge del variare della temperatura e finisce per morire.
L’importante è far credere che i cambiamenti imposti servano per mantenere la stabilità: e chi è disposto a non realizzarli? Per ritrovare la stabilità (di vario grado, consistenza e significato) perduta?
Rispetto a questo bisogno però, a me sorge la domanda: ma quale stabilità voglio? Cosa mi definisce? Quali sono i miei valori inalienabili, che non sono disposto a sacrificare? Ne va anche del concetto di vita e di morte. Ma davvero la vita è il sommo bene (non sembrerebbe, viste le recenti vicende belliche) o può darsi il caso che la vita possa essere donata per realizzare un bene più grande? Forse una vita garantita ma schiavizzata è preferibile a vita che gode della sua libertà (E qui si impone una riflessione sul cosa sia la vera libertà) fino anche al sacrificio di sé?
Io desidero per me cose che non finiranno mai. Non la pandemia covid e la paura indotta, non il controllo sociale, non la limitazione della mia libertà di pensiero e altro.
Io desidero che non finisca mai la libertà di pensiero e di espressione, la possibilità di affermare e realizzare gli ideali in cui credo anche a costo di pagare un prezzo per questo., la possibilità di amare ed essere amato e affermare la realtà dell’altro che ho di fronte a me.
Invito ognuno a diventare ricercatore di senso, a trovare le cose a cui non siamo disposti a rinunciare perché ci definiscono veramente e delineano il nostro volto e che davvero non finiranno mai.
Alcuni giorni fa è giunto alla mia attenzione un brano tratto dal libro di Ester del Vecchio Testamento. Non ricordavo bene il contenuto del libro, così l’ho ripreso.
In sintesi, la storia di Ester si svolge in Persia al tempo della deportazione, ed è la storia di una fanciulla ebrea orfana e adottata da Mardocheo, funzionario alla corte del re, che divenne regina alla corte del gran re Assuero.
Il re aveva già una moglie, la regina Vasti, che però cadde in disgrazia per aver disobbedito ad un ordine regale, in quanto, convocata dal re in persona, rifiutò di comparire alla sua presenza; il re decise così di sostituirla con una nuova regina. Ad Ester, essendo bella, toccò in sorte di essere scelta dal re Assuero e divenne regina. Sia Mardocheo che Ester erano timorati di Dio, ed erano con Lui in relazione personale e vitale.
Avvenne che per volontà di un ministro del re, Aman, fu emanato un decreto di sterminio di tutto il popolo dei Giudei. Ma la regina Ester poté intercedere per il suo popolo e scongiurare l’evento; Mardocheo inoltre, si era guadagnato il favore del re e la sua gratitudine avendo sventato un “intrigo di palazzo”: aveva infatti scoperto i preparativi per un attentato alla sua vita e lo aveva avvertito; divenne così ministro del re al posto di colui che aveva predisposto lo sterminio del suo popolo. I Giudei furono riabilitati e venne decretato il diritto dei Giudei ad eseguire la vendetta nei confronti di coloro che si fossero dimostrati ostili ne loro confronti.
Subito mi ha colpito la descrizione delle condizioni sociali di quel popolo: immediato il paragone con il nostro modo attuale di considerare gli eventi. Gli aspetti più eclatanti per me sono stati: la condizione della donna, trattata brutalmente e, con normalità quasi ovvia, come puro oggetto di possesso, senza alcuna consapevolezza della pari dignità tra uomo e donna, e la dirompente violenza nei conflitti tra i popoli. Con il beneplacito della legge venivano programmati stermini di intere popolazioni, pulizie etniche, stragi di bambini. Generazioni rase al suolo. E questo era considerato doveroso da parte di entrambi i lati del conflitto: se un popolo veniva prevaricato ma riusciva a sopravvivere e a ribaltare le sorti, si comportava comunque nello stesso modo nei confronti degli sconfitti.
La condizione della donna (considerando che si tratta di regine!) – la punizione di Vasti:
(Est: 1, 10 – 22)
Paolo Veronese Incoronazione di Ester1556 – Chiesa di San Sebastiano – Venezia
Il settimo giorno, il re che aveva il cuore allegro per il vino, ordinò a Meumàn, a Bizzetà, a Carbonà, a Bigtà, ad Abagtà, a Zetàr e a Carcàs, i sette eunuchi che servivano alla presenza del re Assuero, che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; essa infatti era di aspetto avvenente. Ma la regina Vasti rifiutò di venire, contro l’ordine che il re aveva dato per mezzo degli eunuchi; il re ne fu assai irritato e la collera si accese dentro di lui. Allora il re interrogò i sapienti, conoscitori dei tempi. – Poiché gli affari del re si trattavano così, alla presenza di quanti conoscevano la legge e il diritto, e i più vicini a lui erano Carsenà, Setàr, Admàta, Tarsìs, Mères, Marsenà e Memucàn, sette capi della Persia e della Media che erano suoi consiglieri e sedevano ai primi posti nel regno. – Domandò dunque: “Secondo la legge, che cosa si deve fare alla regina Vasti che non ha eseguito l’ordine datole dal re Assuero per mezzo degli eunuchi?”. Memucàn rispose alla presenza del re e dei principi: “La regina Vasti ha mancato non solo verso il re, ma anche verso tutti i capi e tutti i popoli che sono nelle province del re Assuero. Perché quello che la regina ha fatto si saprà da tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti; esse diranno: Il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina Vasti ed essa non vi è andata. Da ora innanzi le principesse di Persia e di Media che sapranno il fatto della regina ne parleranno a tutti i principi del re e ne verranno insolenze e irritazioni all’eccesso. Se così sembra bene al re, venga da lui emanato un editto reale da scriversi fra le leggi di Persia e di Media, sicché diventi irrevocabile, per il quale Vasti non potrà più comparire alla presenza del re Assuero e il re conferisca la dignità di regina ad un’altra migliore di lei. Quando l’editto emanato dal re sarà conosciuto nell’intero suo regno per quanto è vasto, tutte le donne renderanno onore ai loro mariti dal più grande al più piccolo”.
E l’esperienza di Ester:
(Est 4,10-16) Ester ordinò ad Atàch di riferire a Mardocheo: “Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno, senza essere stato chiamato, in forza di una legge uguale per tutti, deve essere messo a morte, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d’oro, nel qual caso avrà salva la vita. Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re”. Le parole di Ester furono riferite a Mardocheo e Mardocheo fece dare questa risposta a Ester: “Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d’una circostanza come questa?”. Allora Ester fece rispondere a Mardocheo: “Và, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!”.
E per quanto riguarda i conflitti tra i popoli, il decreto del re:
(Est 3, 13b – 13g)
“Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue: Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini. Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto. Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”. Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno.
E il “decreto di riabilitazione de Giudei”:
(Est 8,12a- 17) Il decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, il tredici del mese, quando l’ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario; poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici. I Giudei si radunarono nelle loro città, in tutte le province del re Assuero, per aggredire quelli che cercavano di fare loro del male; nessuno potè resistere loro, perché il timore dei Giudei era piombato su tutti i popoli. Tutti i capi delle province, i satrapi, i governatori e quelli che curavano gli affari del re diedero man forte ai Giudei, perché il timore di Mardocheo si era impadronito di essi. Perché Mardocheo era grande nella reggia e per tutte le province si diffondeva la fama di quest’uomo; Mardocheo cresceva sempre in potere. I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero. Nella cittadella di Susa i Giudei uccisero e sterminarono cinquecento uomini e misero a morte Parsandàta, Dalfòn, Aspàta,Poràta, Adalià, Aridàta, Parmàsta, Arisài, Aridài e Vaizàta, i dieci figli di Amàn figlio di Hammedàta, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al saccheggio. (…)I Giudei che erano a Susa si radunarono ancora il quattordici del mese di Adàr e uccisero a Susa trecento uomini; ma non si diedero al saccheggio. Anche gli altri Giudei che erano nelle province del re si radunarono, difesero la loro vita e si misero al sicuro dagli attacchi dei nemici; uccisero settantacinquemila di quelli che li odiavano, ma non si diedero al saccheggio. Questo avvenne il tredici del mese di Adàr; il quattordici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia.
Inevitabilmente sorge un confronto con ciò che stiamo vivendo noi oggi: evidentemente l’istinto guerrafondaio ci possiede, le occasioni di eventi bellici sono purtroppo ancora molte… a volte le atrocità commesse non sono molto diverse da quelle testimoniate negli antichi libri; le recenti vicende afghane e medio – orientali, il conflitto russo-Ucraino… sembra davvero che l’umanità non sappia prescindere dalla conflittualità armata e distruttiva, che non sappia apprezzare il valore delle vite. Nonostante questo però germogli di consapevolezza nuova stanno spuntando. Ma abbiamo comunque a che fare con un cuore umano che contiene radici di male e di violenza, da cui nascono viluppi di rovi che soffocano autodeterminazione e libertà, e impediscono una naturale e armonica relazione con la natura e con il Creatore. Aborriamo e ci scandalizziamo delle violenze, aggressioni belliche, ci prodighiamo per le pari opportunità per le donne, ci indigniamo per l’abuso sui minori, evento questo che è ancora diffuso in alcuni modelli culturali. E’ già un abisso rispetto al passato. Di fronte alle prevaricazioni sorgono movimenti di protesta, manifestazioni nelle le piazze del vecchio e del nuovo mondo …
Siamo in realtà portatori di semi di male che comunque ci segnano, in qualche modo ci determinano ma ci costringono anche a fare delle scelte: da che parte voglio stare? In quale direzione dirigere i miei atti? Dove applicare le mie energie? Quale mondo sto contribuendo a costruire?
È impressionante il percorso dai tempi antichi quando non era persa la relazione con Dio Creatore ma la concezione dell’umano rimaneva comunque brutale, ai nostri tempi in cui si è sviluppata – anche se ancora limitatamente -la coscienza che la violenza non va bene, abbruttisce l’uomo, lo relega al di sotto degli animali (che sono aggressivi per sopravvivere ma non sono in sé “cattivi”; non hanno consapevolezza di voler essere un danno per gli altri, per prevalere sul proprio pari).
Ma da dove nasce questa evoluzione? Qual è il percorso compiuto? A noi sembra che la violenza testimoniata nel libro di Ester e in altri testi del Vecchio Testamento sia intollerabile: in certe culture antiche vigeva la normale abitudine di fare i sacrifici umani, in varie forme, per lo più in pratiche rituali giustificate da credenze religiose. Il processo di emancipazione da tali pratiche è stato molto lento. Già la storia del popolo ebraico ci testimonia comunque questo inizio. Ad Abramo viene chiesto di rinunciare al sacrificio del figlio alla divinità; Dio si presenta come un Dio-persona che evoca il valore del l’uomo-persona e insegna piano piano una nuova dimensione umana. A Mosè Dio si presenta in una relazione personale e si definisce: “Io sono” (Es 3,13-15;)[1]
San Vitale, Ravenna, int., presbiterio, – mosaici di sx – ospitalità di Abramo e sacrificio di Isacco
Il profeta Ezechiele (Ez 36,25-27)[2] insegna che Dio sostituisce il cuore di pietra con un cuore di carne e questo è un innesto assolutamente nuovo per l’umanità.
L’esplosione di un modo nuovo di concepire la vita si ha però con Gesù Cristo, un ribaltamento assoluto. Non a caso Gesù Cristo è posto al centro del cosmo e della storia. Lentamente nel tempo la sua rivoluzione ha permeato il nostro modo di pensare, attraverso i secoli ha agito come lievito e ci porta verso la realizzazione piena dell’umano in una dimensione amorosa, se vogliamo lasciarci guidare da Lui.
Siamo proprio sicuri che sia una cosa furba rinunciare alle nostre radici cristiane, come è avvenuto nel processo di costituzione dell’Europa, dissociarci culturalmente da questa fonte di bene e affidarci a criteri totalmente determinati dall’umana visione delle cose?
[1] Es 3,13-15; Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.
[2] Ez 36,25-27 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.
Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.
Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.
Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.
Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.
Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.
Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.
Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra. Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?
Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015
Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?
L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.
Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.
In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.
Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.
*divide et impera ( cit daTreccani:https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).
Spencer Johnson “Chi ha spostato il mio formaggio?”
Dot.ssa Lucia Laudi psicoterapeuta
In questa mia breve recensione scriverò con la maiuscola le parole Labirinto e Formaggio, perché per lo scrittore hanno un significato ben preciso.
Johnson scrive una storia ricca di significati e di metafore che riguardano sia la vita privata, il nostro modo di essere e di leggere la realtà, sia la nostra vita sociale, come interagiamo con gli altri.
Questo libro racconta di quattro personaggi fantastici, due topolini e due gnomi, che cercano il loro Formaggio all’interno di un Labirinto, in cui avverranno molti cambiamenti, non solo della posizione del Formaggio, ma anche degli stessi personaggi.
Il Labirinto rappresenta la nostra vita, in cui ognuno di noi deve trovare la strada per raggiungere l’autostima, la serenità, ma soprattutto lungo questo percorso, che inizia con la nascita (direi con il concepimento) e finisce con la morte, dobbiamo imparare ad essere resilienti in modo da affrontare i cambiamenti non solo della vita sociale, ma anche di quella personale. Si, perché solo cambiando, ma rispettando la nostra natura, possiamo affrontare gli ostacoli che si presentano nel Labirinto.
Ognuno di noi va alla ricerca del proprio Formaggio che sarà diverso a secondo della nostra natura. Esso rappresenta tutto ciò che vogliamo ottenere e i nostri desideri: una casa, il lavoro, la carriera, la libertà, la salute, lo sport o la pace spirituale.
Le persone hanno una loro concezione del Formaggio, ma tute lo vogliono ottenere perché sono convinte che ha il potere di procurare la felicità e ne diventano dipendenti quando lo raggiungono e se lo perdono ne restano sconvolti .
Il Labirinto è il luogo dove si cerca il Formaggio, oggetto del nostro desiderio.
Quando otteniamo un buon risultato come una buona azione, l’avanzamento di carriera, un bel voto a scuola, di un esame o il superamento di un concorso ci aspettiamo un riconoscimento dalle persone che ci circondano, anche questo è il Formaggio, ma se ciò non avviene, non riusciamo a raggiungerlo e ci sentiamo affranti e scoraggiati.
Questo è il momento della svolta dove il negativo diventa positivo, perché guardando con altri occhi il nostro fallimento, ci accorgiamo che il Formaggio è solo stato spostato e in realtà abbiamo davanti nuove opportunità, strade diverse che ci possono portare alla felicità e alla realizzazione dei nostri desideri.
In questo racconto emerge un altro fattore fondamentale quanto la capacità di resilienza per raggiungere il Formaggio, la capacità di cooperare, abbiamo bisogno degli altri. Grazie alla collaborazione possiamo fare quei cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio quando si sposta.
Nella vita è necessario essere flessibili e avere una visione del cambiamento, in modo da comprenderlo ed accettarlo; perché vivere nella turbolenza della vita che ci sballotta da un cambiamento all’altro, a volte repentini, procura un forte stress, che grazie all’unione della resilienza con la collaborazione possiamo affrontarli.
I due topolini Nasofino e Trottolino e i due gnomi Tentenna e Ridolino, rappresentano la parte semplice e quella complessa di noi stessi, che fanno parte della nostra natura di uomo.
Nasofino fiuta per tempo il cambiamento, Trottolino scalpita per entrare in azione, Tentenna nega il cambiamento e vi resiste, mentre Ridolino si adatta prontamente al cambiamento, quando comprende che questa è la via migliore per raggiungere il Formaggio.
I quattro personaggi rappresentano parti della personalità umana che solitamente scegliamo di usare quando agiamo o pensiamo, non importa quale essa sia, quello che è importante e che ci accomuna tutti è la necessità di trovare la nostra strada nel Labirinto per affrontare con successo i cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio.
Questo libro è molto utile per comprendere quale parte tendiamo a mettere in atto, se abbiamo una buona resilienza e capacità di collaborazione e la sua lettura e analisi è risultata molto utile sia in azienda che in psicoterapia, per aiutare team, copie, adulti e adolescenti a far fronte agli stress della vita.
DAD: didattica a distanza. Esperienza complessa e articolata, attraverso cui è transitato tutto il mondo scolastico
Di questo neologismo purtroppo conosciamo tutti i meriti e gli svantaggi …
DISTANZIAMENTO SOCIALE: Con distanziamento sociale o distanziamento fisico si intende un insieme di azioni di natura non farmacologica per il controllo delle infezioni volte a rallentare o fermare la diffusione di una malattia contagiosa. L’obiettivo del distanziamento fisico è di diminuire la probabilità di contatto di persone portatrici di un’infezione con individui non infetti, così da ridurre al minimo la trasmissione della malattia, la morbilità e, conseguentemente, la mortalità.
Il distanziamento fisico è maggiormente efficace quando l’infezione può essere trasmessa tramite aerosol (goccioline disperse nell’aria tramite colpi di tosse o starnuti), contatti fisici diretti (compresi i rapporti sessuali), contatti fisici indiretti (ad esempio il contatto con una superficie contaminata) o per vie aeree (se il microrganismo può sopravvivere nell’aria per lunghi periodi).
L’espressione distanziamento sociale in italiano è un neologismo originato dalla traduzione letterale dell’inglese ”social distancing”. Adottata estesamente, è apprezzata dalla terminologa e collaboratrice di Treccani Licia Corbolante, che la ritiene efficace, trasparente e facile da apprendere, distinguendone il significato suo proprio – che denota l’insieme delle misure di contrasto all’epidemia e non la sola distanza fisica tra individui – da quello di «distanza di sicurezza interpersonale». Questa seconda espressione è invece preferita da chi scorge nel concetto di distanziamento sociale i prodromi dell’isolamento sociale.
L’efficacia del distanziamento fisico diminuisce invece nei casi in cui l’infezione venga trasmessa principalmente attraverso acqua o cibo contaminati o da vettori, come zanzare o altri insetti.( tratto da Wikipedia)
Ne segue che l’errata e inappropriata traduzione dell’espressione inglese “social distancing” ha dunque prodotto quel distanziamento sociale che è, in ultima analisi, improprio e strumentale per come è stato concepito fin dall’inizio dal legislatore durante l’epidemia di Covid-19, in quanto estraneo al contesto linguistico e storico-culturale italiano. Essa, infatti, richiama al concetto di distanza sociale, impiegato dai sociologi per definire la distanza percepita da un individuo o da un gruppo rispetto ad un altro, in particolare per quel che riguarda l’appartenenza a classi e strati sociali diversi o a differenti culture e subculture (etnia, religione, stili di vita, ecc).
Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family
In un certo senso il distanziamento sociale è sempre esistito nel corso della storia dell’Umanità, mentre sono il distanziamento fisico o meglio il distanziamento sanitario le più corrette e appropriate espressioni da adottare in tempi di criticità epidemiologiche.
HUB VACCIVALE: La parola “hub” deriva dall’inglese e indica uno ‘snodo’, un punto centrale. Con il termine “hub vaccinale” si intende, quindi, una struttura fisica, un centro di raccolta, dedicato esclusivamente alla vaccinazione.
E’ un luogo ideato e allestito per ospitare il gran numero di persone che devono vaccinarsi, in cui le persone vi stiano solo il tempo necessario ad eseguire la vaccinazione e ricevere tutte le informazioni del caso.
Uno hub vaccinale è quindi un punto cruciale per la lotta al COVID-19, un centro attivo e dinamico in cui personale sanitario e associazioni di Volontariato offrono i loro servizi alla popolazione
GHOST GAME è una gara sportiva a porte chiuse, senza spettatori, come quelle che si sono disputate negli ultimi giorni per evitare gli assembramenti. La parola stata utilizzata dal Wall Street Journal per descrivere le partite della Bundesliga ed è una traduzione dal tedesco Geisterspiel.
INFODEMIA: s.f. dall’ingl “infodemic”, a sua volta composto dai s “info(rmation) (= informazione) ed (epi)demic (= epidemia)
Secondo l’Istituto Treccani è la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.
“Infodemic” ricorre nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità.
LOCK DOWN ( ormai questo non è quasi più un neologismo): tradotto dall’inglese significa “confinamento” ma viene utilizzata pressoché universalmente l’espressione originale inglese perché molto adatta ad esprimere con efficacia ed immediatezza l’insieme delle misure adottate dai governi per contenere il contagio da coronavirus
NEW NORMAL: Nuova Normalità .Il termine «New Normal», ovvero «nuova normalità», è stato indicato dalle stesse autorità cinesi per indicare il processo di trasformazione dell’economia del Paese.
Per descrivere nuove situazioni servono nuove parole. Il periodo post confinamento ci ha imposto situazioni inedite descritte arricchendo il linguaggio di neologismi o facendo diventare di uso comune parole prima relegate ad ambiti specialistici. A cominciare proprio da new normal che designa la normalizzazione di una situazione in precedenza eccezionale.
SANIFICAZIONE: la sanificazione è un intervento mirato a debellare i batteri e gli agenti patogeni, mentre con la pulizia l’intento è quello di rimuovere lo sporco “visibile” di qualsiasi natura (polvere, grasso o liquidi) da ogni tipo di superficie
SARS-CoV-2 (Sindrome Respiratoria Acuta Grave – Coronavirus 2): L’OMS ha identificato il nome della malattia in CoVID-19 (abbreviazione per COronaVIrus Disease-2019) mentre la Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus ha assegnato al virus che causa questa malattia il nome definitivo. Si tratta, infatti, di un virus simile a quello della SARS, ma più contagioso e meno letale.
TAMPONARE: verbo transitivo dal fr. tamponner, der. di tampon «tampone»
I significati storici sono:
1. Chiudere provvisoriamente un’apertura per arrestare il flusso di un liquido ( es: tamponare una falla); chiudere provvisoriamente con cenci, stoffa o in altro modo, un’apertura improvvisamente prodottasi in un recipiente, per arrestare il flusso del liquido: t. una falla in una barca, una rottura in una vasca o in una conduttura. In usi fig.: t. una falla nel patrimonio, t. un debito, porvi un rimedio provvisorio e urgente; t. una situazione di emergenza; t. la minaccia di una crisi, ecc.
2. e per estens: Cercare di bloccare una fuoriuscita di sangue con mezzi emostatici (tamponare un’epistassi”;
3. Riferito a un veicolo, urtare con la parte anteriore (originariamente, riferito a treni o tram, con i tamponi o respingenti) un altro veicolo che proceda nella stessa linea di marcia o si trovi in sosta, investendolo nella parte posteriore
4. In chimica, tamponare una soluzione: aggiungervi un tampone. Si definisce una soluzione tampone una soluzione che si oppone alla variazione del pH per aggiunte moderate di acidi o basi.
In seguito alla pandemia COVID tutti abbiamo fatto l’esperienza di sottoporci all’operazione del prelievo di secreti naso – orofaringei per mezzo di un tampone, cioè di batuffolo di cotone supportato da un bastoncino flessibile. Il test molecolare è il principale e più affidabile strumento che consiste in un’indagine capace di rilevare il genoma (RNA) del virus SARS-Cov -2 nel campione biologico attraverso il metodo RT-PCR. Questo test ha un altissimo grado di sensibilità e specificità, ossia ha un’elevata capacità di identificare gli individui positivi al virus in modo che ci sia il minor numero possibile di falsi positivi e una altrettanto elevata capacità di identificare correttamente coloro che non hanno la malattia. L’esito di questo tampone si ottiene mediamente in tre/sei ore.
Da qui nasce l’espressione “tamponare”, che ha però una accezione intransitiva ( “mi sono tamponato”, “sono stato tamponato”).
WEBINAR: (in italiano seminario in rete o teleseminario) è una sessione educativa o informativa la cui partecipazione avviene in forma remota tramite una connessione a internet. Il termine è un neologismo nato nella lingua inglese dalla fusione di web e seminar (seminario).
La principale differenza tra webinar e videoconferenza è che il webinar è una comunicazione unidirezionale che consente al relatore di parlare a un pubblico remoto con interazioni limitate con il pubblico mentre la videoconferenza è una comunicazione a due vie che consente di trasmettere video e audio contemporaneamente tra più partecipanti in luoghi diversi.
Con l’esperienza della pandemia COVID l’impatto della comunicazione interumana telematica è stato talmente massiccio ed esteso da cambiare universalmente lo stile delle relazioni sociali anche quando la fase di confinamento sociale si è allentata; i videocollegamenti nelle varie modalità, frontali o interattive, sono ormai entrati stabilmente nelle nostre abitudini comunicative.
SOCIAL BUBBLE– bolla sociale – è una piccola cerchia di parenti, amici, conoscenti a cui limitarsi nelle frequentazioni post quarantena per scongiurare una seconda ondata di contagi.
Spesso, troppo spesso, facciamo l’errore di pensare che siamo solo corpo, o meglio di pensare che la triade corpo, mente e psiche sono degli elementi separati tra loro anche se appartenenti all’uomo; questo errore , purtroppo lo fanno anche molti medici.
In realtà l’uomo è composto da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito; si perché la spiritualità fa parte dell’essere umano, al di là della religione.
Quando si vive un piccolo grande trauma psicologico è fondamentale prendersi cura della propria psiche, elaborare il trauma stesso , guardandolo “in faccia” e affrontando la paura che lo accompagna; invece sovente si mette in atto la difesa naturale “SCAPPARE”.
Questa è una difesa efficace quando il pericolo è reale e non c’è alternativa per la salvaguardia della propria e altrui incolumità ed è utile sul momento, ma successivamente è importante affrontare il trauma con la sua paura, perché se non lo facciamo la psiche resta bloccata al momento del trauma stesso e il nostro corpo ne risente fino ad ammalarsi anche gravemente.
Molto importante è fare contatto con la triade corpo, mente e psiche, e per fare questo è necessario contattare l’inconscio in modo da far emergere le paure, le rabbie e tutto ciò che disturba e che con il trauma viene consolidato. Il nostro inconscio è come il lago sopra riportato, che si chiama Lago Nero, perché pur essendo poco profondo, è talmente scuro che non si vede la fine.
Detto questo, è fondamentale contattare tutte le parti che ci compongono, per cui il parlato e il non detto devono interagire tra loro.
Non si può negare la connessione psiche-cervello-organo per cui è importante ascoltare i sintomi come: nausea, febbre, allergie, infarti, ecc., perché è il nostro corpo che ci sta parlando e ci sta comunicando un disagio inascoltato che la psiche non riesce più a reggere. Purtroppo non sempre riusciamo a capire questi messaggi perché abbiamo smesso di ascoltarci, dobbiamo riappropriarci del linguaggio non verbale.
Quindi è fondamentale dialogare con la nostra psiche e il nostro corpo, entrambi si influenzano e agiscono l’una sull’altro.
Analizzando i detti, che per me sono molto importanti, in quanto hanno sempre un fondo di verità, si osserva come l’essere umano ha dato sempre molta importanza agli organi e ha riconosciuto che essi sono sede delle emozioni. “Me la sono fatta addosso dalla paura”, i reni e l’intestino sono sede della paura, “Mi si accappona la pelle”, paura e terrore, “ a livello di pelle sento che…..”, questo organo riveste il nostro corpo e lo protegge dagli agenti esterni ed è un tramite tra interno ed esterno, molto significative sono le malattie della pelle come eczemi, psoriasi, ecc. “Muoio di crepa cuore” esprime un dolore insopportabile, “Mi porto un peso sul groppone”, sentire il peso di grandi responsabilità, si può soffrire di mal di schiena.
C’è una vasta varietà di modi di dire, che mettono in risalto come gli organi sono la sede delle emozioni e se non impariamo a leggere questo linguaggio non verbale e a comprendere e a soddisfare i bisogni espressi, il nostro corpo si ammala e con esse anche la mente.
La psiche è come un problema, se lo affrontiamo lo comprendiamo e troviamo una soluzione ad esso, se lo fuggiamo prima o poi ritornerà indietro come un boomerang e ci farà molto male.
Sta emergendo un nuovo aspetto del dominio totalitario che ha caratterizzato l’esperienza politico – sociale in molti paesi europei in particolare nel secolo scorso: pensavamo che la drammatica esperienza delle dittature subite, fosse una esperienza che non avremmo più ripetuto, avendo pagato un prezzo salato con la soppressione delle libertà, le guerre, i genocidi. Ma questa speranza si sta dimostrando una mera illusione. Il totalitarismo rinasce come l’araba fenice, si rinvigorisce sotto mutate spoglie.
Anche se ora in Europa non emergono delle specifiche personalità dominanti, capi di stato su cui convergono tutti i poteri dello stato, ciò nonostante abbiamo l’esperienza sempre più marcata della coartazione delle nostre libertà personali, sia dal punto di vista del diritto, sia con l’ipertrofia degli apparati burocratici, sia con la limitazione della libertà di pensiero e di espressione del pensiero.
Il totalitarismo si ammanta di aspetti apparentemente democratici, si maschera con il “politically correct”, ma in realtà mira a costringere e dominare le coscienze.
Lo spazio per affermare e per dichiarare le proprie convinzioni, e vivere secondo i propri valori – anche quelli supportati da secoli di storia – senza essere accusati e ridotti al silenzio, si sta assottigliando sempre più, fino ad arrivare a volte all’inibizione formale a svolgere la propria attività lavorativa sulla base di quella che è stata la personale formazione culturale, scientifica, filosofica, spirituale.
Un esempio: Papa Benedetto XVI ha parlato di dittatura del relativismo.
Il relativismo è la concezione del mondo e della storia di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze; questa visione si trova in conflitto con quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e di gruppi diventa l’unica legge della società.
In realtà fin dagli inizi del pensiero filosofico queste due visioni antitetiche si sono alternate o affiancate lungo la storia del pensiero umano (pensiamo a Platone ed il “mondo delle idee” ed Eraclito, col suo “panta rei”), ma nei tempi attuali sembra che sia altamente disdicevole (“politicamente scorretto”) credere e riferirsi a dei valori che hanno la pretesa di plasmare anche scelte concrete della vita. Altro esempio: se la vita umana è un valore non negoziabile, l’aborto è un delitto, se la vita umana è qualcosa di mutevole e dipendente dalle circostanze, che hanno la priorità, possono esserci dei casi in cui è legittimo sopprimere la vita nascente.
La tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, si fa dittatura, quando non sopporta coloro che sono percepiti dalla tirannia della tolleranza come “intolleranti”, solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico del relativismo.
Perfino opere d’arte che vanno ovviamente inquadrate nel loro contesto storico, a cui spesso viene riconosciuto un valore universale e atemporale, vengono contestate ed eventualmente “censurate”.
La recente esperienza sanitaria della pandemia *COVID ha dato un forte impulso a questo fenomeno, offrendosi come piattaforma ideale per sperimentare nuovi modelli di interferenza con le coscienze.
Fino ad ora, nella mentalità delle generazioni di mezzo o anziane, la persona era il punto di riferimento, con il suo carico di esperienza e sofferenza, e si considerava il suo stato “normale” salvo che non emergessero dei comportamenti anomali, pericolosi per la convivenza sociale; lo Stato eventualmente aveva il compito di verificare che sussistesse un rischio per la società e prendere delle misure adeguate (sanitarie, giudiziarie, ecc).
Ora cosa sta succedendo? prima di uscire di casa spetta alla singola persona a cui vengono consegnate delle “linee – guida” più o meno stringenti, verificare se va bene e se può uscire di casa…devo controllare di essere a posto prima di uscire. Viene presupposto implicitamente che potrei avere delle caratteristiche non accettabili per il sociale, quindi se voglio ottenere delle normali relazioni indispensabili per la mia vita e la mia persona devo trasformarmi in modo da essere accettato.
Questo vuol dire installare nella popolazione comportamenti e modi di pensare, gusti e sensibilità che possono non appartenerle e che vengono decisi da altri: oligarchie al potere impongono linee – guida che non sono frutto dell’elaborazione culturale ed etnica tipica di popolazioni e gruppi sociali; i soggetti a questo punto vengono appiattiti e omologati ad un “pensiero unico” che riesce a essere dominante. Le giovani generazioni sono particolarmente esposte a questo pericolo, e gli ultimi nati entrano a far parte di un mondo che funziona così e per loro tutto ciò costituisce la normalità.
Oggi il disegno necessario per controllare le basi istituzionali di miliardi di persone non può utilizzare strumenti nati nel passato per controllare piccole quote di popolazione a dimensione di Stati con qualche milione di persone.
Le tecnologie e gli strumenti di globalizzazione come ad esempio i “social media” sono strumenti adatti a controllare e a cambiare il modo di pensare in modo globalizzato e mondiale. Nuovi modi di pensare al servizio di gruppi di potere possono essere instillati e condivisi superando le barriere geografiche e utilizzando le fasce anagrafiche: un cambio di mentalità che si diffonde tra i giovani ha l’effetto nel tempo di cambiare il modo di pensare di continenti interi e basta aspettare qualche anno, il tempo che le vecchie generazioni vengano sostituite dalle nuove ed il gioco è fatto.
Ci eravamo abituati a credere dopo le due guerre mondiali e la fine dei totalitarismi che la libertà fosse fare tutto ciò che non è espressamente vietato dal legislatore. Questo tipo di libertà non è compatibile con il modello del totalitarismo dilagante attualmente, che impone un nuovo assetto costituzionale: il totalitarismo della sorveglianza.
Il “new normal” è la costituzione di un nuovo assetto costituzionale con degli apparati ideologici che penetrano in qualche modo pian piano nella coscienza sociale e la cambia creando cambi di mentalità istituzionale. Le nuove generazioni verranno progressivamente e pervasivamente convinte del fatto che questo modello è necessario ed è il solo possibile. E’ la creazione di una nuova natura. E’ un nuovo tentativo di riproporre una specie di “arianesimo”: questo cambiamento è affidato alle nuove generazioni.
Il *Green pass reso obbligatorio, da strumento facilitatore a servizio della popolazione, diventa un passo verso il controllo istituzionalmente determinato dei modelli comportamentali di contenimento. Ma come oggi viene utilizzato il *Green pass con delle motivazioni sanitarie, così possono venire utilizzati altri condizionatori sia in campo commerciale sia in campo culturale e, perché no, anche in campo spirituale. Già gli algoritmi dei media guidano subliminarmente i nostri gusti e i nostri acquisti…
Come contrastare un fenomeno così pervasivo e condizionante? Intravvedo la possibilità di offrire resistenza alla lenta e progressiva omologazione mondiale nel mantenere una amorevole e consapevole ed intelligente cura di tradizioni culturali specifiche, la valorizzazione dell’appartenenza a gruppi etnici e identità nazionali, a identità religiose e spirituali tradizionali e la riscoperta di quella legge naturale che ha costituto il fondamento della Civiltà Cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.
Ciò non significa arroccarsi in difesa indiscriminata e pietrificata della propria identità, ma essere consapevoli dei valori che la propria storia personale, famigliare, nazionale porta e saperli integrare armonicamente con le altre diversità con cui si viene a contatto in una valorizzazione reciproca, senza sentirsi costretti ad abdicare a valori ed esperienze importanti, se non fondanti, le storie personali e collettive. Un esempio? Una brutta esperienza della rinuncia alla propria storia culturale è stato il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa: nei documenti costitutivi non si è voluto riconoscere questa fondamentale matrice storica e culturale. Tale riconoscimento non avrebbe impedito la possibilità di una evoluzione europea in qualsiasi direzione, ma avrebbe invece affermato l’esistenza di un soggetto: la nostra mancanza di identità ci rende strutturalmente fragili ed in balia di influenze che provengono da altri continenti, e non siamo in grado di difendere con consapevolezza ed orgoglio le nostre radici.
la negazione di una matrice unificante che ha agito nel passato, ha un attuale effetto disgregante e confusivo, con incapacità di sanare conflitti tra visioni diverse, in un processo sanamente integrativo.
Spinoza diceva che viviamo in un’epoca in cui dominano le “passioni tristi”, dove il riferimento non è il pianto o la tristezza, queste emozioni sono energia, ma regna l’impotenza, la disgregazione e la mancanza di senso. Questo stato di nichilismo in questi ultimi due anni si è accentuato in modo esponenziale tra i giovani. L’identità acquista la sua forma dalla preadolescenza (dai 10 ai 13 anni) fino alla fine dell’adolescenza (dai 14 ai 19/20 anni).
Dai 16 ai 30 anni il giovane si crea il futuro, progetta ed è pieno di energia, di voglia di realizzare i suoi sogni, ma il mondo adulto lo sta buttando nel baratro della passività e dell’indifferenza, togliendogli la voglia di sognare la sua vita. L’identità si forma grazie al passaggio naturale dalla libido narcisista che investe sull’amore di sé, alla libido oggettuale che investe sugli altri e sul mondo. Se manca questo passaggio il ragazzo diventa egocentrico spinto da motivazioni utilitaristiche, che lo rendono vuoto, privo di energia, portandolo alla depressione, che sta dilagando tra i giovani. A volte, quando guardo i loro occhi, vedo la loro rassegnazione, come se non vedessero il futuro, non vedono oltre al qui e ora.
L’identità si costruisce con il riconoscimento dell’altro, io riconosco te e tu me; se non c’è questo non ci sei tu, ma non ci sono nemmeno io. Gli adulti hanno il dovere di aiutare i giovani a costruire la propria identità, insegnandogli ed educandoli al dialogo, alla relazione e a dire NOI e non solo IO; è con il NOI che si cresce e si raggiungono gli obiettivi, con il solo IO si arriva al nichilismo, all’aridità, ai soldi e al potere, di conseguenza al vuoto interiore, alla depressione, agli attacchi di panico e ogni errore diventa un fallimento e quindi il dramma della propria vita.
L’errore non viene vissuto come un momento positivo, che fa crescere e migliorare, ma la nostra società lo vede come qualcosa da evitare. La nostra società segue la Spinta “Sii prefetto” se vuoi essere accettato. Questa Spinta genitoriale, a mio avviso, è la più difficile da seguire, perché si può fare sempre di meglio, nessuno può garantire che la decisione presa sia quella giusta. Decidere vuol dire basarsi su passato e sul presente per fare qualcosa nel futuro e il futuro, come tale, non è certezza; quindi è fondamentale saper accettare l’incertezza.
Il nostro impego è quello di aiutare i giovani ad uscire dal nichilismo della società attuale.
Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di sentirsi come un pesce fuor d’acqua in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un senso di disagio per pensare quello che pensa, o meglio, per non poter liberamente esprimere ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio. Il fatto che la culla di questo movimento politico siano gli Stati Uniti, trova la sua ragione nell’esperienza delle grandi differenze su base etnica sperimentate nei secoli scorsi come schiavismo, segregazione razziale, eliminazione di popolazioni indigene, vissute in quel continente; designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.
Uno degli aspetti patognomonici di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con l’imposizione di cambiamenti linguistici, sostituzione di parole o frasi con altre che sarebbero più “dignitose”, più rispettose della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”, “operatore scolastico” al posto di “spazzino” e “bidello”), neologismi, nuove forme di etichetta , creazione di “tabù” (cioè bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).
“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.
In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:
– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);
– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);
– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”
L’idea di base è che la definizione linguistica sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile in italiano servirebbe a perpetuare forme di discriminazione femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere. Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del “politically correct” è la convinzione che il controllo del linguaggio sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che le parole possano essere espressione di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che porterebbero il significato di idee “pericolose” è giustificato il ricorso alla censura e alla eliminazione. E’ da notare comunque chel’efficacia nell’imposizione di cambiamenti linguistici ha l’effetto di legittimare implicitamente le teorie che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo viene riconosciuto ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono operate rende arduo esprimere critiche e obiezioni, e mette chi esprime un dissenso nella posizione di sembrare insensibile, irrispettoso e intollerante.
In origine il movimento nacque dunque all’interno di un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale come una ideologia che perpetua l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi progressivamente a considerare tutti gli aspetti della società e della cultura, dalle questioni di classe a quelle relative all’identità personale, con la convinzione di essere dalla parte giusta della storia e si dedica tuttora a considerare come i sistemi ritenuti oppressivi vengano interiorizzati ed espressi nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura, processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.
Bisogna anche dire che i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e questo espone al rischio che il principi del “politically correct” siano vengano messi in pratica a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.
Succede quindi che vengano considerati “reazionari” ideologie e modi di pensare fino a poco prima considerati “progressisti”, e il percorso personale di crescita e di maturazione viene scalzato, con perdita di spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo dibattito culturale: se non si è tra persone di fiducia, o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte” per molte persone la reazione immediata è smettere di dire quello che pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche evitando accuratamente qualsiasi argomento che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente. In alcuni si può innescare una reazione di rabbia e ribellione, però per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in ambiti sociali diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente la protesta ed il disagio si strutturano in posizioni chiare e dichiarate.
Negli USA il fenomeno si è recentemente diffuso soprattutto nelle università e nelle accademie, i luoghi che sono la “fucina” culturale della popolazione e testimonianze riportano che attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare da essere diventato quasi un fatto ovvio. Chi non si allinea paga il prezzo dell’ostracismo di colleghi e studenti e sa di mettere a rischio la propria reputazione e a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)
Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti, anche perché qualsiasi aspetto della società che a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica “privilegio/oppressione” può fungere da piattaforma per l’innesco di questo tipo di strategie di controllo sociale.
E inoltre tutti subiamo l’influenza dei social media divenuti ormai strumenti indispensabili o ineliminabili per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali, ideologie, mode. Esperienza abbastanza comune, per esempio, è subire il blocco su note piattaforme social, del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile, se non definitivamente, e questo avviene per delle motivazioni arbitrarie decise dai gestori in base a criteri unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto, di contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che però viene espletata in modo parziale solo in determinati casi, lasciando comunque dilagare una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che procede in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.
Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista al prof Marco Del Giudice, docente di psicologia evoluzionistica e metodi quantitativi nel New Mexico dal 2013 :
Svolgere una attività lavorativa in ambienti dove è prevista l’interazione continuativa con persone istituzionalizzate, o portatrici di deficit fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e di impegno nell’interazione personale, o trovarsi nella condizione di dover accudire persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita una serie di vissuti emozionali che hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.
A volte, se le richieste esterne soverchiano la possibilità personale di farvi fronte, si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità, in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.
Situazioni attuali nel qui ed ora possono essere mal tollerate per la loro ripetitività, per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di risolvere o migliorare le condizioni relazionali, per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro. Oppure, a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità, la richiesta può essere eccessiva in relazione alle risorse disponibili.
Può accadere che le problematiche attuali sollecitino nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i vissuti personali non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé ( lutti, conflitti, fallimenti…). Può accadere che gli operatori portino una sofferenza personale per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente a permettere un equilibrio adeguato nelle loro condizioni di vita.
Qualunque sia l’ origine del malessere, esiste la possibilità di affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore adatto alle situazioni problematiche, sviluppando maggiori flessibilità e resilienza.
Una delle risorse importanti per raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le difficoltà incontrate, che non siano giudicanti e saccenti, ma comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo passo “integrativo”, che permette di iniziare trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche nelle relazioni di aiuto.