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Chi ha spostato il mio formaggio?

RECENSIONE DEL LIBRO DI

Spencer Johnson “Chi ha spostato il mio formaggio?”

Dot.ssa Lucia Laudi psicoterapeuta

In questa mia breve recensione scriverò con la maiuscola le parole Labirinto e Formaggio, perché per lo scrittore hanno un significato ben preciso.

Johnson scrive una storia ricca di significati e di metafore che riguardano sia la vita privata, il nostro modo di essere e di leggere la realtà, sia la nostra vita sociale, come interagiamo con gli altri.

Questo libro racconta di quattro personaggi fantastici, due topolini e due gnomi, che cercano il loro Formaggio all’interno di un Labirinto, in cui avverranno molti cambiamenti, non solo della posizione del Formaggio, ma anche degli stessi personaggi.

Il Labirinto rappresenta la nostra vita, in cui ognuno di noi deve trovare la strada per raggiungere l’autostima, la serenità, ma soprattutto lungo questo percorso, che inizia con la nascita (direi con il concepimento) e finisce con la morte, dobbiamo imparare ad essere resilienti in modo da affrontare i cambiamenti non solo della vita sociale, ma anche di quella personale. Si, perché solo cambiando, ma rispettando la nostra natura, possiamo affrontare gli ostacoli che si presentano nel Labirinto.

Ognuno di noi va alla ricerca del proprio Formaggio che sarà diverso a secondo della nostra natura. Esso rappresenta tutto ciò che vogliamo ottenere e i nostri desideri: una casa, il lavoro, la carriera, la libertà, la salute, lo sport o la pace spirituale.

Le persone hanno una loro concezione del Formaggio, ma tute lo vogliono ottenere perché sono convinte che ha il potere di procurare la felicità e ne diventano dipendenti quando lo raggiungono e se lo perdono ne restano sconvolti .

Il Labirinto è il luogo dove si cerca il Formaggio, oggetto del nostro desiderio.

Quando otteniamo un buon risultato come una buona azione, l’avanzamento di carriera, un bel voto a scuola, di un esame o il superamento di un concorso ci aspettiamo un riconoscimento dalle persone che ci circondano, anche questo è il Formaggio, ma se ciò non avviene, non riusciamo a raggiungerlo e ci sentiamo affranti e scoraggiati.

Questo è il momento della svolta dove il negativo diventa positivo, perché guardando con altri occhi il nostro fallimento, ci accorgiamo che il Formaggio è solo stato spostato e in realtà abbiamo davanti nuove opportunità, strade diverse che ci possono portare alla felicità e alla realizzazione dei nostri desideri.

In questo racconto emerge un altro fattore fondamentale quanto la capacità di resilienza per raggiungere il Formaggio, la capacità di cooperare, abbiamo bisogno degli altri. Grazie alla collaborazione possiamo fare quei cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio quando si sposta.

Nella vita è necessario essere flessibili e avere una visione del cambiamento, in modo da comprenderlo ed accettarlo; perché vivere nella turbolenza della vita che ci sballotta da un cambiamento all’altro, a volte repentini, procura un forte stress, che grazie all’unione della resilienza con la collaborazione possiamo affrontarli.

 I due topolini Nasofino e Trottolino e i due gnomi Tentenna e Ridolino, rappresentano la parte semplice e quella complessa di noi  stessi, che fanno parte della nostra natura di uomo.

Nasofino fiuta per tempo il cambiamento, Trottolino scalpita per entrare in azione, Tentenna nega il cambiamento e vi resiste, mentre Ridolino si adatta prontamente al cambiamento, quando comprende che questa è la via migliore per raggiungere il Formaggio.

I quattro personaggi rappresentano parti della personalità umana che solitamente scegliamo di usare quando agiamo o pensiamo, non importa quale essa sia, quello che è importante e che ci accomuna tutti è la necessità di trovare la nostra strada nel Labirinto per affrontare con successo i cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio.

Questo libro è molto utile per comprendere quale parte tendiamo a mettere in atto, se abbiamo una buona resilienza e capacità di collaborazione e la sua lettura e analisi è risultata molto utile sia in azienda che in psicoterapia, per aiutare team, copie, adulti e adolescenti a far fronte agli stress della vita.

PICCOLO VOCABOLARIO DEL COVID: ALCUNI NEOLOGISMI  

A cura di R. Centis

DAD:  didattica a distanza. Esperienza complessa e  articolata, attraverso cui è transitato  tutto il mondo scolastico

Di questo neologismo purtroppo conosciamo tutti i meriti e gli svantaggi …

DISTANZIAMENTO SOCIALE: Con distanziamento sociale o distanziamento fisico si intende un insieme di azioni di natura non farmacologica per il controllo delle infezioni volte a rallentare o fermare la diffusione di una malattia contagiosa. L’obiettivo del distanziamento fisico è di diminuire la probabilità di contatto di persone portatrici di un’infezione con individui non infetti, così da ridurre al minimo la trasmissione della malattia, la morbilità e, conseguentemente, la mortalità.

Il distanziamento fisico è maggiormente efficace quando l’infezione può essere trasmessa tramite aerosol (goccioline disperse nell’aria tramite colpi di tosse o starnuti), contatti fisici diretti (compresi i rapporti sessuali), contatti fisici indiretti (ad esempio il contatto con una superficie contaminata) o per vie aeree (se il microrganismo può sopravvivere nell’aria per lunghi periodi).

L’espressione distanziamento sociale in italiano è un neologismo originato dalla traduzione letterale dell’inglese ”social distancing”. Adottata estesamente, è apprezzata dalla terminologa e collaboratrice di Treccani Licia Corbolante, che la ritiene efficace, trasparente e facile da apprendere, distinguendone il significato suo proprio – che denota l’insieme delle misure di contrasto all’epidemia e non la sola distanza fisica tra individui – da quello di «distanza di sicurezza interpersonale». Questa seconda espressione è invece preferita da chi scorge nel concetto di distanziamento sociale i prodromi dell’isolamento sociale.  

L’efficacia del distanziamento fisico diminuisce invece nei casi in cui l’infezione venga trasmessa principalmente attraverso acqua o cibo contaminati o da vettori, come zanzare o altri insetti.( tratto da  Wikipedia)  

 Ne segue che l’errata e inappropriata traduzione  dell’espressione  inglese “social distancing” ha dunque prodotto quel distanziamento sociale che è, in ultima analisi, improprio e strumentale per come è stato concepito fin dall’inizio dal legislatore durante l’epidemia di Covid-19, in quanto estraneo al contesto linguistico e storico-culturale italiano. Essa, infatti, richiama al concetto di distanza sociale, impiegato dai sociologi per definire la distanza percepita da un individuo o da un gruppo rispetto ad un altro, in particolare per quel che riguarda l’appartenenza a classi e strati sociali diversi  o a differenti culture e subculture   (etnia, religione, stili di vita, ecc).  

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

 In un certo senso il distanziamento sociale è sempre esistito nel corso della storia dell’Umanità, mentre sono il distanziamento fisico o meglio il distanziamento sanitario le più corrette e appropriate espressioni da adottare in tempi di criticità epidemiologiche. 

HUB VACCIVALE: La parola “hub” deriva dall’inglese e indica uno ‘snodo’, un punto centrale. Con il termine “hub vaccinale” si intende, quindi, una struttura fisica, un centro di raccolta, dedicato esclusivamente alla vaccinazione.

E’ un luogo ideato e allestito per ospitare il gran numero di persone che devono vaccinarsi,  in cui le persone vi stiano solo il tempo necessario ad eseguire la vaccinazione e ricevere tutte le informazioni del caso.

Uno hub vaccinale è quindi un punto cruciale per la lotta al COVID-19, un centro attivo e dinamico in cui personale sanitario e associazioni di Volontariato offrono i loro servizi alla popolazione

GHOST GAME è una gara sportiva a porte chiuse, senza spettatori, come quelle che si sono disputate negli ultimi giorni per evitare gli assembramenti. La parola stata utilizzata dal Wall Street Journal per descrivere le partite della Bundesliga ed è una traduzione dal tedesco Geisterspiel.

INFODEMIA: s.f. dall’ingl “infodemic”, a sua volta composto dai s “info(rmation)  (= informazione) ed  (epi)demic  (= epidemia)

Secondo  l’Istituto Treccani  è la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

“Infodemic” ricorre nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità.

LOCK DOWN  ( ormai questo non è quasi più un neologismo):   tradotto  dall’inglese significa  “confinamento” ma  viene utilizzata pressoché  universalmente l’espressione   originale inglese perché molto adatta ad esprimere con efficacia ed immediatezza  l’insieme delle  misure adottate  dai governi per contenere il contagio da coronavirus

NEW NORMAL: Nuova Normalità .Il termine «New Normal», ovvero «nuova normalità», è stato indicato dalle stesse autorità cinesi per indicare il processo di trasformazione dell’economia del Paese.

Per descrivere nuove situazioni servono nuove parole. Il periodo post confinamento ci ha imposto situazioni inedite descritte arricchendo il linguaggio di neologismi o facendo diventare di uso comune parole prima relegate ad ambiti specialistici. A cominciare proprio da new normal che designa la normalizzazione di una situazione in precedenza eccezionale.

SANIFICAZIONE: la sanificazione è un intervento mirato a debellare i batteri e gli agenti patogeni, mentre con la pulizia l’intento è quello di rimuovere lo sporco “visibile” di qualsiasi natura (polvere, grasso o liquidi) da ogni tipo di superficie 

SARS-CoV-2 (Sindrome Respiratoria Acuta Grave – Coronavirus 2): L’OMS ha identificato il nome della malattia in CoVID-19 (abbreviazione per COronaVIrus Disease-2019) mentre la Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus ha assegnato al virus che causa questa malattia il nome definitivo.  Si tratta, infatti, di un virus simile a quello della SARS, ma più contagioso e meno letale.

TAMPONARE: verbo transitivo dal fr. tamponner, der. di tampon «tampone»

 I significati storici  sono:

1. Chiudere provvisoriamente un’apertura per arrestare il flusso di un liquido ( es: tamponare una falla); chiudere provvisoriamente con cenci, stoffa o in altro modo, un’apertura improvvisamente prodottasi in un recipiente, per arrestare il flusso del liquido: t. una falla in una barca, una rottura in una vasca o in una conduttura. In usi fig.: t. una falla nel patrimonio, t. un debito, porvi un rimedio provvisorio e urgente; t. una situazione di emergenza; t. la minaccia di una crisi, ecc. 

2. e per estens: Cercare di bloccare una fuoriuscita di sangue con mezzi emostatici  (tamponare  un’epistassi”;

3. Riferito a un veicolo, urtare con la parte anteriore (originariamente, riferito a treni o tram, con i tamponi o respingenti) un altro veicolo che proceda nella stessa linea di marcia o si trovi in sosta, investendolo nella parte posteriore

4. In chimica, tamponare una soluzione:  aggiungervi un tampone. Si definisce una soluzione tampone una soluzione che si oppone alla variazione del pH per aggiunte moderate di acidi o basi.

In seguito alla pandemia COVID tutti  abbiamo fatto l’esperienza   di sottoporci all’operazione del prelievo di  secreti  naso – orofaringei  per mezzo di un tampone, cioè di  batuffolo di cotone supportato da un bastoncino flessibile. Il test molecolare  è il  principale e più affidabile strumento che consiste in un’indagine capace di rilevare il genoma (RNA) del virus SARS-Cov -2 nel campione biologico attraverso il metodo RT-PCR.  Questo test ha un altissimo grado di sensibilità e specificità, ossia ha un’elevata capacità di identificare gli individui positivi al virus in modo che ci sia il minor numero possibile di falsi positivi  e una altrettanto elevata capacità di identificare correttamente coloro che non hanno la malattia. L’esito di questo tampone si ottiene mediamente in tre/sei ore. 

 Da qui nasce l’espressione  “tamponare”, che ha però una accezione intransitiva ( “mi sono tamponato”, “sono stato   tamponato”).

WEBINAR:  (in italiano seminario in rete o teleseminario) è una sessione educativa o informativa la cui partecipazione avviene in forma remota tramite una connessione a internet. Il termine è un neologismo nato nella lingua inglese dalla fusione di web e seminar (seminario).

La principale differenza tra webinar e videoconferenza è che il webinar è una comunicazione unidirezionale che consente al relatore di parlare a un pubblico remoto con interazioni limitate con il pubblico mentre la videoconferenza è una comunicazione a due vie che consente di trasmettere video e audio contemporaneamente tra più partecipanti in luoghi diversi.

Con l’esperienza della pandemia COVID l’impatto della comunicazione interumana telematica è stato talmente massiccio ed esteso  da cambiare universalmente lo stile delle relazioni sociali anche quando la fase di confinamento sociale si è allentata; i videocollegamenti  nelle varie modalità, frontali o interattive, sono ormai entrati stabilmente nelle  nostre  abitudini comunicative.

SOCIAL BUBBLE– bolla sociale – è una piccola cerchia di parenti, amici, conoscenti a cui limitarsi nelle frequentazioni post quarantena per scongiurare una seconda ondata di contagi.

Padre, madre, figli – Maioli Sanese

Vittoria Maioli Sanese – “HO SETE PER PIACERE” – ed Marietti 1820 –

Che cosa significa essere genitori? Questo libro non dà consigli, non prescrive regole o comportamenti. Descrive una identità. Non si “fa” il genitore, si “è” genitore. Il problema dell’essere genitore è il problema dell’essere persona, dell’essere vero uomo e vera donna

Vittoria Maioli Sanese  (Rimini 1943)  è psicologa della coppia e della famiglia. Ha svolto la sua professione da più di quarant’anni  presso l’Opera per il Consultorio Familiare di Rimini  di cu è fondatrice e direttore. Oltre al lavoro clinico, guida  gruppi di riflessione  e di formazione per genitori, operatori sociali,  educatori, psicologi. Numerosi i suoi interventi in convegni, congressi,  seminari, scuole.

Vittoria Maioli Sanese – “CHI SEI TU CHE MI GUARDI” – Ed Marietti 1820 – L’autrice propone una riflessione, con profonda attenzione e semplice realismo, sulle tematiche più essenziali che caratterizzano la relazione genitore – figlio: origine, identità, legame di riconoscimento, appartenenza.

NATI PER VINCERE

L’essere umano, in qualsiasi età e condizione si trovi, può riscoprire in se stesso le radici del suo potenziale psichico completo. Sono questi i fondamenti dell’ANALISI TRANSAZIONALE, qui presentati in forma accessibile a tutti e con il corredo di numerosi esercizi. Torna in una nuova veste “Nati per vincere”, il volume che insegna, secondo i principi dell’analisi transazionale, a essere quel “vincente” che la vita ci ha destinato a essere

BIBLIOGRAFIA

In questa sezione vengono segnalati testi utili per un approfondimento personale su varie tematiche inerenti alla dimensione psicologica. Alcuni sono testi “classici”, noti ai professionisti del settore e parti integranti della formazione clinica, altri sono suggerimenti che nascono dai propri personali percorsi, predisposizioni, preferenze…

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IL POTERE DELLA TRIADE

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IL POTERE DELLA TRIADE

dot.ssa Lucia Laudi

Spesso, troppo spesso, facciamo l’errore di pensare che siamo solo corpo, o meglio di pensare che la triade corpo, mente e psiche sono degli elementi separati tra loro anche se appartenenti all’uomo; questo errore , purtroppo lo fanno anche molti medici.

In realtà l’uomo è composto da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito; si perché la spiritualità fa parte dell’essere umano, al di là della religione.

Quando si vive un piccolo grande trauma psicologico è fondamentale prendersi cura della propria psiche, elaborare il trauma stesso , guardandolo “in faccia” e affrontando la paura che lo accompagna; invece sovente si mette in atto la difesa naturale “SCAPPARE”.

Questa è una difesa efficace quando il pericolo è reale e non c’è alternativa per la salvaguardia della propria e altrui incolumità ed è utile sul momento, ma successivamente è importante affrontare il trauma con la sua paura, perché se non lo facciamo la psiche resta bloccata al momento del trauma stesso e il nostro corpo ne risente fino ad ammalarsi anche gravemente.

Molto importante è fare contatto con la triade corpo, mente e psiche, e per fare questo è necessario contattare l’inconscio in modo da far emergere le paure, le rabbie e tutto ciò che disturba e che con il trauma viene consolidato. Il nostro inconscio è come il lago sopra riportato, che si chiama Lago Nero, perché pur essendo poco profondo, è talmente scuro che non si vede la fine.

Detto questo, è fondamentale contattare tutte le parti che ci compongono, per cui il parlato e il non detto devono interagire tra loro.

Non si può negare la connessione psiche-cervello-organo per cui è importante ascoltare i sintomi come: nausea, febbre, allergie, infarti, ecc., perché è il nostro corpo che ci sta parlando e ci sta comunicando un disagio inascoltato che la psiche non riesce più a reggere. Purtroppo non sempre riusciamo a capire questi messaggi perché abbiamo smesso di ascoltarci, dobbiamo riappropriarci del linguaggio non verbale.

Quindi è fondamentale dialogare con la nostra psiche e il nostro corpo, entrambi si influenzano e agiscono l’una sull’altro.

Analizzando i detti, che per me sono molto importanti, in quanto hanno sempre un fondo di verità, si osserva come l’essere umano ha dato sempre molta importanza agli organi e ha riconosciuto che essi sono sede delle emozioni. “Me la sono fatta addosso dalla paura”, i reni e l’intestino sono sede della paura, “Mi si accappona la pelle”, paura e terrore,  “ a livello di pelle sento che…..”, questo organo riveste il nostro corpo e lo protegge dagli agenti esterni ed è un tramite tra interno ed esterno, molto significative sono le malattie della pelle come eczemi, psoriasi, ecc. “Muoio di crepa cuore” esprime un dolore insopportabile, “Mi porto un peso sul groppone”, sentire il peso di grandi responsabilità, si può soffrire di mal di schiena.

C’è  una vasta varietà di modi di dire, che mettono in risalto come gli organi sono la sede delle emozioni e se non impariamo a leggere questo linguaggio non verbale e a comprendere e a soddisfare i bisogni espressi, il nostro corpo si ammala e con esse anche la mente.

La psiche è come un problema, se lo affrontiamo lo comprendiamo e troviamo una soluzione ad esso, se lo fuggiamo prima o poi ritornerà indietro come un boomerang e ci farà molto male.

EPOCA DI CAMBIAMENTO O CAMBIAMENTO D’EPOCA?

a cura di Rossana Centis

New normal: nuova normalità.

Sta emergendo un nuovo aspetto del dominio totalitario che ha caratterizzato l’esperienza politico – sociale in molti paesi europei   in particolare nel secolo scorso: pensavamo che la drammatica esperienza delle dittature subite, fosse una esperienza che non avremmo più ripetuto, avendo pagato un prezzo salato con la soppressione delle libertà, le guerre, i genocidi.  Ma questa speranza si sta dimostrando una mera illusione.  Il totalitarismo rinasce come l’araba fenice, si rinvigorisce sotto mutate spoglie. 

 Anche se ora in Europa non emergono delle specifiche personalità dominanti, capi di stato su cui convergono tutti i poteri dello stato, ciò nonostante abbiamo l’esperienza sempre più marcata della coartazione delle nostre libertà personali, sia dal punto di vista  del diritto, sia con l’ipertrofia  degli apparati burocratici,  sia con la limitazione  della libertà di pensiero e di espressione del pensiero.

Il totalitarismo si ammanta di aspetti apparentemente democratici, si maschera con il “politically correct”, ma in realtà mira a costringere e dominare le coscienze.

Lo spazio per affermare e per dichiarare le proprie convinzioni, e vivere secondo i propri valori – anche quelli supportati da secoli di storia – senza essere accusati e ridotti al silenzio, si sta assottigliando sempre più, fino ad arrivare a volte all’inibizione formale a svolgere la propria attività lavorativa sulla base di quella che è stata la personale formazione culturale, scientifica, filosofica, spirituale.

 Un esempio: Papa Benedetto XVI ha parlato di dittatura del relativismo.    

Il relativismo è la concezione del mondo e della storia   di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze; questa visione si trova in conflitto con quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e di gruppi diventa l’unica legge della società.

 In realtà fin dagli inizi del pensiero filosofico   queste due visioni antitetiche si sono alternate o affiancate   lungo la storia del pensiero umano (pensiamo a Platone ed il “mondo delle idee” ed Eraclito, col suo “panta rei”), ma nei tempi attuali sembra che sia altamente disdicevole (“politicamente scorretto”) credere e riferirsi a dei valori che hanno la pretesa di plasmare anche scelte concrete della vita. Altro esempio: se la vita umana è un valore non negoziabile, l’aborto è un delitto, se la vita umana è qualcosa di mutevole e dipendente dalle circostanze, che hanno la priorità, possono esserci dei casi in cui è legittimo sopprimere la vita nascente. 

La tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, si fa dittatura, quando non sopporta coloro che sono percepiti dalla tirannia della tolleranza come “intolleranti”, solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico del relativismo.

 Perfino opere d’arte che vanno ovviamente inquadrate nel loro contesto storico, a cui spesso viene riconosciuto un valore universale e atemporale, vengono contestate ed eventualmente “censurate”.

 La recente esperienza sanitaria della pandemia *COVID ha dato un forte impulso a questo fenomeno, offrendosi come piattaforma ideale per sperimentare   nuovi modelli di interferenza con le coscienze.  

Fino ad ora, nella mentalità delle generazioni di mezzo o anziane, la persona era il punto di riferimento, con il suo carico di esperienza e sofferenza, e si considerava il suo stato “normale” salvo che non emergessero dei comportamenti anomali, pericolosi per la convivenza sociale; lo Stato eventualmente aveva il compito di verificare che sussistesse un rischio per la società e prendere delle misure adeguate (sanitarie, giudiziarie, ecc).

Ora cosa sta succedendo? prima di uscire di casa spetta alla singola persona a cui vengono consegnate delle “linee – guida” più o meno stringenti, verificare se va bene e se può uscire di casa…devo controllare di essere a posto prima di uscire. Viene presupposto implicitamente che potrei avere delle caratteristiche non accettabili per il sociale, quindi se voglio ottenere delle normali relazioni indispensabili per la mia vita e la mia persona devo trasformarmi in modo da essere accettato. 

Questo vuol dire installare nella popolazione comportamenti e modi di pensare, gusti e sensibilità che possono non appartenerle e che vengono decisi da altri: oligarchie al potere impongono linee – guida che non sono frutto dell’elaborazione culturale ed etnica tipica di popolazioni e gruppi sociali; i soggetti a questo punto vengono appiattiti e omologati ad un “pensiero unico” che riesce a essere dominante. Le giovani generazioni sono particolarmente esposte a questo pericolo, e gli ultimi nati entrano a far parte di un mondo che funziona così e per loro tutto ciò costituisce la normalità.

Oggi il disegno necessario per controllare le basi istituzionali di miliardi di persone non può utilizzare strumenti nati nel passato per controllare piccole quote di popolazione a dimensione di Stati con qualche milione di persone.

 Le tecnologie e gli strumenti di globalizzazione come ad esempio i “social media” sono strumenti adatti a controllare e a cambiare il modo di pensare in modo globalizzato e mondiale. Nuovi modi di pensare al servizio di gruppi di potere possono essere instillati e condivisi superando le barriere geografiche e utilizzando le fasce anagrafiche: un cambio di mentalità che si diffonde tra i giovani ha l’effetto nel tempo di cambiare il modo di pensare di continenti interi e basta aspettare qualche anno, il tempo che le vecchie generazioni vengano sostituite dalle nuove ed il gioco è fatto.

Ci eravamo abituati a credere dopo le due guerre mondiali e la fine dei totalitarismi che la libertà fosse fare tutto ciò che non è espressamente vietato dal legislatore. Questo tipo di libertà non è compatibile con il modello del totalitarismo dilagante attualmente, che impone un nuovo assetto costituzionale: il totalitarismo della sorveglianza.

Il “new normal” è la costituzione di un nuovo assetto costituzionale con degli apparati ideologici che penetrano in qualche modo pian piano nella coscienza sociale e la cambia creando cambi di mentalità istituzionale. Le nuove generazioni verranno progressivamente e pervasivamente convinte del fatto che questo modello è necessario ed è il solo possibile. E’ la creazione di una nuova natura. E’ un nuovo tentativo di riproporre una specie di “arianesimo”: questo cambiamento è affidato alle nuove generazioni.

Il *Green pass reso obbligatorio, da strumento facilitatore a servizio della popolazione, diventa un passo verso il controllo istituzionalmente determinato dei modelli comportamentali di contenimento. Ma come oggi viene utilizzato il *Green pass con delle motivazioni sanitarie, così possono venire utilizzati altri condizionatori sia in campo commerciale sia in campo culturale e, perché no, anche in campo spirituale. Già gli algoritmi dei media guidano subliminarmente i nostri gusti e i nostri acquisti…

Come contrastare un fenomeno così pervasivo e condizionante? Intravvedo la possibilità di offrire resistenza alla lenta e progressiva omologazione mondiale nel mantenere una amorevole e consapevole ed intelligente cura di tradizioni culturali specifiche, la valorizzazione dell’appartenenza a gruppi etnici e identità nazionali, a identità religiose e spirituali tradizionali e la riscoperta di quella legge naturale che ha costituto il fondamento della Civiltà Cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.

Ciò non significa arroccarsi in difesa indiscriminata e pietrificata della propria identità, ma essere consapevoli dei valori che la propria storia personale, famigliare, nazionale porta e saperli integrare armonicamente con le altre diversità con cui si viene a contatto in una valorizzazione reciproca, senza sentirsi costretti ad abdicare a valori ed esperienze importanti, se non fondanti, le storie personali e collettive. Un esempio?  Una brutta esperienza della rinuncia alla propria storia culturale è stato il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa: nei documenti costitutivi non si è voluto riconoscere questa fondamentale matrice storica e culturale. Tale riconoscimento non avrebbe impedito la possibilità di una evoluzione europea in qualsiasi direzione, ma avrebbe invece affermato l’esistenza di un soggetto: la nostra mancanza di identità ci rende strutturalmente fragili ed in balia di influenze che provengono da altri continenti, e non siamo in grado di difendere con consapevolezza ed orgoglio le nostre radici.

la negazione di una matrice unificante che ha agito nel passato, ha un attuale effetto disgregante e confusivo, con incapacità di sanare conflitti tra visioni diverse, in un processo sanamente integrativo.  

SPECIFICITA’ CULTURALI

POLITICALLY CORRECT

a cura della dott.ssa Rossana Centis

Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di  sentirsi come un pesce fuor d’acqua  in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un  senso di disagio per  pensare quello che pensa, o meglio,   per  non  poter liberamente esprimere  ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e  movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti   negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio.  Il fatto che la culla di questo movimento politico siano  gli Stati Uniti,  trova la sua ragione nell’esperienza   delle grandi differenze  su base etnica sperimentate nei secoli scorsi  come  schiavismo,  segregazione razziale,  eliminazione  di  popolazioni indigene, vissute in quel continente;  designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.

Uno degli aspetti patognomonici  di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con   l’imposizione di  cambiamenti linguistici,   sostituzione di  parole o frasi con altre che sarebbero  più “dignitose”, più rispettose  della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”,  “operatore scolastico” al posto di “spazzino”  e “bidello”), neologismi,  nuove forme di etichetta , creazione di  “tabù” (cioè  bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).

 Secondo la definizione tratta da  “La grammatica italiana” 2012 (treccani.it):

“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.

In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:

– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);

– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);

– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”

 L’idea di base  è che la  definizione linguistica  sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile  in italiano  servirebbe  a perpetuare forme di discriminazione  femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere.  Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto  di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del  “politically correct”    è la convinzione   che  il controllo del linguaggio  sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che  le parole possano essere   espressione  di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che  porterebbero il significato di idee “pericolose”  è giustificato   il ricorso alla censura e alla eliminazione.      E’ da notare  comunque che  l’efficacia nell’imposizione di  cambiamenti  linguistici ha l’effetto  di legittimare implicitamente le teorie  che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo  viene riconosciuto  ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono  operate   rende arduo   esprimere critiche e obiezioni,  e mette chi esprime un dissenso    nella posizione  di sembrare insensibile,  irrispettoso e intollerante.

 In origine   il movimento nacque dunque all’interno di  un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale  come una ideologia  che perpetua  l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi  progressivamente a considerare  tutti gli aspetti della società e  della cultura,   dalle  questioni di classe  a quelle relative all’identità personale,   con la convinzione  di essere dalla parte giusta della storia  e si dedica tuttora  a considerare  come i sistemi  ritenuti oppressivi  vengano interiorizzati   ed espressi  nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero  e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso  una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura,  processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che  prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.

Bisogna anche  dire  che   i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e  questo espone al rischio che  il principi del  “politically correct”  siano  vengano messi in pratica  a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.

Succede  quindi che vengano  considerati “reazionari”  ideologie e modi di pensare fino a poco prima  considerati “progressisti”,  e il percorso personale di crescita e di maturazione  viene scalzato, con perdita di  spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo  dibattito culturale:  se non si è tra persone di fiducia,  o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte”  per molte persone la reazione immediata è  smettere di dire quello che  pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche  evitando accuratamente   qualsiasi argomento  che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente.  In alcuni si può  innescare una reazione di rabbia e ribellione, però  per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in  ambiti sociali  diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente  la protesta ed il disagio si strutturano in  posizioni chiare e  dichiarate.

Negli USA il fenomeno si è  recentemente diffuso soprattutto  nelle università e nelle accademie, i luoghi  che sono la “fucina” culturale della popolazione  e  testimonianze riportano che  attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare  da essere diventato quasi  un fatto ovvio. Chi non si allinea  paga il prezzo dell’ostracismo di  colleghi e studenti   e sa di mettere a rischio la propria reputazione e  a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)   

Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno  globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti,  anche perché   qualsiasi aspetto della  società che  a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica  “privilegio/oppressione”   può fungere da  piattaforma per  l’innesco di questo tipo di  strategie di controllo sociale.

 E inoltre tutti subiamo  l’influenza dei social media  divenuti ormai  strumenti indispensabili  o ineliminabili  per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e  importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali,  ideologie, mode.   Esperienza abbastanza comune, per esempio, è  subire  il blocco su  note piattaforme social,  del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile,  se non   definitivamente, e questo avviene  per  delle motivazioni arbitrarie   decise dai gestori in base a criteri  unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto,  di  contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che  però viene espletata in modo parziale  solo in determinati casi, lasciando comunque  dilagare  una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che  procede  in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.

Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista   al prof Marco Del Giudice, docente  di psicologia evoluzionistica  e metodi quantitativi   nel New Mexico dal 2013 :

Dove va il politicamente corretto? Uno sguardo dagli USA – Hume Page (fondazionehume.it)

EMOZIONI  E   LAVORO CON DISABILI  E CON PERSONE BISOGNOSE DI AIUTO

 Svolgere una attività lavorativa   in ambienti    dove  è prevista l’interazione continuativa con  persone istituzionalizzate, o  portatrici di  deficit  fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e  di impegno  nell’interazione personale,  o trovarsi nella condizione di dover accudire  persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita  una serie di  vissuti emozionali che  hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.

  A volte, se  le richieste esterne  soverchiano la possibilità personale di farvi fronte,    si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale  creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità,  in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.

Situazioni attuali nel  qui ed ora  possono essere  mal tollerate per la loro  ripetitività,  per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di  risolvere o migliorare le condizioni  relazionali,    per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni  stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro.  Oppure,  a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità,  la richiesta può essere  eccessiva in relazione alle risorse disponibili.

 Può accadere che le problematiche attuali  sollecitino  nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i  vissuti personali  non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé  ( lutti, conflitti, fallimenti…).  Può  accadere che  gli operatori  portino una sofferenza  personale   per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente  a  permettere un equilibrio adeguato   nelle  loro condizioni di vita.

Qualunque sia l’ origine del malessere,    esiste la possibilità di    affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore  adatto alle situazioni problematiche, sviluppando  maggiori flessibilità e resilienza.

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Una delle risorse  importanti per  raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è  quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le  difficoltà  incontrate, che non siano giudicanti  e  saccenti, ma  comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo  passo  “integrativo”, che permette di iniziare  trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e  le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche  nelle relazioni di aiuto.