LE EMOZIONI SONO INTELLIGENZA

a cura di Lucia Laudi

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

Le emozioni hanno il grande potere di impadronirsi di noi, dei nostri pensieri e comportamenti e se non sappiamo gestirle ci inducono a fare atti imprevedibili e non sempre positivi e costruttivi, ma nello stesso tempo sono il motore della nostra vita affettiva, sociale e lavorativa.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

L’autore riporta come studi scientifici hanno messo in evidenza che i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna fermarsi a dire “sono fatto così”, perché si può educare a riconoscere le emozioni e a gestirle; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia, dalla scuola e da tutta la vita sociale che appartiene all’individuo.

Molte volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni anche molto intense che non riusciamo a distinguere, ma avvertiamo un’energia forte che ci spinge a compiere azioni impulsive che non sempre sono salvifiche, quindi deconfondere e fare una metacognizione permette di capire se la situazione in cui ci troviamo  richiede un agire tempestivo o la riflessione.

La nostra società tende a negare la natura, richiede di non ascoltare le emozioni perché considerate infantili o segni di debolezza e dà molta importanza al QI, alla logica, senza tenere conto che la mente umana è prevalentemente intuitiva e creativa e meno logica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, in particolare dall’amigdala e dall’ippocampo che sono in collegamento con la materia grigia della corteccia frontale.

Come funzioniamo? Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: un pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione o altro, mandano l’impulso alla corteccia frontale, la quale elabora e rimanda all’amigdala la risposta, che si trasforma in agito.

Un mal funzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, poiché la corteccia frontale ha la funzione di controllo dell’emozioni, impedendo di effettuare degli agiti inconsulti, se non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus.

Il fatto che ci sia un mal funzionamento del circuito neurologico delle emozioni non significa che non si possa intervenire educando, anzi l’educazione alle emozioni è fondamentale, perché permette al cervello di formare i circuiti adeguati e nuovi.

Quando le emozioni sopraffanno la concentrazione la annientano o meglio intaccano una memoria particolare, che gli scienziati chiamano memoria di lavoro, ossia l’abilità di tenere a mente tutte le operazioni che si devono compiere per portare a termine il compito prestabilito.

Fino a qui sembra che le emozioni negative siano quelle che hanno maggior potenza, ma non è proprio così, anche le emozioni positive hanno una grande incidenza sulla riuscita del raggiungimento di obiettivi, che richiedono grandi sacrifici.

Pensiamo ad una situazione dove viene richiesto un grande sacrificio come agli atleti agonistici o restando nella quotidianità, agli allievi che hanno difficoltà nello studio come i DSA, se questi soggetti non avessero la capacità di automotivarsi e di rialzarsi ad ogni fallimento, accompagnati da sentimenti come la perseveranza e l’entusiasmo.

Ogni emozione ha degli effetti nocivi, come l’ansia da prestazione che blocca l’azione e il pensiero, o utili e fruttuosi in quanto sono dei propulsori che spingono il soggetto a dare il meglio di sé. La differenza dell’agito emotivo viene determinata sia dal funzionamento neurologico , che differisce da individuo a individuo, sia dai messaggi che egli ha ricevuto durante la vita , soprattutto nell’infanzia.

L’ansia e la prestazione hanno un rapporto stretto, ad esempio un basso livello d’ansia produce apatia o motivazione molto scarsa per cui la prestazione (intellettiva, sportiva o di altro genere) non darà buoni frutti, mentre un’ansia esagerata saboterà qualunque tentativo di successo. L’ideale è un rapporto ottimale tra ansia e prestazione che creerà il nervosismo necessario per raggiungere il traguardo.

Molti libri di psicologia, come quello di D. Goleman “Intelligenza emotiva”, riportano come il buon umore sia un antidoto per superare lo scoramento e il fallimento. Molti studi riportano che i soggetti con buon umore hanno una migliore prestazione rispetto a quelli con un umore negativo o neutro. Quindi è fondamentale un giusto grado di tensione quando si deve effettuare una prestazione; perché un livello basso genera apatia, un livello alto genera ansia fino a diventare, in casi estremi, ad attacchi di panico, mentre un livello adeguato della tensione porta il soggetto a dare il meglio di sé.

Saper leggere e riconoscere le emozioni e saperle gestire in modo tale che diventino energia propulsiva positiva conducono l’individuo a formare l’autoconsapevolezza, che è fondamentale per raggiungere la capacità di comprendere e provare ciò che prova l’altro ossia l’empatia; tutto questo sfocia nell’altruismo.

Il Po in secca

Gli alessitimici sono persone prive di empatia, la cui mancanza porta gravi conseguenze. Pensiamo ai killer, serial killer e pedofili. Tali individui sono confusi sui propri sentimenti, non sanno riconoscerli e gestirli e soprattutto non sanno da cosa vengono generati, di conseguenza non hanno la capacità empatica, non sono in grado di capire e sentire cosa prova la vittima. Sono persone completamente perdute.

Essendo io una psicoterapeuta analista transazionale ritengo che per curare al meglio le persone con disagi più o meno gravi, sia fondamentale considerare l’essere umano in tutti i suoi aspetti corpo, intelletto emozioni e spirito; Voglio analizzare ciò che ho scritto secondo i termini dell’Analisi Transazionale.

La nostra psiche è formata da tre Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino, quest’ultimo, è impulsivo, empatico, creativo e sa trovare delle strategie per risolvere situazioni problematiche con il “Piccolo Professore”, che è una parte intuitiva e usa le sue conoscenze per destreggiarsi al meglio nella vita di tutti i giorni.

Il Genitore è uno Stato dell’Io che adotta modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti acquisiti dalle figure genitoriali (mamma, papà, nonni, insegnanti, fratelli, ecc.); è costituito da regole, permessi e divieti acquisiti non solo dalle figure genitoriali, ma anche dalla società a cui appartiene il soggetto. In fine l’Adulto è logico, raccoglie e dà informazioni, le elabora e usa modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti del “qui è ora”, ossia adeguati alla situazione presente.

Vediamo ora come le neuroscienze e l’Analisi Transazionale possono collaborare per comprendere al meglio il funzionamento dell’uomo per poter giungere a curare con più efficacia le patologie psicologiche.

Come già accennato precedentemente, le emozioni attivano il sistema limbico, in modo particolare il talamo e l’amigdala , quest’ultima manda dei segnali alla corteccia cerebrale frontale, in specifico alla materia grigia, la quale elabora i segnali e rimanda all’amigdala gli impulsi necessari per controllare le emozioni affinché non prendano il sopravvento, inducendo il soggetto a compiere degli atti impulsivi che possono essere dannosi per se stesso e gli altri.

Usando i termini dell’Analisi Transazionale il Bambino rivive traumi passati, anche piccoli, come se fossero presente e l’Adulto non riesce a tenere il controllo e a fare un esame di realtà. Quindi il primo passo da fare nella terapia è quello di attivare l’Adulto che conduce sia il Bambino, sia il Genitore alla consapevolezza che si sta vivendo una situazione presente e diversa dal passato, con persone differenti da quelle che hanno creato il trauma.

Successivamente è necessario far elaborare allo Stato dell’Io Bambino che le emozioni si possono gestire e che sono utili per la nostra vita e non dannose e condurlo all’accettazione che il passato non si può modificare, ma che si può ripartire fin da subito con modalità differenti e positive per la vita attuale. L’altro passo da fare, sovente queste fasi avvengono in contemporanea, è costruire un nuovo Genitore che dà dei permessi che il vecchio Genitore considerati dei divieti, come ad esempio: “Puoi provare emozioni fino ad ora vietate”, “Puoi essere te stesso, anche se sei differente da ciò che ci aspettavamo da te” e così via.

Le idee rigide del Genitore e le false idee del Bambino con il tempo diventano degli schemi rigidi e ripetitivi, ma intrisi affettivamente ed emotivamente, fino ad imprimersi nella memoria, in modo particolare in quella emotiva. Questi schemi con il tempo invadono l’Adulto fino al punto di convincerlo fermamente che le cose stanno così come crede e che quegli schemi sono la via giusta per la soluzione del problema, diventando un modo di pensare proprio che la vita del soggetto ha confermato.

Quando tali schemi diventano un abito stretto perdono la loro funzionalità, anzi diventano disfunzionali, creando disagio emotivo, conflitti interiori e spesso anche con l’ambiente sociale, allora la persona inizia a soffrire profondamente e a manifestare la patologia psicologica.

Le figure, del passato che una volta erano reali e che hanno creato dolore e sofferenza, nel presente sono diventati dei fantasmi con una forza emotiva sulla vita attuale del soggetto.

Le figure genitoriali dell’infanzia e dell’adolescenza vengono introiettate e agiscono nella vita adulta come se fossero reali, solo che sono dentro di noi e ci sembra più difficile farle smettere di bloccarci e di svalutarci, impedendo di essere noi stessi e facendoci credere che le loro convinzioni sono anche le nostre e che la vita “è proprio così come loro dicono”.

Nella terapia il primo passo da fare è deconfondere, ossia comprendere ciò che appartiene al soggetto, come i suoi bisogni, e la sua indole e ciò che fa parte delle figure genitoriali, come le loro convinzioni e paure. In Analisi Transazionale vuol dire comprendere e sentire emotivamente ciò che appartiene al Genitore suo e a quello delle figure genitoriali, al Bambino e all’Adulto

La persona in terapia deve diventare consapevole e sentire dentro di sé cosa gli appartiene e cosa no, solo dopo sarà in grado di elaborare le sue sofferenze e trovare cosa mettere al posto delle sue vecchie convinzioni su di sé, sull’altro e sulla vita.

Attraverso questo articolo il mio intento è quello di far comprendere come le emozioni sono il motore delle nostre azioni e decisioni, senza saremmo inermi, privi di progettualità e non avremmo energia per raggiungere i nostri obiettivi e per rialzarci dai fallimenti. Per questo ritengo fondamentale rendere i nostri figli, fin da piccoli, consapevoli delle loro emozioni, riconoscerle e saperle gestire a finché esse li conducano ad agire per il bene dell’altro e di se stessi.

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LE COSE CHE NON FINIRANNO MAI

a cura di Rossana Centis

Ci sono delle cose della vita che quando si presentano cambiano il corso degli eventi in maniera definitiva. Ciò può avvenire sia a livello personale che a livello comunitario, sociale… in noi è presente il bisogno di stabilità, di prevedibilità, e di conseguenza di ripetitività, soprattutto per quanto riguarda i significati: più facilmente ci adattiamo a cambiamenti esterni, se non viene messa in discussione la struttura di fondo del nostro   modo di pensare e di operare.

Molto più difficile è il cambiamento quando opera a livello di “weltanschauung” (weltanschauung, secondo Treccani:  Termine ted. («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]». Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso) di interpretazione delle cose in base a significati profondi. Non per nulla sono le crisi esistenziali   che mettono alla prova più intensamente, e che possono venire superate solo dopo che abbiamo ritrovato un equilibrio, abbiamo operato un’integrazione delle spinte contrastanti, conflittuali all’origine la nostra sofferenza.  Funziona bene l’aforisma: “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi“. Ecco quindi da dove nasce la forte resistenza ai cambiamenti, anche quando portano in sé degli aspetti vantaggiosi.

Non è raro che una crisi porti ad una rinascita e un rinnovamento personale. Ma a costo di un grande travaglio. E’ noto il detto “dove si chiude una porta si apre un portone“. La saggezza popolare  riconosce la possibilità di speranza.

Un aspetto particolare può essere l’ applicazione alla comunità sociale di questi principi: come realizzare dei profondi capovolgimenti sociali scavalcando le resistenze ai cambiamenti che inevitabilmente si ergono? Il quesito è particolarmente sentito dalle lobby di potere che progettano di stravolgere la struttura sociale come l’abbiamo vissuta fino a tempi recenti. Il quesito del “potere“ è sempre stato: come controllare le genti, i popoli? Come trovare il modo di realizzare  i fini particolari trascinando tutta la popolazione verso il proprio volere?

La pandemia covid ha servito su un piatto d’argento metodi e linee guida. Sono  ormai a tutti  note le ipotesi del “Grande Reset”  e la costituzione imposta di una “Nuova Normalità” identificate e denunciate da innumerevoli pensatori ed esperti in varie competenze e di varie nazionalità.

Di dubbia   attendibilità  la dichiarazione che le misure adottate  sono funzionali alla sopravvivenza nostra e del pianeta, quando contengono palesi contraddizioni: ad esempio dobbiamo  piegarci a qualsiasi sacrificio per salvaguardare l’integrità   ecologica ma  non vengono certo prese decisioni   coerenti con  la volontà di spegnere focolai  di guerre  devastanti e genocidi, di entità tale che  rischiano di mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza umana.

Pur evitando  di  addentrarsi nei  dettagli delle varie idee di riferimento, rispetto a cui ogni persona interessata all’argomento può procurarsi informazioni e assumere una posizione, emergono  facilmente in evidenza delle caratteristiche particolari che questa esperienza pandemica porta con sé e che sono  esportabili come modello ad altre situazioni sociali (vedi guerra, emergenza ecologica, emergenza climatica…).

– Creare uno stato di paura cronica da cui solo lo Stato può salvarci con le sue regole imposte

– Utilizzare la  strategia dell’emergenza: dichiarazione di stato di emergenza per operare delle variazioni gravi delle modalità  sociali abituali  degli individui a volte imponendo norme  che violano i principi costituzionali stessi come la limitazione delle libertà personali

Ora   tutti ci siamo prima o poi nel ruolo di potenziali “untori”, costretti all’isolamento   – quarantena o  controllo medico  con tampone  per il rischio di  trasmettere malattia ( ma ciò avviene solo per il  COVID, non certo per prevenire l’ondata epidemica di influenza o di altre virosi  pure lesive) pur non  manifestando   alcun sintomo significativo.  Sommessamente, utilizzando la motivazione della salute pubblica,  viene attribuito il diritto  a  qualcuno di esterno di controllare la propria  esistenza  e di stabilire comportamenti obbligatori  a cui assoggettarsi, e quando ciò diventerà  “normale” –  instillando questo concetto soprattutto nelle giovani generazioni –    facilmente  si transiterà ad una estensione del modello e chi decide di  pensare diversamente e scegliere altri modelli di comportamento   sarà   trasformabile in inadempiente di doverose regole sociali.

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

– transizione  progressiva al concetto di “malato  asintomatico”,  definizione che coinvolge  veramente ognuno:  in passato   una persona poteva essere “portatore sano” di  elementi potenzialmente patogeni per i contatti  inconsapevoli ma non venivano certo adottate  misure coercitive di   controllo.

–  controllo sempre più profondo dei singoli individui (attraverso strumenti  in grado di determinare   lo spazio  sociale da utilizzare come i  Green pass e i documenti elettronici, i chip sottocutanei   per effettuare transazioni economiche  recentemente proposti sul  mercato e prontamente da  qualcuno già adottati)

-prolungamento delle misure adottate nello stato di emergenza in regole stabili (la pandemia non finirà mai, diventa endemia e dovremmo sempre fare  i conti con essa): come  realizzare il  new normal.

Ecco che ha vinto la strategia esemplificata dalla storiella (metafora) della rana nell’acqua calda: se immersa nell’acqua bollente si scotta e salta fuori ma se viene immersa in acqua fredda che viene riscaldata progressivamente non si accorge del variare della temperatura e finisce per morire.

L’importante è far credere che i cambiamenti imposti servano per mantenere la stabilità: e chi è disposto a non realizzarli? Per ritrovare la stabilità (di vario grado, consistenza e significato)  perduta?

Rispetto a questo bisogno però, a me sorge la domanda: ma quale stabilità voglio? Cosa mi definisce? Quali sono i miei valori inalienabili, che non sono disposto a sacrificare? Ne va anche del concetto di vita e di morte. Ma davvero la vita è il sommo bene (non sembrerebbe, viste le recenti vicende belliche) o può darsi il caso che la vita possa essere donata per realizzare un bene più grande? Forse una vita garantita ma schiavizzata è preferibile a vita che gode della sua libertà (E qui si impone una riflessione sul cosa sia la vera libertà) fino anche al sacrificio di sé?

Io desidero per me cose che non finiranno mai. Non la pandemia covid e la paura indotta, non il controllo sociale, non la limitazione della mia libertà di pensiero e altro.

Io desidero che non finisca mai la libertà di pensiero e di espressione, la possibilità di affermare e realizzare gli ideali in cui credo anche a costo di pagare un prezzo per questo., la possibilità di amare ed essere amato e affermare la realtà dell’altro che ho di fronte a me.

Invito  ognuno a diventare ricercatore di senso, a trovare le cose a cui non siamo disposti a rinunciare perché ci definiscono veramente e delineano il nostro volto e che davvero non finiranno mai.

Mahatma Gandhi

PACE O GUERRA?

a cura di Rossana Centis

Alcuni giorni fa è giunto alla mia attenzione un brano tratto dal libro di Ester del Vecchio Testamento. Non ricordavo bene il contenuto del libro, così l’ho ripreso.

In sintesi, la storia di Ester si svolge in Persia al tempo della deportazione, ed è la storia di una fanciulla ebrea orfana e adottata da Mardocheo, funzionario alla corte del re, che divenne regina alla corte del gran re Assuero.

Il re aveva già una moglie, la regina Vasti, che però cadde in disgrazia per aver disobbedito ad un ordine regale, in quanto, convocata dal re in persona, rifiutò di comparire alla sua presenza; il re decise così di sostituirla con una nuova regina. Ad Ester, essendo bella, toccò in sorte di essere scelta dal re Assuero e divenne regina. Sia Mardocheo che Ester erano timorati di Dio, ed erano con Lui in relazione personale e vitale. 

Avvenne che per volontà di un ministro del re, Aman, fu emanato un decreto di sterminio di tutto il popolo dei Giudei. Ma la regina Ester poté intercedere per il suo popolo e scongiurare l’evento; Mardocheo inoltre, si era guadagnato il favore del re e la sua gratitudine avendo sventato un “intrigo di palazzo”: aveva infatti scoperto i preparativi per un attentato alla sua vita e lo aveva avvertito; divenne così ministro del re al posto di colui che aveva predisposto lo sterminio del suo popolo. I Giudei furono riabilitati e venne decretato il diritto dei Giudei ad eseguire la vendetta nei confronti di coloro che si fossero dimostrati ostili ne loro confronti.

Subito mi ha colpito la descrizione delle condizioni sociali di quel popolo: immediato il paragone con il nostro modo attuale di considerare gli eventi. Gli aspetti più eclatanti per me sono stati: la condizione della donna, trattata brutalmente e, con normalità quasi ovvia, come puro oggetto di possesso, senza alcuna consapevolezza della pari dignità tra uomo e donna, e la dirompente violenza nei conflitti tra i popoli. Con il beneplacito della legge venivano programmati stermini di intere popolazioni, pulizie etniche, stragi di bambini. Generazioni rase al suolo. E questo era considerato doveroso da parte di entrambi i lati del conflitto: se un popolo veniva prevaricato ma riusciva a sopravvivere e a ribaltare le sorti, si comportava comunque nello stesso modo nei confronti degli sconfitti.

La condizione della donna (considerando che si tratta di regine!) – la punizione di Vasti:

(Est: 1, 10 – 22)

Paolo Veronese Incoronazione di Ester 1556Chiesa di San Sebastiano – Venezia

Il settimo giorno, il re che aveva il cuore allegro per il vino, ordinò a Meumàn, a Bizzetà, a Carbonà, a Bigtà, ad Abagtà, a Zetàr e a Carcàs, i sette eunuchi che servivano alla presenza del re Assuero, che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; essa infatti era di aspetto avvenente. Ma la regina Vasti rifiutò di venire, contro l’ordine che il re aveva dato per mezzo degli eunuchi; il re ne fu assai irritato e la collera si accese dentro di lui. Allora il re interrogò i sapienti, conoscitori dei tempi. – Poiché gli affari del re si trattavano così, alla presenza di quanti conoscevano la legge e il diritto, e i più vicini a lui erano Carsenà, Setàr, Admàta, Tarsìs, Mères, Marsenà e Memucàn, sette capi della Persia e della Media che erano suoi consiglieri e sedevano ai primi posti nel regno. – Domandò dunque: “Secondo la legge, che cosa si deve fare alla regina Vasti che non ha eseguito l’ordine datole dal re Assuero per mezzo degli eunuchi?”. Memucàn rispose alla presenza del re e dei principi: “La regina Vasti ha mancato non solo verso il re, ma anche verso tutti i capi e tutti i popoli che sono nelle province del re Assuero. Perché quello che la regina ha fatto si saprà da tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti; esse diranno: Il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina Vasti ed essa non vi è andata. Da ora innanzi le principesse di Persia e di Media che sapranno il fatto della regina ne parleranno a tutti i principi del re e ne verranno insolenze e irritazioni all’eccesso. Se così sembra bene al re, venga da lui emanato un editto reale da scriversi fra le leggi di Persia e di Media, sicché diventi irrevocabile, per il quale Vasti non potrà più comparire alla presenza del re Assuero e il re conferisca la dignità di regina ad un’altra migliore di lei. Quando l’editto emanato dal re sarà conosciuto nell’intero suo regno per quanto è vasto, tutte le donne renderanno onore ai loro mariti dal più grande al più piccolo”.

E l’esperienza di Ester:

(Est 4,10-16)
Ester ordinò ad Atàch di riferire a Mardocheo: “Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno, senza essere stato chiamato, in forza di una legge uguale per tutti, deve essere messo a morte, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d’oro, nel qual caso avrà salva la vita. Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re”. Le parole di Ester furono riferite a Mardocheo e Mardocheo fece dare questa risposta a Ester: “Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d’una circostanza come questa?”. Allora Ester fece rispondere a Mardocheo:
“Và, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!”.

E per quanto riguarda i conflitti tra i popoli, il decreto del re:

(Est 3, 13b – 13g)

“Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue:
Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini.
Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”.
Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno.


E il “decreto di riabilitazione de Giudei”:

(Est 8,12a-  17)
Il decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, il tredici del mese, quando l’ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario; poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici. I Giudei si radunarono nelle loro città, in tutte le province del re Assuero, per aggredire quelli che cercavano di fare loro del male; nessuno potè resistere loro, perché il timore dei Giudei era piombato su tutti i popoli.
Tutti i capi delle province, i satrapi, i governatori e quelli che curavano gli affari del re diedero man forte ai Giudei, perché il timore di Mardocheo si era impadronito di essi. Perché Mardocheo era grande nella reggia e per tutte le province si diffondeva la fama di quest’uomo; Mardocheo cresceva sempre in potere. I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero.
Nella cittadella di Susa i Giudei uccisero e sterminarono cinquecento uomini
e misero a morte Parsandàta, Dalfòn, Aspàta,Poràta, Adalià, Aridàta,
Parmàsta, Arisài, Aridài e Vaizàta, i dieci figli di Amàn figlio di Hammedàta, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al saccheggio.
(…)I Giudei che erano a Susa si radunarono ancora il quattordici del mese di Adàr e uccisero a Susa trecento uomini; ma non si diedero al saccheggio. Anche gli altri Giudei che erano nelle province del re si radunarono, difesero la loro vita e si misero al sicuro dagli attacchi dei nemici; uccisero settantacinquemila di quelli che li odiavano, ma non si diedero al saccheggio.
Questo avvenne il tredici del mese di Adàr; il quattordici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia.

Inevitabilmente sorge un confronto con ciò che stiamo vivendo noi oggi: evidentemente l’istinto guerrafondaio ci possiede, le occasioni di eventi bellici sono purtroppo ancora molte… a volte le atrocità commesse non sono molto diverse da quelle testimoniate negli antichi libri; le recenti vicende afghane e medio – orientali, il conflitto russo-Ucraino… sembra davvero che l’umanità non sappia prescindere dalla conflittualità armata e distruttiva, che non sappia apprezzare il valore delle vite. Nonostante questo però germogli di consapevolezza nuova stanno spuntando. Ma abbiamo comunque a che fare con un cuore umano che contiene radici di male e di violenza, da cui nascono viluppi di rovi che soffocano autodeterminazione e libertà, e impediscono una naturale e armonica relazione con la natura e con il Creatore. Aborriamo e ci scandalizziamo delle violenze, aggressioni belliche, ci prodighiamo per le pari opportunità per le donne, ci indigniamo per l’abuso sui minori, evento questo che è ancora diffuso in alcuni modelli culturali. E’ già un abisso rispetto al passato. Di fronte alle prevaricazioni sorgono movimenti di protesta, manifestazioni nelle le piazze del vecchio e del nuovo mondo …

Siamo in realtà portatori di semi di male che comunque ci segnano, in qualche modo ci determinano ma ci costringono anche a fare delle scelte: da che parte voglio stare? In quale direzione dirigere i miei atti? Dove applicare le mie energie? Quale mondo sto contribuendo a costruire?

È impressionante il percorso dai tempi antichi quando non era persa la relazione con Dio Creatore ma la concezione dell’umano rimaneva comunque brutale, ai nostri tempi in cui si è sviluppata – anche se ancora limitatamente -la coscienza che la violenza non va bene, abbruttisce l’uomo, lo relega al di sotto degli animali (che sono aggressivi per sopravvivere ma non sono in sé “cattivi”; non hanno consapevolezza di voler essere un danno per gli altri, per prevalere sul proprio pari).

Ma da dove nasce questa evoluzione? Qual è il percorso compiuto? A noi sembra che la violenza testimoniata nel libro di Ester e in altri testi del Vecchio Testamento sia intollerabile: in certe culture antiche vigeva la normale abitudine di fare i sacrifici umani, in varie forme, per lo più in pratiche rituali giustificate da credenze religiose. Il processo di emancipazione da tali pratiche è stato molto lento. Già la storia del popolo ebraico ci testimonia comunque questo inizio. Ad Abramo viene chiesto di rinunciare al sacrificio del figlio alla divinità; Dio si presenta come un Dio-persona che evoca il valore del l’uomo-persona e insegna piano piano una nuova dimensione umana. A Mosè Dio si presenta in una relazione personale e si definisce: “Io sono” (Es 3,13-15;)[1]

San Vitale, Ravenna, int., presbiterio, – mosaici di sx – ospitalità di Abramo e sacrificio di Isacco

Il profeta Ezechiele (Ez 36,25-27)[2] insegna che Dio sostituisce il cuore di pietra con un cuore di carne e questo è un innesto assolutamente nuovo per l’umanità.

L’esplosione di un modo nuovo di concepire la vita si ha però con Gesù Cristo, un ribaltamento assoluto. Non a caso Gesù Cristo è posto al centro del cosmo e della storia. Lentamente nel tempo la sua rivoluzione ha permeato il nostro modo di pensare, attraverso i secoli ha agito come lievito e ci porta verso la realizzazione piena dell’umano in una dimensione amorosa, se vogliamo lasciarci guidare da Lui.

 Siamo proprio sicuri che sia una cosa furba rinunciare alle nostre radici cristiane, come è avvenuto nel processo di costituzione dell’Europa, dissociarci culturalmente da questa fonte di bene e affidarci a criteri totalmente determinati dall’umana visione delle cose?


[1]
Es 3,13-15; Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.


[2]  Ez 36,25-27 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.

DIVIDE ET IMPERA*

a cura di Rossana Centis

Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.

Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.

Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.

 Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.

Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.

Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.

Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra.  Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?

Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?

L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.

Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.

In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.  

 Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.

*divide et impera ( cit da Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).

Chi ha spostato il mio formaggio?

RECENSIONE DEL LIBRO DI

Spencer Johnson “Chi ha spostato il mio formaggio?”

Dot.ssa Lucia Laudi psicoterapeuta

In questa mia breve recensione scriverò con la maiuscola le parole Labirinto e Formaggio, perché per lo scrittore hanno un significato ben preciso.

Johnson scrive una storia ricca di significati e di metafore che riguardano sia la vita privata, il nostro modo di essere e di leggere la realtà, sia la nostra vita sociale, come interagiamo con gli altri.

Questo libro racconta di quattro personaggi fantastici, due topolini e due gnomi, che cercano il loro Formaggio all’interno di un Labirinto, in cui avverranno molti cambiamenti, non solo della posizione del Formaggio, ma anche degli stessi personaggi.

Il Labirinto rappresenta la nostra vita, in cui ognuno di noi deve trovare la strada per raggiungere l’autostima, la serenità, ma soprattutto lungo questo percorso, che inizia con la nascita (direi con il concepimento) e finisce con la morte, dobbiamo imparare ad essere resilienti in modo da affrontare i cambiamenti non solo della vita sociale, ma anche di quella personale. Si, perché solo cambiando, ma rispettando la nostra natura, possiamo affrontare gli ostacoli che si presentano nel Labirinto.

Ognuno di noi va alla ricerca del proprio Formaggio che sarà diverso a secondo della nostra natura. Esso rappresenta tutto ciò che vogliamo ottenere e i nostri desideri: una casa, il lavoro, la carriera, la libertà, la salute, lo sport o la pace spirituale.

Le persone hanno una loro concezione del Formaggio, ma tute lo vogliono ottenere perché sono convinte che ha il potere di procurare la felicità e ne diventano dipendenti quando lo raggiungono e se lo perdono ne restano sconvolti .

Il Labirinto è il luogo dove si cerca il Formaggio, oggetto del nostro desiderio.

Quando otteniamo un buon risultato come una buona azione, l’avanzamento di carriera, un bel voto a scuola, di un esame o il superamento di un concorso ci aspettiamo un riconoscimento dalle persone che ci circondano, anche questo è il Formaggio, ma se ciò non avviene, non riusciamo a raggiungerlo e ci sentiamo affranti e scoraggiati.

Questo è il momento della svolta dove il negativo diventa positivo, perché guardando con altri occhi il nostro fallimento, ci accorgiamo che il Formaggio è solo stato spostato e in realtà abbiamo davanti nuove opportunità, strade diverse che ci possono portare alla felicità e alla realizzazione dei nostri desideri.

In questo racconto emerge un altro fattore fondamentale quanto la capacità di resilienza per raggiungere il Formaggio, la capacità di cooperare, abbiamo bisogno degli altri. Grazie alla collaborazione possiamo fare quei cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio quando si sposta.

Nella vita è necessario essere flessibili e avere una visione del cambiamento, in modo da comprenderlo ed accettarlo; perché vivere nella turbolenza della vita che ci sballotta da un cambiamento all’altro, a volte repentini, procura un forte stress, che grazie all’unione della resilienza con la collaborazione possiamo affrontarli.

 I due topolini Nasofino e Trottolino e i due gnomi Tentenna e Ridolino, rappresentano la parte semplice e quella complessa di noi  stessi, che fanno parte della nostra natura di uomo.

Nasofino fiuta per tempo il cambiamento, Trottolino scalpita per entrare in azione, Tentenna nega il cambiamento e vi resiste, mentre Ridolino si adatta prontamente al cambiamento, quando comprende che questa è la via migliore per raggiungere il Formaggio.

I quattro personaggi rappresentano parti della personalità umana che solitamente scegliamo di usare quando agiamo o pensiamo, non importa quale essa sia, quello che è importante e che ci accomuna tutti è la necessità di trovare la nostra strada nel Labirinto per affrontare con successo i cambiamenti che ci permettono di raggiungere il Formaggio.

Questo libro è molto utile per comprendere quale parte tendiamo a mettere in atto, se abbiamo una buona resilienza e capacità di collaborazione e la sua lettura e analisi è risultata molto utile sia in azienda che in psicoterapia, per aiutare team, copie, adulti e adolescenti a far fronte agli stress della vita.

PICCOLO VOCABOLARIO DEL COVID: ALCUNI NEOLOGISMI  

A cura di R. Centis

DAD:  didattica a distanza. Esperienza complessa e  articolata, attraverso cui è transitato  tutto il mondo scolastico

Di questo neologismo purtroppo conosciamo tutti i meriti e gli svantaggi …

DISTANZIAMENTO SOCIALE: Con distanziamento sociale o distanziamento fisico si intende un insieme di azioni di natura non farmacologica per il controllo delle infezioni volte a rallentare o fermare la diffusione di una malattia contagiosa. L’obiettivo del distanziamento fisico è di diminuire la probabilità di contatto di persone portatrici di un’infezione con individui non infetti, così da ridurre al minimo la trasmissione della malattia, la morbilità e, conseguentemente, la mortalità.

Il distanziamento fisico è maggiormente efficace quando l’infezione può essere trasmessa tramite aerosol (goccioline disperse nell’aria tramite colpi di tosse o starnuti), contatti fisici diretti (compresi i rapporti sessuali), contatti fisici indiretti (ad esempio il contatto con una superficie contaminata) o per vie aeree (se il microrganismo può sopravvivere nell’aria per lunghi periodi).

L’espressione distanziamento sociale in italiano è un neologismo originato dalla traduzione letterale dell’inglese ”social distancing”. Adottata estesamente, è apprezzata dalla terminologa e collaboratrice di Treccani Licia Corbolante, che la ritiene efficace, trasparente e facile da apprendere, distinguendone il significato suo proprio – che denota l’insieme delle misure di contrasto all’epidemia e non la sola distanza fisica tra individui – da quello di «distanza di sicurezza interpersonale». Questa seconda espressione è invece preferita da chi scorge nel concetto di distanziamento sociale i prodromi dell’isolamento sociale.  

L’efficacia del distanziamento fisico diminuisce invece nei casi in cui l’infezione venga trasmessa principalmente attraverso acqua o cibo contaminati o da vettori, come zanzare o altri insetti.( tratto da  Wikipedia)  

 Ne segue che l’errata e inappropriata traduzione  dell’espressione  inglese “social distancing” ha dunque prodotto quel distanziamento sociale che è, in ultima analisi, improprio e strumentale per come è stato concepito fin dall’inizio dal legislatore durante l’epidemia di Covid-19, in quanto estraneo al contesto linguistico e storico-culturale italiano. Essa, infatti, richiama al concetto di distanza sociale, impiegato dai sociologi per definire la distanza percepita da un individuo o da un gruppo rispetto ad un altro, in particolare per quel che riguarda l’appartenenza a classi e strati sociali diversi  o a differenti culture e subculture   (etnia, religione, stili di vita, ecc).  

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

 In un certo senso il distanziamento sociale è sempre esistito nel corso della storia dell’Umanità, mentre sono il distanziamento fisico o meglio il distanziamento sanitario le più corrette e appropriate espressioni da adottare in tempi di criticità epidemiologiche. 

HUB VACCIVALE: La parola “hub” deriva dall’inglese e indica uno ‘snodo’, un punto centrale. Con il termine “hub vaccinale” si intende, quindi, una struttura fisica, un centro di raccolta, dedicato esclusivamente alla vaccinazione.

E’ un luogo ideato e allestito per ospitare il gran numero di persone che devono vaccinarsi,  in cui le persone vi stiano solo il tempo necessario ad eseguire la vaccinazione e ricevere tutte le informazioni del caso.

Uno hub vaccinale è quindi un punto cruciale per la lotta al COVID-19, un centro attivo e dinamico in cui personale sanitario e associazioni di Volontariato offrono i loro servizi alla popolazione

GHOST GAME è una gara sportiva a porte chiuse, senza spettatori, come quelle che si sono disputate negli ultimi giorni per evitare gli assembramenti. La parola stata utilizzata dal Wall Street Journal per descrivere le partite della Bundesliga ed è una traduzione dal tedesco Geisterspiel.

INFODEMIA: s.f. dall’ingl “infodemic”, a sua volta composto dai s “info(rmation)  (= informazione) ed  (epi)demic  (= epidemia)

Secondo  l’Istituto Treccani  è la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili.

“Infodemic” ricorre nei documenti ufficiali dell’Organizzazione mondiale della Sanità.

LOCK DOWN  ( ormai questo non è quasi più un neologismo):   tradotto  dall’inglese significa  “confinamento” ma  viene utilizzata pressoché  universalmente l’espressione   originale inglese perché molto adatta ad esprimere con efficacia ed immediatezza  l’insieme delle  misure adottate  dai governi per contenere il contagio da coronavirus

NEW NORMAL: Nuova Normalità .Il termine «New Normal», ovvero «nuova normalità», è stato indicato dalle stesse autorità cinesi per indicare il processo di trasformazione dell’economia del Paese.

Per descrivere nuove situazioni servono nuove parole. Il periodo post confinamento ci ha imposto situazioni inedite descritte arricchendo il linguaggio di neologismi o facendo diventare di uso comune parole prima relegate ad ambiti specialistici. A cominciare proprio da new normal che designa la normalizzazione di una situazione in precedenza eccezionale.

SANIFICAZIONE: la sanificazione è un intervento mirato a debellare i batteri e gli agenti patogeni, mentre con la pulizia l’intento è quello di rimuovere lo sporco “visibile” di qualsiasi natura (polvere, grasso o liquidi) da ogni tipo di superficie 

SARS-CoV-2 (Sindrome Respiratoria Acuta Grave – Coronavirus 2): L’OMS ha identificato il nome della malattia in CoVID-19 (abbreviazione per COronaVIrus Disease-2019) mentre la Commissione Internazionale per la Tassonomia dei Virus ha assegnato al virus che causa questa malattia il nome definitivo.  Si tratta, infatti, di un virus simile a quello della SARS, ma più contagioso e meno letale.

TAMPONARE: verbo transitivo dal fr. tamponner, der. di tampon «tampone»

 I significati storici  sono:

1. Chiudere provvisoriamente un’apertura per arrestare il flusso di un liquido ( es: tamponare una falla); chiudere provvisoriamente con cenci, stoffa o in altro modo, un’apertura improvvisamente prodottasi in un recipiente, per arrestare il flusso del liquido: t. una falla in una barcauna rottura in una vasca o in una conduttura. In usi fig.: t. una falla nel patrimoniot. un debito, porvi un rimedio provvisorio e urgente; t. una situazione di emergenzat. la minaccia di una crisi, ecc. 

2. e per estens: Cercare di bloccare una fuoriuscita di sangue con mezzi emostatici  (tamponare  un’epistassi”;

3. Riferito a un veicolo, urtare con la parte anteriore (originariamente, riferito a treni o tram, con i tamponi o respingenti) un altro veicolo che proceda nella stessa linea di marcia o si trovi in sosta, investendolo nella parte posteriore

4. In chimica, tamponare una soluzione:  aggiungervi un tampone. Si definisce una soluzione tampone una soluzione che si oppone alla variazione del pH per aggiunte moderate di acidi o basi.

In seguito alla pandemia COVID tutti  abbiamo fatto l’esperienza   di sottoporci all’operazione del prelievo di  secreti  naso – orofaringei  per mezzo di un tampone, cioè di  batuffolo di cotone supportato da un bastoncino flessibile. Il test molecolare  è il  principale e più affidabile strumento che consiste in un’indagine capace di rilevare il genoma (RNA) del virus SARS-Cov -2 nel campione biologico attraverso il metodo RT-PCR.  Questo test ha un altissimo grado di sensibilità e specificità, ossia ha un’elevata capacità di identificare gli individui positivi al virus in modo che ci sia il minor numero possibile di falsi positivi  e una altrettanto elevata capacità di identificare correttamente coloro che non hanno la malattia. L’esito di questo tampone si ottiene mediamente in tre/sei ore. 

 Da qui nasce l’espressione  “tamponare”, che ha però una accezione intransitiva ( “mi sono tamponato”, “sono stato   tamponato”).

WEBINAR:  (in italiano seminario in rete o teleseminario) è una sessione educativa o informativa la cui partecipazione avviene in forma remota tramite una connessione a internet. Il termine è un neologismo nato nella lingua inglese dalla fusione di web e seminar (seminario).

La principale differenza tra webinar e videoconferenza è che il webinar è una comunicazione unidirezionale che consente al relatore di parlare a un pubblico remoto con interazioni limitate con il pubblico mentre la videoconferenza è una comunicazione a due vie che consente di trasmettere video e audio contemporaneamente tra più partecipanti in luoghi diversi.

Con l’esperienza della pandemia COVID l’impatto della comunicazione interumana telematica è stato talmente massiccio ed esteso  da cambiare universalmente lo stile delle relazioni sociali anche quando la fase di confinamento sociale si è allentata; i videocollegamenti  nelle varie modalità, frontali o interattive, sono ormai entrati stabilmente nelle  nostre  abitudini comunicative.

SOCIAL BUBBLE– bolla sociale – è una piccola cerchia di parenti, amici, conoscenti a cui limitarsi nelle frequentazioni post quarantena per scongiurare una seconda ondata di contagi.

Padre, madre, figli – Maioli Sanese

Vittoria Maioli Sanese – “HO SETE PER PIACERE” – ed Marietti 1820 –

Che cosa significa essere genitori? Questo libro non dà consigli, non prescrive regole o comportamenti. Descrive una identità. Non si “fa” il genitore, si “è” genitore. Il problema dell’essere genitore è il problema dell’essere persona, dell’essere vero uomo e vera donna

Vittoria Maioli Sanese  (Rimini 1943)  è psicologa della coppia e della famiglia. Ha svolto la sua professione da più di quarant’anni  presso l’Opera per il Consultorio Familiare di Rimini  di cu è fondatrice e direttore. Oltre al lavoro clinico, guida  gruppi di riflessione  e di formazione per genitori, operatori sociali,  educatori, psicologi. Numerosi i suoi interventi in convegni, congressi,  seminari, scuole.

Vittoria Maioli Sanese – “CHI SEI TU CHE MI GUARDI” – Ed Marietti 1820 – L’autrice propone una riflessione, con profonda attenzione e semplice realismo, sulle tematiche più essenziali che caratterizzano la relazione genitore – figlio: origine, identità, legame di riconoscimento, appartenenza.

NATI PER VINCERE

L’essere umano, in qualsiasi età e condizione si trovi, può riscoprire in se stesso le radici del suo potenziale psichico completo. Sono questi i fondamenti dell’ANALISI TRANSAZIONALE, qui presentati in forma accessibile a tutti e con il corredo di numerosi esercizi. Torna in una nuova veste “Nati per vincere”, il volume che insegna, secondo i principi dell’analisi transazionale, a essere quel “vincente” che la vita ci ha destinato a essere

BIBLIOGRAFIA

In questa sezione vengono segnalati testi utili per un approfondimento personale su varie tematiche inerenti alla dimensione psicologica. Alcuni sono testi “classici”, noti ai professionisti del settore e parti integranti della formazione clinica, altri sono suggerimenti che nascono dai propri personali percorsi, predisposizioni, preferenze…

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IL POTERE DELLA TRIADE

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IL POTERE DELLA TRIADE

dot.ssa Lucia Laudi

Spesso, troppo spesso, facciamo l’errore di pensare che siamo solo corpo, o meglio di pensare che la triade corpo, mente e psiche sono degli elementi separati tra loro anche se appartenenti all’uomo; questo errore , purtroppo lo fanno anche molti medici.

In realtà l’uomo è composto da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito; si perché la spiritualità fa parte dell’essere umano, al di là della religione.

Quando si vive un piccolo grande trauma psicologico è fondamentale prendersi cura della propria psiche, elaborare il trauma stesso , guardandolo “in faccia” e affrontando la paura che lo accompagna; invece sovente si mette in atto la difesa naturale “SCAPPARE”.

Questa è una difesa efficace quando il pericolo è reale e non c’è alternativa per la salvaguardia della propria e altrui incolumità ed è utile sul momento, ma successivamente è importante affrontare il trauma con la sua paura, perché se non lo facciamo la psiche resta bloccata al momento del trauma stesso e il nostro corpo ne risente fino ad ammalarsi anche gravemente.

Molto importante è fare contatto con la triade corpo, mente e psiche, e per fare questo è necessario contattare l’inconscio in modo da far emergere le paure, le rabbie e tutto ciò che disturba e che con il trauma viene consolidato. Il nostro inconscio è come il lago sopra riportato, che si chiama Lago Nero, perché pur essendo poco profondo, è talmente scuro che non si vede la fine.

Detto questo, è fondamentale contattare tutte le parti che ci compongono, per cui il parlato e il non detto devono interagire tra loro.

Non si può negare la connessione psiche-cervello-organo per cui è importante ascoltare i sintomi come: nausea, febbre, allergie, infarti, ecc., perché è il nostro corpo che ci sta parlando e ci sta comunicando un disagio inascoltato che la psiche non riesce più a reggere. Purtroppo non sempre riusciamo a capire questi messaggi perché abbiamo smesso di ascoltarci, dobbiamo riappropriarci del linguaggio non verbale.

Quindi è fondamentale dialogare con la nostra psiche e il nostro corpo, entrambi si influenzano e agiscono l’una sull’altro.

Analizzando i detti, che per me sono molto importanti, in quanto hanno sempre un fondo di verità, si osserva come l’essere umano ha dato sempre molta importanza agli organi e ha riconosciuto che essi sono sede delle emozioni. “Me la sono fatta addosso dalla paura”, i reni e l’intestino sono sede della paura, “Mi si accappona la pelle”, paura e terrore,  “ a livello di pelle sento che…..”, questo organo riveste il nostro corpo e lo protegge dagli agenti esterni ed è un tramite tra interno ed esterno, molto significative sono le malattie della pelle come eczemi, psoriasi, ecc. “Muoio di crepa cuore” esprime un dolore insopportabile, “Mi porto un peso sul groppone”, sentire il peso di grandi responsabilità, si può soffrire di mal di schiena.

C’è  una vasta varietà di modi di dire, che mettono in risalto come gli organi sono la sede delle emozioni e se non impariamo a leggere questo linguaggio non verbale e a comprendere e a soddisfare i bisogni espressi, il nostro corpo si ammala e con esse anche la mente.

La psiche è come un problema, se lo affrontiamo lo comprendiamo e troviamo una soluzione ad esso, se lo fuggiamo prima o poi ritornerà indietro come un boomerang e ci farà molto male.