IL VALORE DI VIVERE – parte 1a

Rossana Centis

La proposta   culturale attuale  tende a  dare per scontato e per ovvio  che  non esistono  alternative alla sua specifica visione filosofico – esistenziale,  basata sul riconoscimento   ritenuto definitivo e non sindacabile  di “nuovo diritti” (come il “ diritto all’autodeterminazione”, con tutte le  sue implicazioni) emersi   recentemente nella storia umana,  che a volte contraddicono  quelli che sono state le pietre miliari  della civiltà, come la norma  del non uccidere. Tra le varie possibilità  offerte dalle diverse  posizioni morali,  si abbraccia così  unicamente la visione “relativistica” secondo la quale “i giudizi morali  dipendono dalla circostanza  particolare, dal singolo individuo,  dall’epoca storica  e dalla società nella quale si è inserirti”, e non c’è spazio per valori universalmente riconoscibili come fondanti e fondamentali per realizzare una sana  convivenza civile.[1]

Il dibattito sul fine vita – I termini del problema

 I cambiamenti culturali che ci siamo trovati a vivere negli ultimi  due  secoli,  soprattutto   nel nostro mondo occidentale, sono  un fenomeno unico nella storia del  genere umano,  per la profondità, la  velocità con cui sono avvenuti, l’estensione a praticamente tutti i livelli  della vita  compresa la dimensione del significato dell’esistenza, con inevitabili e  pesanti risvolti sulle scelte etiche.  L’evento più eclatante  è la perdita della dimensione del rapporto con il trascendente con Dio,  in qualsiasi modo concepito, o comunque  con  un principio  sovra – umano percepito come   generatore  della realtà.  Corrispettivamente, si è  affermato il principio dell’autodeterminazione. Tradizionalmente, l’autodeterminazione è definita come autonomia ed indipendenza  da influenze esterne e collegata, sul piano normativo,  al diritto di non subire interferenze nella sfera intangibile  e privata delle scelte personali.

La portata  dei cambiamenti  avvenuti ha innegabilmente  travolto anche la medicina  nella sua essenza: nei suoi significati e nella sua operatività.

La problematica del “fine vita”, inizialmente confinata  in ambiti   specifici, come  ambienti  di terapia intensiva in cui la necessità di decidere  sulla durata della  vita  assume aspetti  di scelte  a volte drammatiche,  si è estesa ad aspetti meno  “acuti”, come l’invecchiamento patologico con disfunzioni organiche che  accelerano  il percorso  verso  l’exitus,  le malattie terminali  oncologiche  o neurologiche o altro, e da un ambito strettamente medico si è  allargata alla attenzione di tutta la popolazione,   senza considerazione per la mancanza di competenze e consapevolezze.

Si è sviluppato così un ampio e serrato dibattito  bioetico che aspira a ridare dignità al sofferente, al morente,   attorno ai temi dell’  accanimento terapeutico, eutanasia, suicidio assistito.

Molti hanno messo  in discussione  le condotte che  generano  un accanimento terapeutico ed è emerso il concetto di “desistenza”, cioè  l’interruzione da parte del medico di terapie considerate inutili o dannose per il paziente, particolarmente  nel caso di malati terminali. Desistenza non è una semplice astensione, una  sospensione indiscriminata di tutti i trattamenti in corso, ma è un atto medico a tutti gli effetti, che richiede attenta valutazione clinica, discernimento prognostico, appropriatezza e proporzionalità di cura; prevede una solida alleanza terapeutica tra operatori sanitari, paziente e familiari;  richiede di identificare dei percorsi clinici che  armonizzino nell’ambito del possibile, l’esigenza di  agire nel modo più utile per il paziente, quando emerge    l’evidenza che   le strategie  mediche  di risoluzione non hanno più sussistenza.

In questo frangente   un intervento veramente utile è la “presenza”, l’ “esserci”, l’essere accanto al paziente ed ai suoi cari, anche quando, o proprio perché, il sentimento dominante è quello dell’impotenza di fronte alla imminente, inevitabile separazione.  Questo tipo di esperienza relazionale può sostenere il paziente nel realizzare un contatto interno positivo con il “qualcosa” che è lì per lui, in lui, e che ha potenzialità di sviluppo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro di sè, che è “troppo dolente, troppo sgomento o teso” per essere detto, e non ci sarà solo, né principalmente, la compagnia fisica della figura sanitaria.

Nell’ottica dell’accompagnamento  nella fase finale della vita, torna utile il sinergismo  con la moderna Medicina Palliativa,  per aiutare a scegliere  cosa è più utile per quel paziente, in quella fase:  controllare i sintomi, evitare eccessi e omissioni, rivalutare con regolarità, prendersi cura del dolore globale del paziente, della famiglia,  includendo chi cura.

Un aspetto  importante,   abitualmente svalutato e poco considerato  nelle prassi attuale,  è il prendere in considerazione i bisogni spirituali   dei pazienti:  ogni storia personale ha uno sviluppo, se non altro dipendente dall’ incremento stesso  dell’età e quindi dell’ esperienza di vita; molte persone desiderano, più o meno consapevolmente, poter  elaborare anche l’esperienza così drammatica e definitiva dell’ avvicinarsi alla morte,  ma speso le condizioni in cui si trovano a vivere non  offrono loro l’opportunità di  prendere in considerazione il loro vissuto.

Considerazioni  culturali

 Nell’ultimo secolo nell’ambito della condotta medica  nelle fasi terminali  in caso di   malattie croniche particolarmente debilitanti,   si è venuta a configurare  una dicotomia tra  visioni diverse della vita, che   arrivano a  proporre delle soluzioni   in passato non considerate.  Di fronte all’ineluttabilità della morte vicina e della sofferenza che spesso accompagna il vivere in situazione terminale,  molti ritengono  più “umano“ porre un termine a tale condizione  offrendo la possibilità di  terminare la vita con  una libera scelta,  e richiedono il ricorso al suicido medicalmente assistito come pratica   sostenuta dal servizio pubblico.  

Ciò è dovuto ad un profondo mutamento dei concetti stessi di morte e di sofferenza e dei loro significati.

Morire non è solo problema medico, ma questione esistenziale al centro delle angosce e degli interrogativi umani: nella storia l’uomo ha  sempre affrontato la morte in funzione della sua visione del mondo.  Ma nel passaggio da una società retta da valori tradizionali a quella  moderna, gli storici registrano profondi mutamenti proprio nel rapporto tra l’uomo e la morte.  Dall’età classica ad oggi,  il cambiamento dell’antropologia della morte ha condizionato anche il modo di porsi di fronte al morente dei medici;

la morte ha occupato in ogni epoca una posizione centrale nella medicina e la storia dimostra come tradizionalmente la medicina abbia  evitato di trattare i casi senza speranza e l’impegno del medico a difendere ad oltranza la vita sia una peculiarità della moderna medicina scientifica.

Mentre la cultura dominata dalla tradizione religiosa, (presupposto sacro) pur difendendo la vita, accettava la morte come limite dell’uomo e parte integrante della condizione umana, la cultura della Modernità (presupposto laico), nella sua ansia di dominare il mondo, ha  in vari modi  rimosso e combattuto la morte.  L’impegno incondizionato a trattare gli individui ad ogni costo al fine di salvare la vita, convertendosi a volte in “accanimento terapeutico”  è una peculiarità moderna.

 Oggi la nostra realtà è la Scienza, e, da quando la medicina è diventata esclusivamente scienza, la morte s’è ridotta ad “exitus letalis”,  da combattere con le tecnologie che  abbiamo a disposizione. In parte lo stesso discorso vale per la  sofferenza, in epoche passate  integrata nell’esperienza comune come  processo inevitabile, da affrontare  con  coraggio e pazienza e oggi   considerata evento inaccettabile, da combattere in tutti i modi  possibili,  incompatibile con il vivere la piena realizzazione di sé.

La medicalizzazione della morte rivela l’aspetto disumano della nostra medicina: proprio sul piano della morale e del rapporto umano tra medico e paziente la medicina scientifica segna il suo fallimento.  Non è comunque la regolamentazione giuridica in sé  che può produrre  soluzioni: rendere legale o meno l’eutanasia,  concedere o no il diritto alla morte assistita ecc. Il problema sostanziale  consiste nell’umanizzare la morte e della sofferenza,  reintegrarle nella cultura e riconsiderarle come parte essenziale della vita.

Considerazioni storico  – filosofiche

Può essere utile  ricercare nella nostra storia le radici  delle attuali difficoltà e contraddizioni.   

Nella seconda metà del secolo XX l’agnosticismo religioso e il relativismo morale e giuridico, frutti dell’immanentismo filosofico, hanno configurato un tipo di società prevalentemente materialista e permissiva, avulsa non solo dalle verità trascendenti sul destino eterno dell’uomo, ma  spesso anche dalle elementari esigenze  di cui la natura  dota gli  esseri umani.  (bisogno di relazione, di cura, di   significato). 

Il medico ippocratico giurava di adoperarsi per il bene del paziente; l’ antico Giuramento di Ippocrate  recitava: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa””; “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”.

L’attuale Codice Deontologico   (Nota) (7) per adattarsi alle mutate condizioni  culturali – filosofiche,  ha dovuto integrare le nuove richieste, intaccando   così, sia pure parzialmente,   il proposito di  “primum non nocere”, chiaramente espresso  nel suggerimento etico   richiesto  da Ippocrate.[2]

In questi termini la cura efficace della malattia coincide con ciò che è “bene” ed è l’ovvio fine ultimo della pratica medica, ma   rimane diversamente  codificato  ciò che è “bene”, a seconda dei diversi approcci   filosofico –esistenziali.

Schierato a protezione della vita, quando “l’arte” si dimostrava inutile, il medico greco si fermava.

 L’approccio cristiano  apre delle prospettive  etiche  molto più ampie. Il medico non deve solo curare ma anche assistere, confortare, accompagnare, “soffrire con” il morente, fino alla fine.  I medici non hanno gli strumenti tecnici per combattere la morte e la vita va difesa, ma, in una visione sacra del mondo, la morte rientra nella grande catena dell’essere;  è vissuta dall’uomo come limite, come condizione umana inevitabile,  ma è vicina, famigliare, connaturata alla nostra esistenza, evento con cui  si deve fare i conti e  che rientra obbligatoriamente  nella nostra  esperienza.

Oggi spesso avviene che della morte abbiamo tanta paura da non osare più  nemmeno nominarla,  chi si avvicina all’evento definitivo è sostanzialmente  lasciato da solo  ad affrontare il grande passo,   e  le persone vicine  sprofondano nella sensazione  dell’impotenza.  Il passaggio dalla società premoderna a quella moderna è caratterizzato da un’altra antropologia:poiché la Morte rimane  senza spiegazioni e giustificazioni filosofico – esistenziali, la modernità rimuove la Morte dall’ordine dei problemi di cui ci si può occupare.  Lo sviluppo scientifico, le vittorie dell’uomo, l’allungamento della vita media,  fanno credere che  sia solo una questione di tempo, che  arriverà il momento in cui potremo dominare,  essere padroni della vita e della morte; e l’istituzione, garante della salute collettiva, contribuisce a dilatare clamorosamente il ruolo sociale e politico della scienza  fino a farla  diventare  una nuova e salvifica religione.

   Coloro che stanno sperimentando l’ultimo  passaggio, i morenti,  diventano scomode icone  che ricordano al felice popolo dei consumatori il lato non ancora  risolto  della vita,  vengono ricoverati-segregati negli ospedali  e in strutture apposite e posti nella sfera di competenza dei medici, che  tendono a comportarsi esattamente come l’ ideologia della società della tecnica vuole che essi si comportino.

 Il medico  attuale,  figlio della nostra società, rischia  di  evitare di interrogarsi sui fini ultimi, interessato unicamente ai mezzi tecnici atti ad estendere la sua capacità. Come conseguenza Il controllo tecnologico dell’uomo sulla natura trasforma  così il morente in “oggetto”. Dalle facoltà escono  sempre più dei tecnici: medici-scienziati educati ad aver a che fare con “cose”.

Quindi il comportamento del medico-scienziato davanti alla morte è il frutto di un’educazione coerente con l’ideologia sociale dominante: l’ “accanimento terapeutico”,  attualmente largamente rifiutato come  prassi  utilizzata   quando ci si trova in condizioni di  fine – vita,  è conseguenza della mentalità meccanicistica, quando  i  medici interpretano le malattie come processi assolutamente prevedibili in una prospettiva di determinismo stretto, dimenticando che è ammalato un essere umano.

Nella pratica della professione però ci si imbatte in un’ampia zona grigia in cui le decisioni vengono  prese in condizioni di sostanziale incertezza: misura e ragionamento dicono al medico quand’è venuto il momento di fermarsi, cioè quando la valutazione del quadro clinico fornisce una serie di informazioni che permettono di prevedere l’inevitabilità della morte.

I criteri scientifici ed operativi che dicono come e quando va fatto quello che “deve” essere fatto, però non bastano, poiché quando si deve giungere ad una scelta, tutti i metodi necessitano di un giudizio di valore, ed i medici, troppo spesso, confondono tra loro fini e mezzi perché la preparazione tecnologica  a cui vengono istruiti non comprende aspetti che li possa mettere in grado di trattare questioni di valore etico, estetico o umano, lasciandoli in balia  solo delle  competenze specialistiche – tecniche, ed affidando alla sensibilità e responsabilità  individuale  le scelte da compiere (9)

La “medicalizzazione selvaggia degli eventi vitali”,  con le sue diverse soluzioni, non riguarda solo la classe dei “sanitari”, degli addetti ai lavori, ma  si riverbera nella pubblica opinione che  in certi casi non riesce ad accettare  l’interruzione di un trattamento intensivo “salva-vita”,  data la incombenza della morte (salvo le complesse problematiche  suscitate da queste esperienze di “ confine”,  relative alla definizione delle situazioni cliniche specifiche), o, all’opposto, in altri casi  intravvede come soluzione  unica e definitiva la censura, l’eliminazione dell’angoscia causata dall’incombenza degli eventi,  anticipando  la fine.

 Ricadute  etico –morali. Le recenti proposte

Una posizione “post – moderna” sta riconoscendo l’incapacità della medicina tecnologica di risolvere il problema della morte e il problema della sofferenza in malattie inguaribili, ma di fronte a questo fallimento  del mito dell’immortalità  si arena sul versante dell’impotenza.  

 Per la crescente incapacità di affrontare  l’evento “sofferenza – morte”,  si è sviluppata  la prospettiva  di  una diversa soluzione: nel caso di malattie inguaribili  e  gravemente debilitanti, la proposta individuata, è chiedere di morire. La richiesta di porre fine ad una sofferenza percepita come  insopportabile, rifiutare l’intervento  medico anticipando  la soluzione  finale,  è  comunque  un  completo ritiro, una resa. 

 Abbiamo a che fare con due  visioni sulla morte come accettazione  del limite,    che però sono radicalmente diverse ed hanno implicazioni diverse. In una visione sacra del mondo, la morte è limite ma è parte integrante della vita. Il rispetto che si deve alla vita lo si deve alla morte. La morte e la sofferenza sono innestate in quadri di riferimento che  inseriscono l’individuo in  un percorso  che lo trascende ma che  contemporaneamente dà un valore al suo vissuto  e lo pone in  vari modi  in relazione  stretta con  gli altri  umani, più o meno vicini  alla sua  attuale contingenza.

In una visione laica del mondo (1) le sofferenze umane sono sempre senza senso e non hanno alcuna giustificazione; così i sostenitori dell’eutanasia rivendicano per ragioni umanitarie il diritto del paziente di chiedere ai medici un aiuto per porre fine  ai suoi tormenti.  Questa richiesta nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo  il pieno potere sulla vita e quindi sulla morte. Ma, non essendo disponibili gli strumenti per esercitare questo potere, l’unica   soluzione individuata   è una  via di fuga dall’angoscia della morte.  Ci si difende dal non -senso cercando la fine di questa insostenibile  situazione: l’aver a che fare con l’assenza di significato. L’eutanasia, o la richiesta di suicidio assistito,  non ridà senso al morire, né conferisce dignità al morente, è solo  una scorciatoia, una strategia di rimozione, un modo per evitare di  affrontare  una domanda fondamentale.

E’ degno di nota che  sia  oppositori che sostenitori dell’eutanasia   sviluppano posizioni che pur essendo  inconciliabili, condividono la critica all’uso dissennato delle tecnologie. Tutti mirano a ristabilire la dignità del morire ed a fornire rispetto ed assistenza umana al morente: quello che   c’è di diverso è il concetto di “dignità”.

Viviamo in una società dove la televisione educa ed insegna che tutto deve essere illimitatamente bello, piacevole e facile; una società  in cui la morte e la sofferenza sono considerate   inaccettabili  fino ad essere considerate “lesive dei diritti alla salute”, e  vengono contestati e contrastati spazi  e luoghi in cui ospitare esperienze diverse dalla mentalità dominante.  Il rischio è che  sia  considerato “dignitoso”  solo ciò che risponde ai modelli patinati  proposti  dalla cultura dominante.

C’è un altro  aspetto importante  da considerare,  correlato  con  l’imposizione di modelli culturali   di riferimento, che “spinge” verso la legalizzazione di  richieste  di  conclusione medicalizzata della vita: la questione del morire  ha  una dimensione “politica”. L’autorizzazione a persone giuridiche  a dare la morte, implica  la concessione di una autonomia decisionale  enorme, di cui difficilmente si può ottenere il controllo.

 Una volta eroso  il divieto etico  del suicidio, la morte legalizzata  sarebbe difficilmente controllabile:  chi  decide  quali sono le condizioni    in cui la qualità della vita è così degradata   da  legittimare   una soluzione finale  irreversibile?     Ci si troverebbe in una specie di “piano inclinato” discendente, in cui  con alta probabilità l’elenco delle  situazioni ammesse tenderebbe inesorabilmente ad allargarsi:  depressione cronica? Di quale grado?  Disturbo cognitivo  avanzato?   A quale stadio?   Malattia oncologica terminale?  A quale spettanza di sopravvivenza? Stanchezza di vivere?  Per vecchiaia?  A quale età?  Gli esempi possono moltiplicarsi  enormemente, a testimoniare  quanto sia difficile ed arbitrario porre dei limiti di riferimento. 

 Rimane inoltre la considerazione, in base all’esperienza storica,  che  quando, sia pure con le dovute cautele, un principio è stato accolto dalla legislatura,  con la rapidità della luce è diventato nell’opinione comune  normalità,   gli eventi normati  sono diventati legali, e  giustificati perché non  sottoposti a penalizzazione. E’ avvenuto  ad esempio in paesi esteri con  la legalizzazione dell’uso   di sostanze  stupefacenti:  al livello culturale  dell’uomo comune ha assunto il significato di  considerare legittimo  il loro utilizzo,    venendosi così a perdere di vista  le ricadute umane  che tale comportamento trascina inevitabilmente con sé. E la perdita dei significati, la perdita di consapevolezza  del  disvalore veicolato  in questo modo  ha profonde conseguenze sulle colonne portanti, sui principi ideali della società che vogliamo costruire. 

 Un elemento  su cui porre attenzione, inoltre, è la considerazione  che  l’applicazione del principio dell’autodeterminazione ha  una  ricaduta del tutto utilitaristica: la posizione che sostiene l’eutanasia  propone l’intenzione  di evitare condizioni di sofferenza senza dignità, ma come risvolto questa prassi  potrebbe  essere utilizzata come un modo per contenere i costi sociali: il decisore forte, diventerebbe così l’economia;  il rischio è che   se l’eutanasia venisse  legalizzata,  potrebbe venire suggerita e magari stimolata,  come opzione appropriata, specialmente tra gli anziani che trovano inaccettabile la condizione di demenza e perdita di controllo del sé.  In un’epoca come quella attuale,  caratterizzata da pesanti  limiti nelle risorse, la decisione sulla vita e sulla morte s’avvia così ad essere condizionata prioritariamente  da valutazioni d’ ordine economico.

 Il pericolo che ci troviamo a dover fronteggiare è che “sdoganare” la legittimità  del poter prendere decisioni sul  fine  vita,  pone tutti noi in uno stato di perenne rischio di manipolazione da parte  di poteri politici, di gruppi di potere, di amministratori  in posizioni apicali che, sia pur  Medici, abbiano smarrito, evento purtroppo non raro, il senso profondo della loro missione, privilegiando vantaggi economici e personali.  Sotto  gli occhi di tutti  sono esempi storici  di questa deriva  etica, (e dalla storia dovremmo–potremmo trarre dei grandi insegnamenti) non solo a livello individuale,  per    degrado del singolo, ma  anche a livello nazionale e sovranazionale,  deragliamenti  istituzionali a cui il singolo cittadino non ha potuto  sottrarsi.

Considerazioni conclusive

E’ interessante   rivisitare  i vari aspetti di questa complessa  problematica  dalla prospettiva della norma personalistica. Il principio personalistico[3]  è sotteso ai principi fondamentali della nostra Costituzione (Articolo 2 della C.I) ( 18;): i Padri Fondatori, pur partendo da prospettive  personali, Weltanschauungen, concezioni del mondo, della vita, e della posizione in esso occupata dall’uomo anche molto distanti, hanno lavorato duramente  per impostare  il nostro assetto legislativo sulla base del valore della persona che  in nessun caso può essere  considerata un mezzo per raggiungere un fine,   e lo scopo finale è garantire il pieno sviluppo della persona.

Assistiamo però ad un fenomeno particolare che  da alcuni viene definito come tensione, “torsione” (3; 4) del principio stesso, per il fatto che il principio personalista  è posto a pari fondamento delle opposte posizioni che si confrontano nel  dibattito nazionale nelle questioni di fine vita.

 Secondo una posizione, la norma personalistica si oppone alla liceità dell’intervento diretto a togliere la vita,  dando la priorità al valore intrinseco della vita stessa  che non  è  ontologicamente   sacrificabile; la correttezza etica è affrontare la situazione di chi si trova alla fine della sua esistenza non privandolo della vita stessa ma al contrario offrendo vicinanza e, per quanto possibile, lenimento della sofferenza fisica e morale.

E’ quindi opportuno  lasciare invariato il quadro legislativo vigente, garantire che la fine della vita venga prodotta per via naturale, escludere la liceità di una partecipazione causale alla morte, di chi si trova a seguire l’interessato nelle relative fasi della sua esistenza, comunque essa sia motivata.

  Anche la posizione opposta comunque   invoca la norma personalistica,  si riferisce all’impostazione della Corte costituzionale, e   sulla base  dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione,  ribadisce l’opportunità (se non la necessità costituzionale) di una disciplina speciale, derogatoria dei divieti penali, che consideri la posizione delle persone giunte alla fine della vita in condizioni  non  soggettivamente accettabili.  Non si limita a sottolineare il diritto all’autodeterminazione degli interessati, ma si rifà esplicitamente al dovere della collettività di intervenire attivamente per alleviare le loro sofferenze e sopperire alle difficoltà di porre da se stessi fine alla vita.

Sarebbe la stessa prospettiva personalistica ad opporsi al divieto di fornire l’aiuto a morire su espressa richiesta dell’interessato  quando  la vita è divenuta fonte di sofferenze inutili ed intollerabili, perché in nome di principi astratti si lascerebbe l’interessato immerso in una situazione di cui questi vorrebbe liberarsi pur non avendone la possibilità materiale.

 Si esprime così un dicotomia insanabile tra chi propone la priorità del “giusto”  e chi propone la priorità del “bene” – particolarmente  se percepito soggettivamente come bene –   per l’ essere umano, come line – guida per  impostare un impianto legislativo.

La posizione  di chi sostiene l’illiceità della  contribuzione  alla morte  si sostiene sul fatto che,  se la richiesta di morire  deriva dalle  condizioni stesse, dallo stato in cui l’individuo si trova – per cui l’atto di togliergli la vita non costituisce un male, né per chi lo chiede, né per la comunità che giudica lecito l’accoglimento della sua richiesta –   ciò implica  il riconoscimento di  un giudizio di disvalore della collettività sulla vita di chi si trova nelle condizioni   considerate,  o  forse anche una certa dose  di interesse  soggettivo per la cessazione della vita stessa. Un tale giudizio negativo non viene espresso sulla persona – che al contrario si intende aiutare per sollevare  la realtà della sofferenza, ma è la stessa soluzione della morte a rivelarsi inadeguata, perché  giudizio sulle condizioni di vita finisce per coinvolgere direttamente (ed inevitabilmente) la persona che le sperimenta, sopprimendo il suo valore intrinseco che è l’esistenza.

La decisione di aiutare il sofferente privandolo della vita conduce la collettività ad innalzare se stessa a giudice della vita e a stabilire le condizioni in presenza delle quali l’ esistenza perde, agli occhi dell’ordinamento, di interesse e di valore, perché vista come esclusiva fonte di male per chi la sta vivendo.

In questo modo,  si attribuisce alla collettività  il potere  di valutare , in senso generale ed astratto,  le condizioni esistenziali  in cui  si trovano  la persone e  di stabilire normativamente   quando  sono da revocare  la tutela  e la protezione   di cui hanno diritto  umano, implicitamente   riconoscendo  così che  in alcune condizioni la vita, l’esistenza perde il suo valore assoluto, rischiando di potersi trovare in balia di criteri  limitanti.   E poiché determinati stati di vita  non si possono disgiungere dalla  persona che li sperimenta,   il giudizio su di essi   viene inevitabilmente trasferito sulla persona stessa,  provocando un capovolgimento del senso del principio personalistico stesso.

 Il principio personalistico viene piegato a   giudicare sulle condizioni di vita delle persone,  che la legge  determina  a sua discrezione, per stabilire  in quali casi  non c’ è carattere antigiuridico, cioè in quali casi è possibile  accettare  la richiesta di morte.

Mantenere  quindi  l’illiceità  della condotta   anticonservativa sostiene  l’interesse ed il valore che la prosecuzione della vita assume, agli occhi della collettività .

 Con la assunzione  della prospettiva  favorevole all’interruzione   della vita in determinate circostanze,  di fatto si  sottomette il suo valore  a delle specifiche circostanze  contingenti e transeunti,  e al giudizio soggettivo (età, tolleranza soggettiva alle condizioni avverse …), che nel tempo e in mutate condizioni sociali  potrebbe essere soggetto a variazioni.

Ne deriva un radicale mutamento di prospettiva rispetto alla concezione sinora attiva, rivolta a difendere come un bene la vita di tutti in quanto tale, del tutto indipendentemente dalle condizioni personali di ciascuno.

Sarebbe auspicabile  identificare un ordinamento  giuridico  che  garantisca   la  fruibilità   di principi etici  che  si  ispirano  ad impostazioni etiche diverse, pena la perdita di valore  e consistenza  della nostra stessa umanità. Garantire  la possibilità che vengano  considerati tutti i  fattori in gioco,   realizzare operativamente le condizioni   per cui   possa essere percepito il valore della vita in atto, organizzare una assistenza medica adeguata (cure palliative, strutture di assistenza,  coinvolgimento di  parenti e amici disponibili,  accompagnamento psicologico  con formazione specifica,  assistenza spirituale quando richiesta)  sono tutti interventi  che possono  sostenere la persona che si trova in situazione ritenuta inaccettabile   e aiutarla a  volte a scoprire degli aspetti  prima non percepiti

Il legislatore ha la grande responsabilità di  realizzare una norma che  garantisca    la  sussistenza e lo spazio  per le diverse posizioni,  nella consapevolezza che   lasciare spazio solo  al  principio  etico di  stile  relativistico (vedi articolo citato sopra  di PATUZZO 22), che  varia  in relazione alle  mutazioni delle condizioni sociali,  può lasciare spazio ad un grave impoverimento della dimensione  spirituale  dell’umanità.

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*Professore ordinario di Diritto costituzionale Università degli Studi di Teramo 

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* Docente di Buona Pratica Clinica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma; Professore a contratto di Statistica Medica, Scuola di perfezionamento per Farmacisti Ospedalieri, Università degli Studi di Milano; membro della Royal Society of Medicine (UK) e della Royal Society of Statistics (UK)

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* Dirigente Medico, U.O.C. di Radioterapia, Azienda Complesso Ospedaliero “S. Filippo Neri”, Roma. Master in Bioetica presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Docente incaricato di bioetica nei corsi di laurea triennale di Tecnici di Radiologia medica dell’Università Cattolica del S. Cuore (corso parallelo presso l’Ospedale “S. Filippo Neri”, Roma).

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*Professore Ordinario di Bioetica –  – ** Dottoranda in Ricerca in Biomedica –   facoltà di Medicina e Chirurgia  “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma . *** L’articolo prende spunto da  una comunicazione  presentata a l 34° Congresso Nazionale  della Società Itaiana  di Medicinsa Legale e delle Assicurazioni ( SIMLA), Sorrento, giugno 2004;

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Dottorando in “Diritti umani. Teoria, storia, prassi”. Università degli Studi di Napoli “Federico II”

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  1. Morelli Alessandro –  Il principio personalista nell’era dei populismi – Consulta Online  2019 –  fascicolo secondo  –
  1. Meeting Rimini Ed 2015,  Mercoledi 26/8/2015 – Testimonianza –

L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene: esperienza della malattiaRodolfo Balzarotti, Direttore scientifico Fondazione William Congdon; Giorgio Cerati, Psichiatra, Componente Comitato Salute Mentale Regione Lombardia; Mario Melazzini, Assessore alle attività produttive, ricerca e innovazione di Regione Lombardia, Presidente di AriSLA, Presidente Fondazione Aurora Centro Clinico Nemo Sud di Messina, Direttore scientifico Centro Clinico Nemo di Milano; Silvia Spagnoli, Moglie di Ugo malato di SLA. Introduce Paola Marenco, Responsabile Centro Trapianti Midollo dell’Ospedale Niguarda e Vice Presidente Associazione Medicina e Persona.1

19. Mucci Giandomenico  – Ancora sul rapporto tecnica – religione: un articolo di   Massimo Aloisi –   Da: “La Civiltà Cattolica” 18 novembre 2000 – anno 151 – 3610 – Pagg 328 – 340

20. Orsi Luciano* Dialoghi aperti e costruttivi  sull’aiuto a morire – Il Punto  n 4 /2024

*Medico rianimatore e palliativista  – Membro  della Consulta scientifica del “ Cortile dei “Gentili”

21. Panti Antonio*– La deontologia all’alba dell’ intelligenza artificiale  Il Punto 19 dicembre 2022 * Medico di Medicina Generale  – Commissione deontologica nazionale della FNOMCeO – Comitato regionale di bioetica della Toscana.

22. Patuzzo Sara–  * Dall’etica medica alla deontologia medicaIl ruolo della deontologia medica  – Il Punto 12 dicembre 2022

*Ricercatrice  in Storia della medicina e Bioetica  – Dipartimento di scienze chirurgiche , odontostomatologiche  e materno – infantili – Università di Verona

23. Perin Marta* – Un comitato per l’etica nella clinica in un’azienda sanitaria –  Il Punto – 3 ottobre 2023*Ricercatore  sanitario  – Comitato per l’etica  nella clinica – Unità di bioetica, Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia

24. Piccinni Mariassunta*L’aiuto medico a morire e il ruolo dei comitati per l’etica clinica –  il Punto  n 4  2024 – * Coordinatrice  dell’ Osservatorio  di Diritto gentile  di Padova  – Comitato etico per la pratica clinica  – Istituto oncologico di Padova

  1. Pulice Elisabetta* – Il ruolo della deontologia medica –   Il Punto . 12 dicembre 2022

*Ricercatrice presso il Laboratorio  dei Diritti fondamentali del Collegio  Carlo Alberto di Torino – Collaboratrice  alla didattica e alla ricerca  presso la Facoltà  di Giurisprudenza , Università di Trento

  1. Sandrin Luciano** Il benessere dell’anziano, utopia o realtà? Aspetti psicologici e spirituali   – Conferenza tenuta al I Congreso Internacional de Enfermeria Geriatrica – Barcelona 28-31.5.1997 – in: Medicina e Morale 1997/6: 1129-1138

** Preside dell’Istituto internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum”, Roma

  1. Saraceno Benedetto – Per una buona morte – Il Punto 2 agosto 2022
  1. Spinsanti Sandro* _  1)- L’etica al letto del malato : una presenza in diverse  modalità ( prima parte- Il Punto 27 ottobre 2023).

2) L’etica in Medicina: tra comportamenti leciti e indirizzo di  scelte ( seconda parte – Il Punto 4 novembre 2023).

3) Le diverse facce dell’etica  nella cura, dal couseling  all’esortazione ( terza parte – Il Punto 13 nov 2023)

* Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities

  1. Spinsanti Sandro*  Le posture dei professionisti della cura – Il Punto 6 febbraio 2025 -*Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
  1. Turoldo F* – Autonomia  decisionale in sanità: valori ei limiti di un modello  – Intervento  del 4 maggio 2005 a Camposampiero di Pd  al convegno SIBCE
  1. Un diritto gentile  – Gruppo di lavoro multidisciplinare  –  Sull’aiuto medico a morire –  Il Punto 10 luglio 2024 –

NOTE

[1] –  vedi articolo “  dall’ etica medica alla deontologia medica” PATUZZO(22)  :  in cui si afferma che  nel campo dell’etica medica  i metodi indagine , a seconda delle caratteristiche, possono modificare  anche  notevolmente La valutazione morale. )

[2] Codice Deontologico:

Art. 16 – Procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita. Il controllo efficace del dolore si configura, in ogni condizione clinica, come trattamento appropriato e proporzionato. Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provocare la morte.

 Art. 17- Atti finalizzati a provocare la morte Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.

INDIRIZZI APPLICATIVI DELL’ART. 17 – “ATTI FINALIZZATI A PROVOCARE LA MORTE” E CORRELATI, AI SENSI DELLA SENTENZA 24/19 DELLA CORTE COSTITUZIONALE La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare

[3] In che cosa consiste il principio personalista?

 Da: Enciclopedia Treccani

Nella riflessione bioetica, la prospettiva personalistica difende la tesi della dignità intrinseca di ogni persona umana in ogni istante della vita, dal concepimento alla morte naturale. In particolare, dal p. ontologico – affermante il valore oggettivo di ogni persona umana, quale unità di corpo e spirito, unica e indisponibile, dotata di una dignità intrinseca, propria della natura umana – derivano il principio della difesa della vita fisica, in quanto intangibile e indisponibile; il principio terapeutico, per il quale ogni intervento sulla persona si giustifica solo se ha il fine di guarire o curare il soggetto malato; il principio di libertà e responsabilità, secondo il quale la libertà personale incontra un limite oggettivo nel rispetto della vita e della libertà dell’altro; il principio di socialità e sussidiarietà, che si propone il raggiungimento del bene comune attraverso il bene del singolo e la solidarietà verso chi ha più bisogno.

I diritti inviolabili della persona

Con l’espressione “diritti inviolabili” s’intendono quei diritti e quelle libertà essenziali che costituiscono la base e il fondamento del nostro regime politico.

Con ciò si sono posti a fondamento del nostro ordinamento i principi personalista, pluralista e solidarista, già peraltro impliciti nel più comprensivo principio democratico, in forza dell’art. 1 Cost.

Dal principio personalista discende che fine ultimo dell’organizzazione sociale è lo sviluppo di ogni singola persona umana e che di conseguenza non è la persona in funzione dello Stato, ma lo Stato in funzione della persona.

Pertanto, il “riconoscimento” da parte della Repubblica dei diritti inviolabili dell’uomo sta a significare che tali diritti sono anteriori rispetto all’ordinamento giuridico e, quindi, non sono nella disponibilità dello Stato, che non può né comprimerli né disconoscerli.

Inoltre, tali diritti sono indispensabili ed intrasmissibili (non possono cioè essere oggetto di rinunzia o transazione) da parte dei loro titolari e sono imprescrittibili (non si estinguono nonostante il mancato esercizio da parte del titolare).

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