Dott.ssa Lucia Laudi
Quando viene concepito un bambino l’unica cosa certa è che deve morire, ciò di cui non è sicuro è come e quando avverrà.
La morte viene sovente rappresentata come un’ entità oscura con il volto coperto da cui sfuggire, come avviene nella canzone “Samarcanda” di Vecchioni. Il soldato vede la morte, si spaventa e fa di tutto per sfuggirle, ma non fa altro che andarle incontro.
Questa canzone ci fa comprendere che il destino e la morte sono due eventi che l’uomo non può controllare per quanto faccia.
Pulcinella, invece, intraprende con lei una bagatella, che diventa un gioco tra i due, l’ affronta, esorcizzandola.
La morte è un evento naturale che fa parte della vita, ma ci spaventa fino a terrorizzarci.
Per quale motivo? Io ritengo che ce ne siano due. Uno è il distacco, al quale non siamo sempre preparati, non accettiamo di lasciare le persone care e il nostro mondo. Non siamo disposti a lasciare andare ciò che si è concluso, non accettiamo di staccarci da ciò che ci è noto per buttarci nel nuovo che è ignoto.
Sappiamo che una volta chiusi dei capitoli ne iniziano degli altri, il capitolo vita se si chiude non vediamo il proseguo o comunque non ne abbiamo certezza. Il secondo motivo è la non accettazione dell’incertezza , dello sconosciuto e dell’impossibilità di gestire.
La morte è parte integrante della vita, per cui è fondamentale parlarne, guardarla, darle un volto e non sfuggirle e dare forma alle emozioni.
Nella cultura occidentale, la morte viene vista come un “qual cosa” da scongiurare e da evitare, addirittura non bisogna parlarne , è un maleficio che deve essere neutralizzato, a tal punto che, in certi casi, si arriva all’accanimento terapeutico, non tanto per il bene del malato, ma per quello dei sui cari che restano e che non accettano il dolore della perdita, perché danno più importanza al corpo anziché allo spirito.
Mentre le grandi civiltà, come le culture tribali, hanno la capacità di conciliare la vita con la morte, perché la sanno far ritornare nel cuore della vita. Loro sanno che ogni essere vivente nel suo percorso la morte ne è parte.

P. Ariès ha fatto degli studi su come si viveva nel passato la morte e come la si vive nel mondo moderno. Secondo lui per millenni l’uomo ha avuto con la morte un rapporto familiare e la sentiva parte del suo essere, l’ha chiamata “morte addomesticata”, mentre negli ultimi due secoli è avvenuto un ribaltamento, la morte fa paura e diventa oggetto di vergona e di tabù a tal punto che non si deve pronunciare, questa è la “morte selvaggia”.
Svelare la morte, guardarla in faccia, farla nostra amica ci svela il senso del bene e del male e diventa nutrimento della conoscenza, l’uomo è l’unico essere vivente che è consapevole che morirà, mentre negare la sua esistenza, ridurla a statistiche porta disordine e violenza.
Le culture del passato e quelle tribali di oggi sanno accogliere la morte di un caro attraverso i riti che si svolgono sia quando è moribondo, sia dopo la sua morte e tutta la comunità si stringe vicino a lui e ai suoi famigliari. Accompagnano il morente nel suo viaggio di passaggio con canti, balli, amuleti e riti e questo permette a lui a chi resta di elaborare la morte accettandola con serenità anche se il cuore e addolorato.

La nostra società non ha più riti che ci permettono di elaborare e fare nostra la morte, questo ci fa provare un dolore intenso, che spesso impiega anni prima di essere lenito dall’accettazione dell’evento e di farcene una ragione.
Educhiamo i nostri figli alla morte, come oggi li educhiamo alla sessualità, al rispetto dell’altro e soprattutto delle donne, non evitiamoli le occasioni di venire a contatto con la morte; se è un nonno o un genitore o un fratello che se ne va, lasciamo che si parlino, che abbiano la possibilità di rievocare i ricordi dei momenti passati insieme e che si possano salutare rasserenandosi l’uno con l’atro, non pensiamo che è troppo piccolo e quindi non capisce o resta sconvolto, anzi lo aiutiamo a elaborare il dolore della perdita e colui che muore lo farà con serenità.
“Se incontri un nemico, pensa: è condannato a morire e lui lo sa. Non proverai compassione?”
“Il morto è colui che non è presente, trovandosi fuori dal tempo che fluisce in quest’istante”
F. Gianfranceschi Svelare la morte edizione Rusconi 1980