EPOCA DI CAMBIAMENTO O CAMBIAMENTO D’EPOCA?

a cura di Rossana Centis

New normal: nuova normalità.

Sta emergendo un nuovo aspetto del dominio totalitario che ha caratterizzato l’esperienza politico – sociale in molti paesi europei   in particolare nel secolo scorso: pensavamo che la drammatica esperienza delle dittature subite, fosse una esperienza che non avremmo più ripetuto, avendo pagato un prezzo salato con la soppressione delle libertà, le guerre, i genocidi.  Ma questa speranza si sta dimostrando una mera illusione.  Il totalitarismo rinasce come l’araba fenice, si rinvigorisce sotto mutate spoglie. 

 Anche se ora in Europa non emergono delle specifiche personalità dominanti, capi di stato su cui convergono tutti i poteri dello stato, ciò nonostante abbiamo l’esperienza sempre più marcata della coartazione delle nostre libertà personali, sia dal punto di vista  del diritto, sia con l’ipertrofia  degli apparati burocratici,  sia con la limitazione  della libertà di pensiero e di espressione del pensiero.

Il totalitarismo si ammanta di aspetti apparentemente democratici, si maschera con il “politically correct”, ma in realtà mira a costringere e dominare le coscienze.

Lo spazio per affermare e per dichiarare le proprie convinzioni, e vivere secondo i propri valori – anche quelli supportati da secoli di storia – senza essere accusati e ridotti al silenzio, si sta assottigliando sempre più, fino ad arrivare a volte all’inibizione formale a svolgere la propria attività lavorativa sulla base di quella che è stata la personale formazione culturale, scientifica, filosofica, spirituale.

 Un esempio: Papa Benedetto XVI ha parlato di dittatura del relativismo.    

Il relativismo è la concezione del mondo e della storia   di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze; questa visione si trova in conflitto con quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e di gruppi diventa l’unica legge della società.

 In realtà fin dagli inizi del pensiero filosofico   queste due visioni antitetiche si sono alternate o affiancate   lungo la storia del pensiero umano (pensiamo a Platone ed il “mondo delle idee” ed Eraclito, col suo “panta rei”), ma nei tempi attuali sembra che sia altamente disdicevole (“politicamente scorretto”) credere e riferirsi a dei valori che hanno la pretesa di plasmare anche scelte concrete della vita. Altro esempio: se la vita umana è un valore non negoziabile, l’aborto è un delitto, se la vita umana è qualcosa di mutevole e dipendente dalle circostanze, che hanno la priorità, possono esserci dei casi in cui è legittimo sopprimere la vita nascente. 

La tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, si fa dittatura, quando non sopporta coloro che sono percepiti dalla tirannia della tolleranza come “intolleranti”, solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico del relativismo.

 Perfino opere d’arte che vanno ovviamente inquadrate nel loro contesto storico, a cui spesso viene riconosciuto un valore universale e atemporale, vengono contestate ed eventualmente “censurate”.

 La recente esperienza sanitaria della pandemia *COVID ha dato un forte impulso a questo fenomeno, offrendosi come piattaforma ideale per sperimentare   nuovi modelli di interferenza con le coscienze.  

Fino ad ora, nella mentalità delle generazioni di mezzo o anziane, la persona era il punto di riferimento, con il suo carico di esperienza e sofferenza, e si considerava il suo stato “normale” salvo che non emergessero dei comportamenti anomali, pericolosi per la convivenza sociale; lo Stato eventualmente aveva il compito di verificare che sussistesse un rischio per la società e prendere delle misure adeguate (sanitarie, giudiziarie, ecc).

Ora cosa sta succedendo? prima di uscire di casa spetta alla singola persona a cui vengono consegnate delle “linee – guida” più o meno stringenti, verificare se va bene e se può uscire di casa…devo controllare di essere a posto prima di uscire. Viene presupposto implicitamente che potrei avere delle caratteristiche non accettabili per il sociale, quindi se voglio ottenere delle normali relazioni indispensabili per la mia vita e la mia persona devo trasformarmi in modo da essere accettato. 

Questo vuol dire installare nella popolazione comportamenti e modi di pensare, gusti e sensibilità che possono non appartenerle e che vengono decisi da altri: oligarchie al potere impongono linee – guida che non sono frutto dell’elaborazione culturale ed etnica tipica di popolazioni e gruppi sociali; i soggetti a questo punto vengono appiattiti e omologati ad un “pensiero unico” che riesce a essere dominante. Le giovani generazioni sono particolarmente esposte a questo pericolo, e gli ultimi nati entrano a far parte di un mondo che funziona così e per loro tutto ciò costituisce la normalità.

Oggi il disegno necessario per controllare le basi istituzionali di miliardi di persone non può utilizzare strumenti nati nel passato per controllare piccole quote di popolazione a dimensione di Stati con qualche milione di persone.

 Le tecnologie e gli strumenti di globalizzazione come ad esempio i “social media” sono strumenti adatti a controllare e a cambiare il modo di pensare in modo globalizzato e mondiale. Nuovi modi di pensare al servizio di gruppi di potere possono essere instillati e condivisi superando le barriere geografiche e utilizzando le fasce anagrafiche: un cambio di mentalità che si diffonde tra i giovani ha l’effetto nel tempo di cambiare il modo di pensare di continenti interi e basta aspettare qualche anno, il tempo che le vecchie generazioni vengano sostituite dalle nuove ed il gioco è fatto.

Ci eravamo abituati a credere dopo le due guerre mondiali e la fine dei totalitarismi che la libertà fosse fare tutto ciò che non è espressamente vietato dal legislatore. Questo tipo di libertà non è compatibile con il modello del totalitarismo dilagante attualmente, che impone un nuovo assetto costituzionale: il totalitarismo della sorveglianza.

Il “new normal” è la costituzione di un nuovo assetto costituzionale con degli apparati ideologici che penetrano in qualche modo pian piano nella coscienza sociale e la cambia creando cambi di mentalità istituzionale. Le nuove generazioni verranno progressivamente e pervasivamente convinte del fatto che questo modello è necessario ed è il solo possibile. E’ la creazione di una nuova natura. E’ un nuovo tentativo di riproporre una specie di “arianesimo”: questo cambiamento è affidato alle nuove generazioni.

Il *Green pass reso obbligatorio, da strumento facilitatore a servizio della popolazione, diventa un passo verso il controllo istituzionalmente determinato dei modelli comportamentali di contenimento. Ma come oggi viene utilizzato il *Green pass con delle motivazioni sanitarie, così possono venire utilizzati altri condizionatori sia in campo commerciale sia in campo culturale e, perché no, anche in campo spirituale. Già gli algoritmi dei media guidano subliminarmente i nostri gusti e i nostri acquisti…

Come contrastare un fenomeno così pervasivo e condizionante? Intravvedo la possibilità di offrire resistenza alla lenta e progressiva omologazione mondiale nel mantenere una amorevole e consapevole ed intelligente cura di tradizioni culturali specifiche, la valorizzazione dell’appartenenza a gruppi etnici e identità nazionali, a identità religiose e spirituali tradizionali e la riscoperta di quella legge naturale che ha costituto il fondamento della Civiltà Cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.

Ciò non significa arroccarsi in difesa indiscriminata e pietrificata della propria identità, ma essere consapevoli dei valori che la propria storia personale, famigliare, nazionale porta e saperli integrare armonicamente con le altre diversità con cui si viene a contatto in una valorizzazione reciproca, senza sentirsi costretti ad abdicare a valori ed esperienze importanti, se non fondanti, le storie personali e collettive. Un esempio?  Una brutta esperienza della rinuncia alla propria storia culturale è stato il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa: nei documenti costitutivi non si è voluto riconoscere questa fondamentale matrice storica e culturale. Tale riconoscimento non avrebbe impedito la possibilità di una evoluzione europea in qualsiasi direzione, ma avrebbe invece affermato l’esistenza di un soggetto: la nostra mancanza di identità ci rende strutturalmente fragili ed in balia di influenze che provengono da altri continenti, e non siamo in grado di difendere con consapevolezza ed orgoglio le nostre radici.

la negazione di una matrice unificante che ha agito nel passato, ha un attuale effetto disgregante e confusivo, con incapacità di sanare conflitti tra visioni diverse, in un processo sanamente integrativo.  

SPECIFICITA’ CULTURALI

POLITICALLY CORRECT

a cura della dott.ssa Rossana Centis

Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di  sentirsi come un pesce fuor d’acqua  in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un  senso di disagio per  pensare quello che pensa, o meglio,   per  non  poter liberamente esprimere  ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e  movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti   negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio.  Il fatto che la culla di questo movimento politico siano  gli Stati Uniti,  trova la sua ragione nell’esperienza   delle grandi differenze  su base etnica sperimentate nei secoli scorsi  come  schiavismo,  segregazione razziale,  eliminazione  di  popolazioni indigene, vissute in quel continente;  designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.

Uno degli aspetti patognomonici  di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con   l’imposizione di  cambiamenti linguistici,   sostituzione di  parole o frasi con altre che sarebbero  più “dignitose”, più rispettose  della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”,  “operatore scolastico” al posto di “spazzino”  e “bidello”), neologismi,  nuove forme di etichetta , creazione di  “tabù” (cioè  bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).

 Secondo la definizione tratta da  “La grammatica italiana” 2012 (treccani.it):

“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.

In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:

– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);

– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);

– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”

 L’idea di base  è che la  definizione linguistica  sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile  in italiano  servirebbe  a perpetuare forme di discriminazione  femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere.  Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto  di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del  “politically correct”    è la convinzione   che  il controllo del linguaggio  sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che  le parole possano essere   espressione  di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che  porterebbero il significato di idee “pericolose”  è giustificato   il ricorso alla censura e alla eliminazione.      E’ da notare  comunque che  l’efficacia nell’imposizione di  cambiamenti  linguistici ha l’effetto  di legittimare implicitamente le teorie  che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo  viene riconosciuto  ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono  operate   rende arduo   esprimere critiche e obiezioni,  e mette chi esprime un dissenso    nella posizione  di sembrare insensibile,  irrispettoso e intollerante.

 In origine   il movimento nacque dunque all’interno di  un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale  come una ideologia  che perpetua  l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi  progressivamente a considerare  tutti gli aspetti della società e  della cultura,   dalle  questioni di classe  a quelle relative all’identità personale,   con la convinzione  di essere dalla parte giusta della storia  e si dedica tuttora  a considerare  come i sistemi  ritenuti oppressivi  vengano interiorizzati   ed espressi  nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero  e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso  una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura,  processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che  prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.

Bisogna anche  dire  che   i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e  questo espone al rischio che  il principi del  “politically correct”  siano  vengano messi in pratica  a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.

Succede  quindi che vengano  considerati “reazionari”  ideologie e modi di pensare fino a poco prima  considerati “progressisti”,  e il percorso personale di crescita e di maturazione  viene scalzato, con perdita di  spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo  dibattito culturale:  se non si è tra persone di fiducia,  o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte”  per molte persone la reazione immediata è  smettere di dire quello che  pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche  evitando accuratamente   qualsiasi argomento  che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente.  In alcuni si può  innescare una reazione di rabbia e ribellione, però  per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in  ambiti sociali  diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente  la protesta ed il disagio si strutturano in  posizioni chiare e  dichiarate.

Negli USA il fenomeno si è  recentemente diffuso soprattutto  nelle università e nelle accademie, i luoghi  che sono la “fucina” culturale della popolazione  e  testimonianze riportano che  attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare  da essere diventato quasi  un fatto ovvio. Chi non si allinea  paga il prezzo dell’ostracismo di  colleghi e studenti   e sa di mettere a rischio la propria reputazione e  a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)   

Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno  globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti,  anche perché   qualsiasi aspetto della  società che  a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica  “privilegio/oppressione”   può fungere da  piattaforma per  l’innesco di questo tipo di  strategie di controllo sociale.

 E inoltre tutti subiamo  l’influenza dei social media  divenuti ormai  strumenti indispensabili  o ineliminabili  per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e  importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali,  ideologie, mode.   Esperienza abbastanza comune, per esempio, è  subire  il blocco su  note piattaforme social,  del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile,  se non   definitivamente, e questo avviene  per  delle motivazioni arbitrarie   decise dai gestori in base a criteri  unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto,  di  contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che  però viene espletata in modo parziale  solo in determinati casi, lasciando comunque  dilagare  una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che  procede  in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.

Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista   al prof Marco Del Giudice, docente  di psicologia evoluzionistica  e metodi quantitativi   nel New Mexico dal 2013 :

Dove va il politicamente corretto? Uno sguardo dagli USA – Hume Page (fondazionehume.it)