LE COSE CHE NON FINIRANNO MAI

a cura di Rossana Centis

Ci sono delle cose della vita che quando si presentano cambiano il corso degli eventi in maniera definitiva. Ciò può avvenire sia a livello personale che a livello comunitario, sociale… in noi è presente il bisogno di stabilità, di prevedibilità, e di conseguenza di ripetitività, soprattutto per quanto riguarda i significati: più facilmente ci adattiamo a cambiamenti esterni, se non viene messa in discussione la struttura di fondo del nostro   modo di pensare e di operare.

Molto più difficile è il cambiamento quando opera a livello di “weltanschauung” (weltanschauung, secondo Treccani:  Termine ted. («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]». Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso) di interpretazione delle cose in base a significati profondi. Non per nulla sono le crisi esistenziali   che mettono alla prova più intensamente, e che possono venire superate solo dopo che abbiamo ritrovato un equilibrio, abbiamo operato un’integrazione delle spinte contrastanti, conflittuali all’origine la nostra sofferenza.  Funziona bene l’aforisma: “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi“. Ecco quindi da dove nasce la forte resistenza ai cambiamenti, anche quando portano in sé degli aspetti vantaggiosi.

Non è raro che una crisi porti ad una rinascita e un rinnovamento personale. Ma a costo di un grande travaglio. E’ noto il detto “dove si chiude una porta si apre un portone“. La saggezza popolare  riconosce la possibilità di speranza.

Un aspetto particolare può essere l’ applicazione alla comunità sociale di questi principi: come realizzare dei profondi capovolgimenti sociali scavalcando le resistenze ai cambiamenti che inevitabilmente si ergono? Il quesito è particolarmente sentito dalle lobby di potere che progettano di stravolgere la struttura sociale come l’abbiamo vissuta fino a tempi recenti. Il quesito del “potere“ è sempre stato: come controllare le genti, i popoli? Come trovare il modo di realizzare  i fini particolari trascinando tutta la popolazione verso il proprio volere?

La pandemia covid ha servito su un piatto d’argento metodi e linee guida. Sono  ormai a tutti  note le ipotesi del “Grande Reset”  e la costituzione imposta di una “Nuova Normalità” identificate e denunciate da innumerevoli pensatori ed esperti in varie competenze e di varie nazionalità.

Di dubbia   attendibilità  la dichiarazione che le misure adottate  sono funzionali alla sopravvivenza nostra e del pianeta, quando contengono palesi contraddizioni: ad esempio dobbiamo  piegarci a qualsiasi sacrificio per salvaguardare l’integrità   ecologica ma  non vengono certo prese decisioni   coerenti con  la volontà di spegnere focolai  di guerre  devastanti e genocidi, di entità tale che  rischiano di mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza umana.

Pur evitando  di  addentrarsi nei  dettagli delle varie idee di riferimento, rispetto a cui ogni persona interessata all’argomento può procurarsi informazioni e assumere una posizione, emergono  facilmente in evidenza delle caratteristiche particolari che questa esperienza pandemica porta con sé e che sono  esportabili come modello ad altre situazioni sociali (vedi guerra, emergenza ecologica, emergenza climatica…).

– Creare uno stato di paura cronica da cui solo lo Stato può salvarci con le sue regole imposte

– Utilizzare la  strategia dell’emergenza: dichiarazione di stato di emergenza per operare delle variazioni gravi delle modalità  sociali abituali  degli individui a volte imponendo norme  che violano i principi costituzionali stessi come la limitazione delle libertà personali

Ora   tutti ci siamo prima o poi nel ruolo di potenziali “untori”, costretti all’isolamento   – quarantena o  controllo medico  con tampone  per il rischio di  trasmettere malattia ( ma ciò avviene solo per il  COVID, non certo per prevenire l’ondata epidemica di influenza o di altre virosi  pure lesive) pur non  manifestando   alcun sintomo significativo.  Sommessamente, utilizzando la motivazione della salute pubblica,  viene attribuito il diritto  a  qualcuno di esterno di controllare la propria  esistenza  e di stabilire comportamenti obbligatori  a cui assoggettarsi, e quando ciò diventerà  “normale” –  instillando questo concetto soprattutto nelle giovani generazioni –    facilmente  si transiterà ad una estensione del modello e chi decide di  pensare diversamente e scegliere altri modelli di comportamento   sarà   trasformabile in inadempiente di doverose regole sociali.

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

– transizione  progressiva al concetto di “malato  asintomatico”,  definizione che coinvolge  veramente ognuno:  in passato   una persona poteva essere “portatore sano” di  elementi potenzialmente patogeni per i contatti  inconsapevoli ma non venivano certo adottate  misure coercitive di   controllo.

–  controllo sempre più profondo dei singoli individui (attraverso strumenti  in grado di determinare   lo spazio  sociale da utilizzare come i  Green pass e i documenti elettronici, i chip sottocutanei   per effettuare transazioni economiche  recentemente proposti sul  mercato e prontamente da  qualcuno già adottati)

-prolungamento delle misure adottate nello stato di emergenza in regole stabili (la pandemia non finirà mai, diventa endemia e dovremmo sempre fare  i conti con essa): come  realizzare il  new normal.

Ecco che ha vinto la strategia esemplificata dalla storiella (metafora) della rana nell’acqua calda: se immersa nell’acqua bollente si scotta e salta fuori ma se viene immersa in acqua fredda che viene riscaldata progressivamente non si accorge del variare della temperatura e finisce per morire.

L’importante è far credere che i cambiamenti imposti servano per mantenere la stabilità: e chi è disposto a non realizzarli? Per ritrovare la stabilità (di vario grado, consistenza e significato)  perduta?

Rispetto a questo bisogno però, a me sorge la domanda: ma quale stabilità voglio? Cosa mi definisce? Quali sono i miei valori inalienabili, che non sono disposto a sacrificare? Ne va anche del concetto di vita e di morte. Ma davvero la vita è il sommo bene (non sembrerebbe, viste le recenti vicende belliche) o può darsi il caso che la vita possa essere donata per realizzare un bene più grande? Forse una vita garantita ma schiavizzata è preferibile a vita che gode della sua libertà (E qui si impone una riflessione sul cosa sia la vera libertà) fino anche al sacrificio di sé?

Io desidero per me cose che non finiranno mai. Non la pandemia covid e la paura indotta, non il controllo sociale, non la limitazione della mia libertà di pensiero e altro.

Io desidero che non finisca mai la libertà di pensiero e di espressione, la possibilità di affermare e realizzare gli ideali in cui credo anche a costo di pagare un prezzo per questo., la possibilità di amare ed essere amato e affermare la realtà dell’altro che ho di fronte a me.

Invito  ognuno a diventare ricercatore di senso, a trovare le cose a cui non siamo disposti a rinunciare perché ci definiscono veramente e delineano il nostro volto e che davvero non finiranno mai.

Mahatma Gandhi

EPOCA DI CAMBIAMENTO O CAMBIAMENTO D’EPOCA?

a cura di Rossana Centis

New normal: nuova normalità.

Sta emergendo un nuovo aspetto del dominio totalitario che ha caratterizzato l’esperienza politico – sociale in molti paesi europei   in particolare nel secolo scorso: pensavamo che la drammatica esperienza delle dittature subite, fosse una esperienza che non avremmo più ripetuto, avendo pagato un prezzo salato con la soppressione delle libertà, le guerre, i genocidi.  Ma questa speranza si sta dimostrando una mera illusione.  Il totalitarismo rinasce come l’araba fenice, si rinvigorisce sotto mutate spoglie. 

 Anche se ora in Europa non emergono delle specifiche personalità dominanti, capi di stato su cui convergono tutti i poteri dello stato, ciò nonostante abbiamo l’esperienza sempre più marcata della coartazione delle nostre libertà personali, sia dal punto di vista  del diritto, sia con l’ipertrofia  degli apparati burocratici,  sia con la limitazione  della libertà di pensiero e di espressione del pensiero.

Il totalitarismo si ammanta di aspetti apparentemente democratici, si maschera con il “politically correct”, ma in realtà mira a costringere e dominare le coscienze.

Lo spazio per affermare e per dichiarare le proprie convinzioni, e vivere secondo i propri valori – anche quelli supportati da secoli di storia – senza essere accusati e ridotti al silenzio, si sta assottigliando sempre più, fino ad arrivare a volte all’inibizione formale a svolgere la propria attività lavorativa sulla base di quella che è stata la personale formazione culturale, scientifica, filosofica, spirituale.

 Un esempio: Papa Benedetto XVI ha parlato di dittatura del relativismo.    

Il relativismo è la concezione del mondo e della storia   di chi ritiene che nulla esista di stabile e di permanente, ma tutto sia relativo ai tempi, ai luoghi, alle circostanze; questa visione si trova in conflitto con quella di chi crede nell’esistenza di principi e di valori immutabili, iscritti da Dio nella natura dell’uomo. Se però non esistono valori assoluti e diritti oggettivi, la volontà di potenza dell’individuo e di gruppi diventa l’unica legge della società.

 In realtà fin dagli inizi del pensiero filosofico   queste due visioni antitetiche si sono alternate o affiancate   lungo la storia del pensiero umano (pensiamo a Platone ed il “mondo delle idee” ed Eraclito, col suo “panta rei”), ma nei tempi attuali sembra che sia altamente disdicevole (“politicamente scorretto”) credere e riferirsi a dei valori che hanno la pretesa di plasmare anche scelte concrete della vita. Altro esempio: se la vita umana è un valore non negoziabile, l’aborto è un delitto, se la vita umana è qualcosa di mutevole e dipendente dalle circostanze, che hanno la priorità, possono esserci dei casi in cui è legittimo sopprimere la vita nascente. 

La tolleranza oggi tanto in voga, una tolleranza che è sulla bocca di tutti, si fa dittatura, quando non sopporta coloro che sono percepiti dalla tirannia della tolleranza come “intolleranti”, solo perché esprimono un punto di vista diverso dal pensiero unico del relativismo.

 Perfino opere d’arte che vanno ovviamente inquadrate nel loro contesto storico, a cui spesso viene riconosciuto un valore universale e atemporale, vengono contestate ed eventualmente “censurate”.

 La recente esperienza sanitaria della pandemia *COVID ha dato un forte impulso a questo fenomeno, offrendosi come piattaforma ideale per sperimentare   nuovi modelli di interferenza con le coscienze.  

Fino ad ora, nella mentalità delle generazioni di mezzo o anziane, la persona era il punto di riferimento, con il suo carico di esperienza e sofferenza, e si considerava il suo stato “normale” salvo che non emergessero dei comportamenti anomali, pericolosi per la convivenza sociale; lo Stato eventualmente aveva il compito di verificare che sussistesse un rischio per la società e prendere delle misure adeguate (sanitarie, giudiziarie, ecc).

Ora cosa sta succedendo? prima di uscire di casa spetta alla singola persona a cui vengono consegnate delle “linee – guida” più o meno stringenti, verificare se va bene e se può uscire di casa…devo controllare di essere a posto prima di uscire. Viene presupposto implicitamente che potrei avere delle caratteristiche non accettabili per il sociale, quindi se voglio ottenere delle normali relazioni indispensabili per la mia vita e la mia persona devo trasformarmi in modo da essere accettato. 

Questo vuol dire installare nella popolazione comportamenti e modi di pensare, gusti e sensibilità che possono non appartenerle e che vengono decisi da altri: oligarchie al potere impongono linee – guida che non sono frutto dell’elaborazione culturale ed etnica tipica di popolazioni e gruppi sociali; i soggetti a questo punto vengono appiattiti e omologati ad un “pensiero unico” che riesce a essere dominante. Le giovani generazioni sono particolarmente esposte a questo pericolo, e gli ultimi nati entrano a far parte di un mondo che funziona così e per loro tutto ciò costituisce la normalità.

Oggi il disegno necessario per controllare le basi istituzionali di miliardi di persone non può utilizzare strumenti nati nel passato per controllare piccole quote di popolazione a dimensione di Stati con qualche milione di persone.

 Le tecnologie e gli strumenti di globalizzazione come ad esempio i “social media” sono strumenti adatti a controllare e a cambiare il modo di pensare in modo globalizzato e mondiale. Nuovi modi di pensare al servizio di gruppi di potere possono essere instillati e condivisi superando le barriere geografiche e utilizzando le fasce anagrafiche: un cambio di mentalità che si diffonde tra i giovani ha l’effetto nel tempo di cambiare il modo di pensare di continenti interi e basta aspettare qualche anno, il tempo che le vecchie generazioni vengano sostituite dalle nuove ed il gioco è fatto.

Ci eravamo abituati a credere dopo le due guerre mondiali e la fine dei totalitarismi che la libertà fosse fare tutto ciò che non è espressamente vietato dal legislatore. Questo tipo di libertà non è compatibile con il modello del totalitarismo dilagante attualmente, che impone un nuovo assetto costituzionale: il totalitarismo della sorveglianza.

Il “new normal” è la costituzione di un nuovo assetto costituzionale con degli apparati ideologici che penetrano in qualche modo pian piano nella coscienza sociale e la cambia creando cambi di mentalità istituzionale. Le nuove generazioni verranno progressivamente e pervasivamente convinte del fatto che questo modello è necessario ed è il solo possibile. E’ la creazione di una nuova natura. E’ un nuovo tentativo di riproporre una specie di “arianesimo”: questo cambiamento è affidato alle nuove generazioni.

Il *Green pass reso obbligatorio, da strumento facilitatore a servizio della popolazione, diventa un passo verso il controllo istituzionalmente determinato dei modelli comportamentali di contenimento. Ma come oggi viene utilizzato il *Green pass con delle motivazioni sanitarie, così possono venire utilizzati altri condizionatori sia in campo commerciale sia in campo culturale e, perché no, anche in campo spirituale. Già gli algoritmi dei media guidano subliminarmente i nostri gusti e i nostri acquisti…

Come contrastare un fenomeno così pervasivo e condizionante? Intravvedo la possibilità di offrire resistenza alla lenta e progressiva omologazione mondiale nel mantenere una amorevole e consapevole ed intelligente cura di tradizioni culturali specifiche, la valorizzazione dell’appartenenza a gruppi etnici e identità nazionali, a identità religiose e spirituali tradizionali e la riscoperta di quella legge naturale che ha costituto il fondamento della Civiltà Cristiana, formatasi nel Medioevo in Europa e da qui diffusasi nel mondo intero.

Ciò non significa arroccarsi in difesa indiscriminata e pietrificata della propria identità, ma essere consapevoli dei valori che la propria storia personale, famigliare, nazionale porta e saperli integrare armonicamente con le altre diversità con cui si viene a contatto in una valorizzazione reciproca, senza sentirsi costretti ad abdicare a valori ed esperienze importanti, se non fondanti, le storie personali e collettive. Un esempio?  Una brutta esperienza della rinuncia alla propria storia culturale è stato il mancato riconoscimento delle radici cristiane dell’Europa: nei documenti costitutivi non si è voluto riconoscere questa fondamentale matrice storica e culturale. Tale riconoscimento non avrebbe impedito la possibilità di una evoluzione europea in qualsiasi direzione, ma avrebbe invece affermato l’esistenza di un soggetto: la nostra mancanza di identità ci rende strutturalmente fragili ed in balia di influenze che provengono da altri continenti, e non siamo in grado di difendere con consapevolezza ed orgoglio le nostre radici.

la negazione di una matrice unificante che ha agito nel passato, ha un attuale effetto disgregante e confusivo, con incapacità di sanare conflitti tra visioni diverse, in un processo sanamente integrativo.  

SPECIFICITA’ CULTURALI