PACE O GUERRA?

a cura di Rossana Centis

Alcuni giorni fa è giunto alla mia attenzione un brano tratto dal libro di Ester del Vecchio Testamento. Non ricordavo bene il contenuto del libro, così l’ho ripreso.

In sintesi, la storia di Ester si svolge in Persia al tempo della deportazione, ed è la storia di una fanciulla ebrea orfana e adottata da Mardocheo, funzionario alla corte del re, che divenne regina alla corte del gran re Assuero.

Il re aveva già una moglie, la regina Vasti, che però cadde in disgrazia per aver disobbedito ad un ordine regale, in quanto, convocata dal re in persona, rifiutò di comparire alla sua presenza; il re decise così di sostituirla con una nuova regina. Ad Ester, essendo bella, toccò in sorte di essere scelta dal re Assuero e divenne regina. Sia Mardocheo che Ester erano timorati di Dio, ed erano con Lui in relazione personale e vitale. 

Avvenne che per volontà di un ministro del re, Aman, fu emanato un decreto di sterminio di tutto il popolo dei Giudei. Ma la regina Ester poté intercedere per il suo popolo e scongiurare l’evento; Mardocheo inoltre, si era guadagnato il favore del re e la sua gratitudine avendo sventato un “intrigo di palazzo”: aveva infatti scoperto i preparativi per un attentato alla sua vita e lo aveva avvertito; divenne così ministro del re al posto di colui che aveva predisposto lo sterminio del suo popolo. I Giudei furono riabilitati e venne decretato il diritto dei Giudei ad eseguire la vendetta nei confronti di coloro che si fossero dimostrati ostili ne loro confronti.

Subito mi ha colpito la descrizione delle condizioni sociali di quel popolo: immediato il paragone con il nostro modo attuale di considerare gli eventi. Gli aspetti più eclatanti per me sono stati: la condizione della donna, trattata brutalmente e, con normalità quasi ovvia, come puro oggetto di possesso, senza alcuna consapevolezza della pari dignità tra uomo e donna, e la dirompente violenza nei conflitti tra i popoli. Con il beneplacito della legge venivano programmati stermini di intere popolazioni, pulizie etniche, stragi di bambini. Generazioni rase al suolo. E questo era considerato doveroso da parte di entrambi i lati del conflitto: se un popolo veniva prevaricato ma riusciva a sopravvivere e a ribaltare le sorti, si comportava comunque nello stesso modo nei confronti degli sconfitti.

La condizione della donna (considerando che si tratta di regine!) – la punizione di Vasti:

(Est: 1, 10 – 22)

Paolo Veronese Incoronazione di Ester 1556Chiesa di San Sebastiano – Venezia

Il settimo giorno, il re che aveva il cuore allegro per il vino, ordinò a Meumàn, a Bizzetà, a Carbonà, a Bigtà, ad Abagtà, a Zetàr e a Carcàs, i sette eunuchi che servivano alla presenza del re Assuero, che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; essa infatti era di aspetto avvenente. Ma la regina Vasti rifiutò di venire, contro l’ordine che il re aveva dato per mezzo degli eunuchi; il re ne fu assai irritato e la collera si accese dentro di lui. Allora il re interrogò i sapienti, conoscitori dei tempi. – Poiché gli affari del re si trattavano così, alla presenza di quanti conoscevano la legge e il diritto, e i più vicini a lui erano Carsenà, Setàr, Admàta, Tarsìs, Mères, Marsenà e Memucàn, sette capi della Persia e della Media che erano suoi consiglieri e sedevano ai primi posti nel regno. – Domandò dunque: “Secondo la legge, che cosa si deve fare alla regina Vasti che non ha eseguito l’ordine datole dal re Assuero per mezzo degli eunuchi?”. Memucàn rispose alla presenza del re e dei principi: “La regina Vasti ha mancato non solo verso il re, ma anche verso tutti i capi e tutti i popoli che sono nelle province del re Assuero. Perché quello che la regina ha fatto si saprà da tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti; esse diranno: Il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina Vasti ed essa non vi è andata. Da ora innanzi le principesse di Persia e di Media che sapranno il fatto della regina ne parleranno a tutti i principi del re e ne verranno insolenze e irritazioni all’eccesso. Se così sembra bene al re, venga da lui emanato un editto reale da scriversi fra le leggi di Persia e di Media, sicché diventi irrevocabile, per il quale Vasti non potrà più comparire alla presenza del re Assuero e il re conferisca la dignità di regina ad un’altra migliore di lei. Quando l’editto emanato dal re sarà conosciuto nell’intero suo regno per quanto è vasto, tutte le donne renderanno onore ai loro mariti dal più grande al più piccolo”.

E l’esperienza di Ester:

(Est 4,10-16)
Ester ordinò ad Atàch di riferire a Mardocheo: “Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno, senza essere stato chiamato, in forza di una legge uguale per tutti, deve essere messo a morte, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d’oro, nel qual caso avrà salva la vita. Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re”. Le parole di Ester furono riferite a Mardocheo e Mardocheo fece dare questa risposta a Ester: “Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d’una circostanza come questa?”. Allora Ester fece rispondere a Mardocheo:
“Và, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!”.

E per quanto riguarda i conflitti tra i popoli, il decreto del re:

(Est 3, 13b – 13g)

“Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue:
Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini.
Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”.
Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno.


E il “decreto di riabilitazione de Giudei”:

(Est 8,12a-  17)
Il decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, il tredici del mese, quando l’ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario; poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici. I Giudei si radunarono nelle loro città, in tutte le province del re Assuero, per aggredire quelli che cercavano di fare loro del male; nessuno potè resistere loro, perché il timore dei Giudei era piombato su tutti i popoli.
Tutti i capi delle province, i satrapi, i governatori e quelli che curavano gli affari del re diedero man forte ai Giudei, perché il timore di Mardocheo si era impadronito di essi. Perché Mardocheo era grande nella reggia e per tutte le province si diffondeva la fama di quest’uomo; Mardocheo cresceva sempre in potere. I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero.
Nella cittadella di Susa i Giudei uccisero e sterminarono cinquecento uomini
e misero a morte Parsandàta, Dalfòn, Aspàta,Poràta, Adalià, Aridàta,
Parmàsta, Arisài, Aridài e Vaizàta, i dieci figli di Amàn figlio di Hammedàta, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al saccheggio.
(…)I Giudei che erano a Susa si radunarono ancora il quattordici del mese di Adàr e uccisero a Susa trecento uomini; ma non si diedero al saccheggio. Anche gli altri Giudei che erano nelle province del re si radunarono, difesero la loro vita e si misero al sicuro dagli attacchi dei nemici; uccisero settantacinquemila di quelli che li odiavano, ma non si diedero al saccheggio.
Questo avvenne il tredici del mese di Adàr; il quattordici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia.

Inevitabilmente sorge un confronto con ciò che stiamo vivendo noi oggi: evidentemente l’istinto guerrafondaio ci possiede, le occasioni di eventi bellici sono purtroppo ancora molte… a volte le atrocità commesse non sono molto diverse da quelle testimoniate negli antichi libri; le recenti vicende afghane e medio – orientali, il conflitto russo-Ucraino… sembra davvero che l’umanità non sappia prescindere dalla conflittualità armata e distruttiva, che non sappia apprezzare il valore delle vite. Nonostante questo però germogli di consapevolezza nuova stanno spuntando. Ma abbiamo comunque a che fare con un cuore umano che contiene radici di male e di violenza, da cui nascono viluppi di rovi che soffocano autodeterminazione e libertà, e impediscono una naturale e armonica relazione con la natura e con il Creatore. Aborriamo e ci scandalizziamo delle violenze, aggressioni belliche, ci prodighiamo per le pari opportunità per le donne, ci indigniamo per l’abuso sui minori, evento questo che è ancora diffuso in alcuni modelli culturali. E’ già un abisso rispetto al passato. Di fronte alle prevaricazioni sorgono movimenti di protesta, manifestazioni nelle le piazze del vecchio e del nuovo mondo …

Siamo in realtà portatori di semi di male che comunque ci segnano, in qualche modo ci determinano ma ci costringono anche a fare delle scelte: da che parte voglio stare? In quale direzione dirigere i miei atti? Dove applicare le mie energie? Quale mondo sto contribuendo a costruire?

È impressionante il percorso dai tempi antichi quando non era persa la relazione con Dio Creatore ma la concezione dell’umano rimaneva comunque brutale, ai nostri tempi in cui si è sviluppata – anche se ancora limitatamente -la coscienza che la violenza non va bene, abbruttisce l’uomo, lo relega al di sotto degli animali (che sono aggressivi per sopravvivere ma non sono in sé “cattivi”; non hanno consapevolezza di voler essere un danno per gli altri, per prevalere sul proprio pari).

Ma da dove nasce questa evoluzione? Qual è il percorso compiuto? A noi sembra che la violenza testimoniata nel libro di Ester e in altri testi del Vecchio Testamento sia intollerabile: in certe culture antiche vigeva la normale abitudine di fare i sacrifici umani, in varie forme, per lo più in pratiche rituali giustificate da credenze religiose. Il processo di emancipazione da tali pratiche è stato molto lento. Già la storia del popolo ebraico ci testimonia comunque questo inizio. Ad Abramo viene chiesto di rinunciare al sacrificio del figlio alla divinità; Dio si presenta come un Dio-persona che evoca il valore del l’uomo-persona e insegna piano piano una nuova dimensione umana. A Mosè Dio si presenta in una relazione personale e si definisce: “Io sono” (Es 3,13-15;)[1]

San Vitale, Ravenna, int., presbiterio, – mosaici di sx – ospitalità di Abramo e sacrificio di Isacco

Il profeta Ezechiele (Ez 36,25-27)[2] insegna che Dio sostituisce il cuore di pietra con un cuore di carne e questo è un innesto assolutamente nuovo per l’umanità.

L’esplosione di un modo nuovo di concepire la vita si ha però con Gesù Cristo, un ribaltamento assoluto. Non a caso Gesù Cristo è posto al centro del cosmo e della storia. Lentamente nel tempo la sua rivoluzione ha permeato il nostro modo di pensare, attraverso i secoli ha agito come lievito e ci porta verso la realizzazione piena dell’umano in una dimensione amorosa, se vogliamo lasciarci guidare da Lui.

 Siamo proprio sicuri che sia una cosa furba rinunciare alle nostre radici cristiane, come è avvenuto nel processo di costituzione dell’Europa, dissociarci culturalmente da questa fonte di bene e affidarci a criteri totalmente determinati dall’umana visione delle cose?


[1]
Es 3,13-15; Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.


[2]  Ez 36,25-27 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.

DIVIDE ET IMPERA*

a cura di Rossana Centis

Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.

Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.

Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.

 Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.

Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.

Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.

Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra.  Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?

Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?

L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.

Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.

In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.  

 Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.

*divide et impera ( cit da Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).