SELF MADE MAN

Dott.ssa R. Centis

 L’uomo che si fa da sé. 

L’uomo che ha smarrito le sue radici e non poggia su una base sicura.

Nel nostro tempo, nella nostra società siamo malati di solitudine: con sempre maggiore difficoltà accettiamo e utilizziamo ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno faticosamente maturato ed imparato. Siamo senza padre.

Bombardati da un eccesso di informazioni e di stimoli, ci manca una guida che insegni come metabolizzare tutto ciò.

Ci portiamo sulle spalle la pesante responsabilità di inventare il nostro percorso personale di crescita e di presenza nel mondo.

La mentalità del “self made man”,  l’atteggiamento interiore che fa consistere il proprio valore nella capacità di “performance”, è una mentalità che tende a insinuarsi nel rapporto che abbiamo con tutto: nel lavoro, nella famiglia, nella vita morale ecc. Una delle conseguenze é la paura di fallire. Se infatti io consisto di ciò che riesco a fare, è normale che io viva in uno stato di permanente ansia di riuscire a mantenere alto il livello, ansia di prestazione, che in negativo vuol dire: paura di non riuscire.

Ma se vogliamo, possiamo cercare e trovare dei luoghi, delle amicizie, dei maestri, dei mentori che si affianchino alla nostra vita, e ci aiutino ad affrontare la durezza del reale, perché l’uomo è strutturalmente relazionale, non può vivere ed esistere se non in rapporto con “altri” significativi,  da cui si senta visto, riconosciuto, valorizzato e accompagnato.

EMOZIONI  E   LAVORO CON DISABILI  E CON PERSONE BISOGNOSE DI AIUTO

 Svolgere una attività lavorativa   in ambienti    dove  è prevista l’interazione continuativa con  persone istituzionalizzate, o  portatrici di  deficit  fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e  di impegno  nell’interazione personale,  o trovarsi nella condizione di dover accudire  persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita  una serie di  vissuti emozionali che  hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.

  A volte, se  le richieste esterne  soverchiano la possibilità personale di farvi fronte,    si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale  creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità,  in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.

Situazioni attuali nel  qui ed ora  possono essere  mal tollerate per la loro  ripetitività,  per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di  risolvere o migliorare le condizioni  relazionali,    per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni  stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro.  Oppure,  a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità,  la richiesta può essere  eccessiva in relazione alle risorse disponibili.

 Può accadere che le problematiche attuali  sollecitino  nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i  vissuti personali  non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé  ( lutti, conflitti, fallimenti…).  Può  accadere che  gli operatori  portino una sofferenza  personale   per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente  a  permettere un equilibrio adeguato   nelle  loro condizioni di vita.

Qualunque sia l’ origine del malessere,    esiste la possibilità di    affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore  adatto alle situazioni problematiche, sviluppando  maggiori flessibilità e resilienza.

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Una delle risorse  importanti per  raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è  quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le  difficoltà  incontrate, che non siano giudicanti  e  saccenti, ma  comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo  passo  “integrativo”, che permette di iniziare  trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e  le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche  nelle relazioni di aiuto.

EMOZIONI: amiche o nemiche?

a cura di Rossana Centis

Le emozioni sono come dei cartelli indicatori che ci orientano a comprendere  la nostra relazione con il mondo,  il mondo interno, interiore,  ed il mondo esterno, ciò che sta fuori di noi e che ci sollecita. 

Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come   eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita;  a volte è capitato che  il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste  perfino un detto popolare: “ dove si chiude  una porta si apre un portone”!  Anche in neurologia lo stimolo  doloroso ha l’importante compito  di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).

Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come   eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita;  a volte è capitato che  il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste  perfino un detto popolare: “ dove si chiude  una porta si apre un portone”!  Anche in neurologia lo stimolo  doloroso ha l’importante compito  di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).

Poi ci sono delle sofferenze che non sono così immediatamente utili, ma sono come dei massi posti lungo il decorso di un torrente; l’acqua è costretta ad aprirsi un percorso  girando attorno agli ostacoli e così si realizzano cascatelle, pozze,  rivoli, vortici… e il  corso del fiume diventa unico e irripetibile. 

E poi ci sono esperienze piacevoli,  o apparentemente piacevoli, ma che portano la nostra umanità fuori strada. Se ci lasciamo irretire, “abbindolare” dal piacere immediato,  potremmo poi rimpiangere di essere stati poco accorti. 

Ci vuole sensibilità e intelligenza per  comprendere la nostra personale esperienza,  in tutte le sue manifestazioni,  senza tralasciare nulla,  utilizzando il nostro vissuto interiore  per orientarci nella  vita.  E a volte può essere utile condividere le nostre paure, i nostri dubbi, con qualcuno che ci possa dare una mano a districarci nei garbugli

BISOGNO DI RICONOSCIMENTO -2

a cura di Rossana Centis

Secondo C. Steiner quando un bambino vive in un ambiente dove non c’è libero scambio di riconoscimenti positivi, pur di essere riconosciuto e stimolato, assume atteggiamenti provocatori o pericolosi, o lamentosi, o mantiene comportamenti non adeguati alla sua età. In Analisi Transazionale è noto il concetto: meglio carezze negative che nessuna carezza. Nulla è peggio dell’essere ignorati o non visti. Meglio attirare l’attenzione e ottenere carezze negative, che in certi casi possono arrivare fine alle botte, a lesioni fisiche, che non avere nessun riconoscimento della propria esistenza. Che l’altro, soprattutto se è una figura di riferimento, o “la” figura di riferimento, dia dei segnali di relazione è di fondamentale importanza per la sopravvivenza personale.

Quindi quando un bambino realizza comportamenti inadeguati, piange, si lamenta, si arrabbia in modo incongruo alla situazione, “fa i capricci”, probabilmente sta esprimendo il suo disagio, una richiesta di aiuto, un bisogno importante …

Se come risposta al comportamento inadeguato arriva una sgridata, un giudizio, un divieto, il bambino riceverà delle carezze, ma carezze negative e ciò non farà che alimentare i comportamenti per riceverle. Inoltre le attribuzioni negative (sei un pasticcione, non fare il cattivo, ti arrabbi per niente, ecc) rinforzano in negativo il concetto che il bambino sta formandosi di sé, e contribuiranno a creare una bassa autostima e incapacità di attivare le proprie risorse personali. Il modo corretto per rispondere alla esplicitazione, magari in modo inadeguato, di un bisogno, è di riconoscere e valorizzare la richiesta, offrendo in alcuni casi un aspetto consolatorio, comprensivo, dando la possibilità di esprimere i propri sentimenti e i propri desideri, e sottolineare le possibilità di cambiamento, dando sostegno anche nel caso che non si possa rispondere positivamente alla richiesta.

BISOGNO DI RICONOSCIMENTO -1

a cura di Rossana Centis

Erick Berne ha posto alla base della teoria da lui sviluppata il concetto che un bisogno fondamentale dell’essere umano è il bisogno di riconoscimento, che si esprime come “fame di carezze”. Il termine “carezza” è la traduzione dell’inglese “stroke” che ha il significato di “qualsiasi atto che implichi il riconoscimento della presenza dell’altro”. Non si identifica pertanto, o non solo, con il contatto fisico, ma comprende in sé una vasta gamma di modalità con cui io mi faccio presente all’altro e l’altro si fa presente a me.

Il bisogno di riconoscimento, di essere “visti” dall’ altro con cui entro in contatto è un elemento ampiamente valorizzato da tutti i modelli descrittivi della psiche umana: è ormai un riferimento teorico condiviso il concetto che l’essere umano ha una struttura relazionale. Se la relazione interpersonale non è adeguata fin dai primi tempi dopo la nascita, si creano dei danni tanto più gravi quanto più è inadeguata la relazione parentale.

Quando il bambino è molto piccolo la relazione si esprime prevalentemente attraverso l’accudimento fisico, ma successivamente assume ovviamente sempre più importanza una relazione articolata in vari aspetti. Un bambino che non viene toccato non si sviluppa normalmente, la deprivazione del contatto fisico può impedire lo sviluppo come una carenza alimentare. Famosi sono gli studi di Renè Spitz, psicoanalista austriaco del secolo scorso, che individuò il ruolo formativo della madre tramite l’osservazione diretta dell’interazione madre-bambino, realizzando una serie di filmati negli orfanatrofi; descrisse i comportamenti di bambini che vengono separati dalla persona che si prendeva cura di loro. Tali comportamenti erano:

  • Primo mese: lamentele e richiami;
  • Secondo mese: pianto e perdita di peso;
  • Terzo mese: rifiuto del contatto fisico, insonnia, ritardo nello sviluppo motorio, assenza di mimica, perdita continua di peso;
  • Dopo il terzo mese: cessazione del pianto, stato letargico.

Queste manifestazioni possono regredire solo quando il bambino ritrova la madre o trova qualcuno che voglia prendersi cura di lui. Spesso però traumi di questo tipo non si risolvono del tutto, anzi qualora non dovesse essere superato possono permanere un aumento del tasso di mortalità e ritardi di sviluppo.

Questi studi sono correlabili agli studi di Bowlby e coll. Che svilupparono le teorie dell’attaccamento.

Un video da lui realizzato e visualizzabile su Internet, è: “Why mothers should stay home” (https://youtu.be/VP9TEME2-sE ):