CONOSCENZA ED ESPERIENZA

(R. Centis)

In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’Intelligenza Artificiale (IA), l’evento più umano che possiamo vivere è accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che sappiamo intellettualmente e dare consistenza reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.

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Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice e scarno: si è adattato al livello puramente tecnico e non trasmette più il mondo emotivo. Stiamo disimparando a raccontare noi stessi a qualcun altro che ci ascolti.

IA sa usare le parole ma non sa utilizzarle per raccontare il mondo interiore, e non lo potrà fare mai, perché non ha un mondo interiore. Sa solo creare una magari ottima “insalata di parole”, ben assortita e organizzata, imparando da esempi precedenti, ma non ne percepisce il senso.

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La letteratura è un serbatoio che testimonia quanto è da secoli presente nell’animo e nella mente umana: dal pensiero filosofico che scandaglia la realtà cercando i fondamenti del nostro esistere, al pensiero poetico e narrativo che racconta le emozioni – amore, curiosità, dolore, turbamento, angoscia, speranza … tutti gli ingredienti di cui siamo fatti.  Una cultura degna di tale nome non può scavalcare e dimenticare tutta questa ricchezza.

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Il linguaggio è lo strumento potente che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere profonde relazioni tra di noi.

Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.

Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore.

Cominciamo col non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi possiamo iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare o risolvere ciò che ci turba.

Il tempo ci sembra oggi una obiezione anziché una strada per conoscere.

Il presente è il modo che ci è dato per essere, per esistere, il modo che ci è dato per comprendere, cambiare e crescere. Ci vuole tempo perché il bruco diventi farfalla.

Ma il bruco anche se è brutto è necessario. Perché facciamo così fatica ad imparare a vivere? se non impariamo è perché non stiamo nel tempo, non lo usiamo come una risorsa.  Il presente è l’unica modalità che possiamo percepire e in qualche modo gestire. Il passato è passato, non è più nelle nostre mani; il futuro con il suo carico di imprevedibilità non è ancora nelle nostre mani.

L’unica modalità per fare l’esperienza di noi stessi,  è coglierci nell’attimo presente e modularlo.

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EMOZIONI E SENTIMENTI

 a cura di Rossana Centis

 La nostra esperienza interiore è   caratterizzata da   una vasta varietà di situazioni   alla cui origine ci sono i dati che la realtà propone, e il modo con cui noi reagiamo ad essi.  L’interazione di questi due elementi   stimola in modo diverso i due emisferi cerebrali, quello deputato all’analisi della realtà e ai processi logici (nella maggior parte delle persone il cervello sinistro) e quello deputato all’elaborazione intuitiva, a connessioni analogiche (cervello destro).

Il risultato della elaborazione degli stimoli sensoriali e dei processi cerebrali sviluppatisi di conseguenza conduce alle scelte comportamentali finali. Il processo di elaborazione dei dati è molto complesso ed è influenzato da schemi cognitivi (le credenze personali che ci guidano nell’interpretazione della realtà), esperienze precedenti (che filtrano la nostra percezione della utilità o della bontà delle esperienze attuali), esperienza in atto, aspettative sul futuro. Mediante questo processo si creano emozioni e sentimenti che vengono a far parte del bagaglio personale, rinforzando o alleggerendo interpretazioni e convinzioni di riferimento. I dati processati dal nostro cervello non sono né buoni né cattivi, non esistono in natura cose buone o cattive in sé, tutto dipende dalla nostra elaborazione personale. Anche situazioni che possono essere percepite come gravemente lesive da alcune persone, da altre possono diventare un potente stimolo per crescere, maturare, scoprire aspetti insospettati. Una affermazione di questo genere può sembrare strana e inesatta ma molte persone possono testimoniare come   la loro vita è cambiata attivando risorse precedentemente non considerate.

L’impatto con gli stimoli provenienti dal mondo esterno   crea delle emozioni, si attiva il mondo emozionale, e le emozioni contribuiscono a generare i sentimenti.

L’emozione è una reazione immediata e di breve durata a uno stimolo, è una reazione fisica e istintiva, come la gioia o la paura, comporta cambiamenti fisiologici, che sono risposte per reagire attivamente alle diverse situazioni ambientali mentre il sentimento è uno stato d’animo più duraturo e complesso, come l’amore e l’amicizia, frutto della riflessione e dell’elaborazione di emozioni pregresse. I sentimenti sono modificazioni dell’affettività di base che affonda le sue radici negli strati o settori più riposti della personalità e imprimono un particolare colorito ai vari processi psichici. Differenze chiave: le emozioni sono di breve durata, mentre i sentimenti tendono ad essere più duraturi. Le emozioni sono spesso più intense e immediate, mentre i sentimenti possono essere più blandi ma più stabili. Le emozioni sono reazioni automatiche, mentre i sentimenti richiedono un’elaborazione cognitiva e una riflessione più consapevole. Le emozioni hanno una funzione adattiva, preparandoci all’azione, mentre i sentimenti hanno un ruolo più importante nella formazione della nostra identità emotiva e nella nostra relazione con il mondo. 

Autori diversi hanno proposto classificazioni  diverse, ma sostanzialmente si possono identificare delle emozioni di base, cosiddette primarie, (rabbia, paura, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto) ed emozioni secondarie, o complesse (vergogna, allegria, ansiarassegnazione, gelosia, invidia, orgoglio, nostalgia, rimorso, delusione, aspettativa …) che derivano dalla  varia combinazione  delle emozioni primarie e sono influenzate  dalla nostra elaborazione cognitiva. Per esempio la paura è una emozione che tipicamente attiva comportamenti di fuga o di protezione, indispensabili nel mondo animale per la salvaguardia della vita, mentre la vergogna è una tipica emozione che risente della interpretazione che diamo agli eventi, sia pregressi che attuali, e per depotenziarla è necessario affrontare diversi livelli personali e innescare una rielaborazione che coinvolga complesse interazioni delle dimensioni interiori.

CUORE E CERVELLO, EMOZIONI ED INTELLIGENZA

A cura della dott.ssa Lucia Laudi

Le emozioni sono intelligenza

D. Goleman autore del libro “Intelligenza emotiva” spiega come i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna dire “sono fatto così; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia e dall’ambiente sociale.

A volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni così intense che non riusciamo a distinguerle, quindi deconfondere e fare metacognizione permette di capire se la situazione richiede un agire tempestivo o riflessivo.

La deconfusione è la capacità di fare un esame di realtà e comprendere se le emozioni che proviamo sono adeguate, anche come intensità, alla situazione che stiamo vivendo o se sono esagerate e confuse, la metacognizione è farsi domande, chiedersi quali meccanismi si stanno mettendo in atto e cosa si può fare di diverso.

La nostra società tende a negare la natura e le emozioni sono considerate segni di debolezza, mentre dà importanza al QI e alla ragione e alla logica, quando, in verità, la mente umana è prevalentemente intuitiva, emotiva e creativa. Studi scientifici hanno individuato che l’essere umano ha un’intelligenza emotiva ed empatica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, dall’amigdala e dall’ippocampo collegati con la corteccia prefrontale destra.

Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione, mandano l’impulso alla corteccia prefrontale destra, che elabora e rimanda all’amigdala la risposta, trasformandola in agito. Un malfunzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, come fare agiti impulsivi: se la corteccia prefrontale destr non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo, ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus o a bloccarsi.

Secondo le neuroscienze, gli stati primari si formano nel bambino fin dalla nascita e nei suoi primi anni di vita prova delle emozioni primarie molto intense a livello viscerale, come felicità, rabbia, ansia da separazione e paura, che provocano delle accensioni del sistema limbico molto potenti e non avendo ancora la corteccia prefrontale destra sviluppata per poter elaborare processi e regolare le emozioni non riesce a controllare tutto ciò, per cui va nel panico e si blocca o reagisce con aggressività per difendersi dal marasma che lo travolge.  In questo periodo è importante che la figura genitoriale gli dia quel contenimento utile e fondamentale per dargli sicurezza e sentire che quel vortice di emozioni si può contenere e gestire; per far questo sovente basta fargli sentire la propria presenza, accarezzandolo, parlandogli con voce tranquilla e dolce, senza far trapelare la propria ansia o insofferenza per il suo pianto che a volte non viene compreso e non si acquieta.

La corteccia prefrontale destra manda dei segnali chimici per calmare sia il corpo sia la mente del bambino che si trova in uno stato di intensa e primitiva eccitazione, per cui , se il piccolo non ha una figura di accudimento sviluppata emotivamente, la sua corteccia perfrontale destra non potrà svilupparsi e organizzarsi per favorire lo sviluppo delle funzioni calmanti per sé. Egli non potrà formare le capacità di “gestire la propria vita” in modo efficacie, ma dovrà ricorrere a dei meccanismi di difesa, che man mano che cresce, se non li risolve, diventeranno comportamenti disfunzionali accompagnati da emozioni eccessive per la realtà che gli si presenta, come fare nuove amicizie, affrontare un’interrogazione o altre avversità della vita.

Dopo i diciotto mesi si formano le connessioni neuronali utili per formare i processi emotivi nella corteccia prefrontale sinistra, permettendo di associare le emozioni ad attività verbali, potendo, così, formare delle storie e delle spiegazioni su ciò che gli succede, a volte in modo dettagliato, altre volte in modo grossolano.

Al terzo quarto anno di vita il cervello del bambino include l’attività dell’emisfero sinistro che entra in contatto con il destro attraverso il corpo calloso, che favorisce la comunicazione tra la corteccia prefrontale destra e quella sinistra, permettendo di fare delle elaborazioni emotive altamente sofisticate.

L’educazione del bambino piccolo fino alla fine della adolescenza e il sostegno di figure genitoriali sviluppate emotivamente è fondamentale, perché gli permette di formare nuovi circuiti neuronali, che gli permetteranno di gestire l’invasione delle emozioni e di saperle riconoscere, dandogli la giusta denominazione.

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

LE EMOZIONI SONO INTELLIGENZA

a cura di Lucia Laudi

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

Le emozioni hanno il grande potere di impadronirsi di noi, dei nostri pensieri e comportamenti e se non sappiamo gestirle ci inducono a fare atti imprevedibili e non sempre positivi e costruttivi, ma nello stesso tempo sono il motore della nostra vita affettiva, sociale e lavorativa.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

L’autore riporta come studi scientifici hanno messo in evidenza che i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna fermarsi a dire “sono fatto così”, perché si può educare a riconoscere le emozioni e a gestirle; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia, dalla scuola e da tutta la vita sociale che appartiene all’individuo.

Molte volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni anche molto intense che non riusciamo a distinguere, ma avvertiamo un’energia forte che ci spinge a compiere azioni impulsive che non sempre sono salvifiche, quindi deconfondere e fare una metacognizione permette di capire se la situazione in cui ci troviamo  richiede un agire tempestivo o la riflessione.

La nostra società tende a negare la natura, richiede di non ascoltare le emozioni perché considerate infantili o segni di debolezza e dà molta importanza al QI, alla logica, senza tenere conto che la mente umana è prevalentemente intuitiva e creativa e meno logica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, in particolare dall’amigdala e dall’ippocampo che sono in collegamento con la materia grigia della corteccia frontale.

Come funzioniamo? Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: un pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione o altro, mandano l’impulso alla corteccia frontale, la quale elabora e rimanda all’amigdala la risposta, che si trasforma in agito.

Un mal funzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, poiché la corteccia frontale ha la funzione di controllo dell’emozioni, impedendo di effettuare degli agiti inconsulti, se non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus.

Il fatto che ci sia un mal funzionamento del circuito neurologico delle emozioni non significa che non si possa intervenire educando, anzi l’educazione alle emozioni è fondamentale, perché permette al cervello di formare i circuiti adeguati e nuovi.

Quando le emozioni sopraffanno la concentrazione la annientano o meglio intaccano una memoria particolare, che gli scienziati chiamano memoria di lavoro, ossia l’abilità di tenere a mente tutte le operazioni che si devono compiere per portare a termine il compito prestabilito.

Fino a qui sembra che le emozioni negative siano quelle che hanno maggior potenza, ma non è proprio così, anche le emozioni positive hanno una grande incidenza sulla riuscita del raggiungimento di obiettivi, che richiedono grandi sacrifici.

Pensiamo ad una situazione dove viene richiesto un grande sacrificio come agli atleti agonistici o restando nella quotidianità, agli allievi che hanno difficoltà nello studio come i DSA, se questi soggetti non avessero la capacità di automotivarsi e di rialzarsi ad ogni fallimento, accompagnati da sentimenti come la perseveranza e l’entusiasmo.

Ogni emozione ha degli effetti nocivi, come l’ansia da prestazione che blocca l’azione e il pensiero, o utili e fruttuosi in quanto sono dei propulsori che spingono il soggetto a dare il meglio di sé. La differenza dell’agito emotivo viene determinata sia dal funzionamento neurologico , che differisce da individuo a individuo, sia dai messaggi che egli ha ricevuto durante la vita , soprattutto nell’infanzia.

L’ansia e la prestazione hanno un rapporto stretto, ad esempio un basso livello d’ansia produce apatia o motivazione molto scarsa per cui la prestazione (intellettiva, sportiva o di altro genere) non darà buoni frutti, mentre un’ansia esagerata saboterà qualunque tentativo di successo. L’ideale è un rapporto ottimale tra ansia e prestazione che creerà il nervosismo necessario per raggiungere il traguardo.

Molti libri di psicologia, come quello di D. Goleman “Intelligenza emotiva”, riportano come il buon umore sia un antidoto per superare lo scoramento e il fallimento. Molti studi riportano che i soggetti con buon umore hanno una migliore prestazione rispetto a quelli con un umore negativo o neutro. Quindi è fondamentale un giusto grado di tensione quando si deve effettuare una prestazione; perché un livello basso genera apatia, un livello alto genera ansia fino a diventare, in casi estremi, ad attacchi di panico, mentre un livello adeguato della tensione porta il soggetto a dare il meglio di sé.

Saper leggere e riconoscere le emozioni e saperle gestire in modo tale che diventino energia propulsiva positiva conducono l’individuo a formare l’autoconsapevolezza, che è fondamentale per raggiungere la capacità di comprendere e provare ciò che prova l’altro ossia l’empatia; tutto questo sfocia nell’altruismo.

Il Po in secca

Gli alessitimici sono persone prive di empatia, la cui mancanza porta gravi conseguenze. Pensiamo ai killer, serial killer e pedofili. Tali individui sono confusi sui propri sentimenti, non sanno riconoscerli e gestirli e soprattutto non sanno da cosa vengono generati, di conseguenza non hanno la capacità empatica, non sono in grado di capire e sentire cosa prova la vittima. Sono persone completamente perdute.

Essendo io una psicoterapeuta analista transazionale ritengo che per curare al meglio le persone con disagi più o meno gravi, sia fondamentale considerare l’essere umano in tutti i suoi aspetti corpo, intelletto emozioni e spirito; Voglio analizzare ciò che ho scritto secondo i termini dell’Analisi Transazionale.

La nostra psiche è formata da tre Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino, quest’ultimo, è impulsivo, empatico, creativo e sa trovare delle strategie per risolvere situazioni problematiche con il “Piccolo Professore”, che è una parte intuitiva e usa le sue conoscenze per destreggiarsi al meglio nella vita di tutti i giorni.

Il Genitore è uno Stato dell’Io che adotta modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti acquisiti dalle figure genitoriali (mamma, papà, nonni, insegnanti, fratelli, ecc.); è costituito da regole, permessi e divieti acquisiti non solo dalle figure genitoriali, ma anche dalla società a cui appartiene il soggetto. In fine l’Adulto è logico, raccoglie e dà informazioni, le elabora e usa modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti del “qui è ora”, ossia adeguati alla situazione presente.

Vediamo ora come le neuroscienze e l’Analisi Transazionale possono collaborare per comprendere al meglio il funzionamento dell’uomo per poter giungere a curare con più efficacia le patologie psicologiche.

Come già accennato precedentemente, le emozioni attivano il sistema limbico, in modo particolare il talamo e l’amigdala , quest’ultima manda dei segnali alla corteccia cerebrale frontale, in specifico alla materia grigia, la quale elabora i segnali e rimanda all’amigdala gli impulsi necessari per controllare le emozioni affinché non prendano il sopravvento, inducendo il soggetto a compiere degli atti impulsivi che possono essere dannosi per se stesso e gli altri.

Usando i termini dell’Analisi Transazionale il Bambino rivive traumi passati, anche piccoli, come se fossero presente e l’Adulto non riesce a tenere il controllo e a fare un esame di realtà. Quindi il primo passo da fare nella terapia è quello di attivare l’Adulto che conduce sia il Bambino, sia il Genitore alla consapevolezza che si sta vivendo una situazione presente e diversa dal passato, con persone differenti da quelle che hanno creato il trauma.

Successivamente è necessario far elaborare allo Stato dell’Io Bambino che le emozioni si possono gestire e che sono utili per la nostra vita e non dannose e condurlo all’accettazione che il passato non si può modificare, ma che si può ripartire fin da subito con modalità differenti e positive per la vita attuale. L’altro passo da fare, sovente queste fasi avvengono in contemporanea, è costruire un nuovo Genitore che dà dei permessi che il vecchio Genitore considerati dei divieti, come ad esempio: “Puoi provare emozioni fino ad ora vietate”, “Puoi essere te stesso, anche se sei differente da ciò che ci aspettavamo da te” e così via.

Le idee rigide del Genitore e le false idee del Bambino con il tempo diventano degli schemi rigidi e ripetitivi, ma intrisi affettivamente ed emotivamente, fino ad imprimersi nella memoria, in modo particolare in quella emotiva. Questi schemi con il tempo invadono l’Adulto fino al punto di convincerlo fermamente che le cose stanno così come crede e che quegli schemi sono la via giusta per la soluzione del problema, diventando un modo di pensare proprio che la vita del soggetto ha confermato.

Quando tali schemi diventano un abito stretto perdono la loro funzionalità, anzi diventano disfunzionali, creando disagio emotivo, conflitti interiori e spesso anche con l’ambiente sociale, allora la persona inizia a soffrire profondamente e a manifestare la patologia psicologica.

Le figure, del passato che una volta erano reali e che hanno creato dolore e sofferenza, nel presente sono diventati dei fantasmi con una forza emotiva sulla vita attuale del soggetto.

Le figure genitoriali dell’infanzia e dell’adolescenza vengono introiettate e agiscono nella vita adulta come se fossero reali, solo che sono dentro di noi e ci sembra più difficile farle smettere di bloccarci e di svalutarci, impedendo di essere noi stessi e facendoci credere che le loro convinzioni sono anche le nostre e che la vita “è proprio così come loro dicono”.

Nella terapia il primo passo da fare è deconfondere, ossia comprendere ciò che appartiene al soggetto, come i suoi bisogni, e la sua indole e ciò che fa parte delle figure genitoriali, come le loro convinzioni e paure. In Analisi Transazionale vuol dire comprendere e sentire emotivamente ciò che appartiene al Genitore suo e a quello delle figure genitoriali, al Bambino e all’Adulto

La persona in terapia deve diventare consapevole e sentire dentro di sé cosa gli appartiene e cosa no, solo dopo sarà in grado di elaborare le sue sofferenze e trovare cosa mettere al posto delle sue vecchie convinzioni su di sé, sull’altro e sulla vita.

Attraverso questo articolo il mio intento è quello di far comprendere come le emozioni sono il motore delle nostre azioni e decisioni, senza saremmo inermi, privi di progettualità e non avremmo energia per raggiungere i nostri obiettivi e per rialzarci dai fallimenti. Per questo ritengo fondamentale rendere i nostri figli, fin da piccoli, consapevoli delle loro emozioni, riconoscerle e saperle gestire a finché esse li conducano ad agire per il bene dell’altro e di se stessi.

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IL POTERE DELLA TRIADE

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IL POTERE DELLA TRIADE

dot.ssa Lucia Laudi

Spesso, troppo spesso, facciamo l’errore di pensare che siamo solo corpo, o meglio di pensare che la triade corpo, mente e psiche sono degli elementi separati tra loro anche se appartenenti all’uomo; questo errore , purtroppo lo fanno anche molti medici.

In realtà l’uomo è composto da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito; si perché la spiritualità fa parte dell’essere umano, al di là della religione.

Quando si vive un piccolo grande trauma psicologico è fondamentale prendersi cura della propria psiche, elaborare il trauma stesso , guardandolo “in faccia” e affrontando la paura che lo accompagna; invece sovente si mette in atto la difesa naturale “SCAPPARE”.

Questa è una difesa efficace quando il pericolo è reale e non c’è alternativa per la salvaguardia della propria e altrui incolumità ed è utile sul momento, ma successivamente è importante affrontare il trauma con la sua paura, perché se non lo facciamo la psiche resta bloccata al momento del trauma stesso e il nostro corpo ne risente fino ad ammalarsi anche gravemente.

Molto importante è fare contatto con la triade corpo, mente e psiche, e per fare questo è necessario contattare l’inconscio in modo da far emergere le paure, le rabbie e tutto ciò che disturba e che con il trauma viene consolidato. Il nostro inconscio è come il lago sopra riportato, che si chiama Lago Nero, perché pur essendo poco profondo, è talmente scuro che non si vede la fine.

Detto questo, è fondamentale contattare tutte le parti che ci compongono, per cui il parlato e il non detto devono interagire tra loro.

Non si può negare la connessione psiche-cervello-organo per cui è importante ascoltare i sintomi come: nausea, febbre, allergie, infarti, ecc., perché è il nostro corpo che ci sta parlando e ci sta comunicando un disagio inascoltato che la psiche non riesce più a reggere. Purtroppo non sempre riusciamo a capire questi messaggi perché abbiamo smesso di ascoltarci, dobbiamo riappropriarci del linguaggio non verbale.

Quindi è fondamentale dialogare con la nostra psiche e il nostro corpo, entrambi si influenzano e agiscono l’una sull’altro.

Analizzando i detti, che per me sono molto importanti, in quanto hanno sempre un fondo di verità, si osserva come l’essere umano ha dato sempre molta importanza agli organi e ha riconosciuto che essi sono sede delle emozioni. “Me la sono fatta addosso dalla paura”, i reni e l’intestino sono sede della paura, “Mi si accappona la pelle”, paura e terrore,  “ a livello di pelle sento che…..”, questo organo riveste il nostro corpo e lo protegge dagli agenti esterni ed è un tramite tra interno ed esterno, molto significative sono le malattie della pelle come eczemi, psoriasi, ecc. “Muoio di crepa cuore” esprime un dolore insopportabile, “Mi porto un peso sul groppone”, sentire il peso di grandi responsabilità, si può soffrire di mal di schiena.

C’è  una vasta varietà di modi di dire, che mettono in risalto come gli organi sono la sede delle emozioni e se non impariamo a leggere questo linguaggio non verbale e a comprendere e a soddisfare i bisogni espressi, il nostro corpo si ammala e con esse anche la mente.

La psiche è come un problema, se lo affrontiamo lo comprendiamo e troviamo una soluzione ad esso, se lo fuggiamo prima o poi ritornerà indietro come un boomerang e ci farà molto male.

EMOZIONI  E   LAVORO CON DISABILI  E CON PERSONE BISOGNOSE DI AIUTO

 Svolgere una attività lavorativa   in ambienti    dove  è prevista l’interazione continuativa con  persone istituzionalizzate, o  portatrici di  deficit  fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e  di impegno  nell’interazione personale,  o trovarsi nella condizione di dover accudire  persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita  una serie di  vissuti emozionali che  hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.

  A volte, se  le richieste esterne  soverchiano la possibilità personale di farvi fronte,    si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale  creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità,  in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.

Situazioni attuali nel  qui ed ora  possono essere  mal tollerate per la loro  ripetitività,  per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di  risolvere o migliorare le condizioni  relazionali,    per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni  stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro.  Oppure,  a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità,  la richiesta può essere  eccessiva in relazione alle risorse disponibili.

 Può accadere che le problematiche attuali  sollecitino  nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i  vissuti personali  non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé  ( lutti, conflitti, fallimenti…).  Può  accadere che  gli operatori  portino una sofferenza  personale   per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente  a  permettere un equilibrio adeguato   nelle  loro condizioni di vita.

Qualunque sia l’ origine del malessere,    esiste la possibilità di    affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore  adatto alle situazioni problematiche, sviluppando  maggiori flessibilità e resilienza.

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Una delle risorse  importanti per  raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è  quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le  difficoltà  incontrate, che non siano giudicanti  e  saccenti, ma  comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo  passo  “integrativo”, che permette di iniziare  trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e  le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche  nelle relazioni di aiuto.

EMOZIONI: amiche o nemiche?

a cura di Rossana Centis

Le emozioni sono come dei cartelli indicatori che ci orientano a comprendere  la nostra relazione con il mondo,  il mondo interno, interiore,  ed il mondo esterno, ciò che sta fuori di noi e che ci sollecita. 

Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come   eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita;  a volte è capitato che  il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste  perfino un detto popolare: “ dove si chiude  una porta si apre un portone”!  Anche in neurologia lo stimolo  doloroso ha l’importante compito  di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).

Per la mia esperienza personale non direi che le esperienze dolorose sono sempre negative e quelle piacevoli sono sempre positive. Potrei portare esempi di come   eventi che mi hanno provocato sofferenza, a volte anche elevata, alla fine si sono dimostrati fruttuosi per la mia vita;  a volte è capitato che  il dolore mi ha fatto comprendere che stavo imboccando una strada per sbagliata … esiste  perfino un detto popolare: “ dove si chiude  una porta si apre un portone”!  Anche in neurologia lo stimolo  doloroso ha l’importante compito  di avvertire che c’è un danno, così possiamo evitarlo ( si chiama : stimolo nocicettivo, stimolo che ci fa percepire un danno).

Poi ci sono delle sofferenze che non sono così immediatamente utili, ma sono come dei massi posti lungo il decorso di un torrente; l’acqua è costretta ad aprirsi un percorso  girando attorno agli ostacoli e così si realizzano cascatelle, pozze,  rivoli, vortici… e il  corso del fiume diventa unico e irripetibile. 

E poi ci sono esperienze piacevoli,  o apparentemente piacevoli, ma che portano la nostra umanità fuori strada. Se ci lasciamo irretire, “abbindolare” dal piacere immediato,  potremmo poi rimpiangere di essere stati poco accorti. 

Ci vuole sensibilità e intelligenza per  comprendere la nostra personale esperienza,  in tutte le sue manifestazioni,  senza tralasciare nulla,  utilizzando il nostro vissuto interiore  per orientarci nella  vita.  E a volte può essere utile condividere le nostre paure, i nostri dubbi, con qualcuno che ci possa dare una mano a districarci nei garbugli