Un bell’intervento di Paolo Crepet: “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata” – Orizzonte Scuola Notizie
Categoria: teoria
AFORISMA – GLI ANNI DELLE RADICI

Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri.
L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri.
Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri.
L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri.
Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri.
L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.
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La bulimia espressione del disagio
Dott.ssa Lucia Laudi
Il cibo ha sempre avuto una grande importanza per tutte le società, da quelle più industrializzate a quelle più arcaiche e in ogni periodo storico. Fin dalla preistoria il momento del pranzo e della cena, hanno un’importanza fondamentale. Il pranzo è il momento della pausa in cui si riprendono le forze e sovente lo si condivide con i colleghi di lavoro, mentre la cena è il momento in cui si ritorna in famiglia e si vuole condividere ciò che è avvenuto durante la giornata condividendo le emozioni.

La valenza dell’alimentazione è radicata da millenni sia culturalmente sia psicologicamente ed ha un’alta carica emotiva.
Nella preistoria l’uomo si riuniva in clan che si rifugiavano in grandi caverne, dove alla sera ogni famiglia aveva il suo focolare e dopo aver condiviso il cibo e la giornata, si riunivano tutti insieme per partecipare alla discussione su strategie per risolvere le problematiche sia di caccia sia di relazione.
Fin dalla nascita il bambino mette in relazione i disagi e i bisogni vari con il fondamentale bisogno di latte. Quando in lui si rompe l’equilibrio, perché ha fame o ha un malessere piange e urla e riesce a trovare quiete solo quando la madre lo attacca al seno. Il suo tepore, la morbidezza e il latte, che non solo lo nutre, ma gli dà un senso di pace e conforto e il suo bisogno e disagio trovano soddisfazione. Può succedere che il bisogno non riesce a trovare soddisfacimento e diventa così pregnante a tal punto da provocare angoscia.
Il soggetto, in particolare le femmine, quando si troverà nel corso della vita a subire una grande frustrazione di un bisogno e a provare una profonda angoscia, lo assocerà al latte e al piacere profondo che da neonato provava.
Il legame tra un bisogno pregnante insoddisfatto e il cibo che porta a lenire l’angoscia, probabilmente è ancora efficacie nelle bulimiche, che le spinge ad abbuffarsi, scatenando, successivamente, senso di colpa e profonda vergogna, che si associa all’aumento di peso e di conseguenza a provare disagio quando sono in società.
Il cibo e l’atto del mangiare hanno un significato molto profondo e per questo sono diventati dei tramiti di espressione di disagi molto profondi, sfociando in disturbi alimentari: chi rifiuta il cibo, chi ne ingerisce a quantità eccessive e chi poi lo vomita. Questo è il motivo per cui sovente le diete dimagranti falliscono, perché tengono in considerazione le calorie ingerite, ma non i motivi profondi delle abbuffate.

Molte donne che si mettono in dieta, perché in sovrappeso, passano inosservate, ma nascondono un disturbo alimentare. Dopo aver trasgredito durante il weekend si mettono a dieta ferrea durante la settimana ma i risultati delle diete rigide e maniacali sovente hanno risultati disastrosi e deprimenti.
I disturbi alimentari si dividono in anoressia, bulimia e obesità.
Le anoressiche si sottopongono ad una riduzione rigida e ferrea di cibo, ma nello stesso tempo amano cucinare non per sé, ma per gli altri, hanno un senso di accudimento. Queste donne sembrano fragili e nello stesso tempo presentano una tendenza a dirigere a prevaricare l’altro. Sono convinte di gestire il proprio corpo, ma psichicamente non sono autonome.
La bulimica mostra un’immagine che pensa sia conforme al desiderio degli altri, ma è diversa da quella del suo Sé reale. Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.
La donna grassa, obesa vuole tenere lontano da sé le persone, non regge il loro interesse rivolto alla sua persona, in particolar modo quello degli uomini.
Ci sono dei fattori comuni tra le persone che soffrono di disturbi alimentari: la sensazione di non aver avuto abbastanza non solo il cibo, ma anche amore e protezione e la non rassegnazione, poca capacità di sopportare la frustrazione, l’avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d’amore, si aspettano che le persone amate si dedichino a loro totalmente. Sono avidi di amore, si aggrappano alle persone, ma solo se sono amici, famigliari o partener, con una tale avidità che le costringono a fuggire per non essere divorati.
La persona bulimica segue la spinta “Compiacimi” insieme a “Sforzati”; deve compiacere gli altri, perché non regge un rifiuto o anche solo l’idea di non piacere totalmente alle persone intime (famigliari, amici e partner), piuttosto tace il suo disagio e tanto meno esprime il suo malessere per non urtare la sensibilità della persona amata. Questo atteggiamento può portarla a provare rabbia che si vieta di esprimere, ma che aumenta sempre più, fino a spingerla a compiere atti infantili ed esagerati che le provocano un senso di colpa e si auto rimprovera, fino a cadere nella spinta “Sforzati”, ossia deve sforzarsi ancora di più per essere quella brava bambina accettata per il suo comportamento che non crea disagio all’altro e che di sicuro la porterà ad essere amata ancora di più.
Fondamentale, affinché la donna bulimica faccia un passo verso la guarigione o almeno lo star meglio ed essere più serena, è che lei impari ad accettare e soprattutto ad amare se stessa a riconoscere i suoi pregi e i suoi difetti, dai quali può trarre vantaggio, a pretendere di meno o semplicemente quello che può dare e non porsi obiettivi troppo grandi come “Devo essere amata da tutte le persone che mi sono vicine”.
In cosa sono diverse le donne che soffrono di disturbi alimentari? L’anoressica pensa di poter gestire il suo corpo, la sua psiche e di tenere in pugno gli altri preoccupandoli per la sua eccessiva magrezza e aggredendoli verbalmente, ma in realtà non è così autonoma. La bulimica accetta solo la sua immagine perfetta, ma da così poco spazio alla sua personalità che non la riconosce come parte di sé, la vede piena di difetti, è gelosa a tal punto che non accetta che il partner consulti il telefono. Infine, la donna obesa, con il suo grasso, forma una barriera tale che tiene a distanza tutti sia fisicamente, si fa perfino fatica ad abbracciarla, sia psicologicamente, fa di tutto per essere ripugnante, ha una gran paura delle relazioni intime.
La persona bulimica è molto autocritica, segue una spinta interna “Sii perfetta”, ma cosa vuol dire essere perfetta, essere al top? A questa domanda non sa rispondere, in quanto non esiste un obiettivo, anche immaginario, che le dica “Hai raggiunto la perfezione”, ma deve fare sempre di più. Il suo Genitore interno è molto svalutante, non riconosce le sue capacità e il suo Bambino ci crede, gli dà ragione e si dice “Io non valgo, non sono degna di essere amata per quello che sono”. Questa convinzione su di sé, fa sì che ogni “carezza” che arriva dall’esterno non viene percepito come veritiero, ma viene svalutato con il pensiero interno: “Lo dicono solo per non offendermi” o “Chi apprezza le mie abilità è un incompetente”.
Le convinzioni su di sé e i pensieri svalutanti che la invadono devono essere bloccati alimentando un Genitore interno incoraggiante e un Adulto che gli fa fare un esame di realtà.

BIBLIOGRAFIA
Renate Gockel Donne che mangiano troppo edizione Feltrinelli
Maristella Fantini La mela e il cioccolato edizione Ananke
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EMOZIONI E SENTIMENTI
a cura di Rossana Centis
La nostra esperienza interiore è caratterizzata da una vasta varietà di situazioni alla cui origine ci sono i dati che la realtà propone, e il modo con cui noi reagiamo ad essi. L’interazione di questi due elementi stimola in modo diverso i due emisferi cerebrali, quello deputato all’analisi della realtà e ai processi logici (nella maggior parte delle persone il cervello sinistro) e quello deputato all’elaborazione intuitiva, a connessioni analogiche (cervello destro).

Il risultato della elaborazione degli stimoli sensoriali e dei processi cerebrali sviluppatisi di conseguenza conduce alle scelte comportamentali finali. Il processo di elaborazione dei dati è molto complesso ed è influenzato da schemi cognitivi (le credenze personali che ci guidano nell’interpretazione della realtà), esperienze precedenti (che filtrano la nostra percezione della utilità o della bontà delle esperienze attuali), esperienza in atto, aspettative sul futuro. Mediante questo processo si creano emozioni e sentimenti che vengono a far parte del bagaglio personale, rinforzando o alleggerendo interpretazioni e convinzioni di riferimento. I dati processati dal nostro cervello non sono né buoni né cattivi, non esistono in natura cose buone o cattive in sé, tutto dipende dalla nostra elaborazione personale. Anche situazioni che possono essere percepite come gravemente lesive da alcune persone, da altre possono diventare un potente stimolo per crescere, maturare, scoprire aspetti insospettati. Una affermazione di questo genere può sembrare strana e inesatta ma molte persone possono testimoniare come la loro vita è cambiata attivando risorse precedentemente non considerate.

L’impatto con gli stimoli provenienti dal mondo esterno crea delle emozioni, si attiva il mondo emozionale, e le emozioni contribuiscono a generare i sentimenti.
L’emozione è una reazione immediata e di breve durata a uno stimolo, è una reazione fisica e istintiva, come la gioia o la paura, comporta cambiamenti fisiologici, che sono risposte per reagire attivamente alle diverse situazioni ambientali mentre il sentimento è uno stato d’animo più duraturo e complesso, come l’amore e l’amicizia, frutto della riflessione e dell’elaborazione di emozioni pregresse. I sentimenti sono modificazioni dell’affettività di base che affonda le sue radici negli strati o settori più riposti della personalità e imprimono un particolare colorito ai vari processi psichici. Differenze chiave: le emozioni sono di breve durata, mentre i sentimenti tendono ad essere più duraturi. Le emozioni sono spesso più intense e immediate, mentre i sentimenti possono essere più blandi ma più stabili. Le emozioni sono reazioni automatiche, mentre i sentimenti richiedono un’elaborazione cognitiva e una riflessione più consapevole. Le emozioni hanno una funzione adattiva, preparandoci all’azione, mentre i sentimenti hanno un ruolo più importante nella formazione della nostra identità emotiva e nella nostra relazione con il mondo.
Autori diversi hanno proposto classificazioni diverse, ma sostanzialmente si possono identificare delle emozioni di base, cosiddette primarie, (rabbia, paura, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto) ed emozioni secondarie, o complesse (vergogna, allegria, ansia, rassegnazione, gelosia, invidia, orgoglio, nostalgia, rimorso, delusione, aspettativa …) che derivano dalla varia combinazione delle emozioni primarie e sono influenzate dalla nostra elaborazione cognitiva. Per esempio la paura è una emozione che tipicamente attiva comportamenti di fuga o di protezione, indispensabili nel mondo animale per la salvaguardia della vita, mentre la vergogna è una tipica emozione che risente della interpretazione che diamo agli eventi, sia pregressi che attuali, e per depotenziarla è necessario affrontare diversi livelli personali e innescare una rielaborazione che coinvolga complesse interazioni delle dimensioni interiori.

IL VALORE DI VIVERE – parte 2a
Rossana Centis
Il problema della cronicità – Aspetti della cronicità
Accanto alle problematiche suscitate dalle malattie terminali, che portano ad una fine sostanzialmente a breve termine, è sempre più consistente l’esperienza di stati patologici che, merito dello sviluppo tecnologico, prolungano la sopravvivenza di molti anni, e non sempre può venire garantita una qualità di vita adeguatamente soddisfacente. Molte linee di pensiero assimilano a queste ultime la fragilità anche, e soprattutto, quelle che si realizzano con l’invecchiamento. Spesso si riscontra l’opinione che la vecchiaia stessa sia una “malattia inguaribile”, e che abbia poco significato impegnare una grande quantità di energie e risorse per individui sostanzialmente inutili, almeno dal punto di vista della resa economica e della produttività (le “leggi” che guidano oggi la convivenza sociale ) in un contesto di scarsità di risorse che impone valutazioni sulle priorità di intervento.
Stiamo vivendo in un’epoca caratterizzata da notevole invecchiamento della popolazione italiana, che presenta tassi di natalità ai minimi storici. Il fenomeno è in parte da attribuirsi al calo della natalità e all’importante sviluppo della medicina: le attuali strategie di cura stanno cambiando l’epidemiologia e la prognosi delle malattie, e la medicina si trova sempre più spesso a gestire situazioni croniche che non guariscono, e sono fonte di una sofferenza che non si risolve in tempi brevi.
A fronte del notevole impegno economico e sociale che tali situazioni richiedono, si sviluppa una pressione culturale volta a limitare un dispendio di risorse in campi considerati ormai senza significato perché rivolte a situazioni improduttive. La grande sfida raccolta dalla Scienza, il combattimento contro la malattia e la morte, ha il paradossale risultato di creare delle situazioni considerate intollerabili proprio per la loro cronicità. “Se le nuove tecnologie mediche riusciranno a salvare e a prolungare le nostre vite – afferma A.Caplan [1] ( citato da L De Caprio/ A. Di Palma – (9)) – le aspettative potrebbero volgere al peggio… il nostro pianeta potrebbe risultare in futuro popolato da masse di vecchi macilenti e improduttivi che, per l’esclusivo mantenimento della propria salute, sottrarrebbero preziose risorse alle parte restante della popolazione… (…). Lo squallore di un’umanità sempre più invecchiata diventerà palese a mano a mano che un numero crescente di vecchi andranno incontro a malattie neurovegetative, malattie osteoarticolari, malattie metaboliche…”
Chi sta avanzando negli anni vede la longevità spesso con ripugnanza, con timore; speranza condivisa è di morire prima, senza accorgersene, di colpo, senza dover attraversare un difficile periodo di sofferenza, senza doversi preparare al distacco dalle persone e dalle cose, senza porsi domande sul significato personale. E questo si spiega con la sempre più estesa incapacità di sopportare qualsiasi privazione o sofferenza, ma soprattutto con il processo di rimozione della morte, che viene ignorata, scotomizzata: non ci si deve pensare, bisogna agire come se non ci fosse, è sconveniente parlarne. La prospettiva paventata è di ritrovarsi invalidi, inutili, soli, bisognosi di tutto, ridotti a non dover far altro che pensare a quella morte che abbiamo cercato di non vedere per tutta la vita.

“La vecchiaia, precursore della morte, come questa è rifiutata, aborrita, detestata, rimossa; i vecchi sono considerati unicamente improduttivi e un peso per la società” (9 De Caprio …). Questo modo di pensare, condiviso dalle generazioni che si stanno succedendo, rischia di polverizzare ogni vincolo di solidarietà, d’amore, di rispetto reciproco; i vecchi devono lasciare lo spazio alle generazioni più giovani che stanno perseguendo l’arduo compito di “realizzarsi”; e quindi devono morire, a meno che, finché risulti loro possibile, non riescano ad ammantarsi del mito dell’eterna giovinezza, rimanendo in competizione con le generazioni più giovani.
Sembra proprio di essere di fronte ai preliminari della fine morale di una civiltà.
Tutto ciò avviene quando si accetta la grande trasformazione dei presupposti che indirizzano il nostro agire: che la persona sia trasformata in “oggetto” (6 CARASCO DE PAULA , COMORETTO )
Un’altra prospettiva, però identifica un modo diverso di considerare l’ultima fase della vita, una prospettiva che fa capo al concetto di persona[2] e alla corrente filosofica del personalismo[3] . La “persona” è e rimane sempre un soggetto, in qualsiasi situazione si venga a trovare. Un suo diritto inalienabile è quello di essere trattata sempre come un fine dell’azione, mai come un mezzo.

Secondo questo modo diverso di vedere le cose, “la persona anziana ha dei compiti importanti, sia nei riguardi di se stessa che della società di cui fa parte: è chiamata ad integrare in unità i vari aspetti della sua esistenza, riconoscendo una propria “identità”, una propria “interezza”, anche in mezzo alle crisi (e cioè alle rotture e frantumazioni del momento), dando unitarietà ad un oggi problematico o di cui non si percepisce il significato. E questo può avvenire “recuperando continuamente la propria storia passata e “narrandola” a qualcuno che ascolti accettando di fare con lei un viaggio nella sua vita”[4] (28 SANDRIN).

Il trovare la propria identità in un “Io” narrante, che racconta ciò che ha vissuto e ciò che ha compreso da ciò che ha vissuto, che comunica ciò che ha faticosamente imparato in lunghi anni, dà all’anziano un senso di continuità e di valore di fronte ai disturbanti cambiamenti di vita, e può essere fonte di sostegno e di conforto per chi è più giovane e sta affrontando eventi destabilizzanti, frammentazioni relazionali, disgregazioni affettive, cambiamenti di ambiente.
La famiglia nucleare che ha emarginato il vecchio come inutile, si è rivelata troppo fragile e inaspettatamente debole: lavoro e impegni sospingono tutti fuori casa, costringendo a lasciare vuoti e scoprire spazi per pericolosi per la convivenza e l’educazione dei figli. Ci sono segni che suggeriscono come gli anziani possano quindi assumere un ruolo di stabilizzazione, se non addirittura di rifondazione sociale. La realtà della “terza età “ è una realtà in movimento, ricca di attività, di lavoro sommerso e inapparente, ma prezioso come connettivo e integrativo della troppo rigida strutturazione del lavoro che risucchia le energie delle generazioni successive.

È possibile che essi siano chiamati a ricucire la famiglia, o i suoi frantumi, o i suoi surrogati, integrandosi con i genitori nella crescita dei figli e possano riproporre un rapporto di collaborazione con le nuove generazioni basato sul reciproco rispetto e indipendenza; possono garantire la trasmissione di generazione in generazione di valori fondanti la convivenza civile, faticosamente appresi con le inevitabili traversie della vita trascorsa.
Dal punto di vista strettamente personale la longevità può essere perciò un tempo di maturazione utile per avere la possibilità di imparare, di capire, di connettere esperienze, di scoprire significati, di apprezzare le cose complesse e difficili che sono più importanti. A meno che non sia minato da malattie che tolgono la capacità di elaborazione cognitiva ed affettiva, “lo sviluppo è un processo che dura tutta la vita. L’invecchiamento, in quanto tale, non è quindi un momento involutivo (il momento del declino) ma un periodo evolutivo che ha delle sue caratteristiche specifiche, come gli altri periodi della vita; lo sviluppo è multidimensionale e multidirezionale: anche l’invecchiamento interessa contemporaneamente molte dimensioni e non può essere visto se non all’interno di un flusso storico unitario” (28 SANDRIN); bisogna considerare la dimensione storica, culturale, di relazione con l’ambiente, psicologica. Le perdite, anche nell’invecchiamento, possono aprire a nuove opportunità di sviluppo, a nuove consapevolezze personali.
Sono stati elaborati vari modelli psicologici che considerano specificamente i processi evolutivi del corso della vita: ciò è possibile grazie alle funzioni cerebrali che restano invariate o addirittura migliorano con l’età a causa della plasticità neuronale. Diminuisce la memoria computazionale, ma si conserva quella freudiana, “proustiana”, etica, creativa.
La differenza tra giovani e anziani si osserva prevalentemente negli individui con basso livello sociale, con scarsa partecipazione ambientale, con modesta capacità decisionale e abilità verbale; il declino intellettuale è invece minimo e minime le differenze nei soggetti con elevato stato socioeconomico e stile di vita attivo che continuano ad essere impegnati: molto dipende dall’allenamento precedente.
In questa prospettiva il compito dell’ ultima parte dell’ esistenza è integrare la complessa e varia esperienza di una vita, e la sintesi che ne deriva può avere aspetti di grande creatività e maturità. Non per nulla in passato la vecchiaia era non solo rispettata, ma onorata e ne veniva riconosciuta la saggezza.

La solitudine, l’abbandono, il ricovero in istituti, le perdite affettive e sociali, quindi cause esterne, ambientali, sono spesso alla base della involuzione mentale. Che l’equilibrio tra perdite e adattamenti non danneggi le più elevate capacità della mente umana lo dimostra il fatto che i grandi uomini sono spesso longevi e sono rimasti creativi fino all’età straordinariamente avanzate. Per molti artisti si verifica ad età avanzata una svolta nel contenuto e nello stile delle loro opere che li porta alle produzioni più mature e significative.
La natura dell’ essere umano è strutturalmente relazionale: se è da solo non riesce, se non in rari casi, ad affrontare l’angoscia della malattia debilitante e della morte. Il grave problema, un punto chiave è la solitudine. L’essere umano ha bisogno costituzionalmente di stare in una trama di rapporti, di condividere esperienze e significato. Oggi spesso la famiglia è nucleare con uno, massimo due figli, le soluzioni abitative sono ridotte al minimo indispensabile, non c’è spazio né disponibilità per convivenze più articolate dove possano trovare locazione situazioni delicate e complesse, sia dal punto di vista medico che psichiatrico.

Nel modello sociale che sta tramontando, che è giunto al capolinea, frequentemente all’interno di un gruppo famigliare composito (molte famiglie erano costituite da numerosi figli, ognuno dei quali sviluppava la sua storia; con l’invecchiamento dei genitori e il rovesciamento dei ruoli si potevano condividere le responsabilità e gli oneri dell’accudimento di parenti anziani rimasti soli) potevano trovare il loro spazio esperienze e riferimenti filosofici – spirituali personali diversificati, magari anche conflittuali con i valori condivisi dal nucleo famigliare originario, che comunque garantiva presenza e sostegno. Nell’attuale struttura sociale la persone portatrici di fragilità vengono allontanate e depositate in strutture apposite, la maggior parte delle volte con disgregazione della continuità delle esperienze di vita. In un simile contesto perdono significato il valore dell’affermazione di sé attraverso le prove che la vita propone, la testimonianza alle giovani generazioni in corso di crescita della propria struttura personale valoriale con il suo progressivo approfondimento esperienziale del “chi sono io?” , l’elaborazione con i pari a cui si è legati affettivamente, coinvolti in esperienze di accompagnamento /o e condivisione anche di quesiti esistenziali personali.
Secondo il modello proposto dai C.Rogers [5], una presenza umana salda e sicura capace di stare con qualsiasi cosa emerga è un fattore potentissimo. Anche limitandoci ad ascoltare e riverbalizzare, rispecchiare esattamente ciò che comprendiamo, una tale risposta si aggiunge alla nostra presenza e aiuta il paziente a stare con qualsiasi cosa egli percepisca e senta di sé in quel momento, e magari ad andare oltre. Questa è forse la cosa più importante che chiunque aiuti gli altri ha bisogno di sapere. Scopo dell’ascolto consiste nel sostenere il paziente nel facilitare e mantenere una relazione interna a se stesso positiva, percepire il proprio dialogo interno con il “qualcosa” che è lì per lui, in lui, e che ha potenzialità di sviluppo. Si può tenere compagnia a qualcosa di interiore che è troppo dolente, troppo pesante, troppo angosciante per essere detto, e non ci sarà solo, né principalmente, la compagnia fisica del terapeuta. In molti casi questa silenziosa condivisione è in grado di aprire alla dimensione spirituale, o a favorire il suo sviluppo. Molte persone avvertono il bisogno, il desiderio di una elaborazione in questa direzione, ma spesso l’ambiente circostante non recepisce una tale richiesta ed anche questo è una fonte di una profonda solitudine a volte con veri vissuti di abbandono.
Il medico moderno purtroppo molto spesso non è stato preparato ad accompagnare le situazioni drammatiche della vita: nell’ambito della sua formazione la direzione è stata quasi esclusivamente la comunicazione di competenze tecniche, ignorando massicciamente la maturazione di competenze relazionali; è stato indotto al silenzio per quanto riguarda i quesiti esistenziali e questo è l’altro aspetto di una dimensione culturale che oggi si sta espandendo ad ambiti extraprofessionali, influenzando il pensiero comune. Quando si tratta di malattie mortali i medici passano frammenti di verità ai pazienti mentre informano completamente i familiari, che a loro volta, premono sul medico perché menta o taccia con il morente sulle sue le reali condizioni. Come se il “bene” massimo per la persona fosse essere inconsapevole di ciò che sta avvenendo, in modo che l’evento finale giunga improvviso, inatteso e togliendo così la possibilità di una elaborazione di senso anche nei casi in cui ciò fosse possibile. Siamo davanti ad un atteggiamento diffuso, culturalmente richiesto; la congiura del silenzio che avvolge la morte è consensuale, ideologicamente condivisa, socialmente apprezzata.
Il medico una volta sapeva parlare della morte: impotente sul piano delle cure, con modestissime opzioni di trattamenti a disposizione, il medico parlava, assisteva sul piano umano, sapeva accompagnare, la morte era una stabile compagna della vita. Nessuno riusciva ad essere indenne dall’esperienza della perdita di qualche persona cara, la mortalità infantile dimezzava le famiglie, la longevità era qualcosa che sconfinava con la mitologia. Oggi è arduo parlare di limiti, accettare che alcune situazioni non siano risolvibili; la salute è diventata un diritto inalienabile e tutelata perfino in certi casi dal diritto penale quando le procedure di cura non siano state realizzate secondo linee guida sempre più costringenti. Contemporaneamente si assiste all’incapacità di integrare nella vita l’esperienza della morte, l’unico evento certo per ogni essere vivente.
Un bisogno fondamentale per l’essere umano è vivere con significato. La perdita del significato del vivere può essere distruttiva, e veramente intollerabile. Sostenuto dal senso di sé e della propria esistenza l’uomo può sopportare delle cose inenarrabili; giunge a tutti la conoscenza di casi umani che hanno resistito a situazioni – limite per la sopravvivenza, anche prolungate e, all’opposto, casi di persone che non hanno retto la frattura del quadro di riferimento esistenziale su cui avevano fondato la propria esistenza. A volte però sono proprio situazioni – limite che permettono di accedere a dimensioni spirituali personali prima inaccessibili, e “bene” potrebbe essere anche supportare le condizioni in cui questo percorso possa essere compiuto e la persona possa compiere questa personale elaborazione.
La soluzione che viene proposta attualmente è paradossalmente quella di annullare il valore umano ponendo termine alla vita, se la vita non risponde più agli standards imposti da una logica strettamente commerciale e di profitto guidata da interessi economici. La vita non viene più considerata una cosa sacra e preziosa, un valore in sé, un fine che motiva tutti gli sforzi possibili perché sia garantita, sempre, la sua dignità e la sua tutela in tutte le sue manifestazioni, ma viene considerata manipolabile, e sopprimibile per affermare qualcosa d’altro, un mezzo per realizzare progetti sociali storicamente transeunti e vantaggi economicamente determinati per delle minoranze.
Il conflitto tra visioni diverse della vita non era conosciuto nell’antichità classica e nei secoli successivi, fino all’epoca moderna, perché non si conobbe alcun conflitto di principio tra le varie attività umane: i conflitti di principio attuali sono emersi da quando è stato invocato un nuovo diritto, il diritto all’autodeterminazione. In nome di questo diritto emerge la richiesta che venga attribuito alla figura medica il dovere sociale di collaborare a lenire la sofferenza interrompendo la vita stessa in caso di richiesta. Ma questa prospettiva obbliga ad abbandonare un vecchio diritto da sempre riconosciuto, che è il diritto di non accettare di realizzare atti che contrastano con la propria coscienza, in questo caso interrompere volontariamente l’esistenza della vita, ed il porsi servizio di valori percepiti come non negoziabili.
E’ necessaria una profonda trasformazione della formazione etica professionale degli operatori sanitari che sottolinei con forza l’importanza dei valori umani e morali con loro ricadute nella pratica professionale; è indispensabile mantenere aperto il dibattito e il confronto, finalizzati a riscoprire il “senso”, il significato che sorreggano le delicatissime e dibattutissime decisioni da prendere nei singoli casi delle storie personali, dopo che tutte le possibili strategie per rendere accettabile un condizione ormai al limite siano state attuate.
Dobbiamo contrastare una pratica medica che rispecchia fedelmente l’ideologia ed i valori di una società dominata dalla ragione tecnico-scientifica ma ha dimenticato le sue radici nell’umanesimo, se vogliamo mantenere una attenzione viva e costante a non perdere il senso della preziosità di esistere.

BIBLIOGRAFIA
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- Bellini P Paolo; Piccinini Chiara – Amico carissimo – BUR saggi – Rizzoli 2024 –
- Bertolini Francesco* – Il principio personalista nelle situazioni di fine vita –
*Professore ordinario di Diritto costituzionale Università degli Studi di Teramo
Federalismi.it – https://www.sipotra.it/wp-content/uploads/2022/05/Il-principio-personalista-nelle-situazioni-di-fine-vita.pdf
4.De Paula I.. C.*, Comoetto N,** – Per una medicina centrata sul paziente: riflessioni sulla fondazione etica del rapporto medico –paziente*** – Medicina e Morale 2005/3: 557 – 566
*Professore Ordinario di Bioetica – – ** Dottoranda in Ricerca in Biomedica – facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma . *** L’articolo prende spunto da una comunicazione presentata a l 34° Congresso Nazionale della Società Itaiana di Medicinsa Legale e delle Assicurazioni ( SIMLA), Sorrento, giugno 2004;
- Ciabattoni Antonella* – La morte e la tentazione dell’eutanasia nella riflessione di Marie De Hennezel: considerazioni etiche e risvolti pratici
* Dirigente Medico, U.O.C. di Radioterapia, Azienda Complesso Ospedaliero “S. Filippo Neri”, Roma. Master in Bioetica presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Docente incaricato di bioetica nei corsi di laurea triennale di Tecnici di Radiologia medica dell’Università Cattolica del S. Cuore (corso parallelo presso l’Ospedale “S. Filippo Neri”, Roma).
- Costituzione italiana
- Codice deontologico OMCEO Torino
- D’Agostino Francesco – Gli equivoci della “Bioetica laica”- Giappicchelli Ed , Torino, 1998.
- De Caprio, Lorenzo * Di Palma Annalisa ** – La medicina e la morte – Medicina e Morale 1997/6: 1139-1154Cattedra di Gerontologia e Geriatria, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi “Federico II” di Napoli. ** Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica, Napoli.
- De Rosa Giuseppe – La “dignità” della persona umana – La Civiltà Cattolica 2004 III370 – 380
- Gristina Giuseppe* – Riscrivere il codice deontologico medico – Il Punto 15 dicembre 2022 – Medico intensivista
- Gristina Giuseppe* Dove sta andando la medicina? – Il Punto 3 marzo 2025 – Medico intensivista
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*Ricercatrice sanitaria e bioeticista clinica – Medicina legale e Bioetica – Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia Rizzoli,
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- Marino Piero – Diritti dell’uomo e Diritti di Dio. Diritto naturale e «norma personalistica» nel pensiero di Karol Woytila
Dottorando in “Diritti umani. Teoria, storia, prassi”. Università degli Studi di Napoli “Federico II”
- Marsico Gaia *– La costituzione dei comitati per l’etica nella clinica come segno dei tempi e atto di responsabilità delle istituzioni – Il Punto 10 ottobre 2023 –
*esperta in bioetica – Coordinatrice del Comitato per l’etica,Azienda Usl Toscana Nord Ovest – Componente del comitato per l’etica clinica Aou Pisana
- Morelli Alessandro – Il principio personalista nell’era dei populismi – Consulta Online 2019 – fascicolo secondo –
- Meeting Rimini Ed 2015, Mercoledi 26/8/2015 – Testimonianza –
L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene: esperienza della malattia – Rodolfo Balzarotti, Direttore scientifico Fondazione William Congdon; Giorgio Cerati, Psichiatra, Componente Comitato Salute Mentale Regione Lombardia; Mario Melazzini, Assessore alle attività produttive, ricerca e innovazione di Regione Lombardia, Presidente di AriSLA, Presidente Fondazione Aurora Centro Clinico Nemo Sud di Messina, Direttore scientifico Centro Clinico Nemo di Milano; Silvia Spagnoli, Moglie di Ugo malato di SLA. Introduce Paola Marenco, Responsabile Centro Trapianti Midollo dell’Ospedale Niguarda e Vice Presidente Associazione Medicina e Persona.
20. Mucci Giandomenico – Ancora sul rapporto tecnica – religione: un articolo di Massimo Aloisi – Da: “La Civiltà Cattolica” 18 novembre 2000 – anno 151 – 3610 – Pagg 328 – 340
21. Orsi Luciano* Dialoghi aperti e costruttivi sull’aiuto a morire – Il Punto n 4 /2024
*Medico rianimatore e palliativista – Membro della Consulta scientifica del “ Cortile dei “Gentili”
22. Panti Antonio*– La deontologia all’alba dell’ intelligenza artificiale Il Punto 19 dicembre 2022 * Medico di Medicina Generale – Commissione deontologica nazionale della FNOMCeO – Comitato regionale di bioetica della Toscana.
23.Patuzzo Sara– * Dall’etica medica alla deontologia medica– Il ruolo della deontologia medica – Il Punto 12 dicembre 2022
*Ricercatrice in Storia della medicina e Bioetica – Dipartimento di scienze chirurgiche , odontostomatologiche e materno – infantili – Università di Verona
24. Perin Marta* – Un comitato per l’etica nella clinica in un’azienda sanitaria – Il Punto – 3 ottobre 2023*Ricercatore sanitario – Comitato per l’etica nella clinica – Unità di bioetica, Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia
25. Piccinni Mariassunta* – L’aiuto medico a morire e il ruolo dei comitati per l’etica clinica – il Punto n 4 2024 – * Coordinatrice dell’ Osservatorio di Diritto gentile di Padova – Comitato etico per la pratica clinica – Istituto oncologico di Padova
- Pulice Elisabetta* – Il ruolo della deontologia medica – Il Punto . 12 dicembre 2022
*Ricercatrice presso il Laboratorio dei Diritti fondamentali del Collegio Carlo Alberto di Torino – Collaboratrice alla didattica e alla ricerca presso la Facoltà di Giurisprudenza , Università di Trento
- Sandrin Luciano** Il benessere dell’anziano, utopia o realtà? Aspetti psicologici e spirituali – Conferenza tenuta al I Congreso Internacional de Enfermeria Geriatrica – Barcelona 28-31.5.1997 – in: Medicina e Morale 1997/6: 1129-1138
** Preside dell’Istituto internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum”, Roma
- Saraceno Benedetto – Per una buona morte – Il Punto 2 agosto 2022
- Spinsanti Sandro* _ 1)- L’etica al letto del malato : una presenza in diverse modalità ( prima parte- Il Punto 27 ottobre 2023).
2) L’etica in Medicina: tra comportamenti leciti e indirizzo di scelte ( seconda parte – Il Punto 4 novembre 2023).
3) Le diverse facce dell’etica nella cura, dal couseling all’esortazione ( terza parte – Il Punto 13 nov 2023)
* Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
- Spinsanti Sandro* Le posture dei professionisti della cura – Il Punto 6 febbraio 2025 -*Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
- Turoldo F* – Autonomia decisionale in sanità: valori ei limiti di un modello – Intervento del 4 maggio 2005 a Camposampiero di Pd al convegno SIBCE
- Un diritto gentile – Gruppo di lavoro multidisciplinare – Sull’aiuto medico a morire – Il Punto 10 luglio 2024 –
[1] Caplan A.,: Il futuro sarà migliore? Le Scienze 1995, 327: 98 – 99
[2] Da: Enciclopedia Treccani: Una “persona”è un individuo che appartiene alla specie umana, senza distinzione di sesso, età o condizione sociale, considerato sia come elemento a sé, sia come membro di una collettività. Nel linguaggio del diritto, una persona è un soggetto che può avere capacità giuridica, cioè essere titolare di diritti e di obblighi
[3] Da: Enciclopedia Treccani – Personalismo – nel suo senso filosofico: a) in senso lato, personalismo si applica a diverse dottrine filosofiche del XIX e del XX secolo; b) in senso specifico, designa il pensiero di Emmanuel Mounier e di quanti, in particolare attorno alla rivista ‟Esprit”, si richiamano a quel pensiero.
Note storiche: Il termine è comparso nel sec. XIX in Germania per designare inizialmente la dottrina di coloro che, contro il panteismo, affermavano l’esistenza di un Dio personale. Il termine si impose anzitutto nel solco kantiano: Ch.-B. Renouvier lo introduceva in Francia con la pubblicazione, nel 1903, di un libro intitolato Le personnalisme con il quale intendeva sottolineare la realtà ontologica e giuridica di un Io ideale, la persona, che si libera dall’Io empirico condizionato dalla natura e dalla società. Anche se, in seguito, si vedranno nascere delle versioni del personalismo assai distanti dal kantismo, il termine ‛personalismo’ conserverà, in filosofia, l’impronta di questo appello etico a un’esistenza responsabile, che è la caratteristica dei moralisti kantiani.
All’inizio del sec. XX la corrente del ‛cattolicesimo sociale’ e della ‛democrazia cristiana’ s’incontra con questa influenza kantiana, e il punto di convergenza sarà costituito proprio dal vocabolo ‛persona’. Derivato dal latino persona, il termine designò inizialmente una maschera e in seguito un ruolo (ruolo teatrale e quindi ruolo sociale); nel XVII secolo il suo ambito semantico si specificò in due direzioni: una giuridica, la persona come soggetto di diritti, e una teologica, la persona come essere autonomo dotato di una virtualità di esistenza eterna (in questa accezione è da sempre tradizionalmente applicato al Dio dei cristiani). Il giuoco reciproco di queste diverse accezioni favori il nascere di un insieme di concetti – colorati in senso ora teologico, ora etico, ora giuridico – che hanno svolto un ruolo importante fino ai nostri giorni. Tutti pongono l’uomo come soggetto e fine della società civile e affermano ‛l’eminente dignità della persona umana’ in opposizione ai determinismi naturalistici e alle pretese abusive della collettività e dello Stato. Personalismo si oppone quindi a collettivismo, nazionalismo, statalismo, totalitarismo, razzismo, ecc. Ma d’altro canto si oppone, seppur meno vigorosamente, a individualismo. L’individuo viene considerato come uno stadio elementare dello sviluppo umano; la persona come un essere capace di vivere rapporti, attraverso il diritto e l’amore, e di trovare il suo compimento sia in comunità che in una libera obbedienza alla volontà divina. (…) Ma il termine ‛personalismo’ finirà per assumere un senso più preciso, che eclisserà poco a poco gli altri. Nel 1934 Emmanuel Mounier definisce il suo pensiero ‟personalista e comunitario”. A dire il vero in quell’epoca la parola era già nell’aria e filosofi come J. Maritain e M. Blondel l’utilizzano per designare un aspetto comune a parecchi movimenti di pensiero che, negli anni trenta, cercano una strada originale per sfuggire all’opposizione tra liberalismo capitalista e socialismo marxista. ‟Esprit”, che Mounier e i suoi amici fondano nel 1930, è uno di questi movimenti, ma ben presto si affermerà come il più consistente e durevole; d’altra parte la vera originalità di Mounier consistette nell’operare la sintesi di una molteplicità di idee che erano per cosi dire nell’aria nel clima intellettuale del suo tempo. Ecco perché, diversamente da quanto Mounier stesso avrebbe desiderato, la parola ‛personalismo’ designa oggi di preferenza il corpo delle analisi, dei principi e delle tesi enunciati dal fondatore di ‟Esprit” e dai suoi amici.
[4] AI Overview – La medicina narrativa è un approccio alla cura che utilizza la narrazione come strumento fondamentale per comprendere e integrare le esperienze, le emozioni e le prospettive individuali di pazienti, medici e familiari, al fine di creare un percorso di cura più personalizzato ed efficace.
[5] C. Rogers 8 gennaio 1902 – 4 febbraio 1987 – è stato uno psicologo statunitense, fondatore della “psicoterapia centrata sulla persona e noto per gli studi sul counseling e la psicoterapia all’interno della corrente umanistica della psicologia)
Il messaggio è stato inviato
IL VALORE DI VIVERE – parte 1a
Rossana Centis
La proposta culturale attuale tende a dare per scontato e per ovvio che non esistono alternative alla sua specifica visione filosofico – esistenziale, basata sul riconoscimento ritenuto definitivo e non sindacabile di “nuovo diritti” (come il “ diritto all’autodeterminazione”, con tutte le sue implicazioni) emersi recentemente nella storia umana, che a volte contraddicono quelli che sono state le pietre miliari della civiltà, come la norma del non uccidere. Tra le varie possibilità offerte dalle diverse posizioni morali, si abbraccia così unicamente la visione “relativistica” secondo la quale “i giudizi morali dipendono dalla circostanza particolare, dal singolo individuo, dall’epoca storica e dalla società nella quale si è inserirti”, e non c’è spazio per valori universalmente riconoscibili come fondanti e fondamentali per realizzare una sana convivenza civile.[1]
Il dibattito sul fine vita – I termini del problema
I cambiamenti culturali che ci siamo trovati a vivere negli ultimi due secoli, soprattutto nel nostro mondo occidentale, sono un fenomeno unico nella storia del genere umano, per la profondità, la velocità con cui sono avvenuti, l’estensione a praticamente tutti i livelli della vita compresa la dimensione del significato dell’esistenza, con inevitabili e pesanti risvolti sulle scelte etiche. L’evento più eclatante è la perdita della dimensione del rapporto con il trascendente con Dio, in qualsiasi modo concepito, o comunque con un principio sovra – umano percepito come generatore della realtà. Corrispettivamente, si è affermato il principio dell’autodeterminazione. Tradizionalmente, l’autodeterminazione è definita come autonomia ed indipendenza da influenze esterne e collegata, sul piano normativo, al diritto di non subire interferenze nella sfera intangibile e privata delle scelte personali.
La portata dei cambiamenti avvenuti ha innegabilmente travolto anche la medicina nella sua essenza: nei suoi significati e nella sua operatività.
La problematica del “fine vita”, inizialmente confinata in ambiti specifici, come ambienti di terapia intensiva in cui la necessità di decidere sulla durata della vita assume aspetti di scelte a volte drammatiche, si è estesa ad aspetti meno “acuti”, come l’invecchiamento patologico con disfunzioni organiche che accelerano il percorso verso l’exitus, le malattie terminali oncologiche o neurologiche o altro, e da un ambito strettamente medico si è allargata alla attenzione di tutta la popolazione, senza considerazione per la mancanza di competenze e consapevolezze.
Si è sviluppato così un ampio e serrato dibattito bioetico che aspira a ridare dignità al sofferente, al morente, attorno ai temi dell’ accanimento terapeutico, eutanasia, suicidio assistito.
Molti hanno messo in discussione le condotte che generano un accanimento terapeutico ed è emerso il concetto di “desistenza”, cioè l’interruzione da parte del medico di terapie considerate inutili o dannose per il paziente, particolarmente nel caso di malati terminali. Desistenza non è una semplice astensione, una sospensione indiscriminata di tutti i trattamenti in corso, ma è un atto medico a tutti gli effetti, che richiede attenta valutazione clinica, discernimento prognostico, appropriatezza e proporzionalità di cura; prevede una solida alleanza terapeutica tra operatori sanitari, paziente e familiari; richiede di identificare dei percorsi clinici che armonizzino nell’ambito del possibile, l’esigenza di agire nel modo più utile per il paziente, quando emerge l’evidenza che le strategie mediche di risoluzione non hanno più sussistenza.
In questo frangente un intervento veramente utile è la “presenza”, l’ “esserci”, l’essere accanto al paziente ed ai suoi cari, anche quando, o proprio perché, il sentimento dominante è quello dell’impotenza di fronte alla imminente, inevitabile separazione. Questo tipo di esperienza relazionale può sostenere il paziente nel realizzare un contatto interno positivo con il “qualcosa” che è lì per lui, in lui, e che ha potenzialità di sviluppo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro di sè, che è “troppo dolente, troppo sgomento o teso” per essere detto, e non ci sarà solo, né principalmente, la compagnia fisica della figura sanitaria.
Nell’ottica dell’accompagnamento nella fase finale della vita, torna utile il sinergismo con la moderna Medicina Palliativa, per aiutare a scegliere cosa è più utile per quel paziente, in quella fase: controllare i sintomi, evitare eccessi e omissioni, rivalutare con regolarità, prendersi cura del dolore globale del paziente, della famiglia, includendo chi cura.
Un aspetto importante, abitualmente svalutato e poco considerato nelle prassi attuale, è il prendere in considerazione i bisogni spirituali dei pazienti: ogni storia personale ha uno sviluppo, se non altro dipendente dall’ incremento stesso dell’età e quindi dell’ esperienza di vita; molte persone desiderano, più o meno consapevolmente, poter elaborare anche l’esperienza così drammatica e definitiva dell’ avvicinarsi alla morte, ma speso le condizioni in cui si trovano a vivere non offrono loro l’opportunità di prendere in considerazione il loro vissuto.
Considerazioni culturali
Nell’ultimo secolo nell’ambito della condotta medica nelle fasi terminali in caso di malattie croniche particolarmente debilitanti, si è venuta a configurare una dicotomia tra visioni diverse della vita, che arrivano a proporre delle soluzioni in passato non considerate. Di fronte all’ineluttabilità della morte vicina e della sofferenza che spesso accompagna il vivere in situazione terminale, molti ritengono più “umano“ porre un termine a tale condizione offrendo la possibilità di terminare la vita con una libera scelta, e richiedono il ricorso al suicido medicalmente assistito come pratica sostenuta dal servizio pubblico.

Ciò è dovuto ad un profondo mutamento dei concetti stessi di morte e di sofferenza e dei loro significati.
Morire non è solo problema medico, ma questione esistenziale al centro delle angosce e degli interrogativi umani: nella storia l’uomo ha sempre affrontato la morte in funzione della sua visione del mondo. Ma nel passaggio da una società retta da valori tradizionali a quella moderna, gli storici registrano profondi mutamenti proprio nel rapporto tra l’uomo e la morte. Dall’età classica ad oggi, il cambiamento dell’antropologia della morte ha condizionato anche il modo di porsi di fronte al morente dei medici;

la morte ha occupato in ogni epoca una posizione centrale nella medicina e la storia dimostra come tradizionalmente la medicina abbia evitato di trattare i casi senza speranza e l’impegno del medico a difendere ad oltranza la vita sia una peculiarità della moderna medicina scientifica.
Mentre la cultura dominata dalla tradizione religiosa, (presupposto sacro) pur difendendo la vita, accettava la morte come limite dell’uomo e parte integrante della condizione umana, la cultura della Modernità (presupposto laico), nella sua ansia di dominare il mondo, ha in vari modi rimosso e combattuto la morte. L’impegno incondizionato a trattare gli individui ad ogni costo al fine di salvare la vita, convertendosi a volte in “accanimento terapeutico” è una peculiarità moderna.
Oggi la nostra realtà è la Scienza, e, da quando la medicina è diventata esclusivamente scienza, la morte s’è ridotta ad “exitus letalis”, da combattere con le tecnologie che abbiamo a disposizione. In parte lo stesso discorso vale per la sofferenza, in epoche passate integrata nell’esperienza comune come processo inevitabile, da affrontare con coraggio e pazienza e oggi considerata evento inaccettabile, da combattere in tutti i modi possibili, incompatibile con il vivere la piena realizzazione di sé.
La medicalizzazione della morte rivela l’aspetto disumano della nostra medicina: proprio sul piano della morale e del rapporto umano tra medico e paziente la medicina scientifica segna il suo fallimento. Non è comunque la regolamentazione giuridica in sé che può produrre soluzioni: rendere legale o meno l’eutanasia, concedere o no il diritto alla morte assistita ecc. Il problema sostanziale consiste nell’umanizzare la morte e della sofferenza, reintegrarle nella cultura e riconsiderarle come parte essenziale della vita.
Considerazioni storico – filosofiche
Può essere utile ricercare nella nostra storia le radici delle attuali difficoltà e contraddizioni.
Nella seconda metà del secolo XX l’agnosticismo religioso e il relativismo morale e giuridico, frutti dell’immanentismo filosofico, hanno configurato un tipo di società prevalentemente materialista e permissiva, avulsa non solo dalle verità trascendenti sul destino eterno dell’uomo, ma spesso anche dalle elementari esigenze di cui la natura dota gli esseri umani. (bisogno di relazione, di cura, di significato).

Il medico ippocratico giurava di adoperarsi per il bene del paziente; l’ antico Giuramento di Ippocrate recitava: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa””; “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”.
L’attuale Codice Deontologico (Nota) (7) per adattarsi alle mutate condizioni culturali – filosofiche, ha dovuto integrare le nuove richieste, intaccando così, sia pure parzialmente, il proposito di “primum non nocere”, chiaramente espresso nel suggerimento etico richiesto da Ippocrate.[2]
In questi termini la cura efficace della malattia coincide con ciò che è “bene” ed è l’ovvio fine ultimo della pratica medica, ma rimane diversamente codificato ciò che è “bene”, a seconda dei diversi approcci filosofico –esistenziali.
Schierato a protezione della vita, quando “l’arte” si dimostrava inutile, il medico greco si fermava.
L’approccio cristiano apre delle prospettive etiche molto più ampie. Il medico non deve solo curare ma anche assistere, confortare, accompagnare, “soffrire con” il morente, fino alla fine. I medici non hanno gli strumenti tecnici per combattere la morte e la vita va difesa, ma, in una visione sacra del mondo, la morte rientra nella grande catena dell’essere; è vissuta dall’uomo come limite, come condizione umana inevitabile, ma è vicina, famigliare, connaturata alla nostra esistenza, evento con cui si deve fare i conti e che rientra obbligatoriamente nella nostra esperienza.

Oggi spesso avviene che della morte abbiamo tanta paura da non osare più nemmeno nominarla, chi si avvicina all’evento definitivo è sostanzialmente lasciato da solo ad affrontare il grande passo, e le persone vicine sprofondano nella sensazione dell’impotenza. Il passaggio dalla società premoderna a quella moderna è caratterizzato da un’altra antropologia:poiché la Morte rimane senza spiegazioni e giustificazioni filosofico – esistenziali, la modernità rimuove la Morte dall’ordine dei problemi di cui ci si può occupare. Lo sviluppo scientifico, le vittorie dell’uomo, l’allungamento della vita media, fanno credere che sia solo una questione di tempo, che arriverà il momento in cui potremo dominare, essere padroni della vita e della morte; e l’istituzione, garante della salute collettiva, contribuisce a dilatare clamorosamente il ruolo sociale e politico della scienza fino a farla diventare una nuova e salvifica religione.
Coloro che stanno sperimentando l’ultimo passaggio, i morenti, diventano scomode icone che ricordano al felice popolo dei consumatori il lato non ancora risolto della vita, vengono ricoverati-segregati negli ospedali e in strutture apposite e posti nella sfera di competenza dei medici, che tendono a comportarsi esattamente come l’ ideologia della società della tecnica vuole che essi si comportino.
Il medico attuale, figlio della nostra società, rischia di evitare di interrogarsi sui fini ultimi, interessato unicamente ai mezzi tecnici atti ad estendere la sua capacità. Come conseguenza Il controllo tecnologico dell’uomo sulla natura trasforma così il morente in “oggetto”. Dalle facoltà escono sempre più dei tecnici: medici-scienziati educati ad aver a che fare con “cose”.
Quindi il comportamento del medico-scienziato davanti alla morte è il frutto di un’educazione coerente con l’ideologia sociale dominante: l’ “accanimento terapeutico”, attualmente largamente rifiutato come prassi utilizzata quando ci si trova in condizioni di fine – vita, è conseguenza della mentalità meccanicistica, quando i medici interpretano le malattie come processi assolutamente prevedibili in una prospettiva di determinismo stretto, dimenticando che è ammalato un essere umano.
Nella pratica della professione però ci si imbatte in un’ampia zona grigia in cui le decisioni vengono prese in condizioni di sostanziale incertezza: misura e ragionamento dicono al medico quand’è venuto il momento di fermarsi, cioè quando la valutazione del quadro clinico fornisce una serie di informazioni che permettono di prevedere l’inevitabilità della morte.
I criteri scientifici ed operativi che dicono come e quando va fatto quello che “deve” essere fatto, però non bastano, poiché quando si deve giungere ad una scelta, tutti i metodi necessitano di un giudizio di valore, ed i medici, troppo spesso, confondono tra loro fini e mezzi perché la preparazione tecnologica a cui vengono istruiti non comprende aspetti che li possa mettere in grado di trattare questioni di valore etico, estetico o umano, lasciandoli in balia solo delle competenze specialistiche – tecniche, ed affidando alla sensibilità e responsabilità individuale le scelte da compiere (9)

La “medicalizzazione selvaggia degli eventi vitali”, con le sue diverse soluzioni, non riguarda solo la classe dei “sanitari”, degli addetti ai lavori, ma si riverbera nella pubblica opinione che in certi casi non riesce ad accettare l’interruzione di un trattamento intensivo “salva-vita”, data la incombenza della morte (salvo le complesse problematiche suscitate da queste esperienze di “ confine”, relative alla definizione delle situazioni cliniche specifiche), o, all’opposto, in altri casi intravvede come soluzione unica e definitiva la censura, l’eliminazione dell’angoscia causata dall’incombenza degli eventi, anticipando la fine.
Ricadute etico –morali. Le recenti proposte
Una posizione “post – moderna” sta riconoscendo l’incapacità della medicina tecnologica di risolvere il problema della morte e il problema della sofferenza in malattie inguaribili, ma di fronte a questo fallimento del mito dell’immortalità si arena sul versante dell’impotenza.
Per la crescente incapacità di affrontare l’evento “sofferenza – morte”, si è sviluppata la prospettiva di una diversa soluzione: nel caso di malattie inguaribili e gravemente debilitanti, la proposta individuata, è chiedere di morire. La richiesta di porre fine ad una sofferenza percepita come insopportabile, rifiutare l’intervento medico anticipando la soluzione finale, è comunque un completo ritiro, una resa.

Abbiamo a che fare con due visioni sulla morte come accettazione del limite, che però sono radicalmente diverse ed hanno implicazioni diverse. In una visione sacra del mondo, la morte è limite ma è parte integrante della vita. Il rispetto che si deve alla vita lo si deve alla morte. La morte e la sofferenza sono innestate in quadri di riferimento che inseriscono l’individuo in un percorso che lo trascende ma che contemporaneamente dà un valore al suo vissuto e lo pone in vari modi in relazione stretta con gli altri umani, più o meno vicini alla sua attuale contingenza.
In una visione laica del mondo (1) le sofferenze umane sono sempre senza senso e non hanno alcuna giustificazione; così i sostenitori dell’eutanasia rivendicano per ragioni umanitarie il diritto del paziente di chiedere ai medici un aiuto per porre fine ai suoi tormenti. Questa richiesta nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo il pieno potere sulla vita e quindi sulla morte. Ma, non essendo disponibili gli strumenti per esercitare questo potere, l’unica soluzione individuata è una via di fuga dall’angoscia della morte. Ci si difende dal non -senso cercando la fine di questa insostenibile situazione: l’aver a che fare con l’assenza di significato. L’eutanasia, o la richiesta di suicidio assistito, non ridà senso al morire, né conferisce dignità al morente, è solo una scorciatoia, una strategia di rimozione, un modo per evitare di affrontare una domanda fondamentale.
E’ degno di nota che sia oppositori che sostenitori dell’eutanasia sviluppano posizioni che pur essendo inconciliabili, condividono la critica all’uso dissennato delle tecnologie. Tutti mirano a ristabilire la dignità del morire ed a fornire rispetto ed assistenza umana al morente: quello che c’è di diverso è il concetto di “dignità”.
Viviamo in una società dove la televisione educa ed insegna che tutto deve essere illimitatamente bello, piacevole e facile; una società in cui la morte e la sofferenza sono considerate inaccettabili fino ad essere considerate “lesive dei diritti alla salute”, e vengono contestati e contrastati spazi e luoghi in cui ospitare esperienze diverse dalla mentalità dominante. Il rischio è che sia considerato “dignitoso” solo ciò che risponde ai modelli patinati proposti dalla cultura dominante.
C’è un altro aspetto importante da considerare, correlato con l’imposizione di modelli culturali di riferimento, che “spinge” verso la legalizzazione di richieste di conclusione medicalizzata della vita: la questione del morire ha una dimensione “politica”. L’autorizzazione a persone giuridiche a dare la morte, implica la concessione di una autonomia decisionale enorme, di cui difficilmente si può ottenere il controllo.
Una volta eroso il divieto etico del suicidio, la morte legalizzata sarebbe difficilmente controllabile: chi decide quali sono le condizioni in cui la qualità della vita è così degradata da legittimare una soluzione finale irreversibile? Ci si troverebbe in una specie di “piano inclinato” discendente, in cui con alta probabilità l’elenco delle situazioni ammesse tenderebbe inesorabilmente ad allargarsi: depressione cronica? Di quale grado? Disturbo cognitivo avanzato? A quale stadio? Malattia oncologica terminale? A quale spettanza di sopravvivenza? Stanchezza di vivere? Per vecchiaia? A quale età? Gli esempi possono moltiplicarsi enormemente, a testimoniare quanto sia difficile ed arbitrario porre dei limiti di riferimento.
Rimane inoltre la considerazione, in base all’esperienza storica, che quando, sia pure con le dovute cautele, un principio è stato accolto dalla legislatura, con la rapidità della luce è diventato nell’opinione comune normalità, gli eventi normati sono diventati legali, e giustificati perché non sottoposti a penalizzazione. E’ avvenuto ad esempio in paesi esteri con la legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti: al livello culturale dell’uomo comune ha assunto il significato di considerare legittimo il loro utilizzo, venendosi così a perdere di vista le ricadute umane che tale comportamento trascina inevitabilmente con sé. E la perdita dei significati, la perdita di consapevolezza del disvalore veicolato in questo modo ha profonde conseguenze sulle colonne portanti, sui principi ideali della società che vogliamo costruire.
Un elemento su cui porre attenzione, inoltre, è la considerazione che l’applicazione del principio dell’autodeterminazione ha una ricaduta del tutto utilitaristica: la posizione che sostiene l’eutanasia propone l’intenzione di evitare condizioni di sofferenza senza dignità, ma come risvolto questa prassi potrebbe essere utilizzata come un modo per contenere i costi sociali: il decisore forte, diventerebbe così l’economia; il rischio è che se l’eutanasia venisse legalizzata, potrebbe venire suggerita e magari stimolata, come opzione appropriata, specialmente tra gli anziani che trovano inaccettabile la condizione di demenza e perdita di controllo del sé. In un’epoca come quella attuale, caratterizzata da pesanti limiti nelle risorse, la decisione sulla vita e sulla morte s’avvia così ad essere condizionata prioritariamente da valutazioni d’ ordine economico.
Il pericolo che ci troviamo a dover fronteggiare è che “sdoganare” la legittimità del poter prendere decisioni sul fine vita, pone tutti noi in uno stato di perenne rischio di manipolazione da parte di poteri politici, di gruppi di potere, di amministratori in posizioni apicali che, sia pur Medici, abbiano smarrito, evento purtroppo non raro, il senso profondo della loro missione, privilegiando vantaggi economici e personali. Sotto gli occhi di tutti sono esempi storici di questa deriva etica, (e dalla storia dovremmo–potremmo trarre dei grandi insegnamenti) non solo a livello individuale, per degrado del singolo, ma anche a livello nazionale e sovranazionale, deragliamenti istituzionali a cui il singolo cittadino non ha potuto sottrarsi.
Considerazioni conclusive
E’ interessante rivisitare i vari aspetti di questa complessa problematica dalla prospettiva della norma personalistica. Il principio personalistico[3] è sotteso ai principi fondamentali della nostra Costituzione (Articolo 2 della C.I) ( 18;): i Padri Fondatori, pur partendo da prospettive personali, Weltanschauungen, concezioni del mondo, della vita, e della posizione in esso occupata dall’uomo anche molto distanti, hanno lavorato duramente per impostare il nostro assetto legislativo sulla base del valore della persona che in nessun caso può essere considerata un mezzo per raggiungere un fine, e lo scopo finale è garantire il pieno sviluppo della persona.
Assistiamo però ad un fenomeno particolare che da alcuni viene definito come tensione, “torsione” (3; 4) del principio stesso, per il fatto che il principio personalista è posto a pari fondamento delle opposte posizioni che si confrontano nel dibattito nazionale nelle questioni di fine vita.
Secondo una posizione, la norma personalistica si oppone alla liceità dell’intervento diretto a togliere la vita, dando la priorità al valore intrinseco della vita stessa che non è ontologicamente sacrificabile; la correttezza etica è affrontare la situazione di chi si trova alla fine della sua esistenza non privandolo della vita stessa ma al contrario offrendo vicinanza e, per quanto possibile, lenimento della sofferenza fisica e morale.
E’ quindi opportuno lasciare invariato il quadro legislativo vigente, garantire che la fine della vita venga prodotta per via naturale, escludere la liceità di una partecipazione causale alla morte, di chi si trova a seguire l’interessato nelle relative fasi della sua esistenza, comunque essa sia motivata.
Anche la posizione opposta comunque invoca la norma personalistica, si riferisce all’impostazione della Corte costituzionale, e sulla base dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione, ribadisce l’opportunità (se non la necessità costituzionale) di una disciplina speciale, derogatoria dei divieti penali, che consideri la posizione delle persone giunte alla fine della vita in condizioni non soggettivamente accettabili. Non si limita a sottolineare il diritto all’autodeterminazione degli interessati, ma si rifà esplicitamente al dovere della collettività di intervenire attivamente per alleviare le loro sofferenze e sopperire alle difficoltà di porre da se stessi fine alla vita.
Sarebbe la stessa prospettiva personalistica ad opporsi al divieto di fornire l’aiuto a morire su espressa richiesta dell’interessato quando la vita è divenuta fonte di sofferenze inutili ed intollerabili, perché in nome di principi astratti si lascerebbe l’interessato immerso in una situazione di cui questi vorrebbe liberarsi pur non avendone la possibilità materiale.
Si esprime così un dicotomia insanabile tra chi propone la priorità del “giusto” e chi propone la priorità del “bene” – particolarmente se percepito soggettivamente come bene – per l’ essere umano, come line – guida per impostare un impianto legislativo.
La posizione di chi sostiene l’illiceità della contribuzione alla morte si sostiene sul fatto che, se la richiesta di morire deriva dalle condizioni stesse, dallo stato in cui l’individuo si trova – per cui l’atto di togliergli la vita non costituisce un male, né per chi lo chiede, né per la comunità che giudica lecito l’accoglimento della sua richiesta – ciò implica il riconoscimento di un giudizio di disvalore della collettività sulla vita di chi si trova nelle condizioni considerate, o forse anche una certa dose di interesse soggettivo per la cessazione della vita stessa. Un tale giudizio negativo non viene espresso sulla persona – che al contrario si intende aiutare per sollevare la realtà della sofferenza, ma è la stessa soluzione della morte a rivelarsi inadeguata, perché giudizio sulle condizioni di vita finisce per coinvolgere direttamente (ed inevitabilmente) la persona che le sperimenta, sopprimendo il suo valore intrinseco che è l’esistenza.
La decisione di aiutare il sofferente privandolo della vita conduce la collettività ad innalzare se stessa a giudice della vita e a stabilire le condizioni in presenza delle quali l’ esistenza perde, agli occhi dell’ordinamento, di interesse e di valore, perché vista come esclusiva fonte di male per chi la sta vivendo.
In questo modo, si attribuisce alla collettività il potere di valutare , in senso generale ed astratto, le condizioni esistenziali in cui si trovano la persone e di stabilire normativamente quando sono da revocare la tutela e la protezione di cui hanno diritto umano, implicitamente riconoscendo così che in alcune condizioni la vita, l’esistenza perde il suo valore assoluto, rischiando di potersi trovare in balia di criteri limitanti. E poiché determinati stati di vita non si possono disgiungere dalla persona che li sperimenta, il giudizio su di essi viene inevitabilmente trasferito sulla persona stessa, provocando un capovolgimento del senso del principio personalistico stesso.
Il principio personalistico viene piegato a giudicare sulle condizioni di vita delle persone, che la legge determina a sua discrezione, per stabilire in quali casi non c’ è carattere antigiuridico, cioè in quali casi è possibile accettare la richiesta di morte.
Mantenere quindi l’illiceità della condotta anticonservativa sostiene l’interesse ed il valore che la prosecuzione della vita assume, agli occhi della collettività .
Con la assunzione della prospettiva favorevole all’interruzione della vita in determinate circostanze, di fatto si sottomette il suo valore a delle specifiche circostanze contingenti e transeunti, e al giudizio soggettivo (età, tolleranza soggettiva alle condizioni avverse …), che nel tempo e in mutate condizioni sociali potrebbe essere soggetto a variazioni.
Ne deriva un radicale mutamento di prospettiva rispetto alla concezione sinora attiva, rivolta a difendere come un bene la vita di tutti in quanto tale, del tutto indipendentemente dalle condizioni personali di ciascuno.
Sarebbe auspicabile identificare un ordinamento giuridico che garantisca la fruibilità di principi etici che si ispirano ad impostazioni etiche diverse, pena la perdita di valore e consistenza della nostra stessa umanità. Garantire la possibilità che vengano considerati tutti i fattori in gioco, realizzare operativamente le condizioni per cui possa essere percepito il valore della vita in atto, organizzare una assistenza medica adeguata (cure palliative, strutture di assistenza, coinvolgimento di parenti e amici disponibili, accompagnamento psicologico con formazione specifica, assistenza spirituale quando richiesta) sono tutti interventi che possono sostenere la persona che si trova in situazione ritenuta inaccettabile e aiutarla a volte a scoprire degli aspetti prima non percepiti
Il legislatore ha la grande responsabilità di realizzare una norma che garantisca la sussistenza e lo spazio per le diverse posizioni, nella consapevolezza che lasciare spazio solo al principio etico di stile relativistico (vedi articolo citato sopra di PATUZZO 22), che varia in relazione alle mutazioni delle condizioni sociali, può lasciare spazio ad un grave impoverimento della dimensione spirituale dell’umanità.

BIBLIOGRAFIA
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*Professore ordinario di Diritto costituzionale Università degli Studi di Teramo
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* Docente di Buona Pratica Clinica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma; Professore a contratto di Statistica Medica, Scuola di perfezionamento per Farmacisti Ospedalieri, Università degli Studi di Milano; membro della Royal Society of Medicine (UK) e della Royal Society of Statistics (UK)–
- Ciabattoni Antonella* – La morte e la tentazione dell’eutanasia nella riflessione di Marie De Hennezel: considerazioni etiche e risvolti pratici
* Dirigente Medico, U.O.C. di Radioterapia, Azienda Complesso Ospedaliero “S. Filippo Neri”, Roma. Master in Bioetica presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Docente incaricato di bioetica nei corsi di laurea triennale di Tecnici di Radiologia medica dell’Università Cattolica del S. Cuore (corso parallelo presso l’Ospedale “S. Filippo Neri”, Roma).
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*Professore Ordinario di Bioetica – – ** Dottoranda in Ricerca in Biomedica – facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma . *** L’articolo prende spunto da una comunicazione presentata a l 34° Congresso Nazionale della Società Itaiana di Medicinsa Legale e delle Assicurazioni ( SIMLA), Sorrento, giugno 2004;
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- De Panfilis Ludovica *– Comitati per l’etica nella clinica in Italia: un’opportunità da non perdere – Il Punto 3 ottobre 2023 –
*Ricercatrice sanitaria e bioeticista clinica – Medicina legale e Bioetica – Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia Rizzoli,
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- Marino Piero – Diritti dell’uomo e Diritti di Dio. Diritto naturale e «norma personalistica» nel pensiero di Karol Woytila
Dottorando in “Diritti umani. Teoria, storia, prassi”. Università degli Studi di Napoli “Federico II”
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*esperta in bioetica – Coordinatrice del Comitato per l’etica,Azienda Usl Toscana Nord Ovest – Componente del comitato per l’etica clinica Aou Pisana
- Morelli Alessandro – Il principio personalista nell’era dei populismi – Consulta Online 2019 – fascicolo secondo –
- Meeting Rimini Ed 2015, Mercoledi 26/8/2015 – Testimonianza –
L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene: esperienza della malattia – Rodolfo Balzarotti, Direttore scientifico Fondazione William Congdon; Giorgio Cerati, Psichiatra, Componente Comitato Salute Mentale Regione Lombardia; Mario Melazzini, Assessore alle attività produttive, ricerca e innovazione di Regione Lombardia, Presidente di AriSLA, Presidente Fondazione Aurora Centro Clinico Nemo Sud di Messina, Direttore scientifico Centro Clinico Nemo di Milano; Silvia Spagnoli, Moglie di Ugo malato di SLA. Introduce Paola Marenco, Responsabile Centro Trapianti Midollo dell’Ospedale Niguarda e Vice Presidente Associazione Medicina e Persona.1
19. Mucci Giandomenico – Ancora sul rapporto tecnica – religione: un articolo di Massimo Aloisi – Da: “La Civiltà Cattolica” 18 novembre 2000 – anno 151 – 3610 – Pagg 328 – 340
20. Orsi Luciano* Dialoghi aperti e costruttivi sull’aiuto a morire – Il Punto n 4 /2024
*Medico rianimatore e palliativista – Membro della Consulta scientifica del “ Cortile dei “Gentili”
21. Panti Antonio*– La deontologia all’alba dell’ intelligenza artificiale Il Punto 19 dicembre 2022 * Medico di Medicina Generale – Commissione deontologica nazionale della FNOMCeO – Comitato regionale di bioetica della Toscana.
22. Patuzzo Sara– * Dall’etica medica alla deontologia medica– Il ruolo della deontologia medica – Il Punto 12 dicembre 2022
*Ricercatrice in Storia della medicina e Bioetica – Dipartimento di scienze chirurgiche , odontostomatologiche e materno – infantili – Università di Verona
23. Perin Marta* – Un comitato per l’etica nella clinica in un’azienda sanitaria – Il Punto – 3 ottobre 2023*Ricercatore sanitario – Comitato per l’etica nella clinica – Unità di bioetica, Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia
24. Piccinni Mariassunta* – L’aiuto medico a morire e il ruolo dei comitati per l’etica clinica – il Punto n 4 2024 – * Coordinatrice dell’ Osservatorio di Diritto gentile di Padova – Comitato etico per la pratica clinica – Istituto oncologico di Padova
- Pulice Elisabetta* – Il ruolo della deontologia medica – Il Punto . 12 dicembre 2022
*Ricercatrice presso il Laboratorio dei Diritti fondamentali del Collegio Carlo Alberto di Torino – Collaboratrice alla didattica e alla ricerca presso la Facoltà di Giurisprudenza , Università di Trento
- Sandrin Luciano** Il benessere dell’anziano, utopia o realtà? Aspetti psicologici e spirituali – Conferenza tenuta al I Congreso Internacional de Enfermeria Geriatrica – Barcelona 28-31.5.1997 – in: Medicina e Morale 1997/6: 1129-1138
** Preside dell’Istituto internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum”, Roma
- Saraceno Benedetto – Per una buona morte – Il Punto 2 agosto 2022
- Spinsanti Sandro* _ 1)- L’etica al letto del malato : una presenza in diverse modalità ( prima parte- Il Punto 27 ottobre 2023).
2) L’etica in Medicina: tra comportamenti leciti e indirizzo di scelte ( seconda parte – Il Punto 4 novembre 2023).
3) Le diverse facce dell’etica nella cura, dal couseling all’esortazione ( terza parte – Il Punto 13 nov 2023)
* Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
- Spinsanti Sandro* Le posture dei professionisti della cura – Il Punto 6 febbraio 2025 -*Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
- Turoldo F* – Autonomia decisionale in sanità: valori ei limiti di un modello – Intervento del 4 maggio 2005 a Camposampiero di Pd al convegno SIBCE
- Un diritto gentile – Gruppo di lavoro multidisciplinare – Sull’aiuto medico a morire – Il Punto 10 luglio 2024 –
NOTE
[1] – vedi articolo “ dall’ etica medica alla deontologia medica” PATUZZO(22) : in cui si afferma che nel campo dell’etica medica i metodi indagine , a seconda delle caratteristiche, possono modificare anche notevolmente La valutazione morale. )
[2] Codice Deontologico:
Art. 16 – Procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita. Il controllo efficace del dolore si configura, in ogni condizione clinica, come trattamento appropriato e proporzionato. Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provocare la morte.
Art. 17- Atti finalizzati a provocare la morte Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.
INDIRIZZI APPLICATIVI DELL’ART. 17 – “ATTI FINALIZZATI A PROVOCARE LA MORTE” E CORRELATI, AI SENSI DELLA SENTENZA 24/19 DELLA CORTE COSTITUZIONALE La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare
[3] In che cosa consiste il principio personalista?
Da: Enciclopedia Treccani
Nella riflessione bioetica, la prospettiva personalistica difende la tesi della dignità intrinseca di ogni persona umana in ogni istante della vita, dal concepimento alla morte naturale. In particolare, dal p. ontologico – affermante il valore oggettivo di ogni persona umana, quale unità di corpo e spirito, unica e indisponibile, dotata di una dignità intrinseca, propria della natura umana – derivano il principio della difesa della vita fisica, in quanto intangibile e indisponibile; il principio terapeutico, per il quale ogni intervento sulla persona si giustifica solo se ha il fine di guarire o curare il soggetto malato; il principio di libertà e responsabilità, secondo il quale la libertà personale incontra un limite oggettivo nel rispetto della vita e della libertà dell’altro; il principio di socialità e sussidiarietà, che si propone il raggiungimento del bene comune attraverso il bene del singolo e la solidarietà verso chi ha più bisogno.
I diritti inviolabili della persona
Con l’espressione “diritti inviolabili” s’intendono quei diritti e quelle libertà essenziali che costituiscono la base e il fondamento del nostro regime politico.
Con ciò si sono posti a fondamento del nostro ordinamento i principi personalista, pluralista e solidarista, già peraltro impliciti nel più comprensivo principio democratico, in forza dell’art. 1 Cost.
Dal principio personalista discende che fine ultimo dell’organizzazione sociale è lo sviluppo di ogni singola persona umana e che di conseguenza non è la persona in funzione dello Stato, ma lo Stato in funzione della persona.
Pertanto, il “riconoscimento” da parte della Repubblica dei diritti inviolabili dell’uomo sta a significare che tali diritti sono anteriori rispetto all’ordinamento giuridico e, quindi, non sono nella disponibilità dello Stato, che non può né comprimerli né disconoscerli.
Inoltre, tali diritti sono indispensabili ed intrasmissibili (non possono cioè essere oggetto di rinunzia o transazione) da parte dei loro titolari e sono imprescrittibili (non si estinguono nonostante il mancato esercizio da parte del titolare).
Il messaggio è stato inviato
COME CRESCERE UN FIGLIO SICURO
Dott.ssa Lucia Laudi
L’essere umano ha bisogno di stimoli per riuscire a crescere non solo fisicamente, ma anche psicologicamente; i cinque sensi ci permettono di restare in contatto con il mondo esterno e di mantenere un equilibrio psichico, è fondamentale che, fin da appena nato, il bambino non resti nell’isolamento sociale e che i suoi sensi siano stimolati, se no inizia a perdere il senso di sé, del suo confine con il mondo sensibile e del senso della sua esistenza e questo può essere l’inizio dell’ansia, della paura del mondo, degli altri e di non farcela a superare le avversità della vita.
Le figure genitoriali devono costruire nel piccolo una base sicura su cui costruire la sua personalità, la sicurezza in sé e negli altri, per far questo è fondamentale che gli diano “carezze” che sono alla base del riconoscimento.
Le carezze, per l’Analisi Transazionale, sono un elemento fondamentale per far crescere sano e sicuro di sé il piccolo appena nato, esse sono il midollo della spina dorsale, che se ben nutrito fanno crescere dritta la “piccola pianta”.

Le carezze possono essere fisiche, che ci permettono direstare in contatto con il nostro ed altrui corpo e verbali che nutrono la nostra psiche, ci gratificano, entrambe confermano che esistiamo e che abbiamo un senso in questa vita.
Dare e ricevere carezze positive è fondamentale per confermare che esistiamo, ognuno di noi è affamato di carezze perché soddisfano il bisogno di riconoscimento e danno il permesso di esistere. Le carezze danno la vita, prevengono l’ansia, impediscono gli attacchi di panico e costituiscono la base sicura su cui si costruisce la personalità. Quindi il primo passo da fare è dare al figlio, che sta crescendo nel ventre della propria madre, le carezze positive verbali e fisiche: accarezzandolo e parlandogli con voce dolce, tranquilla e sicura, lui o lei percepisce le vibrazioni positive che costituiranno le fondamenta della sua sicurezza.
Freud diceva che il mestiere più difficile è fare il genitore, mestiere che si impara ogni giorno, ben vengano gli errori, perché permettono di comprendere come aggiustare il tiro, l’importante è che il figlio comprenda che non ha dei genitori perfetti, ma dei genitori che fanno di tutto per accompagnarlo nella sua crescita, che, fin dalla sua nascita essi fanno di tutto per accompagnarlo nel prendere una forma fino a diventare una persona adulta che conosce se stesso.

Fondamentale è dare al proprio figlio delle regole, insegnargli a rialzarsi quando cade e che ce la può fare da solo. Il figlio, soprattutto da adolescente, non desidera avere la strada spianata, senza ostacoli e delusioni, lui vuole fare le esperienze della vita e imparare da solo a risolvere i problemi e a sollevarsi dalle delusioni e dai fallimenti. Allora come fare? Per prima cosa il genitore non deve sostituirsi al figlio, correndo a rialzarlo quando cade perché sta imparando a camminare o perché prende un brutto voto o lo prendono in giro a scuola, ma deve fargli sentire la sua presenza dandogli fiducia, standogli vicino per non fargli fare troppo male quando cade, dargli consigli, facendogli capire i pericoli della vita, ma deve farlo rialzare da solo, perché solo così egli impara a stare in equilibrio.
Le regole devono essere poche, ma devono essere seguite, non tornare sui propri passi quando si dice dei NO, questo è un grosso errore, perché il figlio capisce che può fare quello che vuole, percepisce che i genitori non sono sicuri , allora imparerà a ricattarli su un piano emotivo.

I No, ovviamente sensati e non devono essere troppi, aiutano a crescere, perché danno dei confini, è come dire: “figlio fino a qui puoi arrivare, oltre non mi sta più bene, ci sono delle regole (sensate) e devi rispettarle”. Questi confini danno sicurezza, determinano il terreno su cui si può camminare.
Attenzione però a reggere la sua reazione ai no, sicuramente si arrabbierà, si chiuderà in camera triste o riverserà sul genitore tutta la sua rabbia e questo è il momento cruciale di tenere duro, è qui che lui capirà il punto debole dell’adulto, se questo cede ecco che imparerà a usare quella modalità per ottenere le cose dagli altri anche da grande. Si isolerà rattristato o urlerà investendo l’altro con la sua rabbia.
Un altro punto, che io ritengo fondamentale è non sostituirsi al figlio quando ha delle delusioni amorose, con gli amici o a scuola. Genitori non correte a risolvere voi i suoi problemi, ma insegnategli ad affrontare l’altro, parlandogli, chiarendosi e ad accettare che l’altro può dirgli NO!
Importante è insegnargli a mettersi in discussione, chiedendosi “Io cosa posso fare di diverso? Cosa ho sbagliato e come posso correggermi?”, anziché rimandare all’altro la responsabilità della situazione negativa in cui si ritrova. I genitori non devono essere le stampelle dei figli, perché prima o poi queste non ci saranno più e se loro non hanno imparato a rialzarsi e a trovare il nuovo equilibrio da soli ecco il dramma, arriva l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione o più semplicemente la convinzione che la vita è troppo difficile

IMMAGINE O REALTA’
dott. ssa LUCIA LAUDI
Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, definisce il copione di vita
“Un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata da avvenimenti successivi che culmina in una scelta decisiva”.

Intorno ai tre quattro anni di vita il bambino costruisce una copione, basandosi su messaggi che riceve prima dalle figure genitoriali (madre, padre, nonni, insegnanti, ecc.) e poi confermante dal mondo esterno e su immaginazioni e conclusioni a cui giunge, spesso generalizzando. Verso i sette anni lo completa e nell’adolescenza lo rivede, aggiungendo particolari, modificando l’immagine di sé, dell’altro e del mondo, ma restando sempre attaccato alle prime decisioni e conclusioni copionali che diventano sempre più distruttive.
Ognuno di noi su queste convinzioni e sui messaggi genitoriali che ci dicono cosa fare e non fare, come pensare ed agire, prendiamo delle decisioni su come relazionare con il mondo sociale.
Il piano di vita che formiamo è molto rigido e limitante e ci conduce a ripetere all’infinito comportamenti disfunzionali al proprio benessere e man mano che diventiamo adulti si trasforma in una trappola psicologica e a volte anche fisica, che ci trascina nel vortice della sconfitta e ci sentiamo sempre più una nullità e incapaci.
Le decisioni di copione inducono ad assumere dei modi di affrontare le gioie e i dolori della vita con atteggiamenti di chiusura o di aggressività e violenza verso il mondo, ci portano alla convinzione che non possiamo fare nulla per cambiare ciò che ci succede e che ogni nostra azione è conseguenza delle azioni altrui.

Anche quando ci sembra di “aver toccato il fondo” e di essere negli abissi più bui, compare un raggio di luce e i colori ritornano a splendere se noi sappiamo guardarci intorno.
Come dice un’analista transazionale Fanita English, il copione di vita è utile ad ognuno di noi perché ci permette di sopravvivere nel mondo e a soddisfare il bisogno innato di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni e, inoltre, da il grande potere all’individuo fin da piccolo di tenere insieme le speranze, credenze, fantasie ed esperienze, rendendo il mondo prevedibile e gestibile.
Il copione di vita può essere modificato, cambiando le decisioni che sono state prese in passato sostituendole con altre più funzionali sia per l’età adulta sia per la situazione presente.
Questo è il grande potere che l’individuo possiede “RIDECIDERE”, basta con l’essere convinti che non possiamo fare nulla che è la vita, le istituzioni e gli altri che ci rovinano, che agiscono contro di noi. Iniziamo a dire “Io cosa posso fare per cambiare la situazione? Come di devo porre agli altri affinché cambino idea di me?” Solo così possiamo prenderci in mano la vita.
Ognuno di noi agisce e sente non secondo la realtà del mondo esterno, ma seguendo le rappresentazioni mentali che formiamo nel corso della vita.
Alcune immagini si costruiscono secondo un modello quasi universali: la madre virtuosa e gentile, il padre severo e giusto: la gente vuole credere a queste immagini anche se non sempre corrispondono a realtà.
Quando si ama qualcuno la sua immagine si associa a sentimenti costruttivi, mentre quando si odia la si associa a sentimenti rabbiosi e distruttivi.

Nonostante si cerchi di restare aggrappati alle proprie immagini, con il tempo le persone e noi stessi cambiamo, per cui, a volte, rendiamo tali immagini romantiche per restare legati ai “bei tempi passati”.
A volte si incontrano amici dopo parecchio anni e quelle immagini di loro si scontrano con la realtà che abbiamo di fronte e si scopre che essi non sono così meravigliosi
Può capitare che le immagini stereotipate, come il partner perfetto o che sia uguale alla madre o al padre tanto amati non rappresentano la realtà che viviamo e se sono troppo rigide e non si riesce a modificarle, allora sono guai. Non si riuscirà a trovare l’anima gemella, non si avrà quel figlio o quei genitori tanto desiderati e si diventerà delusi e rabbiosi verso coloro che non rispondono ai propri costrutti, si andrà alla ricerca dell’immaginario per tutta la vita.
La donna o l’uomo di successo saranno coloro che formeranno le proprie immagini aderenti alla realtà.

Caccia alle streghe
Dott.ssa Lucia Laudi
Ho osservato nelle classi prime della scuola di II grado, che
tendenzialmente gli allievi hanno un comportamento tranquillo e
timoroso, ma dopo un periodo di circa 2 mesi, iniziano ad assumere un
comportamento di ribellione e ogni loro difficoltà l’attribuiscono
agli insegnanti.
Tendono a prendere di mira quell’insegnante più severa, che chiede
loro di studiare di più e soprattutto cercano il consenso e il
sostegno dei genitori, raccontando loro parte degli eventi o dei
discorsi, estrapolandoli dal contesto, in questo modo il significato si modifica dà la possibilità di attaccare il docente, dandogli tutta la responsabilità dell’insuccesso del figlio/a.
I genitori, non tutti, non accettano l’idea che i loro figli possano travisare la
realtà per non prendersi la responsabilità delle proprie azioni ed evitare sgridate o piccole punizioni, ma è l’insegnante che sbaglia e deve essere subito attaccato e “darle una lezione”.
Nella mia esperienza di insegnante e psicoterapeuta, ho visto genitori e ragazzi che, immediatamente senza avere un incontro preliminare con il docente in questione, chiedevano un colloquio con il preside e appena si sedevano, rivolti al docente, facevano un sorriso sornione di soddisfazione e immediatamente attaccavano con toni aggressivi e minacciosi il docente e il suo operato, contestando anche il voto, perché loro avevano interrogato l’allievo a casa e sapeva bene. Come se tutti potessero fare gli insegnanti.
In questi anni di lavoro come insegnante e psicoterapeuta ho osservato che si attiva un gioco psicologico in cui gli attori sono i genitori, gli allievi i docenti, il preside e in alcuni casi anche il personale ATA e i ruoli ricoperti sono Persecutore, Vittima e Salvatore.
Cerco di fare una breve analisi dei meccanismi che ho osservato nel corso della mia esperienza.
Il ragazzo/a ha delle grosse difficoltà a gestire le sue emozioni affinché possa assumere il comportamento migliore e più adeguato alla situazione e i genitori o altre figure genitoriali, non lo hanno educato a riconoscerle e a gestirle in modo da trovare degli atteggiamenti consoni a superare le difficoltà.
In questo gioco psicologico i genitori vanno subito dal preside rimproverando il docente perché ha dato un’insufficienza e che non è in grado di valutare, perché a casa hanno interrogato il figlio/a e sapeva tutto, ha studiato parecchie ore e accusano il docente di assumere comportamenti
gravi verso il ragazzo/, il messaggio ulteriore è “Non vali, ti faccio
vedere io”. A questo punto l’insegnante si sente attaccata e può assumere ha due tipi di atteggiamento: di sottomissione o di ribellione.
I genitori spesso cadono nella “rete gettata dal figlio/a, che per paura di ricevere una sgridata con punizione della privazione del cellulare, come se fosse questione di vita o di morte, raccontano i fatti omettendo o dicendo solo delle parti dei fatti. Le posizioni esistenziali degli attori oscillano sempre tra Io non valgo e Tu si o Io valgo e Tu no. In Analisi Transazionale diciamo Io più Tu meno e Io meno e Tu più.

I genitori e gli allievi che attivano questo gioco psicologico si trovano in una posizione di IO PIU’/TU MENO assumendo un ruolo di Persecutore: “Tu insegnante non vali , non sei capace né di insegnare né di valutare, ti dico io come devi fare, tu ce l’hai con mio figlio/a, (o con me se si tratta dell’allievo). In realtà entrambi i persecutori, sovente ricoprono la posizione esistenziale psicologica IO NON VALGO E TU SI’ e dal momento che i figli non riescono a sopportare i fallimenti e le fatiche che si devono affrontare nella vita e i genitori non riescono a sopportare il dispiacere, che diventa dolore, di vedere il figlio che soffre ecco che spesso reagiscono con l’aggressività e completano il gioco “Caccia alle streghe” con quello “E’ tutta colpa tua”.
Il docente si fa agganciare nella sua debolezza di sentirsi in difetto e cade nella posizione esistenziale IO NON VALGO TU SI, non sono abbastanza capace oppure IO VALGO E TU NO, rispondendo a sua volta con la rabbia.
E’ importante che il docente attivi la sua parte Adulta sia assertivo, che faccia un’ esame di realtà ai genitori e allievi, in questo modo stoppa il gioco psicologico e, magicamente, diventano alleati dell’insegnante, il discente cambia atteggiamento e inizia una nuova relazione proficua per tutti.

Intimità
Rossana Centis
Cosa significa “intimità” in senso psicologico?
Cercando banalmente su Google, si trova: “L’intimità è un processo mediante il quale due persone si scambiano sentimenti, pensieri e azioni e sviluppano nel tempo la capacità di condividere dolori e la paura di essere feriti, nel rispetto reciproco. È un processo personale del confrontarsi con sé stessi e contemporaneamente aprirsi al proprio partner”.


L’intimità è ciò che accade tra due persone, o anche fra me e me stesso, in un silenzio comunicativo, dove non c’è bisogno di parole. Intimità essere soli insieme, sentirsi insieme in quanto accomunati dalla solitudine. Ciò accade nel rapporto tra marito e moglie o tra una coppia molto affiatata o tra due amici.

I momenti più significativi sono quelli in cui si è consapevoli della fatica che si fa per stare insieme: ci vuole coraggio per affrontare la propria insoddisfazione. Questa è l’intimità.
Solo la nostra cultura edonistica, finalizzata alla ricerca del piacere, ci dà l’illusione di una felicità a portata di mano: siamo consumatori ai quali si vendono ricette per la felicità. Ma l’uomo è dotato di uno sguardo che lo fa sempre andare oltre, e di una sana inquietudine che lo spinge a cercare il senso delle cose, e lo apre alla trascendenza.
L’edonismo è effimero, e affonda le sue radici nel nichilismo di chi lo promuove. A queste persone, questi imbonitori, non importa porre domande, non considerano la complessità del reale. Vogliono sedurre: forniscono facili risposte, non quesiti, (ma non hanno senso delle risposte a domande che non ci sono). Se vendono formule magiche cariche di “certezze” per essere felici è perché reputano che non c’è nulla per cui valga la pena di vivere, nessun ideale che meriti fatica e sacrificio; il nichilista è colui che ha deciso di non porsi domande, scomode perché implicano movimento, crescita, a volte anche sofferenza, e sceglie di perseguire il piacere momentaneo della propria esistenza. Ma così si fa male all’uomo, si distruggono il mistero e l’inquietudine e lo sviluppo delle caratteristiche della nostra umanità.








