Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui ad Atene noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

Qui ad Atene noi facciamo così.

Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (*)

Tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36

(*) Errata corrige: inizialmente era stata indicata la data del 461 a.C., riportata da diverse fonti, ma in realtà il discorso, secondo Tucidide, è stato pronunciato all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.)

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AFORISMA – GLI ANNI DELLE RADICI

Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri.
L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri.
Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri.
L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri.
Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri.
L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.

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Desiderio

Rossana Centis

Fa paura il desiderio. Perciò è molto camuffato, coperto, temuto.

Così è per i giovani, ma è così anche per gli adulti. Si vaga nel buio, ci si butta su mille distrazioni per non pensare (droga, sesso, TV, sport …); ci pare di vivere sempre più dentro un mondo cattivo.

 I giovani esplodono di vita ma vengono martellati dalla società che dice loro che il mondo è cattivo, che il male è soverchiante, insegna che bisogna che si adattino alle regole sociali imposte, che non c’è spazio per il loro essere individuo particolare, per il loro desiderio.

 Invece no! Il bene è più grande di qualsiasi grande male, ma non ci aiutiamo a vederlo. Poiché il nostro mondo è disturbato, pensiamo – i giovani, ma in primis noi stessi – di non essere amati, attesi e voluti. Nessuno dice più che esiste Qualcuno che ci ha creato, Qualcuno di veramente grande che ha sempre atteso e amato la mia venuta, scommette su di me anche quando tutto sembra andare male. Abbiamo perso il coraggio di gridare forte che esiste questo amore.

 La mia esperienza mi racconta che ogni persona venuta al mondo è una grande promessa; è una realtà vivace, che chiama a una avventura insieme… senza questa scoperta rimaniamo come persi, annaspiamo nel buio di non sapere chi siamo, cosa ci facciamo in questo mondo dai connotati a volte così incongruenti. Quello che ci manca è la consapevolezza, la percezione di un disegno che dia senso, coerenza, significato alle nostre energie e al nostro agire.

Il giovane, da che mondo è mondo, è l’onnipotente per eccellenza, coglie tutto il bene e l’amore che ha dentro e in base a questa forza vuole cambiare il mondo, vuole cambiare le persone, vuole cambiare l’andamento delle cose per rendere la realtà migliore. Anche quando abbraccia le armi, in fondo lo fa perché sta lottando per una giustizia, sta difendendo un suo bene, il bene.

Per questo il desiderio è sempre grande ed esplosivo.

 I ragazzi però difficilmente trovano chi li aiuti a riconoscere questo bene, ad utilizzare questa grandissima risorsa strutturale. E pensano di non essere amati pur desiderandolo tantissimo. Non vedono il bene, che comunque c’è. Io gli do il nome di Dio, un Padre che ci ha voluti fin dal primo vagito, e ci accompagna attraverso avventure e sventure, non perché non sia interessato alla nostra sofferenza, ma perché nello snocciolarsi del tempo, nell’affrontare le difficoltà e i nodi che la vita ci dà possiamo sviluppare in modi impensati  le nostre persone e la nostra libertà.

Noi e i nostri figli andiamo aiutati a scoprire, valorizzare e trovare significato al nostro  mondo interiore, cose, desideri, progetti, sogni, e  individuare, cercare il modo di  realizzarli  interfacciandosi  con la realtà e le sue implacabili leggi.

Se portiamo via il sogno, il desiderio, le intuizioni, rimane il vuoto. E non siamo più in grado di  percepirci  come la cosa più bella, grande, più desiderabile  al mondo.

Allora bisogna partire da lì, dal riscoprire questo ”io”.

Photo by Frank Cone on Pexels.com

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La bulimia espressione del disagio

Dott.ssa Lucia Laudi

Il cibo ha sempre avuto una grande importanza per tutte le società, da quelle più industrializzate a quelle più arcaiche e in ogni periodo storico. Fin dalla preistoria il momento del pranzo e della cena, hanno un’importanza fondamentale. Il pranzo è il momento della pausa in cui si riprendono le forze e sovente lo si condivide con i colleghi di lavoro, mentre la cena è il momento in cui si ritorna in famiglia e si vuole condividere ciò che è avvenuto durante la giornata condividendo le emozioni.

La valenza dell’alimentazione è radicata da millenni sia culturalmente sia psicologicamente ed ha un’alta carica emotiva. 

 Nella preistoria l’uomo si riuniva in clan che si rifugiavano in grandi caverne, dove alla sera ogni famiglia aveva il suo focolare e dopo aver condiviso il cibo e la giornata, si riunivano tutti insieme per partecipare alla discussione su strategie per risolvere le problematiche sia di caccia sia di relazione. 

Fin dalla nascita il bambino mette in relazione i disagi e i bisogni vari con il fondamentale bisogno di latte. Quando in lui si rompe l’equilibrio, perché ha fame o ha un malessere piange e urla e riesce a trovare quiete solo quando la madre lo attacca al seno. Il suo tepore, la morbidezza e il latte, che non solo lo nutre, ma gli dà un senso di pace e conforto e il suo bisogno e disagio trovano soddisfazione. Può succedere che il bisogno non riesce a trovare soddisfacimento e diventa così pregnante a tal punto da provocare angoscia.

Il soggetto, in particolare le femmine, quando si troverà nel corso della vita a subire una grande frustrazione di un bisogno e a provare una profonda angoscia, lo assocerà al latte e al piacere profondo che da neonato provava.

Il legame tra un bisogno pregnante insoddisfatto e il cibo che porta a lenire l’angoscia, probabilmente è ancora efficacie nelle bulimiche, che le spinge ad abbuffarsi, scatenando, successivamente, senso di colpa e profonda vergogna, che si associa all’aumento di peso e di conseguenza a provare disagio quando sono in società.

Il cibo e l’atto del mangiare hanno un significato molto profondo e per questo sono diventati dei tramiti di espressione di disagi molto profondi, sfociando in disturbi alimentari: chi rifiuta il cibo, chi ne ingerisce a quantità eccessive e chi poi lo vomita. Questo è il motivo per cui sovente le diete dimagranti falliscono, perché tengono in considerazione le calorie ingerite, ma non i motivi profondi delle abbuffate. 

Molte donne che si mettono in dieta, perché in sovrappeso, passano inosservate, ma nascondono un disturbo alimentare. Dopo aver trasgredito durante il weekend si mettono a dieta ferrea durante la settimana ma i risultati delle diete rigide e maniacali sovente hanno risultati disastrosi e deprimenti.

I disturbi alimentari si dividono in anoressia, bulimia e obesità.

Le anoressiche si sottopongono ad una riduzione rigida e ferrea di cibo, ma nello stesso tempo amano cucinare non per sé, ma per gli altri, hanno un senso di accudimento. Queste donne sembrano fragili e nello stesso tempo presentano una tendenza a dirigere a prevaricare l’altro. Sono convinte di gestire il proprio corpo, ma psichicamente non sono autonome.

La bulimica mostra un’immagine che pensa sia conforme al desiderio degli altri, ma è diversa da quella del suo Sé reale. Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

La donna grassa, obesa vuole tenere lontano da sé le persone, non regge il loro interesse rivolto alla sua persona, in particolar modo quello degli uomini. 

Ci sono dei fattori comuni tra le persone che soffrono di disturbi alimentari: la sensazione di non aver avuto abbastanza non solo il cibo, ma anche amore e protezione e la non rassegnazione, poca capacità di sopportare la frustrazione, l’avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d’amore, si aspettano che le persone amate si dedichino a loro totalmente. Sono avidi di amore, si aggrappano alle persone, ma solo se sono amici, famigliari o partener, con una tale avidità che le costringono a fuggire per non essere divorati.

La persona bulimica segue la spinta “Compiacimi” insieme a “Sforzati”; deve compiacere gli altri, perché non regge un rifiuto o anche solo l’idea di non piacere totalmente alle persone intime (famigliari, amici e partner), piuttosto tace il suo disagio e tanto meno esprime il suo malessere per non urtare la sensibilità della persona amata. Questo atteggiamento può portarla a provare rabbia che si vieta di esprimere, ma che aumenta sempre più, fino a spingerla a compiere atti infantili ed esagerati che le provocano un senso di colpa e si auto rimprovera, fino a cadere nella spinta “Sforzati”, ossia deve sforzarsi ancora di più per essere quella brava bambina accettata per il suo comportamento che non crea disagio all’altro e che di sicuro la porterà ad essere amata ancora di più. 

Fondamentale, affinché la donna bulimica faccia un passo verso la guarigione o almeno lo star meglio ed essere più serena, è che lei impari ad accettare e soprattutto ad amare se stessa a riconoscere i suoi pregi e i suoi difetti, dai quali può trarre vantaggio, a pretendere di meno o semplicemente quello che può dare e non porsi obiettivi troppo grandi come “Devo essere amata da tutte le persone che mi sono vicine”.

In cosa sono diverse le donne che soffrono di disturbi alimentari? L’anoressica pensa di poter gestire il suo corpo, la sua psiche e di tenere in pugno gli altri preoccupandoli per la sua eccessiva magrezza e aggredendoli verbalmente, ma in realtà non è così autonoma. La bulimica accetta solo la sua immagine perfetta, ma da così poco spazio alla sua personalità che non la riconosce come parte di sé, la vede piena di difetti, è gelosa a tal punto che non accetta che il partner consulti il telefono. Infine, la donna obesa, con il suo grasso, forma una barriera tale che tiene a distanza tutti sia fisicamente, si fa perfino fatica ad abbracciarla, sia psicologicamente, fa di tutto per essere ripugnante, ha una gran paura delle relazioni intime. 

La persona bulimica è molto autocritica, segue una spinta interna “Sii perfetta”, ma cosa vuol dire essere perfetta, essere al top? A questa domanda non sa rispondere, in quanto non esiste un obiettivo, anche immaginario, che le dica “Hai raggiunto la perfezione”, ma deve fare sempre di più. Il suo Genitore interno è molto svalutante, non riconosce le sue capacità e il suo Bambino ci crede, gli dà ragione e si dice “Io non valgo, non sono degna di essere amata per quello che sono”. Questa convinzione su di sé, fa sì che ogni “carezza” che arriva dall’esterno non viene percepito come veritiero, ma viene svalutato con il pensiero interno: “Lo dicono solo per non offendermi” o “Chi apprezza le mie abilità è un incompetente”.

Le convinzioni su di sé e i pensieri svalutanti che la invadono devono essere bloccati alimentando un Genitore interno incoraggiante e un Adulto che gli fa fare un esame di realtà.

BIBLIOGRAFIA

Renate Gockel Donne che mangiano troppo edizione Feltrinelli

Maristella Fantini La mela e il cioccolato edizione Ananke

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SCELTE E FALLIMENTI

a cura di Rossana Centis

 Il tempo della vita scorre.  I progetti degli anni giovanili si articolano e si ramificano e inevitabilmente molti rami vengono sacrificati.

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Ogni scelta  è un sacrificio delle altre possibilità, è una definizione  che preclude le altre vie, riduce le occasioni, ma contemporaneamente contribuisce a delineare il nostro volto, chi siamo. Spesso il vissuto personale è quello di subire progressive restrizioni che limitano la nostra libertà. Poi si aggiungono anche inevitabili fallimenti, e la nostra autostima vacilla …

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Ma utilizzare il paradigma “riuscita/fallimento” non aiuta a trovare la propria identità. Possiamo cambiare prospettiva e considerare le esperienze della vita come occasioni formative, occasioni sia gioiose sia dolorose utili per scoprire delle parti di sé personali. Il fine di ogni esperienza è aumentare la consapevolezza di chi sono io, come sono, quale percorso sto facendo, dove voglio arrivare, cosa desidero e come  fino ad ora mi sono mosso per raggiungere le mie mete, cosa è mi è utile per seguire la mia direzione e cosa no.

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Ogni apparente limitazione può diventare una grande sfida per la nostra maturazione umana e i fallimenti possono transmutarsi in risorse.

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CONOSCENZA ED ESPERIENZA

(R. Centis)

In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’Intelligenza Artificiale (IA), l’evento più umano che possiamo vivere è accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che sappiamo intellettualmente e dare consistenza reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.

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Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice e scarno: si è adattato al livello puramente tecnico e non trasmette più il mondo emotivo. Stiamo disimparando a raccontare noi stessi a qualcun altro che ci ascolti.

IA sa usare le parole ma non sa utilizzarle per raccontare il mondo interiore, e non lo potrà fare mai, perché non ha un mondo interiore. Sa solo creare una magari ottima “insalata di parole”, ben assortita e organizzata, imparando da esempi precedenti, ma non ne percepisce il senso.

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La letteratura è un serbatoio che testimonia quanto è da secoli presente nell’animo e nella mente umana: dal pensiero filosofico che scandaglia la realtà cercando i fondamenti del nostro esistere, al pensiero poetico e narrativo che racconta le emozioni – amore, curiosità, dolore, turbamento, angoscia, speranza … tutti gli ingredienti di cui siamo fatti.  Una cultura degna di tale nome non può scavalcare e dimenticare tutta questa ricchezza.

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Il linguaggio è lo strumento potente che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere profonde relazioni tra di noi.

Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.

Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore.

Cominciamo col non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi possiamo iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare o risolvere ciò che ci turba.

Il tempo ci sembra oggi una obiezione anziché una strada per conoscere.

Il presente è il modo che ci è dato per essere, per esistere, il modo che ci è dato per comprendere, cambiare e crescere. Ci vuole tempo perché il bruco diventi farfalla.

Ma il bruco anche se è brutto è necessario. Perché facciamo così fatica ad imparare a vivere? se non impariamo è perché non stiamo nel tempo, non lo usiamo come una risorsa.  Il presente è l’unica modalità che possiamo percepire e in qualche modo gestire. Il passato è passato, non è più nelle nostre mani; il futuro con il suo carico di imprevedibilità non è ancora nelle nostre mani.

L’unica modalità per fare l’esperienza di noi stessi,  è coglierci nell’attimo presente e modularlo.

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POSITIVISMO

a cura di Rossana Centis

Monet

 “L’atteggiamento positivista è come quello di uno che, in posizione da miope, portasse l’occhio a un centimetro da un quadro e, fissando un punto, dicesse: “che macchia!”; ed essendo il quadro grande potrebbe percorrerlo tutto centimetro per centimetro, esclamando a ogni mossa: “che macchia!”. Il quadro apparirebbe un’insieme senza senso di macchie diverse. Ma se arretrasse di tre metri vedrebbe il dipinto nella sua unità, nella prospettiva esauriente.  (da L. Giussani: “Il senso religioso”, BUR, Milano 2023, p 172)

Quanto importante è uno sguardo d’insieme sulla realtà! Capace di com–prendere, integrare vari aspetti dell‘esistenza.

Se ci fermiamo su un particolare, su una prospettiva, su un vissuto e li assolutizziamo, rischiamo grosso, rischiamo di perdere il senso delle nostre esperienze, trascurando parti di noi che vengono sacrificate, schiacciate, non trovano spazio adeguato, anche se, forse, sono tratti molto importanti della nostra personalità.

Tutti i fattori in gioco vanno tenuti presente – sentimenti, emozioni, pensieri, circostanze specifiche, dimensione spirituale, relazione – e ricomposti in un mosaico capace di descriverci.

Certo, in noi ci sono anche parti in conflitto. Ma è buona cosa conoscere le lotte del nostro cuore: i conflitti non si risolvono sacrificando uno dei poli in opposizione, ma trovando soluzioni più adeguate al nostro sviluppo.

Aspetti diversi, magari esigenze opposte, sono una ricchezza di cui possiamo riappropriarci.

EMOZIONI E SENTIMENTI

 a cura di Rossana Centis

 La nostra esperienza interiore è   caratterizzata da   una vasta varietà di situazioni   alla cui origine ci sono i dati che la realtà propone, e il modo con cui noi reagiamo ad essi.  L’interazione di questi due elementi   stimola in modo diverso i due emisferi cerebrali, quello deputato all’analisi della realtà e ai processi logici (nella maggior parte delle persone il cervello sinistro) e quello deputato all’elaborazione intuitiva, a connessioni analogiche (cervello destro).

Il risultato della elaborazione degli stimoli sensoriali e dei processi cerebrali sviluppatisi di conseguenza conduce alle scelte comportamentali finali. Il processo di elaborazione dei dati è molto complesso ed è influenzato da schemi cognitivi (le credenze personali che ci guidano nell’interpretazione della realtà), esperienze precedenti (che filtrano la nostra percezione della utilità o della bontà delle esperienze attuali), esperienza in atto, aspettative sul futuro. Mediante questo processo si creano emozioni e sentimenti che vengono a far parte del bagaglio personale, rinforzando o alleggerendo interpretazioni e convinzioni di riferimento. I dati processati dal nostro cervello non sono né buoni né cattivi, non esistono in natura cose buone o cattive in sé, tutto dipende dalla nostra elaborazione personale. Anche situazioni che possono essere percepite come gravemente lesive da alcune persone, da altre possono diventare un potente stimolo per crescere, maturare, scoprire aspetti insospettati. Una affermazione di questo genere può sembrare strana e inesatta ma molte persone possono testimoniare come   la loro vita è cambiata attivando risorse precedentemente non considerate.

L’impatto con gli stimoli provenienti dal mondo esterno   crea delle emozioni, si attiva il mondo emozionale, e le emozioni contribuiscono a generare i sentimenti.

L’emozione è una reazione immediata e di breve durata a uno stimolo, è una reazione fisica e istintiva, come la gioia o la paura, comporta cambiamenti fisiologici, che sono risposte per reagire attivamente alle diverse situazioni ambientali mentre il sentimento è uno stato d’animo più duraturo e complesso, come l’amore e l’amicizia, frutto della riflessione e dell’elaborazione di emozioni pregresse. I sentimenti sono modificazioni dell’affettività di base che affonda le sue radici negli strati o settori più riposti della personalità e imprimono un particolare colorito ai vari processi psichici. Differenze chiave: le emozioni sono di breve durata, mentre i sentimenti tendono ad essere più duraturi. Le emozioni sono spesso più intense e immediate, mentre i sentimenti possono essere più blandi ma più stabili. Le emozioni sono reazioni automatiche, mentre i sentimenti richiedono un’elaborazione cognitiva e una riflessione più consapevole. Le emozioni hanno una funzione adattiva, preparandoci all’azione, mentre i sentimenti hanno un ruolo più importante nella formazione della nostra identità emotiva e nella nostra relazione con il mondo. 

Autori diversi hanno proposto classificazioni  diverse, ma sostanzialmente si possono identificare delle emozioni di base, cosiddette primarie, (rabbia, paura, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto) ed emozioni secondarie, o complesse (vergogna, allegria, ansiarassegnazione, gelosia, invidia, orgoglio, nostalgia, rimorso, delusione, aspettativa …) che derivano dalla  varia combinazione  delle emozioni primarie e sono influenzate  dalla nostra elaborazione cognitiva. Per esempio la paura è una emozione che tipicamente attiva comportamenti di fuga o di protezione, indispensabili nel mondo animale per la salvaguardia della vita, mentre la vergogna è una tipica emozione che risente della interpretazione che diamo agli eventi, sia pregressi che attuali, e per depotenziarla è necessario affrontare diversi livelli personali e innescare una rielaborazione che coinvolga complesse interazioni delle dimensioni interiori.

COME CRESCERE UN FIGLIO SICURO

Dott.ssa Lucia Laudi

L’essere umano ha bisogno di stimoli per riuscire a crescere non solo fisicamente, ma anche psicologicamente; i cinque sensi ci permettono di restare in contatto con il mondo esterno e di mantenere un equilibrio psichico, è fondamentale che, fin da appena nato, il bambino non resti nell’isolamento sociale e che i suoi sensi siano stimolati, se no inizia a perdere il senso di sé, del suo confine con il mondo sensibile e del senso della sua esistenza e questo può essere l’inizio dell’ansia, della paura del mondo, degli altri e di non farcela a superare le avversità della vita.

Le figure genitoriali devono costruire nel piccolo una base sicura su cui costruire la sua personalità, la sicurezza in sé e negli altri, per far questo è fondamentale che gli diano “carezze” che sono alla base del riconoscimento.

Le carezze, per l’Analisi Transazionale, sono un elemento fondamentale per far crescere sano e sicuro di sé il piccolo appena nato, esse sono il midollo della spina dorsale, che se ben nutrito fanno crescere dritta la “piccola pianta”.

Le carezze possono essere fisiche, che ci permettono direstare in contatto con il nostro ed altrui corpo e verbali che nutrono la nostra psiche, ci gratificano, entrambe confermano che esistiamo e che abbiamo un senso in questa vita.

Dare e ricevere carezze positive è fondamentale per confermare che esistiamo, ognuno di noi è affamato di carezze perché soddisfano il bisogno di riconoscimento e danno il permesso di esistere. Le carezze danno la vita, prevengono l’ansia, impediscono gli attacchi di panico e costituiscono la base sicura su cui si costruisce la personalità. Quindi il primo passo da fare è dare al figlio, che sta crescendo nel ventre della propria madre, le carezze positive verbali e fisiche: accarezzandolo e parlandogli con voce dolce, tranquilla e sicura, lui o lei percepisce le vibrazioni positive che costituiranno le fondamenta della sua sicurezza.

Freud diceva che il mestiere più difficile è fare il genitore, mestiere che si impara ogni giorno, ben vengano gli errori, perché permettono di comprendere come aggiustare il tiro, l’importante è che il figlio comprenda che non ha dei genitori perfetti, ma dei genitori che fanno di tutto per accompagnarlo nella sua crescita, che, fin dalla sua nascita essi fanno di tutto per accompagnarlo nel prendere una forma fino a diventare una persona adulta che conosce se stesso.

Fondamentale è dare al proprio figlio delle regole, insegnargli a rialzarsi quando cade e che ce la può fare da solo. Il figlio, soprattutto da adolescente, non desidera avere la strada spianata, senza ostacoli e delusioni, lui vuole fare le esperienze della vita e imparare da solo a risolvere i problemi e a sollevarsi dalle delusioni e dai fallimenti. Allora come fare? Per prima cosa il genitore non deve sostituirsi al figlio, correndo a rialzarlo quando cade perché sta imparando a camminare o perché prende un brutto voto o lo prendono in giro a scuola, ma deve fargli sentire la sua presenza dandogli fiducia, standogli vicino per non fargli fare troppo male quando cade, dargli consigli, facendogli capire i pericoli della vita, ma deve farlo rialzare da solo, perché solo così egli impara a stare in equilibrio.

Le regole devono essere poche, ma devono essere seguite, non tornare sui propri passi quando si dice dei NO, questo è un grosso errore, perché il figlio capisce che può fare quello che vuole, percepisce che i genitori non sono sicuri , allora imparerà a ricattarli su un piano emotivo.

I No, ovviamente sensati e non devono essere troppi, aiutano a crescere, perché danno dei confini, è come dire: “figlio fino a qui puoi arrivare, oltre non mi sta più bene, ci sono delle regole (sensate) e devi rispettarle”. Questi confini danno sicurezza, determinano il terreno su cui si può camminare.

Attenzione però a reggere la sua reazione ai no, sicuramente si arrabbierà, si chiuderà in camera triste o riverserà sul genitore tutta la sua rabbia e questo è il momento cruciale di tenere duro, è qui che lui capirà il punto debole dell’adulto, se questo cede ecco che imparerà a usare quella modalità per ottenere le cose dagli altri anche da grande. Si isolerà rattristato o urlerà investendo l’altro con la sua rabbia.

Un altro punto, che io ritengo fondamentale è non sostituirsi al figlio quando ha delle delusioni amorose, con gli amici o a scuola. Genitori non correte a risolvere voi i suoi problemi, ma insegnategli ad affrontare l’altro, parlandogli, chiarendosi e ad accettare che l’altro può dirgli NO!

Importante è insegnargli a mettersi in discussione, chiedendosi “Io cosa posso fare di diverso? Cosa ho sbagliato e come posso correggermi?”, anziché rimandare all’altro la responsabilità della situazione negativa in cui si ritrova. I genitori non devono essere le stampelle dei figli, perché prima o poi queste non ci saranno più e se loro non hanno imparato a rialzarsi e a trovare il nuovo equilibrio da soli ecco il dramma, arriva l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione o più semplicemente la convinzione che la vita è troppo difficile