Etimologicamente deriva da greco sym-patheia: “simpatia“, provare emozioni con…
La prima esperienza che si ha, che deve sbocciare in chi vuol accompagnare le anime è la compassione … l’anima stessa sente ed entra in risonanza con il vissuto dell’altro che sta accanto, che ci guarda.
Fa sì che la parola giusta nasca del cuore, una parola che non cercherà mai di convincere o di inculcare una credenza, ma rispettosamente aiuta chi ci sta di fronte ad entrare in profondo contatto con la sua anima, la sua interiorità, la sua esperienza del mondo.
La compassione non ha a che fare né con la retorica né con ipotesi metafisiche o credenze religiose; apre l’orecchio dei cuori in uno scambio reciproco… perché lo Spirito ne è il motore.
Com-passione a volte è silenzio. E’ provare a infilare i nostri piedi nelle scarpe dell’altro per conoscere la strada che sta percorrendo.
E’ offrire quello che si ha nella consapevolezza che ognuno ha i suoi tempi, i suoi modi, le sue strategie di sopravvivenza nei momenti della prova, la sua modalità per esprimere l’entusiasmo e la gioia per ciò che di bello e di significativo gli accade.
A ognuno di noi può capitare di sentirsi scontento, insoddisfatto, annoiato, deluso…
Quando ci accorgiamo che dentro di noi c’è scompiglio, un via vai di pensieri inconcludenti, quando intravediamo il poco senso o nessun senso delle nostre azioni o del modo attuale di vivere, non è necessariamente una malattia psichica. Potrebbe trattarsi semplicemente di una crisi che ci sta portando al chiarimento delle difficoltà e delle insoddisfazioni nelle quali ci siamo impantanati. In questi momenti la cosa migliore è quella di entrare nelle profondità del nostro essere e di ascoltare la voce della nostra coscienza. Si tratta del tentativo di scoprire ciò che ci procura la insoddisfazione come pure il suo contrario: ciò che ci procura la gioia di vivere…
Per gli uomini che “soffrono” di crisi di purificazione di questo tipo si tratterà in maggioranza dei casi di entrare in contatto con se stessi e di chiedersi che cosa è quella cosa che procura loro una gioia più lunga, una gioia tale da dare un profondo senso alla vita.
Per gli scrittori, poeti, filosofi potrebbe trattarsi della creatività in atto; per gli scienziati, di nuove scoperte e di contatto con la creatività del nostro creatore; per i pittori, scultori, architetti, della rappresentazione della realtà in una nuova e più profonda luce che ci rende la vita più vivibile; per i cuochi della creazione dei gusti nuovi; per tutti noi, dell’ordine, del gusto di vivere in consonanza con ciò che sentiamo come più autentico più bello e più buono…
Per gli scrittori, poeti, filosofi potrebbe trattarsi della creatività in atto; per gli scienziati delle nuove scoperte e di contatto con la creatività del nostro creatore; per i pittori, scultori, architetti della rappresentazione della realtà in una nuova e più profonda luce che ci rende la vita più vivibile; per i cuochi della creazione dei gusti nuovi; per tutti noi dell’ ordine, del gusto di vivere in consonanza con ciò che sentiamo come più autentico più bello e più buono…
Per raggiungere questo obiettivi sono necessari diversi fattori che si articolano reciprocamente, e vanno dal livello individuale al livello sociale-politico. Uno di questi, partendo dal livello individuale, si riferisce al concetto di “cura”.
Cura: la prima definizione data dal Vocabolario Treccani è: “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”.
Questa affermazione, per quanto generica, si adatta molto bene alle professioni sanitarie: tutte le figure che appartengono al mondo della salute sono in qualche modo, specifico per ogni profilo professionale, coinvolte nella cura delle persone. Ma cosa significa “cura” in questo campo? Nella lingua inglese troviamo una distinzione semantica espressa dai verbi: “to cure”, che significa “curare” e “to care” che significa “prendersi cura” ma in italiano spetta ad ognuno scegliere quale versante del significato privilegiare.
Qual è una caratteristica fondamentale dell’azione di cura, nel senso di “prendersi cura”?
L’essere affetto da una malattia “inguaribile” non coincide con il trovarsi in una condizione “incurabile”, perché è sempre possibile prendersi cura di una persona affetta da malattia, sia acuta, guaribile, sia cronica ed evolutiva, o da disabilità. In queste condizioni emergono domande fondamentali sul “perché?”, “perché io?”, sul senso delle esperienze a volte drammatiche che si è costretti ad attraversare. In questi casi assumono fondamentale importanza le relazioni di cura che sostengano la libertà del malato nella ricerca del significato e dell’essenziale, favorendo il cammino di una ricerca, che può favorire accettazione dell’istante presente, e fioritura di una speranza pur dentro ad un limite.
Mother and young daughter who is in wheelchair enjoying together in living room at home.
L’esperienza della sofferenza necessita di qualcuno che condivida, indica il bisogno di una pazienza, di una vicinanza e di una attenzione, che da un livello strettamente individuale, raggiunga anche la dimensione sociale del progetto politico e della realizzazione di opere.
“Godere del più alto standard di salute raggiungibile é uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, religione, credo politico, condizione economica o sociale”.
Nel glossario OMS, alla voce “salute” viene affermato:
“Oggi viene riconosciuta sempre di più la dimensione spirituale della salute. Essendo considerata dall’OMS un diritto umano fondamentale, tutte le persone dovrebbero avere accesso alle risorse basilari per la salute”.
Questi aspetti, appannaggio privilegiato delle professioni infermieristiche, coinvolgono profondamente la funzione del medico che si trova di fronte alla sofferenza, alla morte, alla paura della morte.
Ogni periodo storico sviluppa i propri metodi per fronteggiare la paura della morte. Nel corso dei secoli noi umani abbiamo sviluppato un’enorme varietà di strategie, alcune consce, altre inconsce per contrastarla. Alcuni metodi funzionano, altri sono incerti, inefficaci, a seconda della persona con cui siamo in relazione, al suo carattere, alle sue esperienze passate, alle sue credenze. Quando questi non sono sufficienti, di solito le persone si rapportano alla morte attraverso la negazione, la diversione, o la rimozione.
In passato, nelle culture europee e occidentali la morte era più visibile per l’alto tasso di mortalità di donne e bambini e chi stava per morire non veniva sequestrato come accade oggi, in un letto d’ospedale schermato da tende protettive e relegato da solo nella propria esperienza di addio, o peggio ancora, come abbiamo sperimentato in tempi non lontani, durante la recente pandemia, risucchiato in un nulla senza connotati, restituito alla famiglia come informazione asettica di decesso, senza poter elaborare alcun processo di separazione.
Come accade nelle guerre. O comunque, se anche lo sviluppo di malattia non conduce alla fase terminale, sono note a tutti le esperienze drammatiche di barelle ammassate nei corridoi dei reparti di emergenza, recanti individui in vario stato di degrado psico – fisico, a volte senza una assistenza minimale se non quella per garantire la pura sopravvivenza. In passato la maggior parte della gente moriva in casa, con i membri della famiglia presenti al momento dell’ultimo respiro.
Noi tutti esseri umani siamo programmati per entrare in relazione con gli altri. Da qualsiasi prospettiva si studi la società umana, si tratti della sua lunga storia evoluzionistica o dello sviluppo di un singolo individuo, siamo obbligati a considerare l’essere umano nel proprio contesto interpersonale, in quanto relazionato con gli altri. La solitudine aumenta notevolmente l’angoscia di dover morire: troppo spesso la nostra cultura crea una cortina di silenzio. Amici e familiari spesso prendono le distanze perché non sanno che cosa dire per paura di turbare il morente ed evitano di avvicinarsi troppo anche perché temono di doversi confrontare personalmente con la propria morte. E questo triste fenomeno, questa incompetenza relazionale che caratterizza la nostra società non lascia indenni gli operatori sanitari, in primis i medici. Posti di fronte all’ineluttabile, sperimentiamo un senso di impotenza che può diventare personalmente devastante. Ecco che quindi molti si difendono barricandosi dietro il cinismo, il distanziamento, la risposta tecnologica a tutti i costi.
Ma uno strumento potente che abbiamo per provare a connetterci con le altre persone, è l’empatia, collante della connessione umana che ci permette di sentire, a livello profondo, ciò che un altro sta provando e può creare uno spazio di interconnessione in cui lo scambio, il dono, la consolazione è reciproca.
E oltre l’empatia, la presenza, la nostra presenza. La semplice presenza ha potere.Presenza é “essere proprio lì”.
Il dono più grande che possiamo offrire a qualcuno che accompagniamo e che si trova a fronteggiare la morte è la propria pura e semplice presenza, attenta e non manipolatrice. Una presenza umana salda e sicura che desidera stare con qualsiasi cosa emerga è un fattore potentissimo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro, che è “troppo dolente, troppo sgomentante o angosciante” per essere espresso e aiutare così la consapevolezza personale fino al punto in cui la persona è in grado di gestirla, o decide di continuare il suo percorso interiore.
Nella mia osservazione, sviluppatasi negli anni, e anche nella mia esperienza personale, ho spesso notato che la sofferenza che bisogna fronteggiare ha quindi un duplice risvolto: non appartiene solo alla persona ammalata, ma una parte appartiene al medico stesso, che non ha strumenti adeguati per lavorare bene, si rende conto di non fare ciò di cui il paziente ha bisogno, e vive l’angoscia di essere impotente o quanto meno inadeguato, ne soffre e a volte ciò si configura anche in un conflitto morale. Il conflitto nasce quando l’imperativo interiore suggerisce una linea di condotta, fa percepire una responsabilità a cui però non si può rispondere perché ci sono condizioni interne – come il non avere una formazione adeguata o dover affrontare situazioni gravi, potenzialmente traumatiche senza aver potuto effettuare una sufficiente elaborazione personale – o esterne – stanchezza da turni soverchianti, assedio del carico burocratico, eccesso di richieste di prestazioni, limitazioni alla libertà professionale, carenza di strutture diagnostico–degenziali, carenza di tempo, limitazioni ambientali ecc – che impediscono una armoniosa capacità di risposta ai bisogni.
In questo caso, tanto il paziente, quanto il professionista percepiscono il deterioramento della propria centralità relazionale e si sentono diventare oggetti in balia di meccanismi controllanti e incontrollabili; il medico perde la propria autonomia e creatività professionale fino al punto di avere come meta prioritaria la conclusione della propria attività.
Poiché questa esperienza è largamente condivisa da ampi strati di popolazione e larghe quote di medici sono sottoposti allo stress di veder progressivamente impoverirsi il primitivo entusiasmo che li aveva spinti ad abbracciare una professione così intensa, pregnante e indubbiamente soddisfacente se vissuta nella sua pienezza, è doveroso chiedersi come mai ci troviamo in questa situazione che sembra progredire verso un degrado sempre più profondo … gli organi preposti alla difesa della qualità non hanno dimostrato la volontà o la capacità di difendere la relazione di cura, così che fosse più umana sia per i pazienti che per i medici, basata su fiducia, scienza e coscienza.
E’ doveroso interrogarci sulle cause, cercare possibili correttivi, soluzioni, individuare responsabilità e criticità, impostare percorsi di cambiamento che permettano spazi di vita e di recupero di integrazione personale, creare le condizioni perché si possano realizzare strategie innovative per promuovere una cultura della prevenzione e della cura, garantendo una migliore qualità della vita e una maggiore sostenibilità del sistema sanitario.
In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’intelligenza artificiale, l’evento più umano che possiamo vivere é accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che conosciamo intellettualmente e dare consistenza reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.
Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice ed adatto al livello tecnologico: il linguaggio é lo strumento che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere le profonde relazioni tra di noi. Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.
Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore. Cominciamo a non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi, si può iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno.
L’uomo che ha smarrito le sue radici e non poggia su una base sicura.
Nel nostro tempo, nella nostra società siamo malati di solitudine: con sempre maggiore difficoltà accettiamo e utilizziamo ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno faticosamente maturato ed imparato. Siamo senza padre.
Bombardati da un eccesso di informazioni e di stimoli, ci manca una guida che insegni come metabolizzare tutto ciò.
Ci portiamo sulle spalle la pesante responsabilità di inventare il nostro percorso personale di crescita e di presenza nel mondo.
La mentalità del “self made man”, l’atteggiamento interiore che fa consistere il proprio valore nella capacità di “performance”, è una mentalità che tende a insinuarsi nel rapporto che abbiamo con tutto: nel lavoro, nella famiglia, nella vita morale ecc. Una delle conseguenze é la paura di fallire. Se infatti io consisto di ciò che riesco a fare, è normale che io viva in uno stato di permanente ansia di riuscire a mantenere alto il livello, ansia di prestazione, che in negativo vuol dire: paura di non riuscire.
Ma se vogliamo, possiamo cercare e trovare dei luoghi, delle amicizie, dei maestri, dei mentori che si affianchino alla nostra vita, e ci aiutino ad affrontare la durezza del reale, perché l’uomo è strutturalmente relazionale, non può vivere ed esistere se non in rapporto con “altri” significativi, da cui si senta visto, riconosciuto, valorizzato e accompagnato.
Anche coppie ben strutturate legate da un profondo affetto non sono esenti da momenti di tensione o di vero e proprio conflitto, per la diversità che ci caratterizza come esseri umani da tutti i punti di vista; ri – trovare un accordo può essere un lavoro impegnativo che implica investimento e pazienza da parte di entrambi. Una coppia stabile è una coppia che ha imparato come affrontare e come gestire la diversità dell’altro, facendo propria la “regola” della “norma personalistica”, cioè il concetto che nulla è più importante dell’essere umano come persona, che va non solo rispettata, ma anche tutelata e aiutata a svilupparsi secondo le sue specifiche caratteristiche.
Entrare nelle relazioni interpersonali con questa “linea – guida” garantisce che l’altro non venga trattato come un oggetto usato per il piacere personale, ma sia riconosciuto nella sua piena dignità di creatura esistente e con sue specifiche credenze, sensibilità, storia individuale (che a volte può essere traumatica e portare delle tracce dolenti dal passato), con diritti e doveri pari ai miei. Non è facile, non è istintivo seguire la “norma personalistica”; manteniamo spesso l‘ abitudine di porci al centro dell’attenzione, poiché emergiamo da una fase infantile dove essere al centro dell’attenzione altrui è normale, fisiologico: l’individuo in crescita ha bisogno di essere nutrito con una miriade di stimoli e di attenzioni, e solo un po’ per volta impara a decentrarsi da sé e rapportarsi con la realtà esterna.
Il processo di diventare degli “adulti maturi”, in grado di essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni e di prendere delle decisioni ponderate è una evoluzione lenta e faticosa, ed in questo processo ci aiutano le piccole e grandi disavventure e frustrazioni della vita che ci costringono a fare i conti con la realtà. Un adulto “maturo” ha a cuore che le persone attorno a sé possano a loro volta seguire questo sviluppo personale, in primis i figli di cui ha la responsabilità.
I conflitti possono essere distruttivi, ma anche costruttivi. Un litigio può essere distruttivo per i contendenti e per chi sta loro intorno quando implica svalutazione e rimprovero denigrando e attaccando l’altro come persona globale, portando con sé aggressività agita, urla, aggressioni fisiche a persone o cose.
Ma un conflitto coniugale può essere vissuto in modo costruttivo se è portato avanti senza mai venir meno al rispetto reciproco e senza generalizzare o mettere in discussione l’intera persona del partner: si tratta di identificare soluzioni condivise e soddisfacenti per entrambi, che rispettino il valore individuale della persona. Ciò insegna ai figli, che inevitabilmente osservano con acuta attenzione ciò che avviene e come avviene, che le relazioni possono evolvere e rinsaldarsi anche attraverso momenti di conflittualità che possono essere riparati senza far venir meno la solidità del legame e dell’affetto.
E’ quindi indispensabile che i genitori svolgendo il loro compito, abbiano sempre uno sguardo focalizzato sui loro figli, attento ai loro bisogni e alle loro difficoltà, rispettando le fasi della loro crescita, e siano poco condizionati dalla necessità di affrontare le personali problematiche non risolte.
Quando una coppia vive un conflitto, per affrontare la dialettica interna è molto importante che venga rispettata la “norma personalistica”, quella regola di comportamento, che prima di tutto, prima di essere una “regola” è un modo interiorizzato di pensare e di relazionarsi con l’altro che abbiamo di fronte a me.
E’ molto comune il caso che gravi conflitti di coppia, avviati verso la separazione, coinvolgano i figli come in un turbine, destrutturando il loro percorso di costruzione della personalità che è un processo delicato e facilmente turbabile.
Nelle agitate acque della rivendicazione dei propri diritti, viene facilmente dimenticato il diritto dei figli ad avere attorno a sé un ambiente affettivamente stabile in cui la relazione genitore – figlio è garantita e sicura (vedi Bowlby: una base sicura) anche se la coppia coniugale confligge e si separa; avviene spesso che genitori denigrino e svalutino agli occhi dei figli l’ex partner, non considerando la necessità dei figli di avere al più possibile entrambe le figure genitoriali integre e sostenenti. Il figlio viene spesso considerato un personaggio che deve convalidare le ragioni soggettive addotte da uno dei due partner, ed a volte questo atteggiamento è realizzato da entrambi i genitori. I figli sono così “frantumati” e impossibilitati a percepire che ogni persona è un dono, un valore, anche se sicuramente tutti abbiamo dei difetti e delle incapacità. Sono abbandonati emotivamente a loro stessi, ad essere soli di fronte a ondate emotive dolorose e distruttive. Vivono angoscia, vivono ansia, vivono solitudine perché non trovano nessuno a cui appoggiarsi emotivamente e che insegni loro ad affrontare le avversità.
Lo stress è paragonabile alla febbre, la quale non è la malattia ma è un sintomo, ossia è la reazione del nostro sistema immunitario (anticorpi) ad un agente esterno (virus e batteri). Allo stesso modo lo stress è una reazione di adattamento ad uno squilibro prolungato nel tempo che si è presentato all’interno dell’individuo o nel suo ambiente.
L’insorgere dello stress dipende molto dal modo in cui noi vediamo gli avvenimenti, quindi lo stress non è negativo, perché indica che c’è uno squilibrio nella psiche del soggetto e che deve essere fatto qualcosa per ristabilire l’equilibrio e qui interviene la resilienza, che è la capacità dell’uomo di adattarsi e di far fronte in modo positivo ai cambiamenti anche repentini dell’ambiente o dello stato fisico dell’individuo stesso.
Ognuno di noi può avere una maggiore o minore resilienza e quindi una capacità individuale di adattarsi. Il vantaggio della resilienza è che non è un fattore congenito, ma può essere potenziata soprattutto quando si è motivati a farlo da circostanze particolari.
Come riscoprire le nostre risorse per superare lo stress
L’essere umano ha molte risorse per difendersi da attacchi, sia da parte di agenti ambientali (virus, batteri), sia da quelli sociali e psicologici.
L’uomo è costituito da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito che sono delle grandi armi di difesa. Bene: usiamole! Ma per far ciò dobbiamo conoscerle, quindi conoscerci nel profondo.
Questo è un buon momento per riflettere in modo capillare e far sì che delle esperienze negative e molto spiacevoli come una pandemia o la crisi determinata da una guerra che obbliga le persone a delle ristrettezze drastiche, come essere chiusi in casa senza poter vedere le persone che si amano e con cui fino al giorno prima si avevano delle relazioni di intimità, diventino delle esperienze positive per la crescita individuale e sociale.
La capacità del soggetto di trasformare esperienze e vissuti spiacevoli e anche traumatici in momenti che permettono di elaborare, riflettere e prendere delle decisioni di cambiamento sia comportamentale, sia psichico è determinante per superare lo stress.
Quando si parla di sesso si fa riferimento ad un fattore biologico e naturale, ossia un individuo che nasce con organi genitali maschili o femminili, diverso è se si parla di identità di genere, che si costruisce attraverso la cultura.
Le società hanno determinato il genere con dei simboli come il colore, i giochi, i ruoli sociali.
Nella storia dell’uomo la distinzione dei compiti è stata una questione di forza come la caccia, la guerra e i lavori pesanti, li faceva il maschio perché più forte, mentre la donna svolgeva compiti di cura dei figli, del focolore, degli animali domestici e la raccolta.
Inizialmente l’identità di genere è stata determinata dalla forza, con il tempo da un fattore culturale, infatti molti lavori pesanti vengono svolti dalle macchine per cui la forza non viene più richiesta, ma restano molti lavori tipicamente femminili e altri maschili, pensiamo alle educatrici del nido o alle maestre della materna sono unicamente donne, pochi i maestri alle elementari, poche le donne camioniste o saldatori (se si dice saldatrici ci si riferisce alla strumentazione).
Quindi il genere avviene attraverso l’educazione e i riti di passaggio, che nella cultura occidentale ormai sono sempre più rari. Tra i Taneka, popolazione del Benin, i bambini piccoli vengono considerati come animaletti selvatici, cioè non sono ancora definiti nel genere. Anche in altre lingue come l’inglese e il tedesco il termine bambino è neutro.
Il disturbo d’ansia ha origine dal rapporto che si instaura tra la madre e il bambino fin dal momento del concepimento.
Il piccolo per nove mesi vive in un ambiente sicuro: la temperatura è sempre costante, non prova i morsi della fame e i grampi alla pancia quando deve evacuare, insomma non ci sono ostacoli, ovviamente parlo di una gravidanza con un percorso regolare, ma quando inizia il travaglio egli si trova difronte alla prima grande difficoltà accompagnata da un dolore mai provato prima. Egli si trova per la prima volta in un marasma di sensazioni fisiche ed emozioni che lo travolgono come uno tsunami. La nascita è il primo momento in cui la madre deve saper accogliere il piccolo, attaccandolo subito al seno, avvolgerlo in un braccio confortevole, in modo che non abbia la sensazione del vuoto, della solitudine che sono alla base dell’ansia.
Il bambino appena nato sente che lo spazio tra lui e la madre non è sicuro e se questa non ha gli strumenti per percepire tale insicurezza non può intervenire in modo adeguato per gestire la sua fragilità. Egli non si rende conto che c’è un Io e un Tu, che c’è un mondo costituito da persone con una loro identità, con dei bisogni, ma lui è il mondo e se questo mondo non è sicuro ecco che arriva l’ansia e il panico.
Quando il bambino piange e la madre non sa il perché è importante rassicurarlo accarezzandolo, tenendolo in braccio e parlargli dolcemente, questo gli permette di iniziare a costruire una base sicura e di percepire che lui può affrontare le difficoltà e che ci si può fidare degli altri.
In questi momenti il bambino avverte uno stato di tensione, che diventa una sensazione di solitudine, che se si protrae nei primi tre anni di vita, può trasformarsi in una sensazione di incapacità e impotenza, rinforzate dalla convinzione di non poter risolvere i problemi, per poi diventare nell’età adulta un disturbo d’ansia a volte accompagnata da attacchi di panico. Il bambino ha bisogno di “carezze” (fisiche e non) per sentire che esiste, che può farcela a superare le avversità della vita, esse sono il nutrimento della spina dorsale, che senza si atrofizza insieme alla psiche.
L’ansia ha origine dalla mancanza di riconoscimento e da messaggi che provengono dall’esterno: “esisto solo se ci sei tu”, “se tu provi ansia io provo ansia” per diventare una convinzione che “il mondo è pericoloso e da solo non posso farcela”.
Nei primi tre anni di vita è importante incoraggiare il piccolo ad affrontare i sui problemi che per noi sono niente ma per lui sono tanto; ad esempio se vuole salire su una sedia bisogna lasciarlo fare, dandogli un semplice appoggio in modo che senta il senso di sicurezza, ma nello stesso tempo ha la percezione che è lui ad essere riuscito nell’intento e quando ce la fa mostrargli la nostra felicità perché è riuscito da solo.
L’ansia può essere determinata da altri due fattori: uno stress post traumatico dato da un’esperienza che ha provocato paura improvvisa ed intensa, accompagnata da un senso di impotenza o può essere appresa dalle figure genitoriali che danno continui input ansiogeni, come “Non accarezzare i cani perché sono pericolosi”, “Il mondo è pericoloso” o “Non fidarti degli altri”.
Nel primo caso il trauma può essere causato da un evento realmente pericoloso o da un insieme di eventi che per un adulto sono di poco conto, come una sgridata fatta in pubblico, in questo caso alla paura si aggiunge anche la vergona.
E’ importante elaborare il trauma in modo che l’adolescente o l’adulto smetta di portarsi dietro quel bambino spaventato e pieno di vergogna e non generalizzi più a tutte le esperienze quella paura terribile, vivendola nel qui ed ora come se fosse reale ancora oggi, così che la persona acquisisca la capacità di gestire le emozioni spiacevoli causate da esperienze che provocano agitazione, paura o preoccupazione. Nel secondo caso è importante comprendere che l’ansia non è propria, ma delle figure genitoriali.
Una mamma o un papà o peggio ancora entrambi, che a ogni delusione che il figlio subisce o un suo fallimento o anche delle semplici cadute che sbucciano un ginocchio si spaventano e si preoccupano eccessivamente, insegnano al figlio che il mondo è spaventoso e che non può farcela da solo ed ecco che il figlio diventa insicuro e convinto che in questo mondo difficile non ce la farà mai.
L’ansia ha origine sia dalla mancanza di stimoli di riconoscimento e di protezione, che permettono al cervello di formare delle connessioni neuronali che si attiveranno per tutta la vita, sia dalla mancanza di permessi e incoraggiamenti da parte delle figure genitoriali: “ce la puoi fare da solo”, “puoi essere diverso da me”, “puoi diventare autonomo e prendere le tue decisioni”, “quando ne hai bisogno voltati che io ci sarò a sostenerti”.
Un bambino diventa ansioso perché assorbe l’ansia della madre che fa fatica a cogliere i disagi del piccolo di pochi mesi che li esprime con pianti a volte protratti nel tempo e da qui si innesca un meccanismo in cui la madre pur di non affrontare la sua ansia lo iperprotegge, evitandogli, nei primi tre anni, di farsi le prime esperienze spiacevoli della vita che gli permettono di costruire la sua “base sicura”.
Purtroppo questo meccanismo si instaura anche nel padre, che è la figura che introduce il figlio nel mondo, che gli fa vedere come affrontare le avversità della vita e come relazionarsi.
Il piccolo diventa un adolescente che, per forza di cose, si trova da solo ad affrontare i coetanei e gli adulti, come gli insegnanti, ma non ha una base sicura e questo lo proietta nel baratro dell’ansia e del panico, il nuovo lo spaventa perché è incerto e non avendo la sicurezza per affrontare da solo l’incerto non gli resta che fuggire o trovare rifugio nei genitori che prontamente intervengono per risolvergli il problema. In questo modo la triade evita l’ansia che però non si dissolve, ma aspetta al varco, per manifestarsi rendendo il soggetto incapace di agire, di pensare, di trovare soluzioni e di buttarsi nel mondo per soddisfare i propri bisogni e per esprimere la sua personalità, così da diventare una persona soddisfatta e realizzata, ma lo trasforma in una persona insoddisfatta, non realizzata e alla continua ricerca di sé, di un senso nella vita, lasciandogli quella sensazione di avere la felicità a portata di mano, che basterebbe allungare per prenderla, ma non riesce a farlo perché l’ansia lo ancora nel suo mondo che gli dà la sicurezza, ma l’infelicità perché non riesce ad esprimersi.
COME GESTIRE L’ANSIA
La psicoterapia può fare molto per i disturbi d’ansia e per le dipendenze affettive, poiché lo psicoterapeuta diventa, piano piano, la figura genitoriale che dà protezione e di cui ci si può fidare, con il quale si può parlare dei propri problemi e perché l’ansia, corredata da vissuti dirompenti e fantasie catastrofiche, resta confinata nello spazio psicoterapeutico.
In questo modo il soggetto ansioso si rende conto che può parlare dei suoi problemi e può condividere i propri vissuti, senza che succeda nulla di drammatico ne a lui ne all’altro, anzi in questo modo può intravvedere la soluzione al suo conflitto interiore o per lo meno che ci sono altre vie per affrontare le difficoltà e piano piano diventa autonomo.
D. Goleman autore del libro “Intelligenza emotiva” spiega come i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna dire “sono fatto così; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia e dall’ambiente sociale.
A volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni così intense che non riusciamo a distinguerle, quindi deconfondere e fare metacognizione permette di capire se la situazione richiede un agire tempestivo o riflessivo.
La deconfusione è la capacità di fare un esame di realtà e comprendere se le emozioni che proviamo sono adeguate, anche come intensità, alla situazione che stiamo vivendo o se sono esagerate e confuse, la metacognizione è farsi domande, chiedersi quali meccanismi si stanno mettendo in atto e cosa si può fare di diverso.
La nostra società tende a negare la natura e le emozioni sono considerate segni di debolezza, mentre dà importanza al QI e alla ragione e alla logica, quando, in verità, la mente umana è prevalentemente intuitiva, emotiva e creativa. Studi scientifici hanno individuato che l’essere umano ha un’intelligenza emotiva ed empatica.
Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, dall’amigdala e dall’ippocampo collegati con la corteccia prefrontale destra.
Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione, mandano l’impulso alla corteccia prefrontale destra, che elabora e rimanda all’amigdala la risposta, trasformandola in agito. Un malfunzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, come fare agiti impulsivi: se la corteccia prefrontale destr non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo, ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus o a bloccarsi.
Secondo le neuroscienze, gli stati primari si formano nel bambino fin dalla nascita e nei suoi primi anni di vita prova delle emozioni primarie molto intense a livello viscerale, come felicità, rabbia, ansia da separazione e paura, che provocano delle accensioni del sistema limbico molto potenti e non avendo ancora la corteccia prefrontale destra sviluppata per poter elaborare processi e regolare le emozioni non riesce a controllare tutto ciò, per cui va nel panico e si blocca o reagisce con aggressività per difendersi dal marasma che lo travolge. In questo periodo è importante che la figura genitoriale gli dia quel contenimento utile e fondamentale per dargli sicurezza e sentire che quel vortice di emozioni si può contenere e gestire; per far questo sovente basta fargli sentire la propria presenza, accarezzandolo, parlandogli con voce tranquilla e dolce, senza far trapelare la propria ansia o insofferenza per il suo pianto che a volte non viene compreso e non si acquieta.
La corteccia prefrontale destra manda dei segnali chimici per calmare sia il corpo sia la mente del bambino che si trova in uno stato di intensa e primitiva eccitazione, per cui , se il piccolo non ha una figura di accudimento sviluppata emotivamente, la sua corteccia perfrontale destra non potrà svilupparsi e organizzarsi per favorire lo sviluppo delle funzioni calmanti per sé. Egli non potrà formare le capacità di “gestire la propria vita” in modo efficacie, ma dovrà ricorrere a dei meccanismi di difesa, che man mano che cresce, se non li risolve, diventeranno comportamenti disfunzionali accompagnati da emozioni eccessive per la realtà che gli si presenta, come fare nuove amicizie, affrontare un’interrogazione o altre avversità della vita.
Dopo i diciotto mesi si formano le connessioni neuronali utili per formare i processi emotivi nella corteccia prefrontale sinistra, permettendo di associare le emozioni ad attività verbali, potendo, così, formare delle storie e delle spiegazioni su ciò che gli succede, a volte in modo dettagliato, altre volte in modo grossolano.
Al terzo quarto anno di vita il cervello del bambino include l’attività dell’emisfero sinistro che entra in contatto con il destro attraverso il corpo calloso, che favorisce la comunicazione tra la corteccia prefrontale destra e quella sinistra, permettendo di fare delle elaborazioni emotive altamente sofisticate.
L’educazione del bambino piccolo fino alla fine della adolescenza e il sostegno di figure genitoriali sviluppate emotivamente è fondamentale, perché gli permette di formare nuovi circuiti neuronali, che gli permetteranno di gestire l’invasione delle emozioni e di saperle riconoscere, dandogli la giusta denominazione.
Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.
La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.
L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.
Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.
Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).
Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.
Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.
Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”
D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.
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