CUORE E CERVELLO, EMOZIONI ED INTELLIGENZA

A cura della dott.ssa Lucia Laudi

Le emozioni sono intelligenza

D. Goleman autore del libro “Intelligenza emotiva” spiega come i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna dire “sono fatto così; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia e dall’ambiente sociale.

A volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni così intense che non riusciamo a distinguerle, quindi deconfondere e fare metacognizione permette di capire se la situazione richiede un agire tempestivo o riflessivo.

La deconfusione è la capacità di fare un esame di realtà e comprendere se le emozioni che proviamo sono adeguate, anche come intensità, alla situazione che stiamo vivendo o se sono esagerate e confuse, la metacognizione è farsi domande, chiedersi quali meccanismi si stanno mettendo in atto e cosa si può fare di diverso.

La nostra società tende a negare la natura e le emozioni sono considerate segni di debolezza, mentre dà importanza al QI e alla ragione e alla logica, quando, in verità, la mente umana è prevalentemente intuitiva, emotiva e creativa. Studi scientifici hanno individuato che l’essere umano ha un’intelligenza emotiva ed empatica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, dall’amigdala e dall’ippocampo collegati con la corteccia prefrontale destra.

Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione, mandano l’impulso alla corteccia prefrontale destra, che elabora e rimanda all’amigdala la risposta, trasformandola in agito. Un malfunzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, come fare agiti impulsivi: se la corteccia prefrontale destr non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo, ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus o a bloccarsi.

Secondo le neuroscienze, gli stati primari si formano nel bambino fin dalla nascita e nei suoi primi anni di vita prova delle emozioni primarie molto intense a livello viscerale, come felicità, rabbia, ansia da separazione e paura, che provocano delle accensioni del sistema limbico molto potenti e non avendo ancora la corteccia prefrontale destra sviluppata per poter elaborare processi e regolare le emozioni non riesce a controllare tutto ciò, per cui va nel panico e si blocca o reagisce con aggressività per difendersi dal marasma che lo travolge.  In questo periodo è importante che la figura genitoriale gli dia quel contenimento utile e fondamentale per dargli sicurezza e sentire che quel vortice di emozioni si può contenere e gestire; per far questo sovente basta fargli sentire la propria presenza, accarezzandolo, parlandogli con voce tranquilla e dolce, senza far trapelare la propria ansia o insofferenza per il suo pianto che a volte non viene compreso e non si acquieta.

La corteccia prefrontale destra manda dei segnali chimici per calmare sia il corpo sia la mente del bambino che si trova in uno stato di intensa e primitiva eccitazione, per cui , se il piccolo non ha una figura di accudimento sviluppata emotivamente, la sua corteccia perfrontale destra non potrà svilupparsi e organizzarsi per favorire lo sviluppo delle funzioni calmanti per sé. Egli non potrà formare le capacità di “gestire la propria vita” in modo efficacie, ma dovrà ricorrere a dei meccanismi di difesa, che man mano che cresce, se non li risolve, diventeranno comportamenti disfunzionali accompagnati da emozioni eccessive per la realtà che gli si presenta, come fare nuove amicizie, affrontare un’interrogazione o altre avversità della vita.

Dopo i diciotto mesi si formano le connessioni neuronali utili per formare i processi emotivi nella corteccia prefrontale sinistra, permettendo di associare le emozioni ad attività verbali, potendo, così, formare delle storie e delle spiegazioni su ciò che gli succede, a volte in modo dettagliato, altre volte in modo grossolano.

Al terzo quarto anno di vita il cervello del bambino include l’attività dell’emisfero sinistro che entra in contatto con il destro attraverso il corpo calloso, che favorisce la comunicazione tra la corteccia prefrontale destra e quella sinistra, permettendo di fare delle elaborazioni emotive altamente sofisticate.

L’educazione del bambino piccolo fino alla fine della adolescenza e il sostegno di figure genitoriali sviluppate emotivamente è fondamentale, perché gli permette di formare nuovi circuiti neuronali, che gli permetteranno di gestire l’invasione delle emozioni e di saperle riconoscere, dandogli la giusta denominazione.

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

ATTENZIONE AI NOSTRI FIGLI!!!

Questo messaggio ha l’intenzione di sollecitare l’attenzione dei genitori nei confronti dei figli: é IMPORTANTISSIMO cogliere segnali precoci di disagio relazionale  in tutte le fasce di etá evolutiva e adolescenza per poter prendere provvedimenti opportuni a PREVENIRE lo sviluppo di problematiche gravi.  Se come genitori percepite che c’è qualcosa che non va nella relazione con i vostri figli, o avete delle difficoltà particolari a gestirli, non aspettate che la cosa si risolva da sola aprendo l’ombrello in attesa che passi la pioggia, ma richiedete una consulenza specialistica.

Una consulenza può andare dal consulto del pediatra al richiedere uno aspecifico parere specialistico.

In questo senso propongo la mia consulenza psicoterapeutica.

Vi prego di focalizzare l’attenzione soprattutto sulla primissima parte della vita, alla nascita e subito dopo, e sul passaggio  all’adolescenza. È importante anche la valutazione di disturbi dell’apprendimento, e saranno gli insegnanti ad orientare l’attenzione su disturbi specifici o disturbi che potrebbero avere una base nelle relazioni familiari.

Chi desidera può contattarmi inviando una comunicazione su WA, su Telegram o telefonando al n 391 1512015

Rossana Centis

LE EMOZIONI SONO INTELLIGENZA

a cura di Lucia Laudi

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

Le emozioni hanno il grande potere di impadronirsi di noi, dei nostri pensieri e comportamenti e se non sappiamo gestirle ci inducono a fare atti imprevedibili e non sempre positivi e costruttivi, ma nello stesso tempo sono il motore della nostra vita affettiva, sociale e lavorativa.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.

L’autore riporta come studi scientifici hanno messo in evidenza che i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna fermarsi a dire “sono fatto così”, perché si può educare a riconoscere le emozioni e a gestirle; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia, dalla scuola e da tutta la vita sociale che appartiene all’individuo.

Molte volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni anche molto intense che non riusciamo a distinguere, ma avvertiamo un’energia forte che ci spinge a compiere azioni impulsive che non sempre sono salvifiche, quindi deconfondere e fare una metacognizione permette di capire se la situazione in cui ci troviamo  richiede un agire tempestivo o la riflessione.

La nostra società tende a negare la natura, richiede di non ascoltare le emozioni perché considerate infantili o segni di debolezza e dà molta importanza al QI, alla logica, senza tenere conto che la mente umana è prevalentemente intuitiva e creativa e meno logica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, in particolare dall’amigdala e dall’ippocampo che sono in collegamento con la materia grigia della corteccia frontale.

Come funzioniamo? Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: un pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione o altro, mandano l’impulso alla corteccia frontale, la quale elabora e rimanda all’amigdala la risposta, che si trasforma in agito.

Un mal funzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, poiché la corteccia frontale ha la funzione di controllo dell’emozioni, impedendo di effettuare degli agiti inconsulti, se non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus.

Il fatto che ci sia un mal funzionamento del circuito neurologico delle emozioni non significa che non si possa intervenire educando, anzi l’educazione alle emozioni è fondamentale, perché permette al cervello di formare i circuiti adeguati e nuovi.

Quando le emozioni sopraffanno la concentrazione la annientano o meglio intaccano una memoria particolare, che gli scienziati chiamano memoria di lavoro, ossia l’abilità di tenere a mente tutte le operazioni che si devono compiere per portare a termine il compito prestabilito.

Fino a qui sembra che le emozioni negative siano quelle che hanno maggior potenza, ma non è proprio così, anche le emozioni positive hanno una grande incidenza sulla riuscita del raggiungimento di obiettivi, che richiedono grandi sacrifici.

Pensiamo ad una situazione dove viene richiesto un grande sacrificio come agli atleti agonistici o restando nella quotidianità, agli allievi che hanno difficoltà nello studio come i DSA, se questi soggetti non avessero la capacità di automotivarsi e di rialzarsi ad ogni fallimento, accompagnati da sentimenti come la perseveranza e l’entusiasmo.

Ogni emozione ha degli effetti nocivi, come l’ansia da prestazione che blocca l’azione e il pensiero, o utili e fruttuosi in quanto sono dei propulsori che spingono il soggetto a dare il meglio di sé. La differenza dell’agito emotivo viene determinata sia dal funzionamento neurologico , che differisce da individuo a individuo, sia dai messaggi che egli ha ricevuto durante la vita , soprattutto nell’infanzia.

L’ansia e la prestazione hanno un rapporto stretto, ad esempio un basso livello d’ansia produce apatia o motivazione molto scarsa per cui la prestazione (intellettiva, sportiva o di altro genere) non darà buoni frutti, mentre un’ansia esagerata saboterà qualunque tentativo di successo. L’ideale è un rapporto ottimale tra ansia e prestazione che creerà il nervosismo necessario per raggiungere il traguardo.

Molti libri di psicologia, come quello di D. Goleman “Intelligenza emotiva”, riportano come il buon umore sia un antidoto per superare lo scoramento e il fallimento. Molti studi riportano che i soggetti con buon umore hanno una migliore prestazione rispetto a quelli con un umore negativo o neutro. Quindi è fondamentale un giusto grado di tensione quando si deve effettuare una prestazione; perché un livello basso genera apatia, un livello alto genera ansia fino a diventare, in casi estremi, ad attacchi di panico, mentre un livello adeguato della tensione porta il soggetto a dare il meglio di sé.

Saper leggere e riconoscere le emozioni e saperle gestire in modo tale che diventino energia propulsiva positiva conducono l’individuo a formare l’autoconsapevolezza, che è fondamentale per raggiungere la capacità di comprendere e provare ciò che prova l’altro ossia l’empatia; tutto questo sfocia nell’altruismo.

Il Po in secca

Gli alessitimici sono persone prive di empatia, la cui mancanza porta gravi conseguenze. Pensiamo ai killer, serial killer e pedofili. Tali individui sono confusi sui propri sentimenti, non sanno riconoscerli e gestirli e soprattutto non sanno da cosa vengono generati, di conseguenza non hanno la capacità empatica, non sono in grado di capire e sentire cosa prova la vittima. Sono persone completamente perdute.

Essendo io una psicoterapeuta analista transazionale ritengo che per curare al meglio le persone con disagi più o meno gravi, sia fondamentale considerare l’essere umano in tutti i suoi aspetti corpo, intelletto emozioni e spirito; Voglio analizzare ciò che ho scritto secondo i termini dell’Analisi Transazionale.

La nostra psiche è formata da tre Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino, quest’ultimo, è impulsivo, empatico, creativo e sa trovare delle strategie per risolvere situazioni problematiche con il “Piccolo Professore”, che è una parte intuitiva e usa le sue conoscenze per destreggiarsi al meglio nella vita di tutti i giorni.

Il Genitore è uno Stato dell’Io che adotta modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti acquisiti dalle figure genitoriali (mamma, papà, nonni, insegnanti, fratelli, ecc.); è costituito da regole, permessi e divieti acquisiti non solo dalle figure genitoriali, ma anche dalla società a cui appartiene il soggetto. In fine l’Adulto è logico, raccoglie e dà informazioni, le elabora e usa modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti del “qui è ora”, ossia adeguati alla situazione presente.

Vediamo ora come le neuroscienze e l’Analisi Transazionale possono collaborare per comprendere al meglio il funzionamento dell’uomo per poter giungere a curare con più efficacia le patologie psicologiche.

Come già accennato precedentemente, le emozioni attivano il sistema limbico, in modo particolare il talamo e l’amigdala , quest’ultima manda dei segnali alla corteccia cerebrale frontale, in specifico alla materia grigia, la quale elabora i segnali e rimanda all’amigdala gli impulsi necessari per controllare le emozioni affinché non prendano il sopravvento, inducendo il soggetto a compiere degli atti impulsivi che possono essere dannosi per se stesso e gli altri.

Usando i termini dell’Analisi Transazionale il Bambino rivive traumi passati, anche piccoli, come se fossero presente e l’Adulto non riesce a tenere il controllo e a fare un esame di realtà. Quindi il primo passo da fare nella terapia è quello di attivare l’Adulto che conduce sia il Bambino, sia il Genitore alla consapevolezza che si sta vivendo una situazione presente e diversa dal passato, con persone differenti da quelle che hanno creato il trauma.

Successivamente è necessario far elaborare allo Stato dell’Io Bambino che le emozioni si possono gestire e che sono utili per la nostra vita e non dannose e condurlo all’accettazione che il passato non si può modificare, ma che si può ripartire fin da subito con modalità differenti e positive per la vita attuale. L’altro passo da fare, sovente queste fasi avvengono in contemporanea, è costruire un nuovo Genitore che dà dei permessi che il vecchio Genitore considerati dei divieti, come ad esempio: “Puoi provare emozioni fino ad ora vietate”, “Puoi essere te stesso, anche se sei differente da ciò che ci aspettavamo da te” e così via.

Le idee rigide del Genitore e le false idee del Bambino con il tempo diventano degli schemi rigidi e ripetitivi, ma intrisi affettivamente ed emotivamente, fino ad imprimersi nella memoria, in modo particolare in quella emotiva. Questi schemi con il tempo invadono l’Adulto fino al punto di convincerlo fermamente che le cose stanno così come crede e che quegli schemi sono la via giusta per la soluzione del problema, diventando un modo di pensare proprio che la vita del soggetto ha confermato.

Quando tali schemi diventano un abito stretto perdono la loro funzionalità, anzi diventano disfunzionali, creando disagio emotivo, conflitti interiori e spesso anche con l’ambiente sociale, allora la persona inizia a soffrire profondamente e a manifestare la patologia psicologica.

Le figure, del passato che una volta erano reali e che hanno creato dolore e sofferenza, nel presente sono diventati dei fantasmi con una forza emotiva sulla vita attuale del soggetto.

Le figure genitoriali dell’infanzia e dell’adolescenza vengono introiettate e agiscono nella vita adulta come se fossero reali, solo che sono dentro di noi e ci sembra più difficile farle smettere di bloccarci e di svalutarci, impedendo di essere noi stessi e facendoci credere che le loro convinzioni sono anche le nostre e che la vita “è proprio così come loro dicono”.

Nella terapia il primo passo da fare è deconfondere, ossia comprendere ciò che appartiene al soggetto, come i suoi bisogni, e la sua indole e ciò che fa parte delle figure genitoriali, come le loro convinzioni e paure. In Analisi Transazionale vuol dire comprendere e sentire emotivamente ciò che appartiene al Genitore suo e a quello delle figure genitoriali, al Bambino e all’Adulto

La persona in terapia deve diventare consapevole e sentire dentro di sé cosa gli appartiene e cosa no, solo dopo sarà in grado di elaborare le sue sofferenze e trovare cosa mettere al posto delle sue vecchie convinzioni su di sé, sull’altro e sulla vita.

Attraverso questo articolo il mio intento è quello di far comprendere come le emozioni sono il motore delle nostre azioni e decisioni, senza saremmo inermi, privi di progettualità e non avremmo energia per raggiungere i nostri obiettivi e per rialzarci dai fallimenti. Per questo ritengo fondamentale rendere i nostri figli, fin da piccoli, consapevoli delle loro emozioni, riconoscerle e saperle gestire a finché esse li conducano ad agire per il bene dell’altro e di se stessi.

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LE COSE CHE NON FINIRANNO MAI

a cura di Rossana Centis

Ci sono delle cose della vita che quando si presentano cambiano il corso degli eventi in maniera definitiva. Ciò può avvenire sia a livello personale che a livello comunitario, sociale… in noi è presente il bisogno di stabilità, di prevedibilità, e di conseguenza di ripetitività, soprattutto per quanto riguarda i significati: più facilmente ci adattiamo a cambiamenti esterni, se non viene messa in discussione la struttura di fondo del nostro   modo di pensare e di operare.

Molto più difficile è il cambiamento quando opera a livello di “weltanschauung” (weltanschauung, secondo Treccani:  Termine ted. («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]». Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso) di interpretazione delle cose in base a significati profondi. Non per nulla sono le crisi esistenziali   che mettono alla prova più intensamente, e che possono venire superate solo dopo che abbiamo ritrovato un equilibrio, abbiamo operato un’integrazione delle spinte contrastanti, conflittuali all’origine la nostra sofferenza.  Funziona bene l’aforisma: “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi“. Ecco quindi da dove nasce la forte resistenza ai cambiamenti, anche quando portano in sé degli aspetti vantaggiosi.

Non è raro che una crisi porti ad una rinascita e un rinnovamento personale. Ma a costo di un grande travaglio. E’ noto il detto “dove si chiude una porta si apre un portone“. La saggezza popolare  riconosce la possibilità di speranza.

Un aspetto particolare può essere l’ applicazione alla comunità sociale di questi principi: come realizzare dei profondi capovolgimenti sociali scavalcando le resistenze ai cambiamenti che inevitabilmente si ergono? Il quesito è particolarmente sentito dalle lobby di potere che progettano di stravolgere la struttura sociale come l’abbiamo vissuta fino a tempi recenti. Il quesito del “potere“ è sempre stato: come controllare le genti, i popoli? Come trovare il modo di realizzare  i fini particolari trascinando tutta la popolazione verso il proprio volere?

La pandemia covid ha servito su un piatto d’argento metodi e linee guida. Sono  ormai a tutti  note le ipotesi del “Grande Reset”  e la costituzione imposta di una “Nuova Normalità” identificate e denunciate da innumerevoli pensatori ed esperti in varie competenze e di varie nazionalità.

Di dubbia   attendibilità  la dichiarazione che le misure adottate  sono funzionali alla sopravvivenza nostra e del pianeta, quando contengono palesi contraddizioni: ad esempio dobbiamo  piegarci a qualsiasi sacrificio per salvaguardare l’integrità   ecologica ma  non vengono certo prese decisioni   coerenti con  la volontà di spegnere focolai  di guerre  devastanti e genocidi, di entità tale che  rischiano di mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza umana.

Pur evitando  di  addentrarsi nei  dettagli delle varie idee di riferimento, rispetto a cui ogni persona interessata all’argomento può procurarsi informazioni e assumere una posizione, emergono  facilmente in evidenza delle caratteristiche particolari che questa esperienza pandemica porta con sé e che sono  esportabili come modello ad altre situazioni sociali (vedi guerra, emergenza ecologica, emergenza climatica…).

– Creare uno stato di paura cronica da cui solo lo Stato può salvarci con le sue regole imposte

– Utilizzare la  strategia dell’emergenza: dichiarazione di stato di emergenza per operare delle variazioni gravi delle modalità  sociali abituali  degli individui a volte imponendo norme  che violano i principi costituzionali stessi come la limitazione delle libertà personali

Ora   tutti ci siamo prima o poi nel ruolo di potenziali “untori”, costretti all’isolamento   – quarantena o  controllo medico  con tampone  per il rischio di  trasmettere malattia ( ma ciò avviene solo per il  COVID, non certo per prevenire l’ondata epidemica di influenza o di altre virosi  pure lesive) pur non  manifestando   alcun sintomo significativo.  Sommessamente, utilizzando la motivazione della salute pubblica,  viene attribuito il diritto  a  qualcuno di esterno di controllare la propria  esistenza  e di stabilire comportamenti obbligatori  a cui assoggettarsi, e quando ciò diventerà  “normale” –  instillando questo concetto soprattutto nelle giovani generazioni –    facilmente  si transiterà ad una estensione del modello e chi decide di  pensare diversamente e scegliere altri modelli di comportamento   sarà   trasformabile in inadempiente di doverose regole sociali.

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

– transizione  progressiva al concetto di “malato  asintomatico”,  definizione che coinvolge  veramente ognuno:  in passato   una persona poteva essere “portatore sano” di  elementi potenzialmente patogeni per i contatti  inconsapevoli ma non venivano certo adottate  misure coercitive di   controllo.

–  controllo sempre più profondo dei singoli individui (attraverso strumenti  in grado di determinare   lo spazio  sociale da utilizzare come i  Green pass e i documenti elettronici, i chip sottocutanei   per effettuare transazioni economiche  recentemente proposti sul  mercato e prontamente da  qualcuno già adottati)

-prolungamento delle misure adottate nello stato di emergenza in regole stabili (la pandemia non finirà mai, diventa endemia e dovremmo sempre fare  i conti con essa): come  realizzare il  new normal.

Ecco che ha vinto la strategia esemplificata dalla storiella (metafora) della rana nell’acqua calda: se immersa nell’acqua bollente si scotta e salta fuori ma se viene immersa in acqua fredda che viene riscaldata progressivamente non si accorge del variare della temperatura e finisce per morire.

L’importante è far credere che i cambiamenti imposti servano per mantenere la stabilità: e chi è disposto a non realizzarli? Per ritrovare la stabilità (di vario grado, consistenza e significato)  perduta?

Rispetto a questo bisogno però, a me sorge la domanda: ma quale stabilità voglio? Cosa mi definisce? Quali sono i miei valori inalienabili, che non sono disposto a sacrificare? Ne va anche del concetto di vita e di morte. Ma davvero la vita è il sommo bene (non sembrerebbe, viste le recenti vicende belliche) o può darsi il caso che la vita possa essere donata per realizzare un bene più grande? Forse una vita garantita ma schiavizzata è preferibile a vita che gode della sua libertà (E qui si impone una riflessione sul cosa sia la vera libertà) fino anche al sacrificio di sé?

Io desidero per me cose che non finiranno mai. Non la pandemia covid e la paura indotta, non il controllo sociale, non la limitazione della mia libertà di pensiero e altro.

Io desidero che non finisca mai la libertà di pensiero e di espressione, la possibilità di affermare e realizzare gli ideali in cui credo anche a costo di pagare un prezzo per questo., la possibilità di amare ed essere amato e affermare la realtà dell’altro che ho di fronte a me.

Invito  ognuno a diventare ricercatore di senso, a trovare le cose a cui non siamo disposti a rinunciare perché ci definiscono veramente e delineano il nostro volto e che davvero non finiranno mai.

Mahatma Gandhi