IL VALORE DI VIVERE – parte 1a

Rossana Centis

La proposta   culturale attuale  tende a  dare per scontato e per ovvio  che  non esistono  alternative alla sua specifica visione filosofico – esistenziale,  basata sul riconoscimento   ritenuto definitivo e non sindacabile  di “nuovo diritti” (come il “ diritto all’autodeterminazione”, con tutte le  sue implicazioni) emersi   recentemente nella storia umana,  che a volte contraddicono  quelli che sono state le pietre miliari  della civiltà, come la norma  del non uccidere. Tra le varie possibilità  offerte dalle diverse  posizioni morali,  si abbraccia così  unicamente la visione “relativistica” secondo la quale “i giudizi morali  dipendono dalla circostanza  particolare, dal singolo individuo,  dall’epoca storica  e dalla società nella quale si è inserirti”, e non c’è spazio per valori universalmente riconoscibili come fondanti e fondamentali per realizzare una sana  convivenza civile.[1]

Il dibattito sul fine vita – I termini del problema

 I cambiamenti culturali che ci siamo trovati a vivere negli ultimi  due  secoli,  soprattutto   nel nostro mondo occidentale, sono  un fenomeno unico nella storia del  genere umano,  per la profondità, la  velocità con cui sono avvenuti, l’estensione a praticamente tutti i livelli  della vita  compresa la dimensione del significato dell’esistenza, con inevitabili e  pesanti risvolti sulle scelte etiche.  L’evento più eclatante  è la perdita della dimensione del rapporto con il trascendente con Dio,  in qualsiasi modo concepito, o comunque  con  un principio  sovra – umano percepito come   generatore  della realtà.  Corrispettivamente, si è  affermato il principio dell’autodeterminazione. Tradizionalmente, l’autodeterminazione è definita come autonomia ed indipendenza  da influenze esterne e collegata, sul piano normativo,  al diritto di non subire interferenze nella sfera intangibile  e privata delle scelte personali.

La portata  dei cambiamenti  avvenuti ha innegabilmente  travolto anche la medicina  nella sua essenza: nei suoi significati e nella sua operatività.

La problematica del “fine vita”, inizialmente confinata  in ambiti   specifici, come  ambienti  di terapia intensiva in cui la necessità di decidere  sulla durata della  vita  assume aspetti  di scelte  a volte drammatiche,  si è estesa ad aspetti meno  “acuti”, come l’invecchiamento patologico con disfunzioni organiche che  accelerano  il percorso  verso  l’exitus,  le malattie terminali  oncologiche  o neurologiche o altro, e da un ambito strettamente medico si è  allargata alla attenzione di tutta la popolazione,   senza considerazione per la mancanza di competenze e consapevolezze.

Si è sviluppato così un ampio e serrato dibattito  bioetico che aspira a ridare dignità al sofferente, al morente,   attorno ai temi dell’  accanimento terapeutico, eutanasia, suicidio assistito.

Molti hanno messo  in discussione  le condotte che  generano  un accanimento terapeutico ed è emerso il concetto di “desistenza”, cioè  l’interruzione da parte del medico di terapie considerate inutili o dannose per il paziente, particolarmente  nel caso di malati terminali. Desistenza non è una semplice astensione, una  sospensione indiscriminata di tutti i trattamenti in corso, ma è un atto medico a tutti gli effetti, che richiede attenta valutazione clinica, discernimento prognostico, appropriatezza e proporzionalità di cura; prevede una solida alleanza terapeutica tra operatori sanitari, paziente e familiari;  richiede di identificare dei percorsi clinici che  armonizzino nell’ambito del possibile, l’esigenza di  agire nel modo più utile per il paziente, quando emerge    l’evidenza che   le strategie  mediche  di risoluzione non hanno più sussistenza.

In questo frangente   un intervento veramente utile è la “presenza”, l’ “esserci”, l’essere accanto al paziente ed ai suoi cari, anche quando, o proprio perché, il sentimento dominante è quello dell’impotenza di fronte alla imminente, inevitabile separazione.  Questo tipo di esperienza relazionale può sostenere il paziente nel realizzare un contatto interno positivo con il “qualcosa” che è lì per lui, in lui, e che ha potenzialità di sviluppo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro di sè, che è “troppo dolente, troppo sgomento o teso” per essere detto, e non ci sarà solo, né principalmente, la compagnia fisica della figura sanitaria.

Nell’ottica dell’accompagnamento  nella fase finale della vita, torna utile il sinergismo  con la moderna Medicina Palliativa,  per aiutare a scegliere  cosa è più utile per quel paziente, in quella fase:  controllare i sintomi, evitare eccessi e omissioni, rivalutare con regolarità, prendersi cura del dolore globale del paziente, della famiglia,  includendo chi cura.

Un aspetto  importante,   abitualmente svalutato e poco considerato  nelle prassi attuale,  è il prendere in considerazione i bisogni spirituali   dei pazienti:  ogni storia personale ha uno sviluppo, se non altro dipendente dall’ incremento stesso  dell’età e quindi dell’ esperienza di vita; molte persone desiderano, più o meno consapevolmente, poter  elaborare anche l’esperienza così drammatica e definitiva dell’ avvicinarsi alla morte,  ma speso le condizioni in cui si trovano a vivere non  offrono loro l’opportunità di  prendere in considerazione il loro vissuto.

Considerazioni  culturali

 Nell’ultimo secolo nell’ambito della condotta medica  nelle fasi terminali  in caso di   malattie croniche particolarmente debilitanti,   si è venuta a configurare  una dicotomia tra  visioni diverse della vita, che   arrivano a  proporre delle soluzioni   in passato non considerate.  Di fronte all’ineluttabilità della morte vicina e della sofferenza che spesso accompagna il vivere in situazione terminale,  molti ritengono  più “umano“ porre un termine a tale condizione  offrendo la possibilità di  terminare la vita con  una libera scelta,  e richiedono il ricorso al suicido medicalmente assistito come pratica   sostenuta dal servizio pubblico.  

Ciò è dovuto ad un profondo mutamento dei concetti stessi di morte e di sofferenza e dei loro significati.

Morire non è solo problema medico, ma questione esistenziale al centro delle angosce e degli interrogativi umani: nella storia l’uomo ha  sempre affrontato la morte in funzione della sua visione del mondo.  Ma nel passaggio da una società retta da valori tradizionali a quella  moderna, gli storici registrano profondi mutamenti proprio nel rapporto tra l’uomo e la morte.  Dall’età classica ad oggi,  il cambiamento dell’antropologia della morte ha condizionato anche il modo di porsi di fronte al morente dei medici;

la morte ha occupato in ogni epoca una posizione centrale nella medicina e la storia dimostra come tradizionalmente la medicina abbia  evitato di trattare i casi senza speranza e l’impegno del medico a difendere ad oltranza la vita sia una peculiarità della moderna medicina scientifica.

Mentre la cultura dominata dalla tradizione religiosa, (presupposto sacro) pur difendendo la vita, accettava la morte come limite dell’uomo e parte integrante della condizione umana, la cultura della Modernità (presupposto laico), nella sua ansia di dominare il mondo, ha  in vari modi  rimosso e combattuto la morte.  L’impegno incondizionato a trattare gli individui ad ogni costo al fine di salvare la vita, convertendosi a volte in “accanimento terapeutico”  è una peculiarità moderna.

 Oggi la nostra realtà è la Scienza, e, da quando la medicina è diventata esclusivamente scienza, la morte s’è ridotta ad “exitus letalis”,  da combattere con le tecnologie che  abbiamo a disposizione. In parte lo stesso discorso vale per la  sofferenza, in epoche passate  integrata nell’esperienza comune come  processo inevitabile, da affrontare  con  coraggio e pazienza e oggi   considerata evento inaccettabile, da combattere in tutti i modi  possibili,  incompatibile con il vivere la piena realizzazione di sé.

La medicalizzazione della morte rivela l’aspetto disumano della nostra medicina: proprio sul piano della morale e del rapporto umano tra medico e paziente la medicina scientifica segna il suo fallimento.  Non è comunque la regolamentazione giuridica in sé  che può produrre  soluzioni: rendere legale o meno l’eutanasia,  concedere o no il diritto alla morte assistita ecc. Il problema sostanziale  consiste nell’umanizzare la morte e della sofferenza,  reintegrarle nella cultura e riconsiderarle come parte essenziale della vita.

Considerazioni storico  – filosofiche

Può essere utile  ricercare nella nostra storia le radici  delle attuali difficoltà e contraddizioni.   

Nella seconda metà del secolo XX l’agnosticismo religioso e il relativismo morale e giuridico, frutti dell’immanentismo filosofico, hanno configurato un tipo di società prevalentemente materialista e permissiva, avulsa non solo dalle verità trascendenti sul destino eterno dell’uomo, ma  spesso anche dalle elementari esigenze  di cui la natura  dota gli  esseri umani.  (bisogno di relazione, di cura, di   significato). 

Il medico ippocratico giurava di adoperarsi per il bene del paziente; l’ antico Giuramento di Ippocrate  recitava: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa””; “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”.

L’attuale Codice Deontologico   (Nota) (7) per adattarsi alle mutate condizioni  culturali – filosofiche,  ha dovuto integrare le nuove richieste, intaccando   così, sia pure parzialmente,   il proposito di  “primum non nocere”, chiaramente espresso  nel suggerimento etico   richiesto  da Ippocrate.[2]

In questi termini la cura efficace della malattia coincide con ciò che è “bene” ed è l’ovvio fine ultimo della pratica medica, ma   rimane diversamente  codificato  ciò che è “bene”, a seconda dei diversi approcci   filosofico –esistenziali.

Schierato a protezione della vita, quando “l’arte” si dimostrava inutile, il medico greco si fermava.

 L’approccio cristiano  apre delle prospettive  etiche  molto più ampie. Il medico non deve solo curare ma anche assistere, confortare, accompagnare, “soffrire con” il morente, fino alla fine.  I medici non hanno gli strumenti tecnici per combattere la morte e la vita va difesa, ma, in una visione sacra del mondo, la morte rientra nella grande catena dell’essere;  è vissuta dall’uomo come limite, come condizione umana inevitabile,  ma è vicina, famigliare, connaturata alla nostra esistenza, evento con cui  si deve fare i conti e  che rientra obbligatoriamente  nella nostra  esperienza.

Oggi spesso avviene che della morte abbiamo tanta paura da non osare più  nemmeno nominarla,  chi si avvicina all’evento definitivo è sostanzialmente  lasciato da solo  ad affrontare il grande passo,   e  le persone vicine  sprofondano nella sensazione  dell’impotenza.  Il passaggio dalla società premoderna a quella moderna è caratterizzato da un’altra antropologia:poiché la Morte rimane  senza spiegazioni e giustificazioni filosofico – esistenziali, la modernità rimuove la Morte dall’ordine dei problemi di cui ci si può occupare.  Lo sviluppo scientifico, le vittorie dell’uomo, l’allungamento della vita media,  fanno credere che  sia solo una questione di tempo, che  arriverà il momento in cui potremo dominare,  essere padroni della vita e della morte; e l’istituzione, garante della salute collettiva, contribuisce a dilatare clamorosamente il ruolo sociale e politico della scienza  fino a farla  diventare  una nuova e salvifica religione.

   Coloro che stanno sperimentando l’ultimo  passaggio, i morenti,  diventano scomode icone  che ricordano al felice popolo dei consumatori il lato non ancora  risolto  della vita,  vengono ricoverati-segregati negli ospedali  e in strutture apposite e posti nella sfera di competenza dei medici, che  tendono a comportarsi esattamente come l’ ideologia della società della tecnica vuole che essi si comportino.

 Il medico  attuale,  figlio della nostra società, rischia  di  evitare di interrogarsi sui fini ultimi, interessato unicamente ai mezzi tecnici atti ad estendere la sua capacità. Come conseguenza Il controllo tecnologico dell’uomo sulla natura trasforma  così il morente in “oggetto”. Dalle facoltà escono  sempre più dei tecnici: medici-scienziati educati ad aver a che fare con “cose”.

Quindi il comportamento del medico-scienziato davanti alla morte è il frutto di un’educazione coerente con l’ideologia sociale dominante: l’ “accanimento terapeutico”,  attualmente largamente rifiutato come  prassi  utilizzata   quando ci si trova in condizioni di  fine – vita,  è conseguenza della mentalità meccanicistica, quando  i  medici interpretano le malattie come processi assolutamente prevedibili in una prospettiva di determinismo stretto, dimenticando che è ammalato un essere umano.

Nella pratica della professione però ci si imbatte in un’ampia zona grigia in cui le decisioni vengono  prese in condizioni di sostanziale incertezza: misura e ragionamento dicono al medico quand’è venuto il momento di fermarsi, cioè quando la valutazione del quadro clinico fornisce una serie di informazioni che permettono di prevedere l’inevitabilità della morte.

I criteri scientifici ed operativi che dicono come e quando va fatto quello che “deve” essere fatto, però non bastano, poiché quando si deve giungere ad una scelta, tutti i metodi necessitano di un giudizio di valore, ed i medici, troppo spesso, confondono tra loro fini e mezzi perché la preparazione tecnologica  a cui vengono istruiti non comprende aspetti che li possa mettere in grado di trattare questioni di valore etico, estetico o umano, lasciandoli in balia  solo delle  competenze specialistiche – tecniche, ed affidando alla sensibilità e responsabilità  individuale  le scelte da compiere (9)

La “medicalizzazione selvaggia degli eventi vitali”,  con le sue diverse soluzioni, non riguarda solo la classe dei “sanitari”, degli addetti ai lavori, ma  si riverbera nella pubblica opinione che  in certi casi non riesce ad accettare  l’interruzione di un trattamento intensivo “salva-vita”,  data la incombenza della morte (salvo le complesse problematiche  suscitate da queste esperienze di “ confine”,  relative alla definizione delle situazioni cliniche specifiche), o, all’opposto, in altri casi  intravvede come soluzione  unica e definitiva la censura, l’eliminazione dell’angoscia causata dall’incombenza degli eventi,  anticipando  la fine.

 Ricadute  etico –morali. Le recenti proposte

Una posizione “post – moderna” sta riconoscendo l’incapacità della medicina tecnologica di risolvere il problema della morte e il problema della sofferenza in malattie inguaribili, ma di fronte a questo fallimento  del mito dell’immortalità  si arena sul versante dell’impotenza.  

 Per la crescente incapacità di affrontare  l’evento “sofferenza – morte”,  si è sviluppata  la prospettiva  di  una diversa soluzione: nel caso di malattie inguaribili  e  gravemente debilitanti, la proposta individuata, è chiedere di morire. La richiesta di porre fine ad una sofferenza percepita come  insopportabile, rifiutare l’intervento  medico anticipando  la soluzione  finale,  è  comunque  un  completo ritiro, una resa. 

 Abbiamo a che fare con due  visioni sulla morte come accettazione  del limite,    che però sono radicalmente diverse ed hanno implicazioni diverse. In una visione sacra del mondo, la morte è limite ma è parte integrante della vita. Il rispetto che si deve alla vita lo si deve alla morte. La morte e la sofferenza sono innestate in quadri di riferimento che  inseriscono l’individuo in  un percorso  che lo trascende ma che  contemporaneamente dà un valore al suo vissuto  e lo pone in  vari modi  in relazione  stretta con  gli altri  umani, più o meno vicini  alla sua  attuale contingenza.

In una visione laica del mondo (1) le sofferenze umane sono sempre senza senso e non hanno alcuna giustificazione; così i sostenitori dell’eutanasia rivendicano per ragioni umanitarie il diritto del paziente di chiedere ai medici un aiuto per porre fine  ai suoi tormenti.  Questa richiesta nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo  il pieno potere sulla vita e quindi sulla morte. Ma, non essendo disponibili gli strumenti per esercitare questo potere, l’unica   soluzione individuata   è una  via di fuga dall’angoscia della morte.  Ci si difende dal non -senso cercando la fine di questa insostenibile  situazione: l’aver a che fare con l’assenza di significato. L’eutanasia, o la richiesta di suicidio assistito,  non ridà senso al morire, né conferisce dignità al morente, è solo  una scorciatoia, una strategia di rimozione, un modo per evitare di  affrontare  una domanda fondamentale.

E’ degno di nota che  sia  oppositori che sostenitori dell’eutanasia   sviluppano posizioni che pur essendo  inconciliabili, condividono la critica all’uso dissennato delle tecnologie. Tutti mirano a ristabilire la dignità del morire ed a fornire rispetto ed assistenza umana al morente: quello che   c’è di diverso è il concetto di “dignità”.

Viviamo in una società dove la televisione educa ed insegna che tutto deve essere illimitatamente bello, piacevole e facile; una società  in cui la morte e la sofferenza sono considerate   inaccettabili  fino ad essere considerate “lesive dei diritti alla salute”, e  vengono contestati e contrastati spazi  e luoghi in cui ospitare esperienze diverse dalla mentalità dominante.  Il rischio è che  sia  considerato “dignitoso”  solo ciò che risponde ai modelli patinati  proposti  dalla cultura dominante.

C’è un altro  aspetto importante  da considerare,  correlato  con  l’imposizione di modelli culturali   di riferimento, che “spinge” verso la legalizzazione di  richieste  di  conclusione medicalizzata della vita: la questione del morire  ha  una dimensione “politica”. L’autorizzazione a persone giuridiche  a dare la morte, implica  la concessione di una autonomia decisionale  enorme, di cui difficilmente si può ottenere il controllo.

 Una volta eroso  il divieto etico  del suicidio, la morte legalizzata  sarebbe difficilmente controllabile:  chi  decide  quali sono le condizioni    in cui la qualità della vita è così degradata   da  legittimare   una soluzione finale  irreversibile?     Ci si troverebbe in una specie di “piano inclinato” discendente, in cui  con alta probabilità l’elenco delle  situazioni ammesse tenderebbe inesorabilmente ad allargarsi:  depressione cronica? Di quale grado?  Disturbo cognitivo  avanzato?   A quale stadio?   Malattia oncologica terminale?  A quale spettanza di sopravvivenza? Stanchezza di vivere?  Per vecchiaia?  A quale età?  Gli esempi possono moltiplicarsi  enormemente, a testimoniare  quanto sia difficile ed arbitrario porre dei limiti di riferimento. 

 Rimane inoltre la considerazione, in base all’esperienza storica,  che  quando, sia pure con le dovute cautele, un principio è stato accolto dalla legislatura,  con la rapidità della luce è diventato nell’opinione comune  normalità,   gli eventi normati  sono diventati legali, e  giustificati perché non  sottoposti a penalizzazione. E’ avvenuto  ad esempio in paesi esteri con  la legalizzazione dell’uso   di sostanze  stupefacenti:  al livello culturale  dell’uomo comune ha assunto il significato di  considerare legittimo  il loro utilizzo,    venendosi così a perdere di vista  le ricadute umane  che tale comportamento trascina inevitabilmente con sé. E la perdita dei significati, la perdita di consapevolezza  del  disvalore veicolato  in questo modo  ha profonde conseguenze sulle colonne portanti, sui principi ideali della società che vogliamo costruire. 

 Un elemento  su cui porre attenzione, inoltre, è la considerazione  che  l’applicazione del principio dell’autodeterminazione ha  una  ricaduta del tutto utilitaristica: la posizione che sostiene l’eutanasia  propone l’intenzione  di evitare condizioni di sofferenza senza dignità, ma come risvolto questa prassi  potrebbe  essere utilizzata come un modo per contenere i costi sociali: il decisore forte, diventerebbe così l’economia;  il rischio è che   se l’eutanasia venisse  legalizzata,  potrebbe venire suggerita e magari stimolata,  come opzione appropriata, specialmente tra gli anziani che trovano inaccettabile la condizione di demenza e perdita di controllo del sé.  In un’epoca come quella attuale,  caratterizzata da pesanti  limiti nelle risorse, la decisione sulla vita e sulla morte s’avvia così ad essere condizionata prioritariamente  da valutazioni d’ ordine economico.

 Il pericolo che ci troviamo a dover fronteggiare è che “sdoganare” la legittimità  del poter prendere decisioni sul  fine  vita,  pone tutti noi in uno stato di perenne rischio di manipolazione da parte  di poteri politici, di gruppi di potere, di amministratori  in posizioni apicali che, sia pur  Medici, abbiano smarrito, evento purtroppo non raro, il senso profondo della loro missione, privilegiando vantaggi economici e personali.  Sotto  gli occhi di tutti  sono esempi storici  di questa deriva  etica, (e dalla storia dovremmo–potremmo trarre dei grandi insegnamenti) non solo a livello individuale,  per    degrado del singolo, ma  anche a livello nazionale e sovranazionale,  deragliamenti  istituzionali a cui il singolo cittadino non ha potuto  sottrarsi.

Considerazioni conclusive

E’ interessante   rivisitare  i vari aspetti di questa complessa  problematica  dalla prospettiva della norma personalistica. Il principio personalistico[3]  è sotteso ai principi fondamentali della nostra Costituzione (Articolo 2 della C.I) ( 18;): i Padri Fondatori, pur partendo da prospettive  personali, Weltanschauungen, concezioni del mondo, della vita, e della posizione in esso occupata dall’uomo anche molto distanti, hanno lavorato duramente  per impostare  il nostro assetto legislativo sulla base del valore della persona che  in nessun caso può essere  considerata un mezzo per raggiungere un fine,   e lo scopo finale è garantire il pieno sviluppo della persona.

Assistiamo però ad un fenomeno particolare che  da alcuni viene definito come tensione, “torsione” (3; 4) del principio stesso, per il fatto che il principio personalista  è posto a pari fondamento delle opposte posizioni che si confrontano nel  dibattito nazionale nelle questioni di fine vita.

 Secondo una posizione, la norma personalistica si oppone alla liceità dell’intervento diretto a togliere la vita,  dando la priorità al valore intrinseco della vita stessa  che non  è  ontologicamente   sacrificabile; la correttezza etica è affrontare la situazione di chi si trova alla fine della sua esistenza non privandolo della vita stessa ma al contrario offrendo vicinanza e, per quanto possibile, lenimento della sofferenza fisica e morale.

E’ quindi opportuno  lasciare invariato il quadro legislativo vigente, garantire che la fine della vita venga prodotta per via naturale, escludere la liceità di una partecipazione causale alla morte, di chi si trova a seguire l’interessato nelle relative fasi della sua esistenza, comunque essa sia motivata.

  Anche la posizione opposta comunque   invoca la norma personalistica,  si riferisce all’impostazione della Corte costituzionale, e   sulla base  dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione,  ribadisce l’opportunità (se non la necessità costituzionale) di una disciplina speciale, derogatoria dei divieti penali, che consideri la posizione delle persone giunte alla fine della vita in condizioni  non  soggettivamente accettabili.  Non si limita a sottolineare il diritto all’autodeterminazione degli interessati, ma si rifà esplicitamente al dovere della collettività di intervenire attivamente per alleviare le loro sofferenze e sopperire alle difficoltà di porre da se stessi fine alla vita.

Sarebbe la stessa prospettiva personalistica ad opporsi al divieto di fornire l’aiuto a morire su espressa richiesta dell’interessato  quando  la vita è divenuta fonte di sofferenze inutili ed intollerabili, perché in nome di principi astratti si lascerebbe l’interessato immerso in una situazione di cui questi vorrebbe liberarsi pur non avendone la possibilità materiale.

 Si esprime così un dicotomia insanabile tra chi propone la priorità del “giusto”  e chi propone la priorità del “bene” – particolarmente  se percepito soggettivamente come bene –   per l’ essere umano, come line – guida per  impostare un impianto legislativo.

La posizione  di chi sostiene l’illiceità della  contribuzione  alla morte  si sostiene sul fatto che,  se la richiesta di morire  deriva dalle  condizioni stesse, dallo stato in cui l’individuo si trova – per cui l’atto di togliergli la vita non costituisce un male, né per chi lo chiede, né per la comunità che giudica lecito l’accoglimento della sua richiesta –   ciò implica  il riconoscimento di  un giudizio di disvalore della collettività sulla vita di chi si trova nelle condizioni   considerate,  o  forse anche una certa dose  di interesse  soggettivo per la cessazione della vita stessa. Un tale giudizio negativo non viene espresso sulla persona – che al contrario si intende aiutare per sollevare  la realtà della sofferenza, ma è la stessa soluzione della morte a rivelarsi inadeguata, perché  giudizio sulle condizioni di vita finisce per coinvolgere direttamente (ed inevitabilmente) la persona che le sperimenta, sopprimendo il suo valore intrinseco che è l’esistenza.

La decisione di aiutare il sofferente privandolo della vita conduce la collettività ad innalzare se stessa a giudice della vita e a stabilire le condizioni in presenza delle quali l’ esistenza perde, agli occhi dell’ordinamento, di interesse e di valore, perché vista come esclusiva fonte di male per chi la sta vivendo.

In questo modo,  si attribuisce alla collettività  il potere  di valutare , in senso generale ed astratto,  le condizioni esistenziali  in cui  si trovano  la persone e  di stabilire normativamente   quando  sono da revocare  la tutela  e la protezione   di cui hanno diritto  umano, implicitamente   riconoscendo  così che  in alcune condizioni la vita, l’esistenza perde il suo valore assoluto, rischiando di potersi trovare in balia di criteri  limitanti.   E poiché determinati stati di vita  non si possono disgiungere dalla  persona che li sperimenta,   il giudizio su di essi   viene inevitabilmente trasferito sulla persona stessa,  provocando un capovolgimento del senso del principio personalistico stesso.

 Il principio personalistico viene piegato a   giudicare sulle condizioni di vita delle persone,  che la legge  determina  a sua discrezione, per stabilire  in quali casi  non c’ è carattere antigiuridico, cioè in quali casi è possibile  accettare  la richiesta di morte.

Mantenere  quindi  l’illiceità  della condotta   anticonservativa sostiene  l’interesse ed il valore che la prosecuzione della vita assume, agli occhi della collettività .

 Con la assunzione  della prospettiva  favorevole all’interruzione   della vita in determinate circostanze,  di fatto si  sottomette il suo valore  a delle specifiche circostanze  contingenti e transeunti,  e al giudizio soggettivo (età, tolleranza soggettiva alle condizioni avverse …), che nel tempo e in mutate condizioni sociali  potrebbe essere soggetto a variazioni.

Ne deriva un radicale mutamento di prospettiva rispetto alla concezione sinora attiva, rivolta a difendere come un bene la vita di tutti in quanto tale, del tutto indipendentemente dalle condizioni personali di ciascuno.

Sarebbe auspicabile  identificare un ordinamento  giuridico  che  garantisca   la  fruibilità   di principi etici  che  si  ispirano  ad impostazioni etiche diverse, pena la perdita di valore  e consistenza  della nostra stessa umanità. Garantire  la possibilità che vengano  considerati tutti i  fattori in gioco,   realizzare operativamente le condizioni   per cui   possa essere percepito il valore della vita in atto, organizzare una assistenza medica adeguata (cure palliative, strutture di assistenza,  coinvolgimento di  parenti e amici disponibili,  accompagnamento psicologico  con formazione specifica,  assistenza spirituale quando richiesta)  sono tutti interventi  che possono  sostenere la persona che si trova in situazione ritenuta inaccettabile   e aiutarla a  volte a scoprire degli aspetti  prima non percepiti

Il legislatore ha la grande responsabilità di  realizzare una norma che  garantisca    la  sussistenza e lo spazio  per le diverse posizioni,  nella consapevolezza che   lasciare spazio solo  al  principio  etico di  stile  relativistico (vedi articolo citato sopra  di PATUZZO 22), che  varia  in relazione alle  mutazioni delle condizioni sociali,  può lasciare spazio ad un grave impoverimento della dimensione  spirituale  dell’umanità.

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*Professore ordinario di Diritto costituzionale Università degli Studi di Teramo 

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* Docente di Buona Pratica Clinica, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma; Professore a contratto di Statistica Medica, Scuola di perfezionamento per Farmacisti Ospedalieri, Università degli Studi di Milano; membro della Royal Society of Medicine (UK) e della Royal Society of Statistics (UK)

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* Dirigente Medico, U.O.C. di Radioterapia, Azienda Complesso Ospedaliero “S. Filippo Neri”, Roma. Master in Bioetica presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Docente incaricato di bioetica nei corsi di laurea triennale di Tecnici di Radiologia medica dell’Università Cattolica del S. Cuore (corso parallelo presso l’Ospedale “S. Filippo Neri”, Roma).

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*Professore Ordinario di Bioetica –  – ** Dottoranda in Ricerca in Biomedica –   facoltà di Medicina e Chirurgia  “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma . *** L’articolo prende spunto da  una comunicazione  presentata a l 34° Congresso Nazionale  della Società Itaiana  di Medicinsa Legale e delle Assicurazioni ( SIMLA), Sorrento, giugno 2004;

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Dottorando in “Diritti umani. Teoria, storia, prassi”. Università degli Studi di Napoli “Federico II”

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  1. Morelli Alessandro –  Il principio personalista nell’era dei populismi – Consulta Online  2019 –  fascicolo secondo  –
  1. Meeting Rimini Ed 2015,  Mercoledi 26/8/2015 – Testimonianza –

L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene: esperienza della malattiaRodolfo Balzarotti, Direttore scientifico Fondazione William Congdon; Giorgio Cerati, Psichiatra, Componente Comitato Salute Mentale Regione Lombardia; Mario Melazzini, Assessore alle attività produttive, ricerca e innovazione di Regione Lombardia, Presidente di AriSLA, Presidente Fondazione Aurora Centro Clinico Nemo Sud di Messina, Direttore scientifico Centro Clinico Nemo di Milano; Silvia Spagnoli, Moglie di Ugo malato di SLA. Introduce Paola Marenco, Responsabile Centro Trapianti Midollo dell’Ospedale Niguarda e Vice Presidente Associazione Medicina e Persona.1

19. Mucci Giandomenico  – Ancora sul rapporto tecnica – religione: un articolo di   Massimo Aloisi –   Da: “La Civiltà Cattolica” 18 novembre 2000 – anno 151 – 3610 – Pagg 328 – 340

20. Orsi Luciano* Dialoghi aperti e costruttivi  sull’aiuto a morire – Il Punto  n 4 /2024

*Medico rianimatore e palliativista  – Membro  della Consulta scientifica del “ Cortile dei “Gentili”

21. Panti Antonio*– La deontologia all’alba dell’ intelligenza artificiale  Il Punto 19 dicembre 2022 * Medico di Medicina Generale  – Commissione deontologica nazionale della FNOMCeO – Comitato regionale di bioetica della Toscana.

22. Patuzzo Sara–  * Dall’etica medica alla deontologia medicaIl ruolo della deontologia medica  – Il Punto 12 dicembre 2022

*Ricercatrice  in Storia della medicina e Bioetica  – Dipartimento di scienze chirurgiche , odontostomatologiche  e materno – infantili – Università di Verona

23. Perin Marta* – Un comitato per l’etica nella clinica in un’azienda sanitaria –  Il Punto – 3 ottobre 2023*Ricercatore  sanitario  – Comitato per l’etica  nella clinica – Unità di bioetica, Azienda Usl-Irccs di Reggio Emilia

24. Piccinni Mariassunta*L’aiuto medico a morire e il ruolo dei comitati per l’etica clinica –  il Punto  n 4  2024 – * Coordinatrice  dell’ Osservatorio  di Diritto gentile  di Padova  – Comitato etico per la pratica clinica  – Istituto oncologico di Padova

  1. Pulice Elisabetta* – Il ruolo della deontologia medica –   Il Punto . 12 dicembre 2022

*Ricercatrice presso il Laboratorio  dei Diritti fondamentali del Collegio  Carlo Alberto di Torino – Collaboratrice  alla didattica e alla ricerca  presso la Facoltà  di Giurisprudenza , Università di Trento

  1. Sandrin Luciano** Il benessere dell’anziano, utopia o realtà? Aspetti psicologici e spirituali   – Conferenza tenuta al I Congreso Internacional de Enfermeria Geriatrica – Barcelona 28-31.5.1997 – in: Medicina e Morale 1997/6: 1129-1138

** Preside dell’Istituto internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum”, Roma

  1. Saraceno Benedetto – Per una buona morte – Il Punto 2 agosto 2022
  1. Spinsanti Sandro* _  1)- L’etica al letto del malato : una presenza in diverse  modalità ( prima parte- Il Punto 27 ottobre 2023).

2) L’etica in Medicina: tra comportamenti leciti e indirizzo di  scelte ( seconda parte – Il Punto 4 novembre 2023).

3) Le diverse facce dell’etica  nella cura, dal couseling  all’esortazione ( terza parte – Il Punto 13 nov 2023)

* Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities

  1. Spinsanti Sandro*  Le posture dei professionisti della cura – Il Punto 6 febbraio 2025 -*Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
  1. Turoldo F* – Autonomia  decisionale in sanità: valori ei limiti di un modello  – Intervento  del 4 maggio 2005 a Camposampiero di Pd  al convegno SIBCE
  1. Un diritto gentile  – Gruppo di lavoro multidisciplinare  –  Sull’aiuto medico a morire –  Il Punto 10 luglio 2024 –

NOTE

[1] –  vedi articolo “  dall’ etica medica alla deontologia medica” PATUZZO(22)  :  in cui si afferma che  nel campo dell’etica medica  i metodi indagine , a seconda delle caratteristiche, possono modificare  anche  notevolmente La valutazione morale. )

[2] Codice Deontologico:

Art. 16 – Procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita. Il controllo efficace del dolore si configura, in ogni condizione clinica, come trattamento appropriato e proporzionato. Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provocare la morte.

 Art. 17- Atti finalizzati a provocare la morte Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.

INDIRIZZI APPLICATIVI DELL’ART. 17 – “ATTI FINALIZZATI A PROVOCARE LA MORTE” E CORRELATI, AI SENSI DELLA SENTENZA 24/19 DELLA CORTE COSTITUZIONALE La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare

[3] In che cosa consiste il principio personalista?

 Da: Enciclopedia Treccani

Nella riflessione bioetica, la prospettiva personalistica difende la tesi della dignità intrinseca di ogni persona umana in ogni istante della vita, dal concepimento alla morte naturale. In particolare, dal p. ontologico – affermante il valore oggettivo di ogni persona umana, quale unità di corpo e spirito, unica e indisponibile, dotata di una dignità intrinseca, propria della natura umana – derivano il principio della difesa della vita fisica, in quanto intangibile e indisponibile; il principio terapeutico, per il quale ogni intervento sulla persona si giustifica solo se ha il fine di guarire o curare il soggetto malato; il principio di libertà e responsabilità, secondo il quale la libertà personale incontra un limite oggettivo nel rispetto della vita e della libertà dell’altro; il principio di socialità e sussidiarietà, che si propone il raggiungimento del bene comune attraverso il bene del singolo e la solidarietà verso chi ha più bisogno.

I diritti inviolabili della persona

Con l’espressione “diritti inviolabili” s’intendono quei diritti e quelle libertà essenziali che costituiscono la base e il fondamento del nostro regime politico.

Con ciò si sono posti a fondamento del nostro ordinamento i principi personalista, pluralista e solidarista, già peraltro impliciti nel più comprensivo principio democratico, in forza dell’art. 1 Cost.

Dal principio personalista discende che fine ultimo dell’organizzazione sociale è lo sviluppo di ogni singola persona umana e che di conseguenza non è la persona in funzione dello Stato, ma lo Stato in funzione della persona.

Pertanto, il “riconoscimento” da parte della Repubblica dei diritti inviolabili dell’uomo sta a significare che tali diritti sono anteriori rispetto all’ordinamento giuridico e, quindi, non sono nella disponibilità dello Stato, che non può né comprimerli né disconoscerli.

Inoltre, tali diritti sono indispensabili ed intrasmissibili (non possono cioè essere oggetto di rinunzia o transazione) da parte dei loro titolari e sono imprescrittibili (non si estinguono nonostante il mancato esercizio da parte del titolare).

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COME CRESCERE UN FIGLIO SICURO

Dott.ssa Lucia Laudi

L’essere umano ha bisogno di stimoli per riuscire a crescere non solo fisicamente, ma anche psicologicamente; i cinque sensi ci permettono di restare in contatto con il mondo esterno e di mantenere un equilibrio psichico, è fondamentale che, fin da appena nato, il bambino non resti nell’isolamento sociale e che i suoi sensi siano stimolati, se no inizia a perdere il senso di sé, del suo confine con il mondo sensibile e del senso della sua esistenza e questo può essere l’inizio dell’ansia, della paura del mondo, degli altri e di non farcela a superare le avversità della vita.

Le figure genitoriali devono costruire nel piccolo una base sicura su cui costruire la sua personalità, la sicurezza in sé e negli altri, per far questo è fondamentale che gli diano “carezze” che sono alla base del riconoscimento.

Le carezze, per l’Analisi Transazionale, sono un elemento fondamentale per far crescere sano e sicuro di sé il piccolo appena nato, esse sono il midollo della spina dorsale, che se ben nutrito fanno crescere dritta la “piccola pianta”.

Le carezze possono essere fisiche, che ci permettono direstare in contatto con il nostro ed altrui corpo e verbali che nutrono la nostra psiche, ci gratificano, entrambe confermano che esistiamo e che abbiamo un senso in questa vita.

Dare e ricevere carezze positive è fondamentale per confermare che esistiamo, ognuno di noi è affamato di carezze perché soddisfano il bisogno di riconoscimento e danno il permesso di esistere. Le carezze danno la vita, prevengono l’ansia, impediscono gli attacchi di panico e costituiscono la base sicura su cui si costruisce la personalità. Quindi il primo passo da fare è dare al figlio, che sta crescendo nel ventre della propria madre, le carezze positive verbali e fisiche: accarezzandolo e parlandogli con voce dolce, tranquilla e sicura, lui o lei percepisce le vibrazioni positive che costituiranno le fondamenta della sua sicurezza.

Freud diceva che il mestiere più difficile è fare il genitore, mestiere che si impara ogni giorno, ben vengano gli errori, perché permettono di comprendere come aggiustare il tiro, l’importante è che il figlio comprenda che non ha dei genitori perfetti, ma dei genitori che fanno di tutto per accompagnarlo nella sua crescita, che, fin dalla sua nascita essi fanno di tutto per accompagnarlo nel prendere una forma fino a diventare una persona adulta che conosce se stesso.

Fondamentale è dare al proprio figlio delle regole, insegnargli a rialzarsi quando cade e che ce la può fare da solo. Il figlio, soprattutto da adolescente, non desidera avere la strada spianata, senza ostacoli e delusioni, lui vuole fare le esperienze della vita e imparare da solo a risolvere i problemi e a sollevarsi dalle delusioni e dai fallimenti. Allora come fare? Per prima cosa il genitore non deve sostituirsi al figlio, correndo a rialzarlo quando cade perché sta imparando a camminare o perché prende un brutto voto o lo prendono in giro a scuola, ma deve fargli sentire la sua presenza dandogli fiducia, standogli vicino per non fargli fare troppo male quando cade, dargli consigli, facendogli capire i pericoli della vita, ma deve farlo rialzare da solo, perché solo così egli impara a stare in equilibrio.

Le regole devono essere poche, ma devono essere seguite, non tornare sui propri passi quando si dice dei NO, questo è un grosso errore, perché il figlio capisce che può fare quello che vuole, percepisce che i genitori non sono sicuri , allora imparerà a ricattarli su un piano emotivo.

I No, ovviamente sensati e non devono essere troppi, aiutano a crescere, perché danno dei confini, è come dire: “figlio fino a qui puoi arrivare, oltre non mi sta più bene, ci sono delle regole (sensate) e devi rispettarle”. Questi confini danno sicurezza, determinano il terreno su cui si può camminare.

Attenzione però a reggere la sua reazione ai no, sicuramente si arrabbierà, si chiuderà in camera triste o riverserà sul genitore tutta la sua rabbia e questo è il momento cruciale di tenere duro, è qui che lui capirà il punto debole dell’adulto, se questo cede ecco che imparerà a usare quella modalità per ottenere le cose dagli altri anche da grande. Si isolerà rattristato o urlerà investendo l’altro con la sua rabbia.

Un altro punto, che io ritengo fondamentale è non sostituirsi al figlio quando ha delle delusioni amorose, con gli amici o a scuola. Genitori non correte a risolvere voi i suoi problemi, ma insegnategli ad affrontare l’altro, parlandogli, chiarendosi e ad accettare che l’altro può dirgli NO!

Importante è insegnargli a mettersi in discussione, chiedendosi “Io cosa posso fare di diverso? Cosa ho sbagliato e come posso correggermi?”, anziché rimandare all’altro la responsabilità della situazione negativa in cui si ritrova. I genitori non devono essere le stampelle dei figli, perché prima o poi queste non ci saranno più e se loro non hanno imparato a rialzarsi e a trovare il nuovo equilibrio da soli ecco il dramma, arriva l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione o più semplicemente la convinzione che la vita è troppo difficile

Citazione

IMMAGINE O REALTA’

dott. ssa LUCIA LAUDI 

Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, definisce il copione di vita

“Un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata da avvenimenti successivi che culmina in una scelta decisiva”.

Intorno ai tre quattro anni di vita il bambino costruisce una copione, basandosi su messaggi che riceve prima dalle figure genitoriali (madre, padre, nonni, insegnanti, ecc.) e poi confermante dal mondo esterno e su immaginazioni e conclusioni a cui giunge, spesso generalizzando. Verso i sette anni lo completa e nell’adolescenza lo rivede, aggiungendo particolari, modificando l’immagine di sé, dell’altro e del mondo, ma restando sempre attaccato alle prime decisioni e conclusioni copionali che diventano sempre più distruttive.

Ognuno di noi su queste convinzioni  e sui messaggi genitoriali che ci dicono cosa fare e non fare, come pensare ed agire, prendiamo delle decisioni su come relazionare con il mondo sociale.

 Il piano di vita che formiamo è molto rigido e limitante e ci conduce a ripetere all’infinito comportamenti disfunzionali al proprio benessere e man mano che diventiamo adulti si trasforma in una trappola psicologica e a volte anche fisica, che ci trascina nel vortice della sconfitta e ci sentiamo sempre più una nullità e incapaci.

Le decisioni di copione inducono ad assumere dei modi di affrontare le gioie e i dolori della vita con atteggiamenti di chiusura o di aggressività e violenza verso il mondo, ci portano alla convinzione che non possiamo fare nulla per cambiare ciò che ci succede e che ogni nostra azione è conseguenza delle azioni altrui.

Anche quando ci sembra di “aver toccato il fondo” e di essere negli abissi più bui, compare un raggio di luce e i colori ritornano a splendere se noi sappiamo guardarci intorno.

Come dice un’analista transazionale Fanita English, il copione di vita è utile ad ognuno di noi perché ci permette di sopravvivere nel mondo e a soddisfare il bisogno innato di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni e, inoltre, da il grande potere all’individuo fin da piccolo di tenere insieme le speranze, credenze, fantasie ed esperienze, rendendo il mondo prevedibile e gestibile.

Il copione di vita può essere modificato, cambiando le decisioni che sono state prese in passato sostituendole con altre più funzionali sia per l’età adulta sia per la situazione presente.

 Questo è il grande potere che l’individuo possiede “RIDECIDERE”, basta con l’essere convinti che non possiamo fare nulla che è la vita, le istituzioni e gli altri che ci rovinano, che agiscono contro di noi. Iniziamo a dire “Io cosa posso fare per cambiare la situazione? Come di devo porre agli altri affinché cambino idea di me?” Solo così possiamo prenderci in mano la vita.

Ognuno di noi agisce e sente non secondo la realtà del mondo esterno, ma seguendo le rappresentazioni mentali che formiamo nel corso della vita.

Alcune immagini si costruiscono secondo un modello quasi universali: la madre virtuosa e gentile, il padre severo e giusto: la gente vuole credere a queste immagini anche se non sempre corrispondono a realtà.

Quando si ama qualcuno la sua immagine si associa a sentimenti costruttivi, mentre quando si odia la si associa a sentimenti rabbiosi e distruttivi.

Nonostante si cerchi di restare aggrappati alle proprie immagini, con il tempo le persone e noi stessi cambiamo, per cui, a volte, rendiamo tali immagini romantiche per restare legati ai “bei tempi passati”.

A volte si incontrano amici dopo parecchio anni e quelle immagini di loro si scontrano con la realtà che abbiamo di fronte e si scopre che essi non sono così meravigliosi

 Può capitare che le immagini stereotipate, come il partner perfetto o che sia uguale alla madre o al padre tanto amati non rappresentano la realtà che viviamo e se sono troppo rigide e non si riesce a modificarle, allora sono guai. Non si riuscirà a trovare l’anima gemella, non si avrà quel figlio o quei genitori tanto desiderati e si diventerà delusi e rabbiosi verso coloro che non rispondono ai propri costrutti, si andrà alla ricerca dell’immaginario per tutta la vita.

La donna o l’uomo di successo saranno coloro che formeranno le proprie immagini aderenti alla realtà.

Caccia alle streghe

Dott.ssa Lucia Laudi

Ho osservato nelle classi prime della scuola di II grado, che
tendenzialmente gli allievi hanno un comportamento tranquillo e
timoroso, ma dopo un periodo di circa 2 mesi, iniziano ad assumere un
comportamento di ribellione e ogni loro difficoltà l’attribuiscono
agli insegnanti.
Tendono a prendere di mira quell’insegnante più severa, che chiede
loro di studiare di più e soprattutto cercano il consenso e il
sostegno dei genitori, raccontando loro parte degli eventi o dei
discorsi, estrapolandoli dal contesto,  in questo modo il significato si modifica dà la possibilità di attaccare il docente, dandogli tutta la responsabilità dell’insuccesso del figlio/a.

I genitori, non tutti, non accettano l’idea che i loro figli possano travisare la
realtà per non prendersi la responsabilità delle proprie azioni ed evitare sgridate o piccole punizioni, ma  è l’insegnante che sbaglia e deve essere subito attaccato e “darle una lezione”.

Nella mia esperienza di insegnante e psicoterapeuta, ho visto genitori e ragazzi che, immediatamente senza avere un incontro preliminare con il docente in questione, chiedevano un colloquio con il preside e appena si sedevano, rivolti al docente, facevano un sorriso sornione di soddisfazione e immediatamente attaccavano con toni aggressivi e minacciosi il docente e il suo operato, contestando anche il voto, perché loro avevano interrogato l’allievo a casa e sapeva bene. Come se tutti potessero fare gli insegnanti.

In questi anni di lavoro come insegnante e psicoterapeuta ho osservato che si attiva un gioco psicologico in cui gli attori sono i genitori, gli allievi i docenti, il preside e in alcuni casi anche il personale ATA e i ruoli ricoperti sono Persecutore, Vittima e Salvatore.

Cerco di fare una breve analisi dei meccanismi che ho osservato nel corso della mia esperienza.

Il ragazzo/a ha delle grosse difficoltà a gestire le sue emozioni affinché possa assumere  il comportamento migliore e più adeguato alla situazione e i genitori o altre figure genitoriali, non lo hanno educato a riconoscerle e a gestirle in modo da trovare degli atteggiamenti consoni a superare le difficoltà.

In questo gioco psicologico i genitori vanno subito dal preside rimproverando  il docente perché ha dato un’insufficienza e che non è in grado di valutare, perché a casa hanno interrogato il figlio/a e sapeva tutto, ha studiato parecchie ore e accusano il docente di assumere comportamenti
gravi verso il ragazzo/, il messaggio ulteriore è “Non vali, ti faccio
vedere io”. A questo punto l’insegnante si sente attaccata e può assumere ha due tipi di atteggiamento: di sottomissione o di ribellione.

I genitori spesso cadono nella “rete gettata dal figlio/a, che per paura di ricevere una sgridata con punizione della privazione del cellulare, come se fosse questione di vita o di morte, raccontano i fatti omettendo o dicendo solo delle parti dei fatti. Le posizioni esistenziali degli attori oscillano sempre tra Io non valgo e Tu si o Io valgo e Tu no. In Analisi Transazionale diciamo Io più Tu meno e Io meno e Tu più.

I genitori e gli allievi che attivano questo gioco psicologico si trovano in una posizione di IO PIU’/TU MENO assumendo un ruolo di Persecutore: “Tu insegnante non vali , non sei capace né di insegnare né di valutare, ti dico io come devi fare, tu ce l’hai con mio figlio/a, (o con me se si tratta dell’allievo). In realtà entrambi i persecutori, sovente ricoprono la posizione esistenziale psicologica IO NON VALGO E TU SI’ e dal momento che i figli non riescono a sopportare i fallimenti e le fatiche che si devono affrontare nella vita e i genitori non riescono a sopportare il dispiacere, che diventa dolore, di vedere il figlio che soffre ecco che spesso reagiscono con l’aggressività e completano il gioco “Caccia alle streghe” con quello “E’ tutta colpa tua”.

Il docente si fa agganciare nella sua debolezza di sentirsi in difetto e cade nella posizione esistenziale IO NON VALGO TU SI, non sono abbastanza capace oppure IO VALGO E TU NO, rispondendo a sua volta con la rabbia.

E’ importante che il docente attivi la sua parte Adulta sia assertivo, che faccia un’ esame di realtà ai genitori e allievi, in questo modo stoppa il gioco psicologico e, magicamente, diventano alleati dell’insegnante, il discente cambia atteggiamento e inizia una nuova relazione proficua per tutti.

LA MORTE PARTE DELLA VITA

Dott.ssa Lucia Laudi

Quando viene concepito un bambino l’unica cosa certa è che deve morire, ciò di cui non è sicuro è come e quando avverrà.

La morte viene sovente rappresentata come un’ entità oscura con il volto coperto da cui sfuggire, come avviene nella canzone “Samarcanda” di Vecchioni. Il soldato vede la morte, si spaventa e fa di tutto per sfuggirle, ma non fa altro che andarle incontro.

Questa canzone ci fa comprendere che il destino e la morte sono due eventi che l’uomo non può controllare per quanto faccia.

Pulcinella, invece, intraprende con lei una bagatella, che diventa un gioco tra i due, l’ affronta, esorcizzandola.

La morte è un evento naturale che fa parte della vita, ma ci spaventa fino a terrorizzarci.

Per quale motivo? Io ritengo che ce ne siano due. Uno è il distacco,  al quale non siamo sempre preparati, non accettiamo di lasciare le persone care e il nostro mondo. Non siamo disposti a lasciare andare ciò che si è concluso, non accettiamo di staccarci da ciò che ci è noto per buttarci nel nuovo che è ignoto.  

Sappiamo che una volta chiusi dei capitoli ne iniziano degli altri, il capitolo vita se si chiude non vediamo il proseguo o comunque non ne abbiamo certezza. Il secondo motivo è la non accettazione dell’incertezza , dello sconosciuto e dell’impossibilità di gestire.

La morte è parte integrante della vita, per cui è fondamentale parlarne, guardarla, darle un volto e non sfuggirle e dare forma alle emozioni.

Nella cultura occidentale, la morte viene vista come un “qual cosa” da scongiurare  e da evitare, addirittura non bisogna parlarne , è un maleficio che deve essere neutralizzato, a tal punto che, in certi casi, si arriva all’accanimento terapeutico, non tanto per il bene del malato, ma per quello dei sui cari che restano e che non accettano il dolore della perdita, perché danno più importanza al corpo anziché allo spirito.

Mentre le grandi civiltà, come le culture tribali, hanno la capacità di conciliare la vita con la morte, perché la sanno far ritornare nel cuore della vita. Loro sanno che ogni essere vivente nel suo percorso la morte ne è parte.

 P. Ariès ha fatto degli studi su come si viveva nel passato la morte e come la si vive nel mondo moderno. Secondo lui per millenni l’uomo ha avuto con la morte un rapporto familiare e la sentiva parte del suo essere, l’ha chiamata “morte addomesticata”, mentre negli ultimi due secoli è avvenuto un ribaltamento, la morte fa paura e diventa oggetto di vergona e di tabù a tal punto che non si deve pronunciare, questa è la “morte selvaggia”.

Svelare la morte, guardarla in faccia, farla nostra amica ci svela il senso del bene e del male e diventa nutrimento della conoscenza, l’uomo è l’unico essere vivente che è consapevole che morirà, mentre negare la sua esistenza, ridurla a statistiche porta disordine e violenza.

Le culture del passato e quelle tribali di oggi sanno accogliere la morte di un caro attraverso i riti che si svolgono sia quando è moribondo, sia dopo la sua morte e tutta la comunità si stringe vicino a lui e ai suoi famigliari. Accompagnano il morente nel suo viaggio di passaggio con canti, balli, amuleti e riti e questo permette a lui a chi resta di elaborare la morte accettandola con serenità anche se il cuore e addolorato.

La nostra società non ha più riti che ci permettono di elaborare e fare nostra la morte, questo ci fa provare un dolore intenso, che spesso impiega anni prima di essere lenito dall’accettazione dell’evento e di farcene una ragione.

Educhiamo i nostri figli alla morte, come oggi li educhiamo alla sessualità, al rispetto dell’altro e soprattutto delle donne, non evitiamoli le occasioni di venire a contatto con la morte; se è un nonno o un genitore o un fratello che se ne va, lasciamo che si parlino, che abbiano la possibilità di rievocare i ricordi dei momenti passati insieme e che si possano salutare rasserenandosi l’uno con l’atro, non pensiamo che è troppo piccolo e quindi non capisce o resta sconvolto, anzi lo aiutiamo a elaborare il dolore della perdita e colui che muore lo farà con serenità.

“Se incontri un nemico, pensa: è condannato a morire e lui lo sa. Non proverai compassione?”

“Il morto è colui che non è presente, trovandosi fuori dal tempo che fluisce in quest’istante”

 F. Gianfranceschi Svelare la morte edizione Rusconi 1980

L’INCONSCIO È IL NOSTRO FONDALE MARINO

Dott.ssa Lucia Laudi

Il nostro inconscio è come il fondale marino, nasconde tante insidie, bisogna stare molto accorti , ma riserva meraviglie inaspettate e sa rigenerarsi nonostante i colpi mancini che fende il mondo esterno. Noi pensiamo di essere solo quello che vediamo , i nostri comportamenti, le parole che diciamo, ma siamo molto di più. In natura ogni più piccolo elemento ed essere vivente è funzionale all’ecosistema, anche le rocce hanno la loro importanza e funzione, così anche ogni più piccola parte della nostra psiche e del nostro corpo hanno la loro funzione. Quando osservo foto con fondali marini resto meravigliata da come ogni cosa che è stata, resta impressa in un qualche modo e tutto ciò che era diventa utile alla vita di oggi. Anche i relitti di navi, aerei e sottomarini diventano utili per la vita marina.

Photo by Tom Fisk on Pexels.com

Quando un aero precipita e impatta col mare o una nave affonda succede la catastrofe, ci sono molte vittime e ciò che rimane è il dolore straziante di chi resta e in fondo al mare restano dei relitti che al momento del disastro hanno causato morte anche tra la natura marina; in quel preciso istante è distruzione, ma piano piano la natura si appropria di quegli enormi corpi estranei e li fa diventare tane per le creature marine e luoghi di vita ricoperti da alghe, coralli e anemoni. La vita ritorna, diversa ma ritorna.

Ecco, il nostro inconscio è uguale, nasconde tanti dolori e tristezze, ma anche gioia, felicità e voglia di vivere, si sa difendere e trova strategie a volte disfunzionali, altre volte individua delle ottime vie d’uscita.

Quando stiamo percorrendo momenti molto difficili e siamo convinti che non ce la faremo mai e il mondo ci crolla addosso, perché i pilastri, che pensavamo essere di cemento armato e indistruttibili, improvvisamente,  a causa di qualcuno o di qualche evento che rompe l’equilibrio che durava da anni, crollano come un castello di sabbia raggiunto dall’onda del mare; ecco che quello che oggi ci sembra terribile e angoscioso, può diventare plancton per il nostro domani.

Il nostro inconscio è come la natura, quando riceve dei traumi dopo un tempo più o meno lungo incomincia  a mettersi in moto, elabora le emozioni spiacevoli come la tristezza, i dolore e l’angoscia che diventano pensieri e poi azioni e comportamenti nuovi e positivi generando una persona diversa.

Foto di Stefano Gobbo Istruttore sub

L’inconscio lavora in sordina, per tanto tempo, sembra, essere distrutto dal relitto che gli è piombato addosso, togliendogli ogni energia ed eliminando ogni parvenza di vita, ma poco a poco avviene come nei relitti marini. Qualche pesce si avvicina, lo esplora e poi decide di fare la propria tana, procrea e lo popola e poi arrivano altre specie marine che lo seguono. Certo il relitto rimane, non può sparire, ma non è più morte e distruzione è vita nuova e alle volte anche più bella e più florida di prima.

Impariamo ad ascoltarlo, ha molto da dirci e sa suggerirci le soluzioni alle nostre angosce e sa farci trovare la strada per gioire nuovamente della vita.

L’inconscio usa un linguaggio che non ci è chiaro, di immagini e simboli per sviare la coscienza e la società che ci circonda, ascolta i bisogni e le emozioni senza darci un ordine e un senso e spesso resta legato al passato credendo che ciò che valeva ieri vale anche oggi, ma la coscienza ha il potere di dagli un ordine attraverso la ragione e la sua capacità elaborativa.

IMPARIAMO AD ASCOLTARLO, A CAPIRLO E A DARCI UN SENSO

A volte questo percorso non è facile da percorrere, per cui bisogna rivolgersi a qualcuno che ci indichi la strada.

Mi piace rifarmi alla filosofia di Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, che si basa su questi concetti: ognuno è OK (degno di essere amato per quello che è), ognuno è in grado di pensare, di decidere e costruire il proprio destino e di cambiare le proprie decisioni nel corso della vita.

Photo by Christian Vergara on Pexels.com

Intimità

Rossana Centis

Cosa significa “intimità” in senso psicologico?

Cercando banalmente su Google, si trova: “L’intimità è un processo mediante il quale due persone si scambiano sentimenti, pensieri e azioni e sviluppano nel tempo la capacità di condividere dolori e la paura di essere feriti, nel rispetto reciproco. È un processo personale del confrontarsi con sé stessi e contemporaneamente aprirsi al proprio partner”.

L’intimità è ciò che accade tra due persone, o anche fra me e me stesso, in un silenzio comunicativo, dove non c’è bisogno di parole. Intimità essere soli insieme, sentirsi insieme in quanto accomunati dalla solitudine. Ciò accade nel rapporto tra marito e moglie o tra una coppia molto affiatata o tra due amici.

I momenti più significativi sono quelli in cui si è consapevoli della fatica che si fa per stare insieme: ci vuole coraggio per affrontare la propria insoddisfazione. Questa è l’intimità.

Solo la nostra cultura edonistica, finalizzata alla ricerca del piacere, ci dà l’illusione di una felicità a portata di mano: siamo consumatori ai quali si vendono ricette per la felicità.  Ma l’uomo è dotato di uno sguardo che lo fa sempre andare oltre, e di una sana inquietudine che lo spinge a cercare il senso delle cose, e lo apre alla trascendenza.

L’edonismo è effimero, e affonda le sue radici nel nichilismo di chi lo promuove. A queste persone, questi imbonitori, non importa porre domande, non considerano la complessità del reale. Vogliono sedurre: forniscono facili risposte, non quesiti, (ma non hanno senso delle risposte a domande che non ci sono).  Se vendono formule magiche cariche di “certezze” per essere felici è perché reputano che non c’è nulla per cui valga la pena di vivere, nessun ideale che meriti fatica e sacrificio; il nichilista è colui che ha deciso di non porsi domande, scomode perché implicano movimento, crescita, a volte anche sofferenza, e sceglie di perseguire il piacere momentaneo della propria esistenza. Ma così si fa male all’uomo, si distruggono il mistero e l’inquietudine e lo sviluppo delle caratteristiche della nostra umanità.

AUGURI 2025- la differenza è una ricchezza!

Rossana Centis

BELLISSIMI AUGURI RICEVUTI DA BERNARD ROUCH

prima di ogni anno nuovo spesso facciamo un bilancio di quello appena trascorso. È evidente che il nostro mondo resta segnato da conflitti che rivelano la nostra persistente difficoltà a trascendere le divisioni, siano esse relazionali, familiari, politiche, economiche o sociali. Paradossalmente, nell’era digitale in cui siamo più connessi che mai, la distanza tra le persone sembra approfondirsi ulteriormente. Di fronte alle incertezze, tendiamo a rifugiarci nelle nostre convinzioni, innalzando barriere invisibili intorno a noi. Questa Torre d’Avorio, in cui ci trinceriamo, ci spinge a vedere nell’altro, in chi è diverso, una potenziale minaccia. La nostra mente, naturalmente incline alla semplificazione, ci fa scivolare in una visione del mondo in bianco e nero dove noi saremmo detentori della verità, e l’altro necessariamente nell’errore.

Questo atteggiamento nasce dal nostro attaccamento ai pregiudizi e ai vecchi schemi di pensiero che generano paura del cambiamento e ansietà verso il futuro. Ci spingono a ripiegarci su noi stessi, alimentando la solitudine e il risentimento, in un ciclo che si autoalimenta e che rischia di allontanarci sempre più gli uni dagli altri.

Sono reazioni istintive che portano a una progressiva frammentazione della società, un prezzo che l’umanità non può più permettersi di pagare. Le sfide globali che il nostro pianeta affronta richiedono una cooperazione senza precedenti.

Come ci insegna Rumi, il grande maestro Sufi del XIII secolo, “oltre le idee di giusto e sbagliato c’è un campo: là ci incontreremo”. È in questo spazio oltre le separazioni che possiamo accogliere l’altro nella sua interezza, al di là delle nostre differenze. È qui che possiamo riscoprire la ricchezza che nasce dall’incontro autentico, dalla curiosità sincera per ciò che è diverso da noi.

Il mondo dell’innovazione ci dimostra ogni giorno che l’incontro tra culture è il motore potente della creatività. Aprirsi al dialogo non significa rinunciare alle nostre radici, ma piuttosto arricchirle, trasformando la nostra eredità in terreno fertile per nuove possibilità. Le soluzioni più innovative emergono da questa simbiosi tra tradizione e modernità.

La storia ci mostra che è spesso quando le divisioni raggiungono il loro apice che si avvia un movimento di ritorno verso l’unità, come il  flusso di ritorno di un’onda dopo il suo impatto sulla riva. Questo fenomeno naturale si osserva attraverso le epoche, dove le grandi crisi hanno generato straordinarie rinascite.

Impegniamoci dunque ad accelerare questo movimento di ritorno, costruendo ponti che ci uniscano al di là delle nostre differenze. Mai come oggi abbiamo bisogno di unire le nostre forze, di lavorare insieme per il bene comune.

Che il 2025 sia l’anno in cui le nostre differenze si trasformino in opportunità di crescita collettiva. È unendo le nostre energie e armonizzando le nostre visioni del mondo che potremo plasmare un futuro all’altezza delle nostre aspirazioni, incarnando pienamente il potenziale della nostra umanità.

I nostri più affettuosi auguri per un 2025 in cui ci sia sempre più spazio nella cura di noi stessi e dell’altro. Che sia un anno di profonda unione e di luce nei cuori, dove la bellezza delle nostre anime possa risplendere liberamente.

Bernard e Angy

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Note

Nato a Montpellier, in Francia, Bernard Rouch è un ricercatore spirituale, formatore internazionale e scrittore

Ha conseguito due lauree, in ingegneria e fisica all’Istituto Nazionale di Scienze Applicate di Tolosa e in microelettronica alla Facoltà di Scienze Elettroniche di Tolosa, specializzandosi poi con un master in telecomunicazioni alla Scuola Nazionale Superiore di Telecomunicazioni di Parigi.

Ha lavorato per il sistema interbancario Francese fino al 2000 (gestiva il sistema informatico), ma poi ha deciso di dedicarsi completamente alla ricerca spirituale, alla cura dell’anima e del corpo energetico dedicandosi all’insegnamento.

Conferenziere e formatore internazionale, tiene seminari di crescita personale (morte, nascita, perdono, compito di vita, Karma, talenti, ferite emozionali ecc.) e corsi di formazione in lettura dell’Aura, terapie egizio essene e Trattamenti Energetici Corpo Anima dell’Essere, in Francia, Spagna, Italia e Canada.

PICCOLO ELABORATO SULLA INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Questo scritto contiene delle riflessioni abbastanza complesse, e articolate su vari livelli.

  1. Perché OCCUPARSI DELL’ IA  COME OPERATORI NEL CAMPO DELLA SALUTE?

      Le tecnologie in sviluppo, i nuovi strumenti e le nuove soluzioni tecniche nei più svariati campi culturali della nostra epoca sempre più utilizzeranno le risorse offerte dall’Intelligenza Artificiale (IA), che, se oggi è ancora confinata a condizioni sperimentali, come integrazione ed aiuto alle metodologie “classiche”, a breve diverrà un elemento indispensabile al “normale” funzionamento della nostra organizzazione sociale, e lo sarà in un modo così sottile e strutturale che uscirà dalla nostra percezione consapevole.

            Ma oltre agli aspetti istituzionalmente riconosciuti, ed alla funzione che essi adempiono  nei diversi ambiti professionali, se non  riflettiamo sul significato più profondo e  sulle implicazioni che lo sviluppo di IA ha sulla nostra umanità, il rischio che corriamo è  che saremo  travolti da processi che possono portare alla snaturazione del nostro  stesso essere umani.

E’ urgente quindi innescare una riflessione per raggiungere una sempre maggiore consapevolezza e conoscenza della natura degli strumenti che entrano obbligatoriamente nella nostra vita quotidiana e nella nostra pratica professionale perché ormai sono elementi inseriti stabilmente nella nostra vita quotidiana.

2) COS’È L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE?

            L’intelligenza artificiale (IA) è una branca dell’informatica che permette ai computer di compiere compiti che, tradizionalmente, richiederebbero l’intelligenza umana.  Questo significa che macchine dotate di IA possono imparare, ragionare, percepire e persino prendere decisioni in modo autonomo. Il cuore pulsante dell’IA è il “machine learning”, una tecnica che consente ai computer di apprendere dai dati che possiede. Invece di essere programmati con istruzioni rigide, i computer possono osservare, analizzare e imparare autonomamente per migliorare le loro prestazioni nel tempo.

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            Una componente cruciale del “machine learning” sono le reti neurali, ispirate al funzionamento del cervello umano. Queste reti sono composte da “neuroni” digitali che elaborano l’input ricevuto (come immagini, testo o suoni) e lo trasformano in un output (come una previsione o una decisione). Attraverso un processo di allenamento e aggiustamento, una rete neurale può ottenere dei risultati molto superiori alla capacità biologiche di cui è fornito il cervello umano. Ad esempio nel campo della medicina, l’ IA è stata implementata con successo in vari ambiti. In radiologia, aiuta a interpretare le immagini più rapidamente e con maggiore precisione, riconoscendo tumori, fratture e altre anomalie. In oncologia, l’ IA supporta i medici nell’elaborare piani di trattamento personalizzati analizzando l’enorme quantità di dati genetici e chimici disponibili. In ricerca, accelera la scoperta di nuovi farmaci analizzando migliaia di composti chimici e predicendo la loro efficacia. L’ IA si sta affermando come uno strumento capace non solo di assistere i clinici nell’interpretazione dei dati, ma anche di rivelare pattern occulti e predire il rischio individuale di eventi avversi con una precisione senza precedenti. In tutti questi casi, l’ IA non sostituisce il medico ma lo affianca, amplificando le sue capacità di diagnosi e decisione

3 )-  A COSA SERVE IA?

            Fino a qui tutto bene. L’IA si configura ed è studiata e sviluppata per essere un aiuto all’uomo, per   liberarlo da una serie di incombenze leganti e necessarie; si tratterebbe solo di imparare a conoscere questo strumento, conoscere le sue potenzialità e i suoi limiti, essendo consapevoli dei suoi effetti dannosi, o quantomeno non utili.

            Ad esempio l‘intelligenza artificiale conversazionale ha fatto molta strada negli ultimi anni, con numerosi modelli e piattaforme sviluppati per consentire alle macchine di comprendere e rispondere agli input del linguaggio naturale.

            Tra questi c’è Chat GPT, acronimo di Generative Pretrained Transformer: uno strumento di elaborazione del linguaggio naturale (o Natural Language Processing) potente e versatile che utilizza algoritmi avanzati di apprendimento automatico per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso. 

            Lo assumo come riferimento per comprendere  quale è il potenziale utilizzo di questo strumento.

             Realizzata da OpenAI (organizzazione no profit per la ricerca sull’IA ) con l’obiettivo di ottimizzare la conversazione e facilitare l’utilizzo da parte degli utenti, questa tecnologia ha il potenziale per migliorare notevolmente il modo in cui interagiamo con le macchine in una vasta gamma di applicazioni, dal servizio clienti alla traduzione linguistica fino alla scrittura creativa. Quando un utente inserisce un messaggio, Chat GPT elabora l’input e genera una risposta pertinente e coerente all’interno della conversazione. Chat GPT consente di scrivere articoli, email e poesie, creare post social, correggere errori matematici, programmare e molto altro ancora.  Nel servizio clienti, la Chat GPT può essere utilizzata per gestire le domande comuni e fornire risposte rapide e accurate così da migliorare l’esperienza del cliente e ridurre il carico di lavoro degli operatori. Inoltre, può essere utilizzata per migliorare gli  assistenti personali virtuali, così da renderli più conversazionali e maggiormente in grado di assistere gli utenti con una vasta gamma di attività come la pianificazione, la formulazione di raccomandazioni e la fornitura di informazioni. Nella traduzione linguistica può aiutare a tradurre il testo da una lingua all’altra, abilitando una comunicazione più fluida tra persone che parlano lingue diverse. Nella scrittura creativa Chat GPT può essere utilizzata per generare testo simile a quello umano in una varietà di stili e formati, come storie, articoli e dialoghi. Sempre a livello di contenuti, Chat GPT può aiutare a generare testi per siti Web, post per social media, descrizioni di prodotti, titoli e riepiloghi.

            Un altro campo in cui può avere un impatto significativo è quello dell’istruzione, dove può essere utilizzata per creare esperienze di apprendimento interattive. Fornendo un feedback personalizzato e in tempo reale agli studenti, Chat GPT può migliorare i risultati dell’apprendimento e rendere l’istruzione più efficace e accessibile a una più ampia gamma di persone. La Chat GPT può essere utile nelle ricerche di mercato per condurre sondaggi su un gran numero di persone in modo rapido ed efficiente come per analizzare grandi quantità di dati di testo, come i post sui social media, per identificare tendenze e modelli nell’opinione pubblica.

            Man mano che la tecnologia continua a migliorare, diventerà ancora più efficace nella simulazione della conversazione umana, il che la renderà uno strumento prezioso per aziende e organizzazioni.

Limiti e sfide della Chat GPT

Anche se Chat GPT viene addestrata su una grande quantità di dati di testo, non ha alcuna comprensione intrinseca del mondo reale e quindi, può avere difficoltà a comprendere il contesto di una conversazione o le sfumature del linguaggio umano. Ciò può portare a risposte imprecise o irrilevanti. Potrebbe non essere in grado di fare inferenze o comprendere espressioni idiomatiche che si basano sulla conoscenza del buon senso.

            Un’altra grande limitazione di ChatGPT è che è ignaro degli eventi in corso, nel senso che non conosce alcun contenuto creato dopo il 2021. Quindi, se la necessità è quella di avere contenuti aggiornati e freschi, Chat GPT nella sua forma attuale potrebbe non essere utile.

            Inoltre, Chat GPT è più efficace nel fornire risposte specifiche basate sui fatti piuttosto che nel gestire domande a risposta aperta o concetti astratti. Ciò può limitare la sua utilità in determinate situazioni, come la scrittura creativa o il supporto emotivo.

            Ancora, è programmato per evitare determinati tipi di contenuti e richiede istruzioni dettagliate per produrre un contenuto di qualità che abbia maggiori possibilità di essere originale o assumere un punto di vista specifico. Più istruzioni vengono fornite, più sofisticato sarà l’output.

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            A volte i dati che vengono integrati in ChatGPT possono contenere distorsioni che si riflettono nelle risposte generate dalla chatbot. Questo può essere particolarmente problematico quando si tratta di argomenti delicati come la razza, il genere o la politica. E visto che sempre questi dati possono contenere informazioni sensibili, ciò solleva preoccupazioni sulla privacy e sull’uso etico di questa tecnologia.

            Il modello è addestrato per essere utile, veritiero e innocuo. Questi non sono solo ideali, ma pregiudizi intenzionali incorporati nella macchina. Il fatto di restituire un output positivo, cambia anche se sottilmente, l’articolo che idealmente vorrebbe essere neutrale. Il punto è che ChatGPT ha pregiudizi e bisogna essere consapevoli di come potrebbero influenzare l’output.

            Questi sono sia punti di forza che limiti di cui essere consapevoli.  In un certo senso bisogna assumere la guida e indicare esplicitamente a Chat GPT la direzione desiderata.

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            Quindi è importante ricordare che Chat GPT non può sostituire completamente la capacità di scrittura di un essere umano. Potrebbe essere necessario modificare il testo generato dal modello  per adattarlo alle esigenze specifiche della situazione o per inserire informazioni importanti che il modello potrebbe non conoscere.

             Inoltre, almeno per ora, Chat GPT non può sostituire l’empatia o la creatività umana  quindi è importante prestare attenzione al tono e alla confidenza utilizzati in un articolo o in una email.

            Tutto ciò solleva problemi etici.

I problemi etici sollevati dalla Chat GPT

            Con Chat GPT e altri modelli di IA conversazionale, sorgono una serie di potenziali problemi etici di cui sviluppatori ed utenti dovrebbero essere al corrente, di modo da adottare misure per affrontarle e garantire che la tecnologia venga utilizzatain modo etico e responsabile.

Si dice che Chat GPT sostituirà gli esseri umani e che molte professioni si estingueranno. Per quanto IA si proponga di svolgere molte attività routinarie, garantendo risultati di qualità in tempi nettamente inferiori, esiste il rischio che le persone possano fare eccessivo affidamento sui modelli di IA conversazionale, portando potenzialmente a una perdita del pensiero critico e delle capacità decisionali.

            Infine, come con qualsiasi tecnologia potente, i modelli di intelligenza artificiale conversazionale potrebbero essere utilizzati in modo improprio  per scopi nefasti, come la diffusione di disinformazione o l’esecuzione di attacchi informatici, o la manipolazione di conversazioni.

            Uno dei settori sensibili alle problematiche etiche è l’ambito delle professioni sanitarie: rischiosa è la tendenza che già attualmente si sta sviluppando, a pilotare l’operato del medico in base a delle linee–guida predisposte. Questo, se non gestito in modo autonomo e creativo da un professionista che liberamente si confronta con esperienza accumulata altrove e codificata in utilissimi schemi di riferimento, tende a costituire un “cappio al collo” che limita la piena libertà, autonomia di giudizio e attuazione di un processo decisionale che conduca a diagnosi e opzioni di cura.  L’utilizzo di linee–guida più o meno imposte, realizzate da IA, potrebbe ridurre i confini dell’autonomia  decisionale  del medico portando a  una omologazione dei trattamenti, ad una applicazione acritica  delle direttive, ad una medicina difensiva, cancellando definitivamente l’esperienza della pratica medica come “arte”, strettamente in relazione con la persona sofferente .

 4 ) – RIFLESSIONI   ONTOLOGICHE

            Ci sono altre riflessioni importanti   da considerare rispetto all’uso di IA, che riguardano la struttura stessa della nostra natura umana, e di cui è necessario che diventiamo consapevoli, pena il rischio del venir meno della nostra stessa originalità umana.

 Digitalizzazione massiva e i giovani

            Negli ultimi due decenni, lo sviluppo del digitale ha trasformato radicalmente ogni aspetto della nostra vita quotidiana: i dispositivi digitali sempre connessi, la diffusione delle piattaforme sociali e l’evoluzione degli algoritmi di personalizzazione delle informazioni permeano le nostre vite, spesso senza che ne siamo pienamente consapevoli. In un tale scenario, i dispositivi digitali sono il contenitore, non il contenuto, che oggi è selezionato, processato e spesso generato da algoritmi di Intelligenza Artificiale. Quella che si prefigura dinanzi a noi è una società in cui l’interazione umana sarà sempre più mediata da dispositivi digitali connessi a servizi complessi e opachi, gestiti da imprese globali. È quindi cruciale sviluppare non solo il senso critico – frutto di una conoscenza dell’oggetto rispetto al suo obiettivo – ma anche competenze adeguate per affrontare il futuro.

            Lo strumento digitale (cellulare, tablet, PC) è il contenitore e l’IA (attraverso il sistema complesso degli algoritmi) modera e seleziona il contenuto.

            Cosa accade ai giovani nella interazione con gli schermi? In età evolutiva la sfida della tecnologia e della virtualizzazione della vita ha una portata enorme e noi dobbiamo decidere quale evoluzione dare a questa sfida. Fino a 10 anni fa, sull’onda del grande entusiasmo per la prospettiva che le nuove tecniche lasciavano intravvedere, abbiamo accelerato tantissimo la presenza del digitale nella vita dei nostri figli, senza utilizzare dei criteri di riferimento. Mentre in molti casi l’autorizzazione a svolgere attività complesse è soggetta al raggiungimento di maturità cognitiva,  abbiamo messo in mano a bambini di 8 – 9 anni  strumenti di enorme complessità e ne abbiamo dato loro il libero accesso.

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            La ricerca sottolinea come la tipologia di danni ed effetti collaterali indesiderati sulla salute mentale è molto ampia. Dal 2012 in avanti tutti gli indicatori di salute mentale in età evolutiva ogni anno sono andati peggiorando dopo un trentennio in cui la loro prevalenza ed incidenza era abbastanza stabile. Questa crescita della curva del disagio in età evolutiva non si è più arrestata. Nei tre anni precedenti nel mondo sono accadute queste cose:

1) i cellulari sono diventati “smartfone”: l’attrezzo che prima serviva a comunicare e mandare messaggi diventa un vero e proprio computer portatile in cui in ogni momento della vita si possono fare quelle cose che prima si potevano fare solo seduto davanti al PC di casa. Si è trasformato da uno strumenti di comunicazione ad uno strumento di connessione e navigazione.

 2) Apple ha immesso sul mercato Iphone 4, il primo smartphone su scala globale con videocamera e tutti abbiamo cominciato a riprenderci e a costruire una seconda identità accanto alla vita reale. I nostri figli sono i primi figli nella storia hanno a che fare con due vite e due identità: una reale e una digitale. Sarebbe auspicabile che queste due vite si integrassero e si completassero ma spesso esiste  di fatto un divario anche massiccio tra le due esperienze, con vissuti di dissociazione.

 3) E’ cambiato il mondo dei social. Siamo passati da FB a Istagram. Istagram ospita storie che durano solo 24 ore e questo genera una compulsione inevitabile a non sconnettersi e a stare costantemente in osservazione della esposizione altrui, spesso curiosi della vita di persone con cui non avremo mai contatti reali, ma solo virtuali, che però diventano fonte di influenzamento enorme (nascono gli “influencer”). 

            Tutto ciò genera degli importanti fattori di rischio.

Le ricadute in termini di salute, benessere sono 4:

  1. deprivazione di sonno. I nostri figli (e questo può riguardare anche gli adulti) dormono da 1 a 2 ore in meno al giorno rispetto ai loro coetanei del passato e il sonno è un importantissimo fattore di protezione per la salute fisica e mentale e un potenziatore della capacità di apprendimento.
  2. deprivazione sociale. In passato non esisteva il fenomeno ora diffuso di adolescenti il cui desiderio massimo è rimanere chiusi nella propria stanza. Questo ci dice che l’adolescenza ha cambiato completamente il suo modo di stare dentro il mondo reale.
  3. Frammentazione dell’attenzione con conseguenze enormi in termini di potenziale di apprendimento cognitivo
  4.  Comportamenti da “addiction”, da dipendenza, basati sull’attivazione dei sistemi dopaminergici. La dopamina è il mediatore biochimico della gratificazione istantanea: più se ne produce, più il cervello richiede di continuare a fare la cosa che l’ha fatta produrre. Il mondo on –line è tutto basato sull’attivazione dei sistemi dopaminergici. Questa è una delle peggiori cose possibili che sono entrate nella vita dei nostri figli.

            La tecnologia, come strumento, ben venga. Ma la tecnologia come ambiente di vita e di crescita non ci ha dato i risultati che avremmo voluto ci desse.      

            Un altro importante aspetto da considerare è la qualità del contatto con la realtà a cui i dispositivi digitali abituano.  I dispositivi digitali inducono il bambino, il giovane adulto, o anche noi stessi  a leggere in modo superficiale, leggiamo in  modo sommario, scorrendo velocemente il testo, rimaniamo sulla superficie di ciò che leggiamo  velocemente e questo non lascia al cervello  il tempo necessario  per attivare davvero  tutta una serie di processi  linguistici,  cognitivi,  e affettivi  molto sofisticati.  Una “ lettura profonda”, dedicandoci alla comprensione  del testo e alla riflessione che comporta,  è costituita da importantissimi processi , che coinvolgono l’adozione di  punti di vista, l’empatia, la deduzione, il pensiero critico, la riflessione. Questi processi di lettura profonda richiedono tempo. Una capacità di lettura profonda, che su un PC è più difficile che sulla carta stampata,  perché quando leggiamo velocemente su un PC è probabile che non ci sia il tempo sufficiente   per una elaborazione più profonda.  Questo riguarda in particolare le giovani generazioni.

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            L’alfabetizzazione profonda dà un importante contributo al bambino, alla società e anche alla nostra specie. La maggiore esposizione di un bambino a testi su carta nei primi 10 anni di vita consente di preservare lo sviluppo dei processi di lettura profonda.

Entrambe le modalità ci sono utili, non dobbiamo sacrificare una modalità a vantaggio dell’altra, ma è importante che le sviluppiamo entrambe.  Entrambi portano alla crescita e  all’espansione dei processi cognitivi.  E’ comunque possibile fare entrambe le cose se usiamo la saggezza  su entrambi i fronti dei mezzi di comunicazione. Bisogna dotare i nostri figli dei criteri di giudizio, altrimenti li doteremo solo  di  competenze che, vista l’attuale velocità di sviluppo,  saranno desuete in pochi anni.

I contenuti

             Gli strumenti che ci propongono dei contenuti (social, videogiochi, piattaforme) quali contenuti ci propongono?

             I contenuti non li scegliamo noi, sono decisi, selezionati, organizzati da algoritmi di IA.

 La macchina informatica impara progressivamente ad avere il massimo rendimento con il minimo sforzo, ossia ad ottenere i comportamenti richiesti, con la minore azione possibile, cosa che noi umani non sempre facciamo. Così tutte le volte che l’algoritmo raccomanda qualcosa e tutte le volte che scegliamo “mi piace”, la macchina lo registra, realizza un nostro profilo da cui è poi difficile scostarsi, perché è progettata per raccomandare solo quello che ha probabilità di piacere e se qualcosa potrebbe non piacere, non c’è convenienza a suggerirlo. Questa è la “polarizzazione”, cioè contenuti sempre più pertinenti fino a costruire un vestito molto aderente: l’algoritmo è alla base della raccomandazione digitale. IA impara dai dati, riconosce e cataloga le caratteristiche simili degli eventi e proprio perché sono tanti l’apprendimento è efficace.  Negli ultimi anni IA ha imparato anche a riprodurli, a generarli. Non significa costruire dal nulla, ma riproporre elementi appresi. Noi umani viviamo della categoria della possibilità, possiamo con un movimento creativo scegliere di realizzare il poco o non probabile, e questo ci evita l’appiattimento della prevedibilità, ci distingue dalla IA che vive sulla caratteristica della probabilità.

            Nel mondo attuale però non è più possibile evitare di fare i conti con il digitale, con tutto ciò che questo comporta. Ormai è un pezzo del nostro mondo. Ci è pertanto indispensabile sviluppare delle competenze digitali. Le competenze che sono necessarie non sono però quelle del consumatore, non sono quelle di saper usare la tecnologia: per non perdere i nostri connotati umani, quello che ci serve è avere una distanza critica che ci permette di capirla, di interpretarla, di dare un senso, di inserirla nella categoria del possibile.

             Come collego la tecnologia ad una mia visione del mondo? La “competenza digitale” non è saper usare gli strumenti, ma sviluppare i criteri con cui utilizzare gli strumenti che si hanno a disposizione. Avere dei criteri rispetto ad un oggetto che di fatto è ignoto, perché la tecnologia avanza velocissimamente e ci propone continuamente qualcosa di nuovo di cui non possiamo avere conoscenza adeguata, è più importante che sapere usare gli elementi per utilizzarlo.

            Gli oggetti che creiamo nel mondo reale sono nati per risolvere problemi o bisogni in maniera chiara, esatta, semplice: una sedia serve per sedersi, una bottiglia serve per contenere del liquido …  I “metastrumenti” (come sono ad es. i “social”) non sono così chiari, deve essere il soggetto che  identifica uno scopo che non è intrinseco: sono oggetti che noi riempiamo con il  desiderio di ciò che attendiamo. Se vogliamo l’amicizia e la verità, demandare la risposta ad un surrogato social è un  nostro errore di metodo, non dell’oggetto che è strutturalmente inadeguato. Domandare la verità ad un elemento probabilistico che seleziona per noi il contenuto è un errore. Dobbiamo riscoprire come usiamo le cose e dobbiamo tornare ad essere soggetti che paragonano il loro desiderio con quello che ci aspettiamo dall’oggetto e con quello che l’oggetto può darci.

            Se non compiamo questo indispensabile processo  rimaniamo in balia di algoritmi  a cui diamo il potere di definire  la nostra stessa essenza.

            Educare al digitale significa fare in modo che la tecnologia mantenga la sua natura di strumento e non diventi  un invasore che riempie ogni spazio mentale libero che abbiamo, che è l’effetto a cui ci spingono gli algoritmi. Conservare  la capacità dell’uso dell’informatica come strumento ma avere degli spazi  in cui impariamo e coltiviamo tutte quelle competenze e abilità che la tecnologia tende a coprire. Dobbiamo imparare a leggere sullo schermo  ma anche continuare a saper gestire la carta stampata e i libri. Bisogna trovare questo equilibrio.

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  • COSA E’ ESSENZIALE DELL’UOMO?

L’IA può essere un fattore di crescita e sviluppo ma, allo stesso tempo, costituisce una sfida  alla nostra responsabilità sull’uso  che ne facciamo.  Le scoperte scientifiche, le invenzioni, lo sviluppo tecnico di per sé non hanno una valenza intrinseca positiva o negativa, tutto dipende dal fine che l’uomo  si propone con il suo utilizzo.

            Dinanzi a un mondo in cui un numero sempre maggiore di macchine, di dispositivi tecnici sono progettati per sostituire attività umane la domanda che si impone l’interrogativo che rimane è: cos’è essenziale dell’uomo, cosa non può essere sostituito da una macchina? cosa in questo mondo che sempre più delega a strumenti tecnici le cose che facevamo non può essere delegato?

Per persone che tengano aperta questa domanda su di sé l’uso di questi strumenti è possibile in maniera responsabile.

            Il momento storico di inizio  del processo di  sviluppo di  tecnologie  utili  ad  supportare il lavoro del cervello umano  possiamo porlo  durante la II guerra mondiale quando è stasi inventato e brevettato il transistor:  da quel momento è cambiato la natura degli oggetti che abbiamo interno a noi perché ciò  ha comportato l’inserimento di elementi computazionali  all’interno di  tutto ciò che esiste.

             Il pensiero computazionale é la capacità di risolvere un problema attraverso la pianificazione di una strategia, attraverso lo sviluppo di un processo logico creativo che consente di scomporre un problema complesso in diverse parti più gestibili se affrontate una per volta.

E’ un processo mentale che consente di risolvere problemi di varia natura seguendo metodi strumenti specifici scelti in base a una strategia pianificata,  ed è un processo logico creativo che utilizziamo nella vita quotidiana .

            Il transistor riesce a rendere economico e utilizzabile su vasta scala  la potenza di calcolo dei grandi computer:  si è verificato così un attacco al potere computazionale centralizzato   con la nascita del PC. Per questo è così forte l’impatto culturale del personal computer

            Per dirla in  linguaggio informatico, ciò  significa che si è passati dalla priorità dell’ hardware alla priorità del software; la realtà  con cui abbiamo a che fare è  oggi è definita dal software. Se si cambia il software di utilizzo, la natura dell’oggetto può cambiare completamente.  Il software definisce la natura della realtà. Ma allora la realtà, l’hardware  diventa una merce al servizio del software? E chi possiede il software definisce cosa è un oggetto? Un software così sofisticato come IA può  cambiare il controllo, cambiare la definizione della realtà. Stiamo cambiando le catene di potere all’ interno del mondo. Oggi parlare di IA non è più solo parlare di tecnologia, ma parlare di una questione di potere. IA dai tavoli degli ingegneri è approdata ai tavoli istituzionali del potere

             Il potere computazionale con il 2000 assume la sua forma più intima: lo smartfone, che contiene i nostri dati intimi.  Nel 2020 ci siamo resi conto che il digitale, con cui abbiamo imparato a fare tutto, ha surrogato le nostre vite, ha assorbito le nostre vite, tutto è digitalizzato. 

Con il 2022 (terzo decennio) IA si innesta dove si compiono i processi computazionali, che non sappiamo più se accadono in una sede locale o sono centralizzati in un cloud di cui non conosciamo l’ubicazione e la proprietà, e che  sta attirando tutte le cose che abbiamo digitalizzato: chi detiene quel potere detiene tutto il potere, perché detiene la conoscenza di tutti i nostri dati e può manipolarli.

            Per comprendere il significato di quello che stiamo vivendo dobbiamo comprendere che cosa significa vivere una realtà definita dal softwere del quale abbiamo una licenza d’uso ma non siamo i  proprietari.

Stiamo quindi vivendo una enorme rivoluzione culturale perché questa cosa ci cambia nel profondo dei comportamenti; probabilmente sarà anche antropologica perché l’ambiente sempre influisce sui processi evolutivi.

Già soltanto il machine learning che è la tecnica fondamentale dell’intelligenza artificiale sembra una cosa molto misteriosa ad utenti senza  competenze specifiche: abbiamo a  disposizione un’ insieme di dati immenso da cui vogliamo estrarre informazioni, ricavare conoscenza con l’intenzione di modificare la realtà.

 Il metodo è quello di  prendere in considerazione un piccolo sottoinsieme  per capire  se ci sono delle tendenze, dei trend, dei pattern ripetitivi ecc; poi si cerca di  estendere  questa comprensione all’intero insieme integrando i risultati dell’ analisi  di altri sottoinsiemi.

Esaminare tutto questo insieme di dati   con le metodologie ordinarie è impossibile.

Quello che IA fa  è  usare  una versione più complessa di questo processo che si chiama Deep learning, che non è altro che un iterazione di questo processo tante volte. Ebbene, succede questo, che mentre magari al primo passaggio è possibile conoscere qual è l’ambiente a cui questi dati si riferiscono, nei passaggi successivi ogni volta si fa riferimento  ad un ambiente che non è quello di partenza ma è quello costruito il processo di machine  learning  precedente.  Come nel mito  della caverna di   Platone, conosciamo una cosa che  si può  omologare alle ombre che la realtà proietta sul fondo di un caverna, ma siamo già lontano dalla realtà. Stiamo dando la rappresentazione di una rappresentazione. Con il deep learning questo processo lo iteriamo  più volte, quindi ad ogni passaggio ci si allontana dalla realtà, non c’è più la realtà. Nemmeno chi progetta i processi di deep learning  è in grado di descrivere  quali  processi computazionali  sta  operando la macchina, e di intervenire ad interrompere le procedure in caso di  risultati indesiderati .

Noi produciamo un quantità di dati mostruosa, che è in crescita.  Non c’è modo di evitare questo processo.  E’ un processo che andrà controllato se vogliamo conservare tutte le nostre proprietà di umani,  perché o una macchina ci aiuta a d estrarre  la ricchezza che contengono o sono perduti.

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l’età della IA è iniziata già da parecchi anni, almeno 15 anni fa e sta esplodendo. Partendo dal dato di fatto che è una realtà ineluttabile, come possiamo  far sì che  i benefici di questa tecnologia siano massimi e i rischi minimi? E’ il compito che abbiamo sia come in società, come istituzioni,  sia come individui. Un passo è stato fatto: si può parlare di “algoetica”, il disegno di un nuovo modo di interagire  con le macchine.

L’ era di IA è arrivata, noi dobbiamo guidarla   dobbiamo essere al centro di questa rivoluzione la  volontà, progettualità, il centro la visione è nostra, noi dobbiamo  fare in modo che quello che la tecnologia ci dà  venga utilizzato nel modo   consono agli usi di cui abbiamo bisogno come società. E’ una nuova possibilità di metterci in gioco

Siamo 8 miliardi di persone più di 6 miliardi hanno il cellulare (= 75% utilizza una macchina programmabile). 27 milioni di persone sono in grado di programmare queste macchine,  parlare il linguaggio delle macchine (=  99,65% dell’umanità è analfabeta di qualcosa che  dice le mediazioni tra noi e il potere computazionale. Questa è una emergenza educativa.  Non significa che domani dobbiamo saper tutti programmare, ma significa che  se noi diamo questo potere allo 0.35% dell’umanità stiamo creando una disuguaglianza enorme con in piccolissima percentuale di persone che sono  i nuovi sacerdoti di questa nuova capacità di far accadere le cose ed escludendo  tutti gli altri.   La prima grande difesa di questo spazio digitale è l’educazione e l’impegno educativo.  Se non passiamo alle generazioni successive queste competenze, queste ne rimangono sprovviste.

  Questo mondo va capito, va compreso, per poterlo usare  altrimenti inevitabilmente si è usati . Esistono luoghi ed esperienze i cui questa tecnologia può essere usata in modo creativo

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Solo attraverso una crescente consapevolezza delle dinamiche culturali e   operative,  che agiscono a livello individuale  e collettivo, improntando e dirigendo il cambiamento sociale e sociopolitico  si possono produrre progetti  di  guida e  controllo di tali dinamiche per  garantire la propria autodetrminazione.

 Dobbiamo essere consapevoli che il significato della nostra esistenza non può essere alla meccanicità di algoritmi, per quanto sofisticati, perché

Il cervello umano rimane la più straordinaria e incredibile macchina  che esiste nell’universo conosciuto. Il cervello umano fa cose che noi, quando cerchiammo di quantificarle, di renderle esplicite, non riusciamo neanche a descriverle. Le macchine non le sanno fare, non le possono fare. Tra queste ci sono cose fondamentali  come lautocoscienza. L’autocoscienza è quella proprietà  che noi abbiamo per cui sappiamo di esistere e qualunque cosa facciamo, la facciamo sapendo che esistiamo per farla e siamo noi a farla.

  E’ vero che IA si può  concepire ed utilizzare  come alto e sofisticato strumento tecnologico che ci viene in aiuto ma  viste le implicazioni  profonde  che IA comporta e i cambiamenti che  stanno avvenendo, ciò sarà è  possibile solo se l’umano mantiene saldamente le redini della propria  coscienza  e  libertà, determinando  principi morali  non negoziabili,  su cui basare l’etica. Non possiamo permettere che la nostra libertà e unicità  sia posta in balia  di  pochi che attraverso condizionamenti  di cui  non siamo consapevoli   ci privino delle  nostre fondamentali  caratteristiche umane.

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RIFERIMENTI CULTURALI

  •  CODICE DEONTOLOGICO DELL’ OM DI TORINO: INDIRIZZI APPLICATIVI DELL’ART. 78 – TECNOLOGIE INFORMATICHE
  • MEETING PER L’AMICIZIA TRA I POPOLI: SE NON SIAMO ALLA RICERCA DELL’ESSENZIALE, ALLORA COSA CERCHIAMO? 20·25 agosto 2024 45a edizione Fiera di Rimini

SOCIAL E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: NON SERVE LO SCHERMO PER CRESCERE SMART

Luca Botturi, professore in media in educazione, Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI); Alberto Pellai, psicoterapeuta, scrittore e saggista. In occasione dell’incontro video intervento di Maryanne Wolf, Ucla University e membro della Pontificia Accademia delle Scienze. Introduce e modera Fabio Mercorio, professore di Computer Science, Università Milano Bicocca e Fondazione per la Sussidiarietà

  • MEETING PER L’AMICIZIA TRA I POPOLI: SE NON SIAMO ALLA RICERCA DELL’ESSENZIALE, ALLORA COSA CERCHIAMO? 20·25 agosto 2024 45a edizione Fiera di Rimini

L’ESSENZA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE. STRUMENTO O LIMITE PER LA LIBERTÀ?

Paolo Benanti, docente Pontificia Università Gregoriana di Roma, esperto di bioetica, etica delle tecnologie e human adaptation, membro del New Artificial Intelligence Advisory Board dell’ONU, presidente commissione per l’Intelligenza Artificiale; Mario Rasetti, professore Emerito di Fisica Teorica del Politecnico di Torino e presidente del Scientific Board di CENTAI; Luca Tagliaretti, direttore esecutivo del Centro europeo di competenza sulla cyber-sicurezza. Introduce Andrea Simoncini, vicepresidente Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli ETS, professore di Diritto Costituzionale, Università di Firenze

Nota di garanzia: questo articolo è stato scritto  da una intelligenza umana, e non da IA