Rossana Centis
La proposta culturale attuale tende a dare per scontato e per ovvio che non esistono alternative alla sua specifica visione filosofico – esistenziale, basata sul riconoscimento ritenuto definitivo e non sindacabile di “nuovo diritti” (come il “ diritto all’autodeterminazione”, con tutte le sue implicazioni) emersi recentemente nella storia umana, che a volte contraddicono quelli che sono state le pietre miliari della civiltà, come la norma del non uccidere. Tra le varie possibilità offerte dalle diverse posizioni morali, si abbraccia così unicamente la visione “relativistica” secondo la quale “i giudizi morali dipendono dalla circostanza particolare, dal singolo individuo, dall’epoca storica e dalla società nella quale si è inserirti”, e non c’è spazio per valori universalmente riconoscibili come fondanti e fondamentali per realizzare una sana convivenza civile.[1]
Il dibattito sul fine vita – I termini del problema
I cambiamenti culturali che ci siamo trovati a vivere negli ultimi due secoli, soprattutto nel nostro mondo occidentale, sono un fenomeno unico nella storia del genere umano, per la profondità, la velocità con cui sono avvenuti, l’estensione a praticamente tutti i livelli della vita compresa la dimensione del significato dell’esistenza, con inevitabili e pesanti risvolti sulle scelte etiche. L’evento più eclatante è la perdita della dimensione del rapporto con il trascendente con Dio, in qualsiasi modo concepito, o comunque con un principio sovra – umano percepito come generatore della realtà. Corrispettivamente, si è affermato il principio dell’autodeterminazione. Tradizionalmente, l’autodeterminazione è definita come autonomia ed indipendenza da influenze esterne e collegata, sul piano normativo, al diritto di non subire interferenze nella sfera intangibile e privata delle scelte personali.
La portata dei cambiamenti avvenuti ha innegabilmente travolto anche la medicina nella sua essenza: nei suoi significati e nella sua operatività.
La problematica del “fine vita”, inizialmente confinata in ambiti specifici, come ambienti di terapia intensiva in cui la necessità di decidere sulla durata della vita assume aspetti di scelte a volte drammatiche, si è estesa ad aspetti meno “acuti”, come l’invecchiamento patologico con disfunzioni organiche che accelerano il percorso verso l’exitus, le malattie terminali oncologiche o neurologiche o altro, e da un ambito strettamente medico si è allargata alla attenzione di tutta la popolazione, senza considerazione per la mancanza di competenze e consapevolezze.
Si è sviluppato così un ampio e serrato dibattito bioetico che aspira a ridare dignità al sofferente, al morente, attorno ai temi dell’ accanimento terapeutico, eutanasia, suicidio assistito.
Molti hanno messo in discussione le condotte che generano un accanimento terapeutico ed è emerso il concetto di “desistenza”, cioè l’interruzione da parte del medico di terapie considerate inutili o dannose per il paziente, particolarmente nel caso di malati terminali. Desistenza non è una semplice astensione, una sospensione indiscriminata di tutti i trattamenti in corso, ma è un atto medico a tutti gli effetti, che richiede attenta valutazione clinica, discernimento prognostico, appropriatezza e proporzionalità di cura; prevede una solida alleanza terapeutica tra operatori sanitari, paziente e familiari; richiede di identificare dei percorsi clinici che armonizzino nell’ambito del possibile, l’esigenza di agire nel modo più utile per il paziente, quando emerge l’evidenza che le strategie mediche di risoluzione non hanno più sussistenza.
In questo frangente un intervento veramente utile è la “presenza”, l’ “esserci”, l’essere accanto al paziente ed ai suoi cari, anche quando, o proprio perché, il sentimento dominante è quello dell’impotenza di fronte alla imminente, inevitabile separazione. Questo tipo di esperienza relazionale può sostenere il paziente nel realizzare un contatto interno positivo con il “qualcosa” che è lì per lui, in lui, e che ha potenzialità di sviluppo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro di sè, che è “troppo dolente, troppo sgomento o teso” per essere detto, e non ci sarà solo, né principalmente, la compagnia fisica della figura sanitaria.
Nell’ottica dell’accompagnamento nella fase finale della vita, torna utile il sinergismo con la moderna Medicina Palliativa, per aiutare a scegliere cosa è più utile per quel paziente, in quella fase: controllare i sintomi, evitare eccessi e omissioni, rivalutare con regolarità, prendersi cura del dolore globale del paziente, della famiglia, includendo chi cura.
Un aspetto importante, abitualmente svalutato e poco considerato nelle prassi attuale, è il prendere in considerazione i bisogni spirituali dei pazienti: ogni storia personale ha uno sviluppo, se non altro dipendente dall’ incremento stesso dell’età e quindi dell’ esperienza di vita; molte persone desiderano, più o meno consapevolmente, poter elaborare anche l’esperienza così drammatica e definitiva dell’ avvicinarsi alla morte, ma speso le condizioni in cui si trovano a vivere non offrono loro l’opportunità di prendere in considerazione il loro vissuto.
Considerazioni culturali
Nell’ultimo secolo nell’ambito della condotta medica nelle fasi terminali in caso di malattie croniche particolarmente debilitanti, si è venuta a configurare una dicotomia tra visioni diverse della vita, che arrivano a proporre delle soluzioni in passato non considerate. Di fronte all’ineluttabilità della morte vicina e della sofferenza che spesso accompagna il vivere in situazione terminale, molti ritengono più “umano“ porre un termine a tale condizione offrendo la possibilità di terminare la vita con una libera scelta, e richiedono il ricorso al suicido medicalmente assistito come pratica sostenuta dal servizio pubblico.

Ciò è dovuto ad un profondo mutamento dei concetti stessi di morte e di sofferenza e dei loro significati.
Morire non è solo problema medico, ma questione esistenziale al centro delle angosce e degli interrogativi umani: nella storia l’uomo ha sempre affrontato la morte in funzione della sua visione del mondo. Ma nel passaggio da una società retta da valori tradizionali a quella moderna, gli storici registrano profondi mutamenti proprio nel rapporto tra l’uomo e la morte. Dall’età classica ad oggi, il cambiamento dell’antropologia della morte ha condizionato anche il modo di porsi di fronte al morente dei medici;

la morte ha occupato in ogni epoca una posizione centrale nella medicina e la storia dimostra come tradizionalmente la medicina abbia evitato di trattare i casi senza speranza e l’impegno del medico a difendere ad oltranza la vita sia una peculiarità della moderna medicina scientifica.
Mentre la cultura dominata dalla tradizione religiosa, (presupposto sacro) pur difendendo la vita, accettava la morte come limite dell’uomo e parte integrante della condizione umana, la cultura della Modernità (presupposto laico), nella sua ansia di dominare il mondo, ha in vari modi rimosso e combattuto la morte. L’impegno incondizionato a trattare gli individui ad ogni costo al fine di salvare la vita, convertendosi a volte in “accanimento terapeutico” è una peculiarità moderna.
Oggi la nostra realtà è la Scienza, e, da quando la medicina è diventata esclusivamente scienza, la morte s’è ridotta ad “exitus letalis”, da combattere con le tecnologie che abbiamo a disposizione. In parte lo stesso discorso vale per la sofferenza, in epoche passate integrata nell’esperienza comune come processo inevitabile, da affrontare con coraggio e pazienza e oggi considerata evento inaccettabile, da combattere in tutti i modi possibili, incompatibile con il vivere la piena realizzazione di sé.
La medicalizzazione della morte rivela l’aspetto disumano della nostra medicina: proprio sul piano della morale e del rapporto umano tra medico e paziente la medicina scientifica segna il suo fallimento. Non è comunque la regolamentazione giuridica in sé che può produrre soluzioni: rendere legale o meno l’eutanasia, concedere o no il diritto alla morte assistita ecc. Il problema sostanziale consiste nell’umanizzare la morte e della sofferenza, reintegrarle nella cultura e riconsiderarle come parte essenziale della vita.
Considerazioni storico – filosofiche
Può essere utile ricercare nella nostra storia le radici delle attuali difficoltà e contraddizioni.
Nella seconda metà del secolo XX l’agnosticismo religioso e il relativismo morale e giuridico, frutti dell’immanentismo filosofico, hanno configurato un tipo di società prevalentemente materialista e permissiva, avulsa non solo dalle verità trascendenti sul destino eterno dell’uomo, ma spesso anche dalle elementari esigenze di cui la natura dota gli esseri umani. (bisogno di relazione, di cura, di significato).

Il medico ippocratico giurava di adoperarsi per il bene del paziente; l’ antico Giuramento di Ippocrate recitava: “Regolerò il tenore di vita per il bene dei malati secondo le mie forze e il mio giudizio, mi asterrò dal recar danno e offesa””; “Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo”.
L’attuale Codice Deontologico (Nota) (7) per adattarsi alle mutate condizioni culturali – filosofiche, ha dovuto integrare le nuove richieste, intaccando così, sia pure parzialmente, il proposito di “primum non nocere”, chiaramente espresso nel suggerimento etico richiesto da Ippocrate.[2]
In questi termini la cura efficace della malattia coincide con ciò che è “bene” ed è l’ovvio fine ultimo della pratica medica, ma rimane diversamente codificato ciò che è “bene”, a seconda dei diversi approcci filosofico –esistenziali.
Schierato a protezione della vita, quando “l’arte” si dimostrava inutile, il medico greco si fermava.
L’approccio cristiano apre delle prospettive etiche molto più ampie. Il medico non deve solo curare ma anche assistere, confortare, accompagnare, “soffrire con” il morente, fino alla fine. I medici non hanno gli strumenti tecnici per combattere la morte e la vita va difesa, ma, in una visione sacra del mondo, la morte rientra nella grande catena dell’essere; è vissuta dall’uomo come limite, come condizione umana inevitabile, ma è vicina, famigliare, connaturata alla nostra esistenza, evento con cui si deve fare i conti e che rientra obbligatoriamente nella nostra esperienza.

Oggi spesso avviene che della morte abbiamo tanta paura da non osare più nemmeno nominarla, chi si avvicina all’evento definitivo è sostanzialmente lasciato da solo ad affrontare il grande passo, e le persone vicine sprofondano nella sensazione dell’impotenza. Il passaggio dalla società premoderna a quella moderna è caratterizzato da un’altra antropologia:poiché la Morte rimane senza spiegazioni e giustificazioni filosofico – esistenziali, la modernità rimuove la Morte dall’ordine dei problemi di cui ci si può occupare. Lo sviluppo scientifico, le vittorie dell’uomo, l’allungamento della vita media, fanno credere che sia solo una questione di tempo, che arriverà il momento in cui potremo dominare, essere padroni della vita e della morte; e l’istituzione, garante della salute collettiva, contribuisce a dilatare clamorosamente il ruolo sociale e politico della scienza fino a farla diventare una nuova e salvifica religione.
Coloro che stanno sperimentando l’ultimo passaggio, i morenti, diventano scomode icone che ricordano al felice popolo dei consumatori il lato non ancora risolto della vita, vengono ricoverati-segregati negli ospedali e in strutture apposite e posti nella sfera di competenza dei medici, che tendono a comportarsi esattamente come l’ ideologia della società della tecnica vuole che essi si comportino.
Il medico attuale, figlio della nostra società, rischia di evitare di interrogarsi sui fini ultimi, interessato unicamente ai mezzi tecnici atti ad estendere la sua capacità. Come conseguenza Il controllo tecnologico dell’uomo sulla natura trasforma così il morente in “oggetto”. Dalle facoltà escono sempre più dei tecnici: medici-scienziati educati ad aver a che fare con “cose”.
Quindi il comportamento del medico-scienziato davanti alla morte è il frutto di un’educazione coerente con l’ideologia sociale dominante: l’ “accanimento terapeutico”, attualmente largamente rifiutato come prassi utilizzata quando ci si trova in condizioni di fine – vita, è conseguenza della mentalità meccanicistica, quando i medici interpretano le malattie come processi assolutamente prevedibili in una prospettiva di determinismo stretto, dimenticando che è ammalato un essere umano.
Nella pratica della professione però ci si imbatte in un’ampia zona grigia in cui le decisioni vengono prese in condizioni di sostanziale incertezza: misura e ragionamento dicono al medico quand’è venuto il momento di fermarsi, cioè quando la valutazione del quadro clinico fornisce una serie di informazioni che permettono di prevedere l’inevitabilità della morte.
I criteri scientifici ed operativi che dicono come e quando va fatto quello che “deve” essere fatto, però non bastano, poiché quando si deve giungere ad una scelta, tutti i metodi necessitano di un giudizio di valore, ed i medici, troppo spesso, confondono tra loro fini e mezzi perché la preparazione tecnologica a cui vengono istruiti non comprende aspetti che li possa mettere in grado di trattare questioni di valore etico, estetico o umano, lasciandoli in balia solo delle competenze specialistiche – tecniche, ed affidando alla sensibilità e responsabilità individuale le scelte da compiere (9)

La “medicalizzazione selvaggia degli eventi vitali”, con le sue diverse soluzioni, non riguarda solo la classe dei “sanitari”, degli addetti ai lavori, ma si riverbera nella pubblica opinione che in certi casi non riesce ad accettare l’interruzione di un trattamento intensivo “salva-vita”, data la incombenza della morte (salvo le complesse problematiche suscitate da queste esperienze di “ confine”, relative alla definizione delle situazioni cliniche specifiche), o, all’opposto, in altri casi intravvede come soluzione unica e definitiva la censura, l’eliminazione dell’angoscia causata dall’incombenza degli eventi, anticipando la fine.
Ricadute etico –morali. Le recenti proposte
Una posizione “post – moderna” sta riconoscendo l’incapacità della medicina tecnologica di risolvere il problema della morte e il problema della sofferenza in malattie inguaribili, ma di fronte a questo fallimento del mito dell’immortalità si arena sul versante dell’impotenza.
Per la crescente incapacità di affrontare l’evento “sofferenza – morte”, si è sviluppata la prospettiva di una diversa soluzione: nel caso di malattie inguaribili e gravemente debilitanti, la proposta individuata, è chiedere di morire. La richiesta di porre fine ad una sofferenza percepita come insopportabile, rifiutare l’intervento medico anticipando la soluzione finale, è comunque un completo ritiro, una resa.

Abbiamo a che fare con due visioni sulla morte come accettazione del limite, che però sono radicalmente diverse ed hanno implicazioni diverse. In una visione sacra del mondo, la morte è limite ma è parte integrante della vita. Il rispetto che si deve alla vita lo si deve alla morte. La morte e la sofferenza sono innestate in quadri di riferimento che inseriscono l’individuo in un percorso che lo trascende ma che contemporaneamente dà un valore al suo vissuto e lo pone in vari modi in relazione stretta con gli altri umani, più o meno vicini alla sua attuale contingenza.
In una visione laica del mondo (1) le sofferenze umane sono sempre senza senso e non hanno alcuna giustificazione; così i sostenitori dell’eutanasia rivendicano per ragioni umanitarie il diritto del paziente di chiedere ai medici un aiuto per porre fine ai suoi tormenti. Questa richiesta nasce da un’ideologia che rivendica all’uomo il pieno potere sulla vita e quindi sulla morte. Ma, non essendo disponibili gli strumenti per esercitare questo potere, l’unica soluzione individuata è una via di fuga dall’angoscia della morte. Ci si difende dal non -senso cercando la fine di questa insostenibile situazione: l’aver a che fare con l’assenza di significato. L’eutanasia, o la richiesta di suicidio assistito, non ridà senso al morire, né conferisce dignità al morente, è solo una scorciatoia, una strategia di rimozione, un modo per evitare di affrontare una domanda fondamentale.
E’ degno di nota che sia oppositori che sostenitori dell’eutanasia sviluppano posizioni che pur essendo inconciliabili, condividono la critica all’uso dissennato delle tecnologie. Tutti mirano a ristabilire la dignità del morire ed a fornire rispetto ed assistenza umana al morente: quello che c’è di diverso è il concetto di “dignità”.
Viviamo in una società dove la televisione educa ed insegna che tutto deve essere illimitatamente bello, piacevole e facile; una società in cui la morte e la sofferenza sono considerate inaccettabili fino ad essere considerate “lesive dei diritti alla salute”, e vengono contestati e contrastati spazi e luoghi in cui ospitare esperienze diverse dalla mentalità dominante. Il rischio è che sia considerato “dignitoso” solo ciò che risponde ai modelli patinati proposti dalla cultura dominante.
C’è un altro aspetto importante da considerare, correlato con l’imposizione di modelli culturali di riferimento, che “spinge” verso la legalizzazione di richieste di conclusione medicalizzata della vita: la questione del morire ha una dimensione “politica”. L’autorizzazione a persone giuridiche a dare la morte, implica la concessione di una autonomia decisionale enorme, di cui difficilmente si può ottenere il controllo.
Una volta eroso il divieto etico del suicidio, la morte legalizzata sarebbe difficilmente controllabile: chi decide quali sono le condizioni in cui la qualità della vita è così degradata da legittimare una soluzione finale irreversibile? Ci si troverebbe in una specie di “piano inclinato” discendente, in cui con alta probabilità l’elenco delle situazioni ammesse tenderebbe inesorabilmente ad allargarsi: depressione cronica? Di quale grado? Disturbo cognitivo avanzato? A quale stadio? Malattia oncologica terminale? A quale spettanza di sopravvivenza? Stanchezza di vivere? Per vecchiaia? A quale età? Gli esempi possono moltiplicarsi enormemente, a testimoniare quanto sia difficile ed arbitrario porre dei limiti di riferimento.
Rimane inoltre la considerazione, in base all’esperienza storica, che quando, sia pure con le dovute cautele, un principio è stato accolto dalla legislatura, con la rapidità della luce è diventato nell’opinione comune normalità, gli eventi normati sono diventati legali, e giustificati perché non sottoposti a penalizzazione. E’ avvenuto ad esempio in paesi esteri con la legalizzazione dell’uso di sostanze stupefacenti: al livello culturale dell’uomo comune ha assunto il significato di considerare legittimo il loro utilizzo, venendosi così a perdere di vista le ricadute umane che tale comportamento trascina inevitabilmente con sé. E la perdita dei significati, la perdita di consapevolezza del disvalore veicolato in questo modo ha profonde conseguenze sulle colonne portanti, sui principi ideali della società che vogliamo costruire.
Un elemento su cui porre attenzione, inoltre, è la considerazione che l’applicazione del principio dell’autodeterminazione ha una ricaduta del tutto utilitaristica: la posizione che sostiene l’eutanasia propone l’intenzione di evitare condizioni di sofferenza senza dignità, ma come risvolto questa prassi potrebbe essere utilizzata come un modo per contenere i costi sociali: il decisore forte, diventerebbe così l’economia; il rischio è che se l’eutanasia venisse legalizzata, potrebbe venire suggerita e magari stimolata, come opzione appropriata, specialmente tra gli anziani che trovano inaccettabile la condizione di demenza e perdita di controllo del sé. In un’epoca come quella attuale, caratterizzata da pesanti limiti nelle risorse, la decisione sulla vita e sulla morte s’avvia così ad essere condizionata prioritariamente da valutazioni d’ ordine economico.
Il pericolo che ci troviamo a dover fronteggiare è che “sdoganare” la legittimità del poter prendere decisioni sul fine vita, pone tutti noi in uno stato di perenne rischio di manipolazione da parte di poteri politici, di gruppi di potere, di amministratori in posizioni apicali che, sia pur Medici, abbiano smarrito, evento purtroppo non raro, il senso profondo della loro missione, privilegiando vantaggi economici e personali. Sotto gli occhi di tutti sono esempi storici di questa deriva etica, (e dalla storia dovremmo–potremmo trarre dei grandi insegnamenti) non solo a livello individuale, per degrado del singolo, ma anche a livello nazionale e sovranazionale, deragliamenti istituzionali a cui il singolo cittadino non ha potuto sottrarsi.
Considerazioni conclusive
E’ interessante rivisitare i vari aspetti di questa complessa problematica dalla prospettiva della norma personalistica. Il principio personalistico[3] è sotteso ai principi fondamentali della nostra Costituzione (Articolo 2 della C.I) ( 18;): i Padri Fondatori, pur partendo da prospettive personali, Weltanschauungen, concezioni del mondo, della vita, e della posizione in esso occupata dall’uomo anche molto distanti, hanno lavorato duramente per impostare il nostro assetto legislativo sulla base del valore della persona che in nessun caso può essere considerata un mezzo per raggiungere un fine, e lo scopo finale è garantire il pieno sviluppo della persona.
Assistiamo però ad un fenomeno particolare che da alcuni viene definito come tensione, “torsione” (3; 4) del principio stesso, per il fatto che il principio personalista è posto a pari fondamento delle opposte posizioni che si confrontano nel dibattito nazionale nelle questioni di fine vita.
Secondo una posizione, la norma personalistica si oppone alla liceità dell’intervento diretto a togliere la vita, dando la priorità al valore intrinseco della vita stessa che non è ontologicamente sacrificabile; la correttezza etica è affrontare la situazione di chi si trova alla fine della sua esistenza non privandolo della vita stessa ma al contrario offrendo vicinanza e, per quanto possibile, lenimento della sofferenza fisica e morale.
E’ quindi opportuno lasciare invariato il quadro legislativo vigente, garantire che la fine della vita venga prodotta per via naturale, escludere la liceità di una partecipazione causale alla morte, di chi si trova a seguire l’interessato nelle relative fasi della sua esistenza, comunque essa sia motivata.
Anche la posizione opposta comunque invoca la norma personalistica, si riferisce all’impostazione della Corte costituzionale, e sulla base dei diritti inviolabili dell’uomo riconosciuti dalla Costituzione, ribadisce l’opportunità (se non la necessità costituzionale) di una disciplina speciale, derogatoria dei divieti penali, che consideri la posizione delle persone giunte alla fine della vita in condizioni non soggettivamente accettabili. Non si limita a sottolineare il diritto all’autodeterminazione degli interessati, ma si rifà esplicitamente al dovere della collettività di intervenire attivamente per alleviare le loro sofferenze e sopperire alle difficoltà di porre da se stessi fine alla vita.
Sarebbe la stessa prospettiva personalistica ad opporsi al divieto di fornire l’aiuto a morire su espressa richiesta dell’interessato quando la vita è divenuta fonte di sofferenze inutili ed intollerabili, perché in nome di principi astratti si lascerebbe l’interessato immerso in una situazione di cui questi vorrebbe liberarsi pur non avendone la possibilità materiale.
Si esprime così un dicotomia insanabile tra chi propone la priorità del “giusto” e chi propone la priorità del “bene” – particolarmente se percepito soggettivamente come bene – per l’ essere umano, come line – guida per impostare un impianto legislativo.
La posizione di chi sostiene l’illiceità della contribuzione alla morte si sostiene sul fatto che, se la richiesta di morire deriva dalle condizioni stesse, dallo stato in cui l’individuo si trova – per cui l’atto di togliergli la vita non costituisce un male, né per chi lo chiede, né per la comunità che giudica lecito l’accoglimento della sua richiesta – ciò implica il riconoscimento di un giudizio di disvalore della collettività sulla vita di chi si trova nelle condizioni considerate, o forse anche una certa dose di interesse soggettivo per la cessazione della vita stessa. Un tale giudizio negativo non viene espresso sulla persona – che al contrario si intende aiutare per sollevare la realtà della sofferenza, ma è la stessa soluzione della morte a rivelarsi inadeguata, perché giudizio sulle condizioni di vita finisce per coinvolgere direttamente (ed inevitabilmente) la persona che le sperimenta, sopprimendo il suo valore intrinseco che è l’esistenza.
La decisione di aiutare il sofferente privandolo della vita conduce la collettività ad innalzare se stessa a giudice della vita e a stabilire le condizioni in presenza delle quali l’ esistenza perde, agli occhi dell’ordinamento, di interesse e di valore, perché vista come esclusiva fonte di male per chi la sta vivendo.
In questo modo, si attribuisce alla collettività il potere di valutare , in senso generale ed astratto, le condizioni esistenziali in cui si trovano la persone e di stabilire normativamente quando sono da revocare la tutela e la protezione di cui hanno diritto umano, implicitamente riconoscendo così che in alcune condizioni la vita, l’esistenza perde il suo valore assoluto, rischiando di potersi trovare in balia di criteri limitanti. E poiché determinati stati di vita non si possono disgiungere dalla persona che li sperimenta, il giudizio su di essi viene inevitabilmente trasferito sulla persona stessa, provocando un capovolgimento del senso del principio personalistico stesso.
Il principio personalistico viene piegato a giudicare sulle condizioni di vita delle persone, che la legge determina a sua discrezione, per stabilire in quali casi non c’ è carattere antigiuridico, cioè in quali casi è possibile accettare la richiesta di morte.
Mantenere quindi l’illiceità della condotta anticonservativa sostiene l’interesse ed il valore che la prosecuzione della vita assume, agli occhi della collettività .
Con la assunzione della prospettiva favorevole all’interruzione della vita in determinate circostanze, di fatto si sottomette il suo valore a delle specifiche circostanze contingenti e transeunti, e al giudizio soggettivo (età, tolleranza soggettiva alle condizioni avverse …), che nel tempo e in mutate condizioni sociali potrebbe essere soggetto a variazioni.
Ne deriva un radicale mutamento di prospettiva rispetto alla concezione sinora attiva, rivolta a difendere come un bene la vita di tutti in quanto tale, del tutto indipendentemente dalle condizioni personali di ciascuno.
Sarebbe auspicabile identificare un ordinamento giuridico che garantisca la fruibilità di principi etici che si ispirano ad impostazioni etiche diverse, pena la perdita di valore e consistenza della nostra stessa umanità. Garantire la possibilità che vengano considerati tutti i fattori in gioco, realizzare operativamente le condizioni per cui possa essere percepito il valore della vita in atto, organizzare una assistenza medica adeguata (cure palliative, strutture di assistenza, coinvolgimento di parenti e amici disponibili, accompagnamento psicologico con formazione specifica, assistenza spirituale quando richiesta) sono tutti interventi che possono sostenere la persona che si trova in situazione ritenuta inaccettabile e aiutarla a volte a scoprire degli aspetti prima non percepiti
Il legislatore ha la grande responsabilità di realizzare una norma che garantisca la sussistenza e lo spazio per le diverse posizioni, nella consapevolezza che lasciare spazio solo al principio etico di stile relativistico (vedi articolo citato sopra di PATUZZO 22), che varia in relazione alle mutazioni delle condizioni sociali, può lasciare spazio ad un grave impoverimento della dimensione spirituale dell’umanità.

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* Dirigente Medico, U.O.C. di Radioterapia, Azienda Complesso Ospedaliero “S. Filippo Neri”, Roma. Master in Bioetica presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” – Docente incaricato di bioetica nei corsi di laurea triennale di Tecnici di Radiologia medica dell’Università Cattolica del S. Cuore (corso parallelo presso l’Ospedale “S. Filippo Neri”, Roma).
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*Professore Ordinario di Bioetica – – ** Dottoranda in Ricerca in Biomedica – facoltà di Medicina e Chirurgia “A. Gemelli”, Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma . *** L’articolo prende spunto da una comunicazione presentata a l 34° Congresso Nazionale della Società Itaiana di Medicinsa Legale e delle Assicurazioni ( SIMLA), Sorrento, giugno 2004;
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L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene: esperienza della malattia – Rodolfo Balzarotti, Direttore scientifico Fondazione William Congdon; Giorgio Cerati, Psichiatra, Componente Comitato Salute Mentale Regione Lombardia; Mario Melazzini, Assessore alle attività produttive, ricerca e innovazione di Regione Lombardia, Presidente di AriSLA, Presidente Fondazione Aurora Centro Clinico Nemo Sud di Messina, Direttore scientifico Centro Clinico Nemo di Milano; Silvia Spagnoli, Moglie di Ugo malato di SLA. Introduce Paola Marenco, Responsabile Centro Trapianti Midollo dell’Ospedale Niguarda e Vice Presidente Associazione Medicina e Persona.1
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*Ricercatrice presso il Laboratorio dei Diritti fondamentali del Collegio Carlo Alberto di Torino – Collaboratrice alla didattica e alla ricerca presso la Facoltà di Giurisprudenza , Università di Trento
- Sandrin Luciano** Il benessere dell’anziano, utopia o realtà? Aspetti psicologici e spirituali – Conferenza tenuta al I Congreso Internacional de Enfermeria Geriatrica – Barcelona 28-31.5.1997 – in: Medicina e Morale 1997/6: 1129-1138
** Preside dell’Istituto internazionale di Teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum”, Roma
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* Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
- Spinsanti Sandro* Le posture dei professionisti della cura – Il Punto 6 febbraio 2025 -*Fondatore e direttore Istituto Giano per le medical humanities
- Turoldo F* – Autonomia decisionale in sanità: valori ei limiti di un modello – Intervento del 4 maggio 2005 a Camposampiero di Pd al convegno SIBCE
- Un diritto gentile – Gruppo di lavoro multidisciplinare – Sull’aiuto medico a morire – Il Punto 10 luglio 2024 –
NOTE
[1] – vedi articolo “ dall’ etica medica alla deontologia medica” PATUZZO(22) : in cui si afferma che nel campo dell’etica medica i metodi indagine , a seconda delle caratteristiche, possono modificare anche notevolmente La valutazione morale. )
[2] Codice Deontologico:
Art. 16 – Procedure diagnostiche e interventi terapeutici non proporzionati Il medico, tenendo conto delle volontà espresse dal paziente o dal suo rappresentante legale e dei principi di efficacia e di appropriatezza delle cure, non intraprende né insiste in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, dai quali non ci si possa fondatamente attendere un effettivo beneficio per la salute e/o un miglioramento della qualità della vita. Il controllo efficace del dolore si configura, in ogni condizione clinica, come trattamento appropriato e proporzionato. Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provocare la morte.
Art. 17- Atti finalizzati a provocare la morte Il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte.
INDIRIZZI APPLICATIVI DELL’ART. 17 – “ATTI FINALIZZATI A PROVOCARE LA MORTE” E CORRELATI, AI SENSI DELLA SENTENZA 24/19 DELLA CORTE COSTITUZIONALE La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare
[3] In che cosa consiste il principio personalista?
Da: Enciclopedia Treccani
Nella riflessione bioetica, la prospettiva personalistica difende la tesi della dignità intrinseca di ogni persona umana in ogni istante della vita, dal concepimento alla morte naturale. In particolare, dal p. ontologico – affermante il valore oggettivo di ogni persona umana, quale unità di corpo e spirito, unica e indisponibile, dotata di una dignità intrinseca, propria della natura umana – derivano il principio della difesa della vita fisica, in quanto intangibile e indisponibile; il principio terapeutico, per il quale ogni intervento sulla persona si giustifica solo se ha il fine di guarire o curare il soggetto malato; il principio di libertà e responsabilità, secondo il quale la libertà personale incontra un limite oggettivo nel rispetto della vita e della libertà dell’altro; il principio di socialità e sussidiarietà, che si propone il raggiungimento del bene comune attraverso il bene del singolo e la solidarietà verso chi ha più bisogno.
I diritti inviolabili della persona
Con l’espressione “diritti inviolabili” s’intendono quei diritti e quelle libertà essenziali che costituiscono la base e il fondamento del nostro regime politico.
Con ciò si sono posti a fondamento del nostro ordinamento i principi personalista, pluralista e solidarista, già peraltro impliciti nel più comprensivo principio democratico, in forza dell’art. 1 Cost.
Dal principio personalista discende che fine ultimo dell’organizzazione sociale è lo sviluppo di ogni singola persona umana e che di conseguenza non è la persona in funzione dello Stato, ma lo Stato in funzione della persona.
Pertanto, il “riconoscimento” da parte della Repubblica dei diritti inviolabili dell’uomo sta a significare che tali diritti sono anteriori rispetto all’ordinamento giuridico e, quindi, non sono nella disponibilità dello Stato, che non può né comprimerli né disconoscerli.
Inoltre, tali diritti sono indispensabili ed intrasmissibili (non possono cioè essere oggetto di rinunzia o transazione) da parte dei loro titolari e sono imprescrittibili (non si estinguono nonostante il mancato esercizio da parte del titolare).









































