Un bell’intervento di Paolo Crepet: “Se apri un libro e ti accorgi che dopo una pagina sei già distratto, una parte del cervello (quella della concentrazione) ti si è atrofizzata” – Orizzonte Scuola Notizie
Categoria: Riflessioni
Qui ad Atene noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Pericle – Discorso agli Ateniesi, 431 a.C. (*)
Tratto da Tucidide, Storie, II, 34-36
(*) Errata corrige: inizialmente era stata indicata la data del 461 a.C., riportata da diverse fonti, ma in realtà il discorso, secondo Tucidide, è stato pronunciato all’inizio della Guerra del Peloponneso (431 a.C. – 404 a.C.)
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AFORISMA – GLI ANNI DELLE RADICI

Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri.
L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri.
Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri.
L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri.
Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri.
L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.
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Desiderio
Rossana Centis
Fa paura il desiderio. Perciò è molto camuffato, coperto, temuto.
Così è per i giovani, ma è così anche per gli adulti. Si vaga nel buio, ci si butta su mille distrazioni per non pensare (droga, sesso, TV, sport …); ci pare di vivere sempre più dentro un mondo cattivo.
I giovani esplodono di vita ma vengono martellati dalla società che dice loro che il mondo è cattivo, che il male è soverchiante, insegna che bisogna che si adattino alle regole sociali imposte, che non c’è spazio per il loro essere individuo particolare, per il loro desiderio.
Invece no! Il bene è più grande di qualsiasi grande male, ma non ci aiutiamo a vederlo. Poiché il nostro mondo è disturbato, pensiamo – i giovani, ma in primis noi stessi – di non essere amati, attesi e voluti. Nessuno dice più che esiste Qualcuno che ci ha creato, Qualcuno di veramente grande che ha sempre atteso e amato la mia venuta, scommette su di me anche quando tutto sembra andare male. Abbiamo perso il coraggio di gridare forte che esiste questo amore.

La mia esperienza mi racconta che ogni persona venuta al mondo è una grande promessa; è una realtà vivace, che chiama a una avventura insieme… senza questa scoperta rimaniamo come persi, annaspiamo nel buio di non sapere chi siamo, cosa ci facciamo in questo mondo dai connotati a volte così incongruenti. Quello che ci manca è la consapevolezza, la percezione di un disegno che dia senso, coerenza, significato alle nostre energie e al nostro agire.

Il giovane, da che mondo è mondo, è l’onnipotente per eccellenza, coglie tutto il bene e l’amore che ha dentro e in base a questa forza vuole cambiare il mondo, vuole cambiare le persone, vuole cambiare l’andamento delle cose per rendere la realtà migliore. Anche quando abbraccia le armi, in fondo lo fa perché sta lottando per una giustizia, sta difendendo un suo bene, il bene.
Per questo il desiderio è sempre grande ed esplosivo.
I ragazzi però difficilmente trovano chi li aiuti a riconoscere questo bene, ad utilizzare questa grandissima risorsa strutturale. E pensano di non essere amati pur desiderandolo tantissimo. Non vedono il bene, che comunque c’è. Io gli do il nome di Dio, un Padre che ci ha voluti fin dal primo vagito, e ci accompagna attraverso avventure e sventure, non perché non sia interessato alla nostra sofferenza, ma perché nello snocciolarsi del tempo, nell’affrontare le difficoltà e i nodi che la vita ci dà possiamo sviluppare in modi impensati le nostre persone e la nostra libertà.
Noi e i nostri figli andiamo aiutati a scoprire, valorizzare e trovare significato al nostro mondo interiore, cose, desideri, progetti, sogni, e individuare, cercare il modo di realizzarli interfacciandosi con la realtà e le sue implacabili leggi.
Se portiamo via il sogno, il desiderio, le intuizioni, rimane il vuoto. E non siamo più in grado di percepirci come la cosa più bella, grande, più desiderabile al mondo.
Allora bisogna partire da lì, dal riscoprire questo ”io”.

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La bulimia espressione del disagio
Dott.ssa Lucia Laudi
Il cibo ha sempre avuto una grande importanza per tutte le società, da quelle più industrializzate a quelle più arcaiche e in ogni periodo storico. Fin dalla preistoria il momento del pranzo e della cena, hanno un’importanza fondamentale. Il pranzo è il momento della pausa in cui si riprendono le forze e sovente lo si condivide con i colleghi di lavoro, mentre la cena è il momento in cui si ritorna in famiglia e si vuole condividere ciò che è avvenuto durante la giornata condividendo le emozioni.

La valenza dell’alimentazione è radicata da millenni sia culturalmente sia psicologicamente ed ha un’alta carica emotiva.
Nella preistoria l’uomo si riuniva in clan che si rifugiavano in grandi caverne, dove alla sera ogni famiglia aveva il suo focolare e dopo aver condiviso il cibo e la giornata, si riunivano tutti insieme per partecipare alla discussione su strategie per risolvere le problematiche sia di caccia sia di relazione.
Fin dalla nascita il bambino mette in relazione i disagi e i bisogni vari con il fondamentale bisogno di latte. Quando in lui si rompe l’equilibrio, perché ha fame o ha un malessere piange e urla e riesce a trovare quiete solo quando la madre lo attacca al seno. Il suo tepore, la morbidezza e il latte, che non solo lo nutre, ma gli dà un senso di pace e conforto e il suo bisogno e disagio trovano soddisfazione. Può succedere che il bisogno non riesce a trovare soddisfacimento e diventa così pregnante a tal punto da provocare angoscia.
Il soggetto, in particolare le femmine, quando si troverà nel corso della vita a subire una grande frustrazione di un bisogno e a provare una profonda angoscia, lo assocerà al latte e al piacere profondo che da neonato provava.
Il legame tra un bisogno pregnante insoddisfatto e il cibo che porta a lenire l’angoscia, probabilmente è ancora efficacie nelle bulimiche, che le spinge ad abbuffarsi, scatenando, successivamente, senso di colpa e profonda vergogna, che si associa all’aumento di peso e di conseguenza a provare disagio quando sono in società.
Il cibo e l’atto del mangiare hanno un significato molto profondo e per questo sono diventati dei tramiti di espressione di disagi molto profondi, sfociando in disturbi alimentari: chi rifiuta il cibo, chi ne ingerisce a quantità eccessive e chi poi lo vomita. Questo è il motivo per cui sovente le diete dimagranti falliscono, perché tengono in considerazione le calorie ingerite, ma non i motivi profondi delle abbuffate.

Molte donne che si mettono in dieta, perché in sovrappeso, passano inosservate, ma nascondono un disturbo alimentare. Dopo aver trasgredito durante il weekend si mettono a dieta ferrea durante la settimana ma i risultati delle diete rigide e maniacali sovente hanno risultati disastrosi e deprimenti.
I disturbi alimentari si dividono in anoressia, bulimia e obesità.
Le anoressiche si sottopongono ad una riduzione rigida e ferrea di cibo, ma nello stesso tempo amano cucinare non per sé, ma per gli altri, hanno un senso di accudimento. Queste donne sembrano fragili e nello stesso tempo presentano una tendenza a dirigere a prevaricare l’altro. Sono convinte di gestire il proprio corpo, ma psichicamente non sono autonome.
La bulimica mostra un’immagine che pensa sia conforme al desiderio degli altri, ma è diversa da quella del suo Sé reale. Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.
La donna grassa, obesa vuole tenere lontano da sé le persone, non regge il loro interesse rivolto alla sua persona, in particolar modo quello degli uomini.
Ci sono dei fattori comuni tra le persone che soffrono di disturbi alimentari: la sensazione di non aver avuto abbastanza non solo il cibo, ma anche amore e protezione e la non rassegnazione, poca capacità di sopportare la frustrazione, l’avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d’amore, si aspettano che le persone amate si dedichino a loro totalmente. Sono avidi di amore, si aggrappano alle persone, ma solo se sono amici, famigliari o partener, con una tale avidità che le costringono a fuggire per non essere divorati.
La persona bulimica segue la spinta “Compiacimi” insieme a “Sforzati”; deve compiacere gli altri, perché non regge un rifiuto o anche solo l’idea di non piacere totalmente alle persone intime (famigliari, amici e partner), piuttosto tace il suo disagio e tanto meno esprime il suo malessere per non urtare la sensibilità della persona amata. Questo atteggiamento può portarla a provare rabbia che si vieta di esprimere, ma che aumenta sempre più, fino a spingerla a compiere atti infantili ed esagerati che le provocano un senso di colpa e si auto rimprovera, fino a cadere nella spinta “Sforzati”, ossia deve sforzarsi ancora di più per essere quella brava bambina accettata per il suo comportamento che non crea disagio all’altro e che di sicuro la porterà ad essere amata ancora di più.
Fondamentale, affinché la donna bulimica faccia un passo verso la guarigione o almeno lo star meglio ed essere più serena, è che lei impari ad accettare e soprattutto ad amare se stessa a riconoscere i suoi pregi e i suoi difetti, dai quali può trarre vantaggio, a pretendere di meno o semplicemente quello che può dare e non porsi obiettivi troppo grandi come “Devo essere amata da tutte le persone che mi sono vicine”.
In cosa sono diverse le donne che soffrono di disturbi alimentari? L’anoressica pensa di poter gestire il suo corpo, la sua psiche e di tenere in pugno gli altri preoccupandoli per la sua eccessiva magrezza e aggredendoli verbalmente, ma in realtà non è così autonoma. La bulimica accetta solo la sua immagine perfetta, ma da così poco spazio alla sua personalità che non la riconosce come parte di sé, la vede piena di difetti, è gelosa a tal punto che non accetta che il partner consulti il telefono. Infine, la donna obesa, con il suo grasso, forma una barriera tale che tiene a distanza tutti sia fisicamente, si fa perfino fatica ad abbracciarla, sia psicologicamente, fa di tutto per essere ripugnante, ha una gran paura delle relazioni intime.
La persona bulimica è molto autocritica, segue una spinta interna “Sii perfetta”, ma cosa vuol dire essere perfetta, essere al top? A questa domanda non sa rispondere, in quanto non esiste un obiettivo, anche immaginario, che le dica “Hai raggiunto la perfezione”, ma deve fare sempre di più. Il suo Genitore interno è molto svalutante, non riconosce le sue capacità e il suo Bambino ci crede, gli dà ragione e si dice “Io non valgo, non sono degna di essere amata per quello che sono”. Questa convinzione su di sé, fa sì che ogni “carezza” che arriva dall’esterno non viene percepito come veritiero, ma viene svalutato con il pensiero interno: “Lo dicono solo per non offendermi” o “Chi apprezza le mie abilità è un incompetente”.
Le convinzioni su di sé e i pensieri svalutanti che la invadono devono essere bloccati alimentando un Genitore interno incoraggiante e un Adulto che gli fa fare un esame di realtà.

BIBLIOGRAFIA
Renate Gockel Donne che mangiano troppo edizione Feltrinelli
Maristella Fantini La mela e il cioccolato edizione Ananke
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SCELTE E FALLIMENTI
a cura di Rossana Centis
Il tempo della vita scorre. I progetti degli anni giovanili si articolano e si ramificano e inevitabilmente molti rami vengono sacrificati.

Ogni scelta è un sacrificio delle altre possibilità, è una definizione che preclude le altre vie, riduce le occasioni, ma contemporaneamente contribuisce a delineare il nostro volto, chi siamo. Spesso il vissuto personale è quello di subire progressive restrizioni che limitano la nostra libertà. Poi si aggiungono anche inevitabili fallimenti, e la nostra autostima vacilla …

Ma utilizzare il paradigma “riuscita/fallimento” non aiuta a trovare la propria identità. Possiamo cambiare prospettiva e considerare le esperienze della vita come occasioni formative, occasioni sia gioiose sia dolorose utili per scoprire delle parti di sé personali. Il fine di ogni esperienza è aumentare la consapevolezza di chi sono io, come sono, quale percorso sto facendo, dove voglio arrivare, cosa desidero e come fino ad ora mi sono mosso per raggiungere le mie mete, cosa è mi è utile per seguire la mia direzione e cosa no.

Ogni apparente limitazione può diventare una grande sfida per la nostra maturazione umana e i fallimenti possono transmutarsi in risorse.
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CONOSCENZA ED ESPERIENZA
(R. Centis)
In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’Intelligenza Artificiale (IA), l’evento più umano che possiamo vivere è accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che sappiamo intellettualmente e dare consistenza reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.

Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice e scarno: si è adattato al livello puramente tecnico e non trasmette più il mondo emotivo. Stiamo disimparando a raccontare noi stessi a qualcun altro che ci ascolti.
IA sa usare le parole ma non sa utilizzarle per raccontare il mondo interiore, e non lo potrà fare mai, perché non ha un mondo interiore. Sa solo creare una magari ottima “insalata di parole”, ben assortita e organizzata, imparando da esempi precedenti, ma non ne percepisce il senso.

La letteratura è un serbatoio che testimonia quanto è da secoli presente nell’animo e nella mente umana: dal pensiero filosofico che scandaglia la realtà cercando i fondamenti del nostro esistere, al pensiero poetico e narrativo che racconta le emozioni – amore, curiosità, dolore, turbamento, angoscia, speranza … tutti gli ingredienti di cui siamo fatti. Una cultura degna di tale nome non può scavalcare e dimenticare tutta questa ricchezza.

Il linguaggio è lo strumento potente che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere profonde relazioni tra di noi.
Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.
Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore.
Cominciamo col non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi possiamo iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare o risolvere ciò che ci turba.
Il tempo ci sembra oggi una obiezione anziché una strada per conoscere.
Il presente è il modo che ci è dato per essere, per esistere, il modo che ci è dato per comprendere, cambiare e crescere. Ci vuole tempo perché il bruco diventi farfalla.

Ma il bruco anche se è brutto è necessario. Perché facciamo così fatica ad imparare a vivere? se non impariamo è perché non stiamo nel tempo, non lo usiamo come una risorsa. Il presente è l’unica modalità che possiamo percepire e in qualche modo gestire. Il passato è passato, non è più nelle nostre mani; il futuro con il suo carico di imprevedibilità non è ancora nelle nostre mani.
L’unica modalità per fare l’esperienza di noi stessi, è coglierci nell’attimo presente e modularlo.
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POSITIVISMO
a cura di Rossana Centis

Monet
“L’atteggiamento positivista è come quello di uno che, in posizione da miope, portasse l’occhio a un centimetro da un quadro e, fissando un punto, dicesse: “che macchia!”; ed essendo il quadro grande potrebbe percorrerlo tutto centimetro per centimetro, esclamando a ogni mossa: “che macchia!”. Il quadro apparirebbe un’insieme senza senso di macchie diverse. Ma se arretrasse di tre metri vedrebbe il dipinto nella sua unità, nella prospettiva esauriente. (da L. Giussani: “Il senso religioso”, BUR, Milano 2023, p 172)
Quanto importante è uno sguardo d’insieme sulla realtà! Capace di com–prendere, integrare vari aspetti dell‘esistenza.
Se ci fermiamo su un particolare, su una prospettiva, su un vissuto e li assolutizziamo, rischiamo grosso, rischiamo di perdere il senso delle nostre esperienze, trascurando parti di noi che vengono sacrificate, schiacciate, non trovano spazio adeguato, anche se, forse, sono tratti molto importanti della nostra personalità.
Tutti i fattori in gioco vanno tenuti presente – sentimenti, emozioni, pensieri, circostanze specifiche, dimensione spirituale, relazione – e ricomposti in un mosaico capace di descriverci.
Certo, in noi ci sono anche parti in conflitto. Ma è buona cosa conoscere le lotte del nostro cuore: i conflitti non si risolvono sacrificando uno dei poli in opposizione, ma trovando soluzioni più adeguate al nostro sviluppo.
Aspetti diversi, magari esigenze opposte, sono una ricchezza di cui possiamo riappropriarci.
EMOZIONI E SENTIMENTI
a cura di Rossana Centis
La nostra esperienza interiore è caratterizzata da una vasta varietà di situazioni alla cui origine ci sono i dati che la realtà propone, e il modo con cui noi reagiamo ad essi. L’interazione di questi due elementi stimola in modo diverso i due emisferi cerebrali, quello deputato all’analisi della realtà e ai processi logici (nella maggior parte delle persone il cervello sinistro) e quello deputato all’elaborazione intuitiva, a connessioni analogiche (cervello destro).

Il risultato della elaborazione degli stimoli sensoriali e dei processi cerebrali sviluppatisi di conseguenza conduce alle scelte comportamentali finali. Il processo di elaborazione dei dati è molto complesso ed è influenzato da schemi cognitivi (le credenze personali che ci guidano nell’interpretazione della realtà), esperienze precedenti (che filtrano la nostra percezione della utilità o della bontà delle esperienze attuali), esperienza in atto, aspettative sul futuro. Mediante questo processo si creano emozioni e sentimenti che vengono a far parte del bagaglio personale, rinforzando o alleggerendo interpretazioni e convinzioni di riferimento. I dati processati dal nostro cervello non sono né buoni né cattivi, non esistono in natura cose buone o cattive in sé, tutto dipende dalla nostra elaborazione personale. Anche situazioni che possono essere percepite come gravemente lesive da alcune persone, da altre possono diventare un potente stimolo per crescere, maturare, scoprire aspetti insospettati. Una affermazione di questo genere può sembrare strana e inesatta ma molte persone possono testimoniare come la loro vita è cambiata attivando risorse precedentemente non considerate.

L’impatto con gli stimoli provenienti dal mondo esterno crea delle emozioni, si attiva il mondo emozionale, e le emozioni contribuiscono a generare i sentimenti.
L’emozione è una reazione immediata e di breve durata a uno stimolo, è una reazione fisica e istintiva, come la gioia o la paura, comporta cambiamenti fisiologici, che sono risposte per reagire attivamente alle diverse situazioni ambientali mentre il sentimento è uno stato d’animo più duraturo e complesso, come l’amore e l’amicizia, frutto della riflessione e dell’elaborazione di emozioni pregresse. I sentimenti sono modificazioni dell’affettività di base che affonda le sue radici negli strati o settori più riposti della personalità e imprimono un particolare colorito ai vari processi psichici. Differenze chiave: le emozioni sono di breve durata, mentre i sentimenti tendono ad essere più duraturi. Le emozioni sono spesso più intense e immediate, mentre i sentimenti possono essere più blandi ma più stabili. Le emozioni sono reazioni automatiche, mentre i sentimenti richiedono un’elaborazione cognitiva e una riflessione più consapevole. Le emozioni hanno una funzione adattiva, preparandoci all’azione, mentre i sentimenti hanno un ruolo più importante nella formazione della nostra identità emotiva e nella nostra relazione con il mondo.
Autori diversi hanno proposto classificazioni diverse, ma sostanzialmente si possono identificare delle emozioni di base, cosiddette primarie, (rabbia, paura, gioia, tristezza, sorpresa, disgusto) ed emozioni secondarie, o complesse (vergogna, allegria, ansia, rassegnazione, gelosia, invidia, orgoglio, nostalgia, rimorso, delusione, aspettativa …) che derivano dalla varia combinazione delle emozioni primarie e sono influenzate dalla nostra elaborazione cognitiva. Per esempio la paura è una emozione che tipicamente attiva comportamenti di fuga o di protezione, indispensabili nel mondo animale per la salvaguardia della vita, mentre la vergogna è una tipica emozione che risente della interpretazione che diamo agli eventi, sia pregressi che attuali, e per depotenziarla è necessario affrontare diversi livelli personali e innescare una rielaborazione che coinvolga complesse interazioni delle dimensioni interiori.

IL VALORE DI VIVERE – parte 2a
Rossana Centis
Il problema della cronicità – Aspetti della cronicità
Accanto alle problematiche suscitate dalle malattie terminali, che portano ad una fine sostanzialmente a breve termine, è sempre più consistente l’esperienza di stati patologici che, merito dello sviluppo tecnologico, prolungano la sopravvivenza di molti anni, e non sempre può venire garantita una qualità di vita adeguatamente soddisfacente. Molte linee di pensiero assimilano a queste ultime la fragilità anche, e soprattutto, quelle che si realizzano con l’invecchiamento. Spesso si riscontra l’opinione che la vecchiaia stessa sia una “malattia inguaribile”, e che abbia poco significato impegnare una grande quantità di energie e risorse per individui sostanzialmente inutili, almeno dal punto di vista della resa economica e della produttività (le “leggi” che guidano oggi la convivenza sociale ) in un contesto di scarsità di risorse che impone valutazioni sulle priorità di intervento.
Stiamo vivendo in un’epoca caratterizzata da notevole invecchiamento della popolazione italiana, che presenta tassi di natalità ai minimi storici. Il fenomeno è in parte da attribuirsi al calo della natalità e all’importante sviluppo della medicina: le attuali strategie di cura stanno cambiando l’epidemiologia e la prognosi delle malattie, e la medicina si trova sempre più spesso a gestire situazioni croniche che non guariscono, e sono fonte di una sofferenza che non si risolve in tempi brevi.
A fronte del notevole impegno economico e sociale che tali situazioni richiedono, si sviluppa una pressione culturale volta a limitare un dispendio di risorse in campi considerati ormai senza significato perché rivolte a situazioni improduttive. La grande sfida raccolta dalla Scienza, il combattimento contro la malattia e la morte, ha il paradossale risultato di creare delle situazioni considerate intollerabili proprio per la loro cronicità. “Se le nuove tecnologie mediche riusciranno a salvare e a prolungare le nostre vite – afferma A.Caplan [1] ( citato da L De Caprio/ A. Di Palma – (9)) – le aspettative potrebbero volgere al peggio… il nostro pianeta potrebbe risultare in futuro popolato da masse di vecchi macilenti e improduttivi che, per l’esclusivo mantenimento della propria salute, sottrarrebbero preziose risorse alle parte restante della popolazione… (…). Lo squallore di un’umanità sempre più invecchiata diventerà palese a mano a mano che un numero crescente di vecchi andranno incontro a malattie neurovegetative, malattie osteoarticolari, malattie metaboliche…”
Chi sta avanzando negli anni vede la longevità spesso con ripugnanza, con timore; speranza condivisa è di morire prima, senza accorgersene, di colpo, senza dover attraversare un difficile periodo di sofferenza, senza doversi preparare al distacco dalle persone e dalle cose, senza porsi domande sul significato personale. E questo si spiega con la sempre più estesa incapacità di sopportare qualsiasi privazione o sofferenza, ma soprattutto con il processo di rimozione della morte, che viene ignorata, scotomizzata: non ci si deve pensare, bisogna agire come se non ci fosse, è sconveniente parlarne. La prospettiva paventata è di ritrovarsi invalidi, inutili, soli, bisognosi di tutto, ridotti a non dover far altro che pensare a quella morte che abbiamo cercato di non vedere per tutta la vita.

“La vecchiaia, precursore della morte, come questa è rifiutata, aborrita, detestata, rimossa; i vecchi sono considerati unicamente improduttivi e un peso per la società” (9 De Caprio …). Questo modo di pensare, condiviso dalle generazioni che si stanno succedendo, rischia di polverizzare ogni vincolo di solidarietà, d’amore, di rispetto reciproco; i vecchi devono lasciare lo spazio alle generazioni più giovani che stanno perseguendo l’arduo compito di “realizzarsi”; e quindi devono morire, a meno che, finché risulti loro possibile, non riescano ad ammantarsi del mito dell’eterna giovinezza, rimanendo in competizione con le generazioni più giovani.
Sembra proprio di essere di fronte ai preliminari della fine morale di una civiltà.
Tutto ciò avviene quando si accetta la grande trasformazione dei presupposti che indirizzano il nostro agire: che la persona sia trasformata in “oggetto” (6 CARASCO DE PAULA , COMORETTO )
Un’altra prospettiva, però identifica un modo diverso di considerare l’ultima fase della vita, una prospettiva che fa capo al concetto di persona[2] e alla corrente filosofica del personalismo[3] . La “persona” è e rimane sempre un soggetto, in qualsiasi situazione si venga a trovare. Un suo diritto inalienabile è quello di essere trattata sempre come un fine dell’azione, mai come un mezzo.

Secondo questo modo diverso di vedere le cose, “la persona anziana ha dei compiti importanti, sia nei riguardi di se stessa che della società di cui fa parte: è chiamata ad integrare in unità i vari aspetti della sua esistenza, riconoscendo una propria “identità”, una propria “interezza”, anche in mezzo alle crisi (e cioè alle rotture e frantumazioni del momento), dando unitarietà ad un oggi problematico o di cui non si percepisce il significato. E questo può avvenire “recuperando continuamente la propria storia passata e “narrandola” a qualcuno che ascolti accettando di fare con lei un viaggio nella sua vita”[4] (28 SANDRIN).

Il trovare la propria identità in un “Io” narrante, che racconta ciò che ha vissuto e ciò che ha compreso da ciò che ha vissuto, che comunica ciò che ha faticosamente imparato in lunghi anni, dà all’anziano un senso di continuità e di valore di fronte ai disturbanti cambiamenti di vita, e può essere fonte di sostegno e di conforto per chi è più giovane e sta affrontando eventi destabilizzanti, frammentazioni relazionali, disgregazioni affettive, cambiamenti di ambiente.
La famiglia nucleare che ha emarginato il vecchio come inutile, si è rivelata troppo fragile e inaspettatamente debole: lavoro e impegni sospingono tutti fuori casa, costringendo a lasciare vuoti e scoprire spazi per pericolosi per la convivenza e l’educazione dei figli. Ci sono segni che suggeriscono come gli anziani possano quindi assumere un ruolo di stabilizzazione, se non addirittura di rifondazione sociale. La realtà della “terza età “ è una realtà in movimento, ricca di attività, di lavoro sommerso e inapparente, ma prezioso come connettivo e integrativo della troppo rigida strutturazione del lavoro che risucchia le energie delle generazioni successive.

È possibile che essi siano chiamati a ricucire la famiglia, o i suoi frantumi, o i suoi surrogati, integrandosi con i genitori nella crescita dei figli e possano riproporre un rapporto di collaborazione con le nuove generazioni basato sul reciproco rispetto e indipendenza; possono garantire la trasmissione di generazione in generazione di valori fondanti la convivenza civile, faticosamente appresi con le inevitabili traversie della vita trascorsa.
Dal punto di vista strettamente personale la longevità può essere perciò un tempo di maturazione utile per avere la possibilità di imparare, di capire, di connettere esperienze, di scoprire significati, di apprezzare le cose complesse e difficili che sono più importanti. A meno che non sia minato da malattie che tolgono la capacità di elaborazione cognitiva ed affettiva, “lo sviluppo è un processo che dura tutta la vita. L’invecchiamento, in quanto tale, non è quindi un momento involutivo (il momento del declino) ma un periodo evolutivo che ha delle sue caratteristiche specifiche, come gli altri periodi della vita; lo sviluppo è multidimensionale e multidirezionale: anche l’invecchiamento interessa contemporaneamente molte dimensioni e non può essere visto se non all’interno di un flusso storico unitario” (28 SANDRIN); bisogna considerare la dimensione storica, culturale, di relazione con l’ambiente, psicologica. Le perdite, anche nell’invecchiamento, possono aprire a nuove opportunità di sviluppo, a nuove consapevolezze personali.
Sono stati elaborati vari modelli psicologici che considerano specificamente i processi evolutivi del corso della vita: ciò è possibile grazie alle funzioni cerebrali che restano invariate o addirittura migliorano con l’età a causa della plasticità neuronale. Diminuisce la memoria computazionale, ma si conserva quella freudiana, “proustiana”, etica, creativa.
La differenza tra giovani e anziani si osserva prevalentemente negli individui con basso livello sociale, con scarsa partecipazione ambientale, con modesta capacità decisionale e abilità verbale; il declino intellettuale è invece minimo e minime le differenze nei soggetti con elevato stato socioeconomico e stile di vita attivo che continuano ad essere impegnati: molto dipende dall’allenamento precedente.
In questa prospettiva il compito dell’ ultima parte dell’ esistenza è integrare la complessa e varia esperienza di una vita, e la sintesi che ne deriva può avere aspetti di grande creatività e maturità. Non per nulla in passato la vecchiaia era non solo rispettata, ma onorata e ne veniva riconosciuta la saggezza.

La solitudine, l’abbandono, il ricovero in istituti, le perdite affettive e sociali, quindi cause esterne, ambientali, sono spesso alla base della involuzione mentale. Che l’equilibrio tra perdite e adattamenti non danneggi le più elevate capacità della mente umana lo dimostra il fatto che i grandi uomini sono spesso longevi e sono rimasti creativi fino all’età straordinariamente avanzate. Per molti artisti si verifica ad età avanzata una svolta nel contenuto e nello stile delle loro opere che li porta alle produzioni più mature e significative.
La natura dell’ essere umano è strutturalmente relazionale: se è da solo non riesce, se non in rari casi, ad affrontare l’angoscia della malattia debilitante e della morte. Il grave problema, un punto chiave è la solitudine. L’essere umano ha bisogno costituzionalmente di stare in una trama di rapporti, di condividere esperienze e significato. Oggi spesso la famiglia è nucleare con uno, massimo due figli, le soluzioni abitative sono ridotte al minimo indispensabile, non c’è spazio né disponibilità per convivenze più articolate dove possano trovare locazione situazioni delicate e complesse, sia dal punto di vista medico che psichiatrico.

Nel modello sociale che sta tramontando, che è giunto al capolinea, frequentemente all’interno di un gruppo famigliare composito (molte famiglie erano costituite da numerosi figli, ognuno dei quali sviluppava la sua storia; con l’invecchiamento dei genitori e il rovesciamento dei ruoli si potevano condividere le responsabilità e gli oneri dell’accudimento di parenti anziani rimasti soli) potevano trovare il loro spazio esperienze e riferimenti filosofici – spirituali personali diversificati, magari anche conflittuali con i valori condivisi dal nucleo famigliare originario, che comunque garantiva presenza e sostegno. Nell’attuale struttura sociale la persone portatrici di fragilità vengono allontanate e depositate in strutture apposite, la maggior parte delle volte con disgregazione della continuità delle esperienze di vita. In un simile contesto perdono significato il valore dell’affermazione di sé attraverso le prove che la vita propone, la testimonianza alle giovani generazioni in corso di crescita della propria struttura personale valoriale con il suo progressivo approfondimento esperienziale del “chi sono io?” , l’elaborazione con i pari a cui si è legati affettivamente, coinvolti in esperienze di accompagnamento /o e condivisione anche di quesiti esistenziali personali.
Secondo il modello proposto dai C.Rogers [5], una presenza umana salda e sicura capace di stare con qualsiasi cosa emerga è un fattore potentissimo. Anche limitandoci ad ascoltare e riverbalizzare, rispecchiare esattamente ciò che comprendiamo, una tale risposta si aggiunge alla nostra presenza e aiuta il paziente a stare con qualsiasi cosa egli percepisca e senta di sé in quel momento, e magari ad andare oltre. Questa è forse la cosa più importante che chiunque aiuti gli altri ha bisogno di sapere. Scopo dell’ascolto consiste nel sostenere il paziente nel facilitare e mantenere una relazione interna a se stesso positiva, percepire il proprio dialogo interno con il “qualcosa” che è lì per lui, in lui, e che ha potenzialità di sviluppo. Si può tenere compagnia a qualcosa di interiore che è troppo dolente, troppo pesante, troppo angosciante per essere detto, e non ci sarà solo, né principalmente, la compagnia fisica del terapeuta. In molti casi questa silenziosa condivisione è in grado di aprire alla dimensione spirituale, o a favorire il suo sviluppo. Molte persone avvertono il bisogno, il desiderio di una elaborazione in questa direzione, ma spesso l’ambiente circostante non recepisce una tale richiesta ed anche questo è una fonte di una profonda solitudine a volte con veri vissuti di abbandono.
Il medico moderno purtroppo molto spesso non è stato preparato ad accompagnare le situazioni drammatiche della vita: nell’ambito della sua formazione la direzione è stata quasi esclusivamente la comunicazione di competenze tecniche, ignorando massicciamente la maturazione di competenze relazionali; è stato indotto al silenzio per quanto riguarda i quesiti esistenziali e questo è l’altro aspetto di una dimensione culturale che oggi si sta espandendo ad ambiti extraprofessionali, influenzando il pensiero comune. Quando si tratta di malattie mortali i medici passano frammenti di verità ai pazienti mentre informano completamente i familiari, che a loro volta, premono sul medico perché menta o taccia con il morente sulle sue le reali condizioni. Come se il “bene” massimo per la persona fosse essere inconsapevole di ciò che sta avvenendo, in modo che l’evento finale giunga improvviso, inatteso e togliendo così la possibilità di una elaborazione di senso anche nei casi in cui ciò fosse possibile. Siamo davanti ad un atteggiamento diffuso, culturalmente richiesto; la congiura del silenzio che avvolge la morte è consensuale, ideologicamente condivisa, socialmente apprezzata.
Il medico una volta sapeva parlare della morte: impotente sul piano delle cure, con modestissime opzioni di trattamenti a disposizione, il medico parlava, assisteva sul piano umano, sapeva accompagnare, la morte era una stabile compagna della vita. Nessuno riusciva ad essere indenne dall’esperienza della perdita di qualche persona cara, la mortalità infantile dimezzava le famiglie, la longevità era qualcosa che sconfinava con la mitologia. Oggi è arduo parlare di limiti, accettare che alcune situazioni non siano risolvibili; la salute è diventata un diritto inalienabile e tutelata perfino in certi casi dal diritto penale quando le procedure di cura non siano state realizzate secondo linee guida sempre più costringenti. Contemporaneamente si assiste all’incapacità di integrare nella vita l’esperienza della morte, l’unico evento certo per ogni essere vivente.
Un bisogno fondamentale per l’essere umano è vivere con significato. La perdita del significato del vivere può essere distruttiva, e veramente intollerabile. Sostenuto dal senso di sé e della propria esistenza l’uomo può sopportare delle cose inenarrabili; giunge a tutti la conoscenza di casi umani che hanno resistito a situazioni – limite per la sopravvivenza, anche prolungate e, all’opposto, casi di persone che non hanno retto la frattura del quadro di riferimento esistenziale su cui avevano fondato la propria esistenza. A volte però sono proprio situazioni – limite che permettono di accedere a dimensioni spirituali personali prima inaccessibili, e “bene” potrebbe essere anche supportare le condizioni in cui questo percorso possa essere compiuto e la persona possa compiere questa personale elaborazione.
La soluzione che viene proposta attualmente è paradossalmente quella di annullare il valore umano ponendo termine alla vita, se la vita non risponde più agli standards imposti da una logica strettamente commerciale e di profitto guidata da interessi economici. La vita non viene più considerata una cosa sacra e preziosa, un valore in sé, un fine che motiva tutti gli sforzi possibili perché sia garantita, sempre, la sua dignità e la sua tutela in tutte le sue manifestazioni, ma viene considerata manipolabile, e sopprimibile per affermare qualcosa d’altro, un mezzo per realizzare progetti sociali storicamente transeunti e vantaggi economicamente determinati per delle minoranze.
Il conflitto tra visioni diverse della vita non era conosciuto nell’antichità classica e nei secoli successivi, fino all’epoca moderna, perché non si conobbe alcun conflitto di principio tra le varie attività umane: i conflitti di principio attuali sono emersi da quando è stato invocato un nuovo diritto, il diritto all’autodeterminazione. In nome di questo diritto emerge la richiesta che venga attribuito alla figura medica il dovere sociale di collaborare a lenire la sofferenza interrompendo la vita stessa in caso di richiesta. Ma questa prospettiva obbliga ad abbandonare un vecchio diritto da sempre riconosciuto, che è il diritto di non accettare di realizzare atti che contrastano con la propria coscienza, in questo caso interrompere volontariamente l’esistenza della vita, ed il porsi servizio di valori percepiti come non negoziabili.
E’ necessaria una profonda trasformazione della formazione etica professionale degli operatori sanitari che sottolinei con forza l’importanza dei valori umani e morali con loro ricadute nella pratica professionale; è indispensabile mantenere aperto il dibattito e il confronto, finalizzati a riscoprire il “senso”, il significato che sorreggano le delicatissime e dibattutissime decisioni da prendere nei singoli casi delle storie personali, dopo che tutte le possibili strategie per rendere accettabile un condizione ormai al limite siano state attuate.
Dobbiamo contrastare una pratica medica che rispecchia fedelmente l’ideologia ed i valori di una società dominata dalla ragione tecnico-scientifica ma ha dimenticato le sue radici nell’umanesimo, se vogliamo mantenere una attenzione viva e costante a non perdere il senso della preziosità di esistere.

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L’ultima parola non è la parola fine, ma la parola bene: esperienza della malattia – Rodolfo Balzarotti, Direttore scientifico Fondazione William Congdon; Giorgio Cerati, Psichiatra, Componente Comitato Salute Mentale Regione Lombardia; Mario Melazzini, Assessore alle attività produttive, ricerca e innovazione di Regione Lombardia, Presidente di AriSLA, Presidente Fondazione Aurora Centro Clinico Nemo Sud di Messina, Direttore scientifico Centro Clinico Nemo di Milano; Silvia Spagnoli, Moglie di Ugo malato di SLA. Introduce Paola Marenco, Responsabile Centro Trapianti Midollo dell’Ospedale Niguarda e Vice Presidente Associazione Medicina e Persona.
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[1] Caplan A.,: Il futuro sarà migliore? Le Scienze 1995, 327: 98 – 99
[2] Da: Enciclopedia Treccani: Una “persona”è un individuo che appartiene alla specie umana, senza distinzione di sesso, età o condizione sociale, considerato sia come elemento a sé, sia come membro di una collettività. Nel linguaggio del diritto, una persona è un soggetto che può avere capacità giuridica, cioè essere titolare di diritti e di obblighi
[3] Da: Enciclopedia Treccani – Personalismo – nel suo senso filosofico: a) in senso lato, personalismo si applica a diverse dottrine filosofiche del XIX e del XX secolo; b) in senso specifico, designa il pensiero di Emmanuel Mounier e di quanti, in particolare attorno alla rivista ‟Esprit”, si richiamano a quel pensiero.
Note storiche: Il termine è comparso nel sec. XIX in Germania per designare inizialmente la dottrina di coloro che, contro il panteismo, affermavano l’esistenza di un Dio personale. Il termine si impose anzitutto nel solco kantiano: Ch.-B. Renouvier lo introduceva in Francia con la pubblicazione, nel 1903, di un libro intitolato Le personnalisme con il quale intendeva sottolineare la realtà ontologica e giuridica di un Io ideale, la persona, che si libera dall’Io empirico condizionato dalla natura e dalla società. Anche se, in seguito, si vedranno nascere delle versioni del personalismo assai distanti dal kantismo, il termine ‛personalismo’ conserverà, in filosofia, l’impronta di questo appello etico a un’esistenza responsabile, che è la caratteristica dei moralisti kantiani.
All’inizio del sec. XX la corrente del ‛cattolicesimo sociale’ e della ‛democrazia cristiana’ s’incontra con questa influenza kantiana, e il punto di convergenza sarà costituito proprio dal vocabolo ‛persona’. Derivato dal latino persona, il termine designò inizialmente una maschera e in seguito un ruolo (ruolo teatrale e quindi ruolo sociale); nel XVII secolo il suo ambito semantico si specificò in due direzioni: una giuridica, la persona come soggetto di diritti, e una teologica, la persona come essere autonomo dotato di una virtualità di esistenza eterna (in questa accezione è da sempre tradizionalmente applicato al Dio dei cristiani). Il giuoco reciproco di queste diverse accezioni favori il nascere di un insieme di concetti – colorati in senso ora teologico, ora etico, ora giuridico – che hanno svolto un ruolo importante fino ai nostri giorni. Tutti pongono l’uomo come soggetto e fine della società civile e affermano ‛l’eminente dignità della persona umana’ in opposizione ai determinismi naturalistici e alle pretese abusive della collettività e dello Stato. Personalismo si oppone quindi a collettivismo, nazionalismo, statalismo, totalitarismo, razzismo, ecc. Ma d’altro canto si oppone, seppur meno vigorosamente, a individualismo. L’individuo viene considerato come uno stadio elementare dello sviluppo umano; la persona come un essere capace di vivere rapporti, attraverso il diritto e l’amore, e di trovare il suo compimento sia in comunità che in una libera obbedienza alla volontà divina. (…) Ma il termine ‛personalismo’ finirà per assumere un senso più preciso, che eclisserà poco a poco gli altri. Nel 1934 Emmanuel Mounier definisce il suo pensiero ‟personalista e comunitario”. A dire il vero in quell’epoca la parola era già nell’aria e filosofi come J. Maritain e M. Blondel l’utilizzano per designare un aspetto comune a parecchi movimenti di pensiero che, negli anni trenta, cercano una strada originale per sfuggire all’opposizione tra liberalismo capitalista e socialismo marxista. ‟Esprit”, che Mounier e i suoi amici fondano nel 1930, è uno di questi movimenti, ma ben presto si affermerà come il più consistente e durevole; d’altra parte la vera originalità di Mounier consistette nell’operare la sintesi di una molteplicità di idee che erano per cosi dire nell’aria nel clima intellettuale del suo tempo. Ecco perché, diversamente da quanto Mounier stesso avrebbe desiderato, la parola ‛personalismo’ designa oggi di preferenza il corpo delle analisi, dei principi e delle tesi enunciati dal fondatore di ‟Esprit” e dai suoi amici.
[4] AI Overview – La medicina narrativa è un approccio alla cura che utilizza la narrazione come strumento fondamentale per comprendere e integrare le esperienze, le emozioni e le prospettive individuali di pazienti, medici e familiari, al fine di creare un percorso di cura più personalizzato ed efficace.
[5] C. Rogers 8 gennaio 1902 – 4 febbraio 1987 – è stato uno psicologo statunitense, fondatore della “psicoterapia centrata sulla persona e noto per gli studi sul counseling e la psicoterapia all’interno della corrente umanistica della psicologia)

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