AFORISMA – GLI ANNI DELLE RADICI

Il timido di oggi è il bimbo che schernivamo ieri. L’aguzzino di oggi è il bimbo che picchiavamo ieri.
L’impostore di oggi è il bimbo che non credevamo ieri.
Il contestatore di oggi è il bimbo che opprimevamo ieri.
L’innamorato di oggi è il bimbo che carezzavamo ieri.
Il non complessato di oggi è il bimbo che incoraggiavamo ieri. L’espansivo di oggi è il bimbo che non trascuravamo ieri. Il saggio di oggi è il bimbo che ammaestravamo ieri. L’indulgente di oggi è il bimbo che perdonavamo ieri.
L’uomo che respira amore e bellezza è il bimbo che viveva nella gioia anche ieri.

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Desiderio

Rossana Centis

Fa paura il desiderio. Perciò è molto camuffato, coperto, temuto.

Così è per i giovani, ma è così anche per gli adulti. Si vaga nel buio, ci si butta su mille distrazioni per non pensare (droga, sesso, TV, sport …); ci pare di vivere sempre più dentro un mondo cattivo.

 I giovani esplodono di vita ma vengono martellati dalla società che dice loro che il mondo è cattivo, che il male è soverchiante, insegna che bisogna che si adattino alle regole sociali imposte, che non c’è spazio per il loro essere individuo particolare, per il loro desiderio.

 Invece no! Il bene è più grande di qualsiasi grande male, ma non ci aiutiamo a vederlo. Poiché il nostro mondo è disturbato, pensiamo – i giovani, ma in primis noi stessi – di non essere amati, attesi e voluti. Nessuno dice più che esiste Qualcuno che ci ha creato, Qualcuno di veramente grande che ha sempre atteso e amato la mia venuta, scommette su di me anche quando tutto sembra andare male. Abbiamo perso il coraggio di gridare forte che esiste questo amore.

 La mia esperienza mi racconta che ogni persona venuta al mondo è una grande promessa; è una realtà vivace, che chiama a una avventura insieme… senza questa scoperta rimaniamo come persi, annaspiamo nel buio di non sapere chi siamo, cosa ci facciamo in questo mondo dai connotati a volte così incongruenti. Quello che ci manca è la consapevolezza, la percezione di un disegno che dia senso, coerenza, significato alle nostre energie e al nostro agire.

Il giovane, da che mondo è mondo, è l’onnipotente per eccellenza, coglie tutto il bene e l’amore che ha dentro e in base a questa forza vuole cambiare il mondo, vuole cambiare le persone, vuole cambiare l’andamento delle cose per rendere la realtà migliore. Anche quando abbraccia le armi, in fondo lo fa perché sta lottando per una giustizia, sta difendendo un suo bene, il bene.

Per questo il desiderio è sempre grande ed esplosivo.

 I ragazzi però difficilmente trovano chi li aiuti a riconoscere questo bene, ad utilizzare questa grandissima risorsa strutturale. E pensano di non essere amati pur desiderandolo tantissimo. Non vedono il bene, che comunque c’è. Io gli do il nome di Dio, un Padre che ci ha voluti fin dal primo vagito, e ci accompagna attraverso avventure e sventure, non perché non sia interessato alla nostra sofferenza, ma perché nello snocciolarsi del tempo, nell’affrontare le difficoltà e i nodi che la vita ci dà possiamo sviluppare in modi impensati  le nostre persone e la nostra libertà.

Noi e i nostri figli andiamo aiutati a scoprire, valorizzare e trovare significato al nostro  mondo interiore, cose, desideri, progetti, sogni, e  individuare, cercare il modo di  realizzarli  interfacciandosi  con la realtà e le sue implacabili leggi.

Se portiamo via il sogno, il desiderio, le intuizioni, rimane il vuoto. E non siamo più in grado di  percepirci  come la cosa più bella, grande, più desiderabile  al mondo.

Allora bisogna partire da lì, dal riscoprire questo ”io”.

Photo by Frank Cone on Pexels.com

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POSITIVISMO

a cura di Rossana Centis

Monet

 “L’atteggiamento positivista è come quello di uno che, in posizione da miope, portasse l’occhio a un centimetro da un quadro e, fissando un punto, dicesse: “che macchia!”; ed essendo il quadro grande potrebbe percorrerlo tutto centimetro per centimetro, esclamando a ogni mossa: “che macchia!”. Il quadro apparirebbe un’insieme senza senso di macchie diverse. Ma se arretrasse di tre metri vedrebbe il dipinto nella sua unità, nella prospettiva esauriente.  (da L. Giussani: “Il senso religioso”, BUR, Milano 2023, p 172)

Quanto importante è uno sguardo d’insieme sulla realtà! Capace di com–prendere, integrare vari aspetti dell‘esistenza.

Se ci fermiamo su un particolare, su una prospettiva, su un vissuto e li assolutizziamo, rischiamo grosso, rischiamo di perdere il senso delle nostre esperienze, trascurando parti di noi che vengono sacrificate, schiacciate, non trovano spazio adeguato, anche se, forse, sono tratti molto importanti della nostra personalità.

Tutti i fattori in gioco vanno tenuti presente – sentimenti, emozioni, pensieri, circostanze specifiche, dimensione spirituale, relazione – e ricomposti in un mosaico capace di descriverci.

Certo, in noi ci sono anche parti in conflitto. Ma è buona cosa conoscere le lotte del nostro cuore: i conflitti non si risolvono sacrificando uno dei poli in opposizione, ma trovando soluzioni più adeguate al nostro sviluppo.

Aspetti diversi, magari esigenze opposte, sono una ricchezza di cui possiamo riappropriarci.

Citazione

L’INCONSCIO È IL NOSTRO FONDALE MARINO

Dott.ssa Lucia Laudi

Il nostro inconscio è come il fondale marino, nasconde tante insidie, bisogna stare molto accorti , ma riserva meraviglie inaspettate e sa rigenerarsi nonostante i colpi mancini che fende il mondo esterno. Noi pensiamo di essere solo quello che vediamo , i nostri comportamenti, le parole che diciamo, ma siamo molto di più. In natura ogni più piccolo elemento ed essere vivente è funzionale all’ecosistema, anche le rocce hanno la loro importanza e funzione, così anche ogni più piccola parte della nostra psiche e del nostro corpo hanno la loro funzione. Quando osservo foto con fondali marini resto meravigliata da come ogni cosa che è stata, resta impressa in un qualche modo e tutto ciò che era diventa utile alla vita di oggi. Anche i relitti di navi, aerei e sottomarini diventano utili per la vita marina.

Photo by Tom Fisk on Pexels.com

Quando un aero precipita e impatta col mare o una nave affonda succede la catastrofe, ci sono molte vittime e ciò che rimane è il dolore straziante di chi resta e in fondo al mare restano dei relitti che al momento del disastro hanno causato morte anche tra la natura marina; in quel preciso istante è distruzione, ma piano piano la natura si appropria di quegli enormi corpi estranei e li fa diventare tane per le creature marine e luoghi di vita ricoperti da alghe, coralli e anemoni. La vita ritorna, diversa ma ritorna.

Ecco, il nostro inconscio è uguale, nasconde tanti dolori e tristezze, ma anche gioia, felicità e voglia di vivere, si sa difendere e trova strategie a volte disfunzionali, altre volte individua delle ottime vie d’uscita.

Quando stiamo percorrendo momenti molto difficili e siamo convinti che non ce la faremo mai e il mondo ci crolla addosso, perché i pilastri, che pensavamo essere di cemento armato e indistruttibili, improvvisamente,  a causa di qualcuno o di qualche evento che rompe l’equilibrio che durava da anni, crollano come un castello di sabbia raggiunto dall’onda del mare; ecco che quello che oggi ci sembra terribile e angoscioso, può diventare plancton per il nostro domani.

Il nostro inconscio è come la natura, quando riceve dei traumi dopo un tempo più o meno lungo incomincia  a mettersi in moto, elabora le emozioni spiacevoli come la tristezza, i dolore e l’angoscia che diventano pensieri e poi azioni e comportamenti nuovi e positivi generando una persona diversa.

Foto di Stefano Gobbo Istruttore sub

L’inconscio lavora in sordina, per tanto tempo, sembra, essere distrutto dal relitto che gli è piombato addosso, togliendogli ogni energia ed eliminando ogni parvenza di vita, ma poco a poco avviene come nei relitti marini. Qualche pesce si avvicina, lo esplora e poi decide di fare la propria tana, procrea e lo popola e poi arrivano altre specie marine che lo seguono. Certo il relitto rimane, non può sparire, ma non è più morte e distruzione è vita nuova e alle volte anche più bella e più florida di prima.

Impariamo ad ascoltarlo, ha molto da dirci e sa suggerirci le soluzioni alle nostre angosce e sa farci trovare la strada per gioire nuovamente della vita.

L’inconscio usa un linguaggio che non ci è chiaro, di immagini e simboli per sviare la coscienza e la società che ci circonda, ascolta i bisogni e le emozioni senza darci un ordine e un senso e spesso resta legato al passato credendo che ciò che valeva ieri vale anche oggi, ma la coscienza ha il potere di dagli un ordine attraverso la ragione e la sua capacità elaborativa.

IMPARIAMO AD ASCOLTARLO, A CAPIRLO E A DARCI UN SENSO

A volte questo percorso non è facile da percorrere, per cui bisogna rivolgersi a qualcuno che ci indichi la strada.

Mi piace rifarmi alla filosofia di Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, che si basa su questi concetti: ognuno è OK (degno di essere amato per quello che è), ognuno è in grado di pensare, di decidere e costruire il proprio destino e di cambiare le proprie decisioni nel corso della vita.

Photo by Christian Vergara on Pexels.com

IL TEMPO 2

Il tempo ci sembra oggi una obiezione anziché una strada per conoscere.

Il presente è il modo che ci è dato per essere, per esistere, il modo che ci è dato per comprendere, cambiare e crescere.

Ci vuole tempo perché il bruco diventi farfalla. Ma il bruco anche se è brutto è necessario.

Perché facciamo così fatica ad imparare a vivere?

Se non impariamo é perché non stiamo nel tempo, non lo usiamo come una risorsa.

SELF MADE MAN

Dott.ssa R. Centis

 L’uomo che si fa da sé. 

L’uomo che ha smarrito le sue radici e non poggia su una base sicura.

Nel nostro tempo, nella nostra società siamo malati di solitudine: con sempre maggiore difficoltà accettiamo e utilizziamo ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno faticosamente maturato ed imparato. Siamo senza padre.

Bombardati da un eccesso di informazioni e di stimoli, ci manca una guida che insegni come metabolizzare tutto ciò.

Ci portiamo sulle spalle la pesante responsabilità di inventare il nostro percorso personale di crescita e di presenza nel mondo.

La mentalità del “self made man”,  l’atteggiamento interiore che fa consistere il proprio valore nella capacità di “performance”, è una mentalità che tende a insinuarsi nel rapporto che abbiamo con tutto: nel lavoro, nella famiglia, nella vita morale ecc. Una delle conseguenze é la paura di fallire. Se infatti io consisto di ciò che riesco a fare, è normale che io viva in uno stato di permanente ansia di riuscire a mantenere alto il livello, ansia di prestazione, che in negativo vuol dire: paura di non riuscire.

Ma se vogliamo, possiamo cercare e trovare dei luoghi, delle amicizie, dei maestri, dei mentori che si affianchino alla nostra vita, e ci aiutino ad affrontare la durezza del reale, perché l’uomo è strutturalmente relazionale, non può vivere ed esistere se non in rapporto con “altri” significativi,  da cui si senta visto, riconosciuto, valorizzato e accompagnato.

STRESS

Dott.ssa Lucia Laudi

COS’È LO STRESS?

Lo stress è paragonabile alla febbre, la quale non è la malattia ma è un sintomo, ossia è la reazione del nostro sistema immunitario (anticorpi) ad un agente esterno (virus e batteri). Allo stesso modo lo stress è una reazione di adattamento ad uno squilibro prolungato nel tempo che si è presentato all’interno dell’individuo o nel suo ambiente.

L’insorgere dello stress dipende molto dal modo in cui noi vediamo gli avvenimenti, quindi lo stress non è negativo, perché indica che c’è uno squilibrio nella psiche del soggetto e che deve essere fatto qualcosa per ristabilire l’equilibrio e qui interviene la resilienza, che è la capacità dell’uomo di adattarsi e di far fronte in modo positivo ai cambiamenti anche repentini dell’ambiente o dello stato fisico dell’individuo stesso.

 Ognuno di noi può avere una maggiore o minore resilienza e quindi una capacità individuale di adattarsi. Il vantaggio della resilienza è che non è un fattore congenito, ma può essere potenziata soprattutto quando si è motivati a farlo da circostanze particolari.

Come riscoprire le nostre risorse per superare lo stress

L’essere umano ha molte risorse per difendersi da attacchi, sia da parte di agenti ambientali (virus, batteri), sia da quelli sociali e psicologici.

L’uomo è costituito da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito che sono delle grandi armi di difesa. Bene: usiamole! Ma per far ciò dobbiamo conoscerle, quindi conoscerci nel profondo.

Questo è un buon momento per riflettere in modo capillare e far sì che delle esperienze negative e molto spiacevoli come una pandemia o la crisi determinata da una guerra che obbliga le persone a delle ristrettezze drastiche, come essere chiusi in casa senza poter vedere le persone che si amano e con cui fino al giorno prima si avevano delle relazioni di intimità, diventino delle esperienze positive per la crescita individuale e sociale.

 La capacità del soggetto di trasformare esperienze e vissuti spiacevoli e anche traumatici in momenti che permettono di elaborare, riflettere e prendere delle decisioni di cambiamento sia comportamentale, sia psichico è determinante per superare lo stress.

Come un uccello si abitua a vivere in città.

IL GENERE FATTORE BIOLOGICO O CULTURALE?

Dott.ssa Lucia Laudi

Quando si parla di sesso si fa riferimento ad un fattore biologico e naturale, ossia un individuo che nasce con organi genitali maschili o femminili, diverso è se si parla di identità di genere, che si costruisce attraverso la cultura.

Le società hanno determinato il genere con dei simboli come il colore, i giochi, i ruoli sociali.

Nella storia dell’uomo la distinzione dei compiti è stata una questione di forza come la caccia, la guerra e i lavori pesanti, li faceva il maschio perché più forte, mentre la donna svolgeva compiti di cura dei figli, del focolore, degli animali domestici e la raccolta.

Inizialmente l’identità di genere è stata determinata dalla forza, con il tempo da un fattore culturale, infatti molti lavori pesanti vengono svolti dalle macchine per cui la forza non viene più richiesta, ma restano molti lavori tipicamente femminili e altri maschili, pensiamo alle educatrici del nido o alle maestre della materna  sono unicamente donne, pochi i maestri alle elementari, poche le donne camioniste o saldatori (se si dice saldatrici ci si riferisce alla strumentazione).

Quindi il genere avviene attraverso l’educazione e i riti di passaggio, che nella cultura occidentale ormai sono sempre più rari. Tra i Taneka, popolazione del Benin, i bambini piccoli vengono considerati come animaletti selvatici, cioè non sono ancora definiti nel genere. Anche in altre lingue come l’inglese e il tedesco il termine bambino è neutro.

L’ansia

Dott.ssa Lucia Laudi

L’ORIGINE DELL’ANSIA

Il disturbo d’ansia ha origine dal rapporto che si instaura tra la madre e il bambino fin dal momento del concepimento.

Il piccolo per nove mesi vive in un ambiente sicuro: la temperatura è sempre costante, non prova i morsi della fame e i grampi alla pancia quando deve evacuare, insomma non ci sono ostacoli, ovviamente parlo di una gravidanza con un percorso regolare, ma quando inizia il travaglio egli si trova difronte alla prima grande difficoltà accompagnata da un dolore mai provato prima. Egli si trova per la prima volta in un marasma di sensazioni fisiche ed emozioni che lo travolgono come uno tsunami. La nascita è il primo momento in cui la madre deve saper accogliere il piccolo, attaccandolo subito al seno, avvolgerlo in un braccio confortevole, in modo che non abbia la sensazione del vuoto, della solitudine che sono alla base dell’ansia.

Il bambino appena nato sente che lo spazio tra lui e la madre non è sicuro e se questa non ha gli strumenti per percepire tale insicurezza non può intervenire in modo adeguato per gestire la sua fragilità. Egli non si rende conto che c’è un Io e un Tu, che c’è un mondo costituito da persone con una loro identità, con dei bisogni, ma lui è il mondo e se questo mondo non è sicuro ecco che arriva l’ansia e il panico.

Quando il bambino piange e la madre non sa il perché è importante rassicurarlo accarezzandolo, tenendolo in braccio e parlargli dolcemente, questo gli permette di  iniziare a costruire una base sicura e di percepire che lui può affrontare le difficoltà e che ci si può fidare degli altri.

In questi momenti il bambino avverte uno stato di tensione, che diventa una sensazione di solitudine, che se si protrae nei primi tre anni di vita, può trasformarsi in una sensazione di incapacità e impotenza, rinforzate dalla convinzione di non poter risolvere i problemi, per poi diventare nell’età adulta un disturbo d’ansia a volte accompagnata da attacchi di panico. Il bambino ha bisogno di “carezze” (fisiche e non) per sentire che esiste, che può farcela a superare le avversità della vita, esse sono il nutrimento della spina dorsale, che senza si atrofizza insieme alla psiche.

L’ansia ha origine dalla mancanza di riconoscimento e da messaggi che provengono dall’esterno: “esisto solo se ci sei tu”, “se tu provi ansia io provo ansia” per diventare una convinzione che “il mondo è pericoloso e da solo non posso farcela”.

Nei primi tre anni di vita è importante incoraggiare il piccolo ad affrontare i sui problemi che per noi sono niente ma per lui sono tanto; ad esempio se vuole salire su una sedia bisogna lasciarlo fare, dandogli un semplice appoggio in modo che senta il senso di sicurezza, ma nello stesso tempo ha la percezione che è lui ad essere riuscito nell’intento e quando ce la fa mostrargli  la nostra felicità perché è riuscito da solo.

L’ansia può essere determinata da altri due fattori: uno stress post traumatico dato da un’esperienza che ha provocato paura improvvisa ed intensa, accompagnata da un senso di impotenza o può essere appresa  dalle figure genitoriali che danno continui input ansiogeni, come “Non accarezzare i cani perché sono pericolosi”, “Il mondo è pericoloso” o “Non fidarti degli altri”.

Nel primo caso il trauma può essere causato da un evento realmente pericoloso o da un insieme di eventi che per un adulto sono di poco conto, come una sgridata fatta in pubblico, in questo caso alla paura si aggiunge anche la vergona.

E’ importante  elaborare il trauma in modo che l’adolescente o l’adulto smetta di portarsi dietro quel bambino spaventato e pieno di vergogna  e non generalizzi più a tutte le esperienze quella paura terribile, vivendola nel qui ed ora come se fosse reale ancora oggi, così che la persona acquisisca la capacità di gestire le emozioni spiacevoli causate da esperienze che provocano agitazione, paura o preoccupazione. Nel secondo caso è importante comprendere che l’ansia non è propria, ma delle figure genitoriali.

Una mamma o un papà o peggio ancora entrambi, che a ogni delusione che il figlio subisce o un suo fallimento o anche delle semplici cadute che sbucciano un ginocchio si spaventano e si preoccupano eccessivamente, insegnano al figlio che il mondo è spaventoso e che non può farcela da solo ed ecco che il figlio diventa insicuro e convinto che in questo mondo difficile non ce la farà mai.

L’ansia ha origine sia dalla mancanza di stimoli di riconoscimento e di protezione, che permettono al cervello di formare delle connessioni neuronali che si attiveranno per tutta la vita, sia dalla mancanza di permessi e incoraggiamenti da parte delle figure genitoriali: “ce la puoi fare da solo”, “puoi essere diverso da me”, “puoi diventare autonomo e prendere le tue decisioni”, “quando ne hai bisogno voltati che io ci sarò a sostenerti”.

Un bambino diventa ansioso perché assorbe l’ansia della madre che fa fatica a cogliere i disagi del piccolo di pochi mesi che li esprime con pianti a volte protratti nel tempo e da qui si innesca un meccanismo in cui la madre pur di non affrontare la sua ansia lo iperprotegge, evitandogli, nei primi tre anni, di farsi le prime esperienze spiacevoli della vita che gli permettono di costruire la sua “base sicura”.

Purtroppo questo meccanismo si instaura anche nel padre, che è la figura che introduce il figlio nel mondo, che gli fa vedere come affrontare le avversità della vita e come relazionarsi.

Il piccolo diventa un adolescente che, per forza di cose, si trova da solo ad affrontare i coetanei e gli adulti, come gli insegnanti, ma non ha una base sicura e questo lo proietta nel baratro dell’ansia e del panico, il nuovo lo spaventa perché è incerto e non avendo la sicurezza per affrontare da solo l’incerto non gli resta che fuggire o trovare rifugio nei genitori che prontamente intervengono per risolvergli il problema. In questo modo la triade evita l’ansia che però non si dissolve, ma aspetta al varco, per manifestarsi rendendo il soggetto incapace di agire, di pensare, di trovare soluzioni e di buttarsi nel mondo per soddisfare i propri bisogni e per esprimere la sua personalità, così da diventare una persona soddisfatta e realizzata, ma lo trasforma in una persona insoddisfatta, non realizzata e alla continua ricerca di sé, di un senso nella vita, lasciandogli quella sensazione di avere la felicità a portata di mano, che basterebbe allungare per prenderla, ma non riesce a farlo perché l’ansia lo ancora nel suo mondo che gli dà la sicurezza, ma l’infelicità perché non riesce ad esprimersi.

COME GESTIRE L’ANSIA

La psicoterapia può fare molto per i disturbi d’ansia e per le dipendenze affettive, poiché lo psicoterapeuta diventa, piano piano, la figura genitoriale che dà protezione e di cui ci si può fidare, con il quale si può parlare dei propri problemi e perché l’ansia, corredata da vissuti dirompenti e fantasie catastrofiche, resta confinata nello spazio psicoterapeutico.

In questo modo il soggetto ansioso si rende conto che può parlare dei suoi problemi e può condividere i propri vissuti, senza che succeda nulla di drammatico ne a lui ne all’altro, anzi in questo modo può intravvedere la soluzione al suo conflitto interiore o per lo meno che ci sono altre vie per affrontare le difficoltà e piano piano diventa autonomo.