Alle volte il nostro animo è un turbinio di sofferenze, insoddisfazioni ed emozioni dolorose, poi basta lo spettacolo della natura, che anche la città ci può offrire, che ci sembra di fa toccare il cielo con un dito.
Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.
Le emozioni hanno il grande potere di impadronirsi di noi, dei nostri pensieri e comportamenti e se non sappiamo gestirle ci inducono a fare atti imprevedibili e non sempre positivi e costruttivi, ma nello stesso tempo sono il motore della nostra vita affettiva, sociale e lavorativa.
La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.
L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.
Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.
Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).
Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.
Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.
Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”
D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.
L’autore riporta come studi scientifici hanno messo in evidenza che i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna fermarsi a dire “sono fatto così”, perché si può educare a riconoscere le emozioni e a gestirle; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia, dalla scuola e da tutta la vita sociale che appartiene all’individuo.
Molte volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni anche molto intense che non riusciamo a distinguere, ma avvertiamo un’energia forte che ci spinge a compiere azioni impulsive che non sempre sono salvifiche, quindi deconfondere e fare una metacognizione permette di capire se la situazione in cui ci troviamo richiede un agire tempestivo o la riflessione.
La nostra società tende a negare la natura, richiede di non ascoltare le emozioni perché considerate infantili o segni di debolezza e dà molta importanza al QI, alla logica, senza tenere conto che la mente umana è prevalentemente intuitiva e creativa e meno logica.
Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, in particolare dall’amigdala e dall’ippocampo che sono in collegamento con la materia grigia della corteccia frontale.
Come funzioniamo? Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: un pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione o altro, mandano l’impulso alla corteccia frontale, la quale elabora e rimanda all’amigdala la risposta, che si trasforma in agito.
Un mal funzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, poiché la corteccia frontale ha la funzione di controllo dell’emozioni, impedendo di effettuare degli agiti inconsulti, se non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus.
Il fatto che ci sia un mal funzionamento del circuito neurologico delle emozioni non significa che non si possa intervenire educando, anzi l’educazione alle emozioni è fondamentale, perché permette al cervello di formare i circuiti adeguati e nuovi.
Quando le emozioni sopraffanno la concentrazione la annientano o meglio intaccano una memoria particolare, che gli scienziati chiamano memoria di lavoro, ossia l’abilità di tenere a mente tutte le operazioni che si devono compiere per portare a termine il compito prestabilito.
Fino a qui sembra che le emozioni negative siano quelle che hanno maggior potenza, ma non è proprio così, anche le emozioni positive hanno una grande incidenza sulla riuscita del raggiungimento di obiettivi, che richiedono grandi sacrifici.
Pensiamo ad una situazione dove viene richiesto un grande sacrificio come agli atleti agonistici o restando nella quotidianità, agli allievi che hanno difficoltà nello studio come i DSA, se questi soggetti non avessero la capacità di automotivarsi e di rialzarsi ad ogni fallimento, accompagnati da sentimenti come la perseveranza e l’entusiasmo.
Ogni emozione ha degli effetti nocivi, come l’ansia da prestazione che blocca l’azione e il pensiero, o utili e fruttuosi in quanto sono dei propulsori che spingono il soggetto a dare il meglio di sé. La differenza dell’agito emotivo viene determinata sia dal funzionamento neurologico , che differisce da individuo a individuo, sia dai messaggi che egli ha ricevuto durante la vita , soprattutto nell’infanzia.
L’ansia e la prestazione hanno un rapporto stretto, ad esempio un basso livello d’ansia produce apatia o motivazione molto scarsa per cui la prestazione (intellettiva, sportiva o di altro genere) non darà buoni frutti, mentre un’ansia esagerata saboterà qualunque tentativo di successo. L’ideale è un rapporto ottimale tra ansia e prestazione che creerà il nervosismo necessario per raggiungere il traguardo.
Molti libri di psicologia, come quello di D. Goleman “Intelligenza emotiva”, riportano come il buon umore sia un antidoto per superare lo scoramento e il fallimento. Molti studi riportano che i soggetti con buon umore hanno una migliore prestazione rispetto a quelli con un umore negativo o neutro. Quindi è fondamentale un giusto grado di tensione quando si deve effettuare una prestazione; perché un livello basso genera apatia, un livello alto genera ansia fino a diventare, in casi estremi, ad attacchi di panico, mentre un livello adeguato della tensione porta il soggetto a dare il meglio di sé.
Saper leggere e riconoscere le emozioni e saperle gestire in modo tale che diventino energia propulsiva positiva conducono l’individuo a formare l’autoconsapevolezza, che è fondamentale per raggiungere la capacità di comprendere e provare ciò che prova l’altro ossia l’empatia; tutto questo sfocia nell’altruismo.
Il Po in secca
Gli alessitimici sono persone prive di empatia, la cui mancanza porta gravi conseguenze. Pensiamo ai killer, serial killer e pedofili. Tali individui sono confusi sui propri sentimenti, non sanno riconoscerli e gestirli e soprattutto non sanno da cosa vengono generati, di conseguenza non hanno la capacità empatica, non sono in grado di capire e sentire cosa prova la vittima. Sono persone completamente perdute.
Essendo io una psicoterapeuta analista transazionale ritengo che per curare al meglio le persone con disagi più o meno gravi, sia fondamentale considerare l’essere umano in tutti i suoi aspetti corpo, intelletto emozioni e spirito; Voglio analizzare ciò che ho scritto secondo i termini dell’Analisi Transazionale.
La nostra psiche è formata da tre Stati dell’Io Genitore, Adulto e Bambino, quest’ultimo, è impulsivo, empatico, creativo e sa trovare delle strategie per risolvere situazioni problematiche con il “Piccolo Professore”, che è una parte intuitiva e usa le sue conoscenze per destreggiarsi al meglio nella vita di tutti i giorni.
Il Genitore è uno Stato dell’Io che adotta modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti acquisiti dalle figure genitoriali (mamma, papà, nonni, insegnanti, fratelli, ecc.); è costituito da regole, permessi e divieti acquisiti non solo dalle figure genitoriali, ma anche dalla società a cui appartiene il soggetto. In fine l’Adulto è logico, raccoglie e dà informazioni, le elabora e usa modi di pensare, comportarsi e prova sentimenti del “qui è ora”, ossia adeguati alla situazione presente.
Vediamo ora come le neuroscienze e l’Analisi Transazionale possono collaborare per comprendere al meglio il funzionamento dell’uomo per poter giungere a curare con più efficacia le patologie psicologiche.
Come già accennato precedentemente, le emozioni attivano il sistema limbico, in modo particolare il talamo e l’amigdala , quest’ultima manda dei segnali alla corteccia cerebrale frontale, in specifico alla materia grigia, la quale elabora i segnali e rimanda all’amigdala gli impulsi necessari per controllare le emozioni affinché non prendano il sopravvento, inducendo il soggetto a compiere degli atti impulsivi che possono essere dannosi per se stesso e gli altri.
Usando i termini dell’Analisi Transazionale il Bambino rivive traumi passati, anche piccoli, come se fossero presente e l’Adulto non riesce a tenere il controllo e a fare un esame di realtà. Quindi il primo passo da fare nella terapia è quello di attivare l’Adulto che conduce sia il Bambino, sia il Genitore alla consapevolezza che si sta vivendo una situazione presente e diversa dal passato, con persone differenti da quelle che hanno creato il trauma.
Successivamente è necessario far elaborare allo Stato dell’Io Bambino che le emozioni si possono gestire e che sono utili per la nostra vita e non dannose e condurlo all’accettazione che il passato non si può modificare, ma che si può ripartire fin da subito con modalità differenti e positive per la vita attuale. L’altro passo da fare, sovente queste fasi avvengono in contemporanea, è costruire un nuovo Genitore che dà dei permessi che il vecchio Genitore considerati dei divieti, come ad esempio: “Puoi provare emozioni fino ad ora vietate”, “Puoi essere te stesso, anche se sei differente da ciò che ci aspettavamo da te” e così via.
Le idee rigide del Genitore e le false idee del Bambino con il tempo diventano degli schemi rigidi e ripetitivi, ma intrisi affettivamente ed emotivamente, fino ad imprimersi nella memoria, in modo particolare in quella emotiva. Questi schemi con il tempo invadono l’Adulto fino al punto di convincerlo fermamente che le cose stanno così come crede e che quegli schemi sono la via giusta per la soluzione del problema, diventando un modo di pensare proprio che la vita del soggetto ha confermato.
Quando tali schemi diventano un abito stretto perdono la loro funzionalità, anzi diventano disfunzionali, creando disagio emotivo, conflitti interiori e spesso anche con l’ambiente sociale, allora la persona inizia a soffrire profondamente e a manifestare la patologia psicologica.
Le figure, del passato che una volta erano reali e che hanno creato dolore e sofferenza, nel presente sono diventati dei fantasmi con una forza emotiva sulla vita attuale del soggetto.
Le figure genitoriali dell’infanzia e dell’adolescenza vengono introiettate e agiscono nella vita adulta come se fossero reali, solo che sono dentro di noi e ci sembra più difficile farle smettere di bloccarci e di svalutarci, impedendo di essere noi stessi e facendoci credere che le loro convinzioni sono anche le nostre e che la vita “è proprio così come loro dicono”.
Nella terapia il primo passo da fare è deconfondere, ossia comprendere ciò che appartiene al soggetto, come i suoi bisogni, e la sua indole e ciò che fa parte delle figure genitoriali, come le loro convinzioni e paure. In Analisi Transazionale vuol dire comprendere e sentire emotivamente ciò che appartiene al Genitore suo e a quello delle figure genitoriali, al Bambino e all’Adulto
La persona in terapia deve diventare consapevole e sentire dentro di sé cosa gli appartiene e cosa no, solo dopo sarà in grado di elaborare le sue sofferenze e trovare cosa mettere al posto delle sue vecchie convinzioni su di sé, sull’altro e sulla vita.
Attraverso questo articolo il mio intento è quello di far comprendere come le emozioni sono il motore delle nostre azioni e decisioni, senza saremmo inermi, privi di progettualità e non avremmo energia per raggiungere i nostri obiettivi e per rialzarci dai fallimenti. Per questo ritengo fondamentale rendere i nostri figli, fin da piccoli, consapevoli delle loro emozioni, riconoscerle e saperle gestire a finché esse li conducano ad agire per il bene dell’altro e di se stessi.
Spesso, troppo spesso, facciamo l’errore di pensare che siamo solo corpo, o meglio di pensare che la triade corpo, mente e psiche sono degli elementi separati tra loro anche se appartenenti all’uomo; questo errore , purtroppo lo fanno anche molti medici.
In realtà l’uomo è composto da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito; si perché la spiritualità fa parte dell’essere umano, al di là della religione.
Quando si vive un piccolo grande trauma psicologico è fondamentale prendersi cura della propria psiche, elaborare il trauma stesso , guardandolo “in faccia” e affrontando la paura che lo accompagna; invece sovente si mette in atto la difesa naturale “SCAPPARE”.
Questa è una difesa efficace quando il pericolo è reale e non c’è alternativa per la salvaguardia della propria e altrui incolumità ed è utile sul momento, ma successivamente è importante affrontare il trauma con la sua paura, perché se non lo facciamo la psiche resta bloccata al momento del trauma stesso e il nostro corpo ne risente fino ad ammalarsi anche gravemente.
Molto importante è fare contatto con la triade corpo, mente e psiche, e per fare questo è necessario contattare l’inconscio in modo da far emergere le paure, le rabbie e tutto ciò che disturba e che con il trauma viene consolidato. Il nostro inconscio è come il lago sopra riportato, che si chiama Lago Nero, perché pur essendo poco profondo, è talmente scuro che non si vede la fine.
Detto questo, è fondamentale contattare tutte le parti che ci compongono, per cui il parlato e il non detto devono interagire tra loro.
Non si può negare la connessione psiche-cervello-organo per cui è importante ascoltare i sintomi come: nausea, febbre, allergie, infarti, ecc., perché è il nostro corpo che ci sta parlando e ci sta comunicando un disagio inascoltato che la psiche non riesce più a reggere. Purtroppo non sempre riusciamo a capire questi messaggi perché abbiamo smesso di ascoltarci, dobbiamo riappropriarci del linguaggio non verbale.
Quindi è fondamentale dialogare con la nostra psiche e il nostro corpo, entrambi si influenzano e agiscono l’una sull’altro.
Analizzando i detti, che per me sono molto importanti, in quanto hanno sempre un fondo di verità, si osserva come l’essere umano ha dato sempre molta importanza agli organi e ha riconosciuto che essi sono sede delle emozioni. “Me la sono fatta addosso dalla paura”, i reni e l’intestino sono sede della paura, “Mi si accappona la pelle”, paura e terrore, “ a livello di pelle sento che…..”, questo organo riveste il nostro corpo e lo protegge dagli agenti esterni ed è un tramite tra interno ed esterno, molto significative sono le malattie della pelle come eczemi, psoriasi, ecc. “Muoio di crepa cuore” esprime un dolore insopportabile, “Mi porto un peso sul groppone”, sentire il peso di grandi responsabilità, si può soffrire di mal di schiena.
C’è una vasta varietà di modi di dire, che mettono in risalto come gli organi sono la sede delle emozioni e se non impariamo a leggere questo linguaggio non verbale e a comprendere e a soddisfare i bisogni espressi, il nostro corpo si ammala e con esse anche la mente.
La psiche è come un problema, se lo affrontiamo lo comprendiamo e troviamo una soluzione ad esso, se lo fuggiamo prima o poi ritornerà indietro come un boomerang e ci farà molto male.
Spinoza diceva che viviamo in un’epoca in cui dominano le “passioni tristi”, dove il riferimento non è il pianto o la tristezza, queste emozioni sono energia, ma regna l’impotenza, la disgregazione e la mancanza di senso. Questo stato di nichilismo in questi ultimi due anni si è accentuato in modo esponenziale tra i giovani. L’identità acquista la sua forma dalla preadolescenza (dai 10 ai 13 anni) fino alla fine dell’adolescenza (dai 14 ai 19/20 anni).
Dai 16 ai 30 anni il giovane si crea il futuro, progetta ed è pieno di energia, di voglia di realizzare i suoi sogni, ma il mondo adulto lo sta buttando nel baratro della passività e dell’indifferenza, togliendogli la voglia di sognare la sua vita. L’identità si forma grazie al passaggio naturale dalla libido narcisista che investe sull’amore di sé, alla libido oggettuale che investe sugli altri e sul mondo. Se manca questo passaggio il ragazzo diventa egocentrico spinto da motivazioni utilitaristiche, che lo rendono vuoto, privo di energia, portandolo alla depressione, che sta dilagando tra i giovani. A volte, quando guardo i loro occhi, vedo la loro rassegnazione, come se non vedessero il futuro, non vedono oltre al qui e ora.
L’identità si costruisce con il riconoscimento dell’altro, io riconosco te e tu me; se non c’è questo non ci sei tu, ma non ci sono nemmeno io. Gli adulti hanno il dovere di aiutare i giovani a costruire la propria identità, insegnandogli ed educandoli al dialogo, alla relazione e a dire NOI e non solo IO; è con il NOI che si cresce e si raggiungono gli obiettivi, con il solo IO si arriva al nichilismo, all’aridità, ai soldi e al potere, di conseguenza al vuoto interiore, alla depressione, agli attacchi di panico e ogni errore diventa un fallimento e quindi il dramma della propria vita.
L’errore non viene vissuto come un momento positivo, che fa crescere e migliorare, ma la nostra società lo vede come qualcosa da evitare. La nostra società segue la Spinta “Sii prefetto” se vuoi essere accettato. Questa Spinta genitoriale, a mio avviso, è la più difficile da seguire, perché si può fare sempre di meglio, nessuno può garantire che la decisione presa sia quella giusta. Decidere vuol dire basarsi su passato e sul presente per fare qualcosa nel futuro e il futuro, come tale, non è certezza; quindi è fondamentale saper accettare l’incertezza.
Il nostro impego è quello di aiutare i giovani ad uscire dal nichilismo della società attuale.
Il lupo è i soggetto, maschio o femmina che sia, che seduce e cerca di trarre nella trappola Cappuccetto Rosso, colui/colei che viene affascinata dal carisma del lupo.
Il lupo è un individuo che ha un fascino sensuale e una parte associale, rappresenta il fascino del rischio della trasgressione, ma non azzanna subito, anzi tergiversa. Il lupo studia, fa un piano e aggredisce la nonna per arrivare alla vera preda, Cappuccetto Rosso.
Cappuccetto Rosso, nonostante le raccomandazioni della mamma, cede e viene attirata dal lupo. Lei non scappa per salvarsi, come farebbe una vittima spaventata, anzi si intrattiene ingenuamente con il carnefice.
Il bosco, rappresenta la parte profonda di ognuno di noi e il luogo dove si realizzano i presupposti del finale tragico in cui il lupo e Cappuccetto Rosso restano imbrigliati nel loro legame pericoloso che li porta al massacro.
Nella vita possiamo incontrare un’infinità di lupi, che cercheranno di trarci in inganno con la seduzione per farci entrare nel bosco; è fondamentale riconoscere tale rischio e imparare a fuggire, prima di cadere nella trappola da cui difficilmente si esce vivi o per lo meno si esce, ma dopo grandi sofferenze .
L’italiano è un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso. Come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.
Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare, a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri. Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce. Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgredire e il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.
La tentazione prende il sopravvento
Gestire il nostro interiore porta alla tranquillità
In questo articolo voglio fare una breve riflessione sui meccanismi psicologici che si innescano nei giocatori d’azzardo fino a diventare una dipendenza e come mai diventano dipendenti alcuni soggetti e altri no, tenendo conto che scommettere e partecipare ai giochi in cui c’è una posta che si può vincere o perdere appartiene all’essere umano.
Essendo italiana ho osservato come l’italiano sia un popolo attirato dalle lotterie o da tutto quello che è gioco dove si scommette o da quei meccanismi in cui chi raggiunge una certa quota vince dei soldi o dei rimborsi. Basta vedere la GTT a Torino ha attivato “Bippa”, chi timbra più volte entro un certo tempo avrà uno sconto sull’abbonamento o il Cashback, chi fa più transazioni con il bancomat entro sei mesi gli verrà accreditato un premio oltre ad un rimborso.
L’uomo è l’unico essere vivente che gioca da quando nasce fino alla morte, mentre altre specie giocano fino a che il cucciolo diventa adulto e ha imparato tutto ciò che deve sapere per vivere nel branco.
Il gioco per l’uomo ha tre funzioni fondamentali: gioco Bambino o ludico importante per sviluppare la creatività, per rigenerarsi, per elaborare, gestire e conoscere le emozioni. Il gioco Adulto, permette di acquisire conoscenze, sviluppa la parte cognitiva, la collaborazione, il pensiero complesso utile per effettuare il problem solving. Infine il gioco Genitore aiuta ad acquisireregole sociali, morali, i valori, a diventare cittadino e genitore, acquisendo modelli dalle proprie figure genitoriali e dalla società in cui l’individuo vive.
Nell’Analisi Transazionale Genitore, Adulto e Bambino indicano tre Stati dell’Io che comprendono comportamenti, pensieri e sentimenti acquisiti nell’arco della nostra vita personale, fin dal momento del concepimento, e di quella sociale che inizia nella propria famiglia.
Per capire meglio cosa si intende per Stati dell’Io riporto le definizioni di C. Moiso e M. Novellino che hanno riportato nel loro libro “Gli Stati dell’Io”.
Stato dell’Io Bambino è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti che si strutturano fin dall’infanzia, è creativo, curioso, spontaneo e ricco di pulsioni. Stato dell’Io Adulto è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti autonomi e adeguati alla realtà presente, sa fare un esame di realtà, dà e raccoglie informazioni e le elabora per giungere ad una risposta cognitiva e comportamentale adeguata alla situazione. Stato dell’Io Genitore è un insieme di sentimenti, pensieri e modelli di comportamenti incorporati dall’esterno, ossia dalle nostre figure genitoriali (mamma, papà, nonni, fratelli, insegnanti, ecc.), fornisce divieti, regole, incoraggiamenti, ma prova anche emozioni acquisite.
Dagli studi e approfondimenti che ho effettuato seguendo corsi di formazione, ho fatto delle riflessioni su come gli Stati dell’Io agiscono in un giocatore d’azzardo.
Lo Stato dell’Io Bambino in questo soggetto prende il sopravvento nel momento in cui avverte l’impulso ad andare a giocare a volte determinato da momenti di stress o di forti delusioni e frustrazioni. Alle volte il Bambino diventa il tentatore che spinge l’individuo a trasgredire le promesse fatte a se stesso e agli altri.
Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca del piacere della vincita, ma è nella fase che precede il gioco che la tensione e l’eccitazione aumenta e nello stesso tempo inizia un conflitto con il Genitore interno, che cerca di fermarlo anche con rimproveri, ma la maggior parte delle volte fallisce.
Durante tutto il tempo che la persona gioca passa dalla gioia della vincita alla tristezza più profonda data dalla perdita ed è un continuo altalenarsi tra il suo Bambino che prova una forte eccitazione nella fase che precede la giocata e nel trasgrediree il suo Genitore che lo rimprovera. In tutto questo tempo le Stato dell’Io Adulto è assente e non riesce a prendere le redini, se non quando il giocatore, dopo aver perso anche somme ingenti, si rende conto del disastro che lo aspetta sia economico e sociale sia con la famiglia.
Cosa significa essere dipendenti? Solitamente la persona dipendente: dal gioco, da sostanze, da cibo o affettivamente dipendente, cerca di colmare la carenza di carenze psichiche che non ha ricevuto nella sua vita passata, ma con il suo atteggiamento e la sua difficoltà relazionale finisce con il confermare a se stessa che nulla cambierà.
Il giocatore d’azzardo sovente presenta altre dipendenze (da sostanze o da alcol) ed il suo atteggiamento verso se stesso, gli altri e il mondo è caratterizzato da una combinazione di elementi lesivi: avverte il bisogno di giocare somme sempre più alte per provare un’eccitazione maggiore, diventa irrequieto e irritabile quando il gioco viene interrotto, fa parecchi tentativi di controllarsi ma falliscono inesorabilmente, è preoccupato per ciò che potrà accadere a lui e alla sua famiglia, cerca di trovare modi per trovare i soldi appoggiandosi agli altri per rifarsi dalle perdite, gioca somme sempre più alte, perde le relazioni amichevoli e il lavoro, insomma rischia di finire in un baratro di disperazione in cui il senso di colpa lo attanaglia..
Il giocatore d’azzardo non va alla ricerca della vincita, ma vuole ed è convinto di controllare la perdita, la quale è data dal caso; purtroppo egli non si rende conto che il caso, proprio per la sua caratteristica di imprevedibilità, non può essere controllato.
Uscire da questo “giro vizioso”, che sembra non finire mai è possibile, faticoso ma possibile; intanto è fondamentale che la persona riconosca di essere un giocatore d’azzardo, quindi di avere una dipendenza, che perderà sempre il denaro che gioca e anche di più, perché non si fermerà alla prima vincita e che ha bisogno degli altri per uscire dal baratro del gioco, da solo non può farcela.
Il giocatore d’azzardo può tornar ad una vita più serena e tranquilla nel momento in cui individua il significato che il gioco ha per sé e cosa sta sostituendo con esso: il senso di vuoto, la continua ricerca della propria autostima, la rivincita su coloro che lo continuano a svalutare.
Queste persone sono molto sofferenti, hanno bisogno di essere comprese e non demonizzate, di sentirsi amate e di “vedere” che è possibile uscire da baratro, ma devono fare un percorso non facile di consapevolezza e di ristrutturazione della propria personalità e che necessitano di un caregiver, al quale spetta un compito arduo ed è per questo che anch’esso ha bisogno di un sostegno molto saldo.
Costruire una rete intorno al giocatore a al cargiver è l’elemento fondamentale per una riuscita del percorso psicoterapeutico
LA SERENITA’ E LA TRANQUILLITA’SI POSSONO RAGGIUNGERE
BIBLIOGRAFIA
C. Moiso e M. Novellino Gli Stati dell’Io Astrolabio edizione 1982
E. Berne “Ciao!”…. e poi? Bompiani edizione 1987
C. M. Steiner Copioni di vita Edizioni La Vita Felice edizione 2005
I bambini, gli adolescenti e i giovani stanno attraversando un periodo di sconvolgimento non solo sociale, ma soprattutto psicologico.
I bambini in questo lungo periodo di isolamento o semi isolamento si vedono preclusa la possibilità di giocare, di socializzare, di godere della libertà di esprimere la loro spontaneità e soprattutto fanno fatica a capire il senso di tutto questo, di doversi difendere da un nemico invisibile.
Gli adolescenti e i giovani dai 20 anni ai 30, oltre a vedersi precluso il gioco, la spontaneità e le relazioni, devono fare i conti anche con il loro sviluppo sessuale e quindi con la necessità di instaurare delle relazioni amorose, di sperimentarsi per comprendere la propria identità, che non è solo sessuale, ma anche psicologica e sociale.
In questa fase di crescita delicata e importante, essi imparano a conoscere il proprio e altrui corpo, a gestire le pulsioni e le emozioni, a individuare il loro orientamento di genere, a conoscere e a rispettare le diversità fisiche e psichiche.
Gli adolescenti e i giovani hanno un grande entusiasmo di diventare grandi, di sperimentarsi nel mondo adulto e sono in quella fase di vita in cui si è pieni di progetti e di voglia di fare esperienze, che il mondo adulto con la sua negligenza e incuria gli sta precludendo.
Questo periodo di pandemia, che reprime la loro fisicità, annulla i loro progetti, le prospettive lavorative e le relazioni sociali, sta soffocando il loro entusiasmo e la grande energia che li pervade, con il grande rischio che questa esploda diventando aggressività, o imploda manifestandosi con la depressione o gli attacchi di panico.
I nostri ragazzi hanno un bisogno terribile di essere sostenuti in questo periodo in cui la loro vitalità non può esprimersi in modo adeguato per costruire la propria personalità, quindi noi adulti abbiamo il dovere di porre grande attenzione ai loro segnali di disagio, facendoci sentire vicini comprendendoli e condividendo con loro.
Se troviamo delle difficoltà a gestire tutto questo è importante farci sostenere da uno psicoterapeuta, magari invitando anche il proprio figlio/a a consultarlo
al fine di capire come gestire la propria tempesta di pulsioni, emozioni, di progetti di vita e la frustrazione di non poterle esprimere e realizzare.
La paura, come ogni altra emozione, ha una funzione ben precisa, quella di avvisarci dell’esistenza di un pericolo, ma a volte questo non corrisponde ad un pericolo reale come cadere in un burrone.
Nella società c’è un pericolo concreto, che incute una paura molto forte fino a diventare attacco di panico, la paura di non essere accettato dagli altri, quegli altri che per noi sono importanti e fondamentali per la nostra sopravvivenza psichica, perché la nostra personalità non corrisponde ai canoni comuni.
Vincere il panico vuol dire cambiare un atteggiamento mentale, rimescolare le carte della nostra vita, modificare il personaggio che ci siamo costruiti fin da piccoli e non farci ingabbiare dalle consuetudini e dai codici di un sociale che non ci corrisponde più e che ci impedisce di esprimere la nostra natura.
L’attacco di panico è una delle forze sotterranee del nostro inconscio che ci spinge in modo travolgente nella realtà, spazzando via i nostri castelli di sabbia, che abbiamo sempre difeso con tutte le nostre forze, pensando che fossero le nostre fondamenta. Il panico non deve essere considerato un nemico da combattere, ma è semplicemente una manifestazione della nostra parte più vitale e sana, che ci avverte di prenderci cura di noi stessi e del bisogno di vivere un’esistenza in armonia con la natura profonda che appartiene ad ognuno di noi.
Quando ci troviamo di fronte alle nostre paure interiori o reali è fondamentale guardarle in “faccia”, pensare alle situazioni che abbiamo affrontato nella nostra vita e che troveremo un modo per superarle e risolverle, ma soprattutto è importante lasciare spazio alla nostra essenza psichica perché è quella che ci aiuta a superare le avversità. Non possiamo pensare di avere una vita senza paura così come non potrà essere senza dolore, ma c’è anche gioia, serenità e soddisfazione, dobbiamo imparare a vederle e a viverle.
Attrezzando in modo adeguatola nostra psiche e la nostra mente potremo affrontare burroni assai profondi, gestendo la paura che ci invade quando siamo sospesi in aria, ma alla fine del percorso proveremo una soddisfazione immensa e saremo orgogliosi di noi stessi.
L’Analisi Transazionale e la Psicoterapia Integrativa permettono all’individuo di scoprire la sua natura e di trovare nuovi modi di esprimerla, tenendo conto della società in cui vive.
La psicoterapia fa trovare il CORAGGIO DI VIVERE, insegna ad ascoltare l’attacco di panico, quale bisogno o/e disagio sta comunicando e a mettere in atto nuovi atteggiamenti ed esso se ne andrà da solo.