La bulimia espressione del disagio

Dott.ssa Lucia Laudi

Il cibo ha sempre avuto una grande importanza per tutte le società, da quelle più industrializzate a quelle più arcaiche e in ogni periodo storico. Fin dalla preistoria il momento del pranzo e della cena, hanno un’importanza fondamentale. Il pranzo è il momento della pausa in cui si riprendono le forze e sovente lo si condivide con i colleghi di lavoro, mentre la cena è il momento in cui si ritorna in famiglia e si vuole condividere ciò che è avvenuto durante la giornata condividendo le emozioni.

La valenza dell’alimentazione è radicata da millenni sia culturalmente sia psicologicamente ed ha un’alta carica emotiva. 

 Nella preistoria l’uomo si riuniva in clan che si rifugiavano in grandi caverne, dove alla sera ogni famiglia aveva il suo focolare e dopo aver condiviso il cibo e la giornata, si riunivano tutti insieme per partecipare alla discussione su strategie per risolvere le problematiche sia di caccia sia di relazione. 

Fin dalla nascita il bambino mette in relazione i disagi e i bisogni vari con il fondamentale bisogno di latte. Quando in lui si rompe l’equilibrio, perché ha fame o ha un malessere piange e urla e riesce a trovare quiete solo quando la madre lo attacca al seno. Il suo tepore, la morbidezza e il latte, che non solo lo nutre, ma gli dà un senso di pace e conforto e il suo bisogno e disagio trovano soddisfazione. Può succedere che il bisogno non riesce a trovare soddisfacimento e diventa così pregnante a tal punto da provocare angoscia.

Il soggetto, in particolare le femmine, quando si troverà nel corso della vita a subire una grande frustrazione di un bisogno e a provare una profonda angoscia, lo assocerà al latte e al piacere profondo che da neonato provava.

Il legame tra un bisogno pregnante insoddisfatto e il cibo che porta a lenire l’angoscia, probabilmente è ancora efficacie nelle bulimiche, che le spinge ad abbuffarsi, scatenando, successivamente, senso di colpa e profonda vergogna, che si associa all’aumento di peso e di conseguenza a provare disagio quando sono in società.

Il cibo e l’atto del mangiare hanno un significato molto profondo e per questo sono diventati dei tramiti di espressione di disagi molto profondi, sfociando in disturbi alimentari: chi rifiuta il cibo, chi ne ingerisce a quantità eccessive e chi poi lo vomita. Questo è il motivo per cui sovente le diete dimagranti falliscono, perché tengono in considerazione le calorie ingerite, ma non i motivi profondi delle abbuffate. 

Molte donne che si mettono in dieta, perché in sovrappeso, passano inosservate, ma nascondono un disturbo alimentare. Dopo aver trasgredito durante il weekend si mettono a dieta ferrea durante la settimana ma i risultati delle diete rigide e maniacali sovente hanno risultati disastrosi e deprimenti.

I disturbi alimentari si dividono in anoressia, bulimia e obesità.

Le anoressiche si sottopongono ad una riduzione rigida e ferrea di cibo, ma nello stesso tempo amano cucinare non per sé, ma per gli altri, hanno un senso di accudimento. Queste donne sembrano fragili e nello stesso tempo presentano una tendenza a dirigere a prevaricare l’altro. Sono convinte di gestire il proprio corpo, ma psichicamente non sono autonome.

La bulimica mostra un’immagine che pensa sia conforme al desiderio degli altri, ma è diversa da quella del suo Sé reale. Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

Va alla ricerca di un’immagine perfetta, ma non sa nemmeno lei cos’è la perfezione. In realtà cerca disperatamente di essere approvata e amata dagli altri e si crea un’immagine ideale che è troppo distante da quella reale, che non conosce nemmeno lei.

La donna grassa, obesa vuole tenere lontano da sé le persone, non regge il loro interesse rivolto alla sua persona, in particolar modo quello degli uomini. 

Ci sono dei fattori comuni tra le persone che soffrono di disturbi alimentari: la sensazione di non aver avuto abbastanza non solo il cibo, ma anche amore e protezione e la non rassegnazione, poca capacità di sopportare la frustrazione, l’avidità, ingordigia, tendenza ad aggrapparsi agli altri nei rapporti di amicizia e d’amore, si aspettano che le persone amate si dedichino a loro totalmente. Sono avidi di amore, si aggrappano alle persone, ma solo se sono amici, famigliari o partener, con una tale avidità che le costringono a fuggire per non essere divorati.

La persona bulimica segue la spinta “Compiacimi” insieme a “Sforzati”; deve compiacere gli altri, perché non regge un rifiuto o anche solo l’idea di non piacere totalmente alle persone intime (famigliari, amici e partner), piuttosto tace il suo disagio e tanto meno esprime il suo malessere per non urtare la sensibilità della persona amata. Questo atteggiamento può portarla a provare rabbia che si vieta di esprimere, ma che aumenta sempre più, fino a spingerla a compiere atti infantili ed esagerati che le provocano un senso di colpa e si auto rimprovera, fino a cadere nella spinta “Sforzati”, ossia deve sforzarsi ancora di più per essere quella brava bambina accettata per il suo comportamento che non crea disagio all’altro e che di sicuro la porterà ad essere amata ancora di più. 

Fondamentale, affinché la donna bulimica faccia un passo verso la guarigione o almeno lo star meglio ed essere più serena, è che lei impari ad accettare e soprattutto ad amare se stessa a riconoscere i suoi pregi e i suoi difetti, dai quali può trarre vantaggio, a pretendere di meno o semplicemente quello che può dare e non porsi obiettivi troppo grandi come “Devo essere amata da tutte le persone che mi sono vicine”.

In cosa sono diverse le donne che soffrono di disturbi alimentari? L’anoressica pensa di poter gestire il suo corpo, la sua psiche e di tenere in pugno gli altri preoccupandoli per la sua eccessiva magrezza e aggredendoli verbalmente, ma in realtà non è così autonoma. La bulimica accetta solo la sua immagine perfetta, ma da così poco spazio alla sua personalità che non la riconosce come parte di sé, la vede piena di difetti, è gelosa a tal punto che non accetta che il partner consulti il telefono. Infine, la donna obesa, con il suo grasso, forma una barriera tale che tiene a distanza tutti sia fisicamente, si fa perfino fatica ad abbracciarla, sia psicologicamente, fa di tutto per essere ripugnante, ha una gran paura delle relazioni intime. 

La persona bulimica è molto autocritica, segue una spinta interna “Sii perfetta”, ma cosa vuol dire essere perfetta, essere al top? A questa domanda non sa rispondere, in quanto non esiste un obiettivo, anche immaginario, che le dica “Hai raggiunto la perfezione”, ma deve fare sempre di più. Il suo Genitore interno è molto svalutante, non riconosce le sue capacità e il suo Bambino ci crede, gli dà ragione e si dice “Io non valgo, non sono degna di essere amata per quello che sono”. Questa convinzione su di sé, fa sì che ogni “carezza” che arriva dall’esterno non viene percepito come veritiero, ma viene svalutato con il pensiero interno: “Lo dicono solo per non offendermi” o “Chi apprezza le mie abilità è un incompetente”.

Le convinzioni su di sé e i pensieri svalutanti che la invadono devono essere bloccati alimentando un Genitore interno incoraggiante e un Adulto che gli fa fare un esame di realtà.

BIBLIOGRAFIA

Renate Gockel Donne che mangiano troppo edizione Feltrinelli

Maristella Fantini La mela e il cioccolato edizione Ananke

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COME CRESCERE UN FIGLIO SICURO

Dott.ssa Lucia Laudi

L’essere umano ha bisogno di stimoli per riuscire a crescere non solo fisicamente, ma anche psicologicamente; i cinque sensi ci permettono di restare in contatto con il mondo esterno e di mantenere un equilibrio psichico, è fondamentale che, fin da appena nato, il bambino non resti nell’isolamento sociale e che i suoi sensi siano stimolati, se no inizia a perdere il senso di sé, del suo confine con il mondo sensibile e del senso della sua esistenza e questo può essere l’inizio dell’ansia, della paura del mondo, degli altri e di non farcela a superare le avversità della vita.

Le figure genitoriali devono costruire nel piccolo una base sicura su cui costruire la sua personalità, la sicurezza in sé e negli altri, per far questo è fondamentale che gli diano “carezze” che sono alla base del riconoscimento.

Le carezze, per l’Analisi Transazionale, sono un elemento fondamentale per far crescere sano e sicuro di sé il piccolo appena nato, esse sono il midollo della spina dorsale, che se ben nutrito fanno crescere dritta la “piccola pianta”.

Le carezze possono essere fisiche, che ci permettono direstare in contatto con il nostro ed altrui corpo e verbali che nutrono la nostra psiche, ci gratificano, entrambe confermano che esistiamo e che abbiamo un senso in questa vita.

Dare e ricevere carezze positive è fondamentale per confermare che esistiamo, ognuno di noi è affamato di carezze perché soddisfano il bisogno di riconoscimento e danno il permesso di esistere. Le carezze danno la vita, prevengono l’ansia, impediscono gli attacchi di panico e costituiscono la base sicura su cui si costruisce la personalità. Quindi il primo passo da fare è dare al figlio, che sta crescendo nel ventre della propria madre, le carezze positive verbali e fisiche: accarezzandolo e parlandogli con voce dolce, tranquilla e sicura, lui o lei percepisce le vibrazioni positive che costituiranno le fondamenta della sua sicurezza.

Freud diceva che il mestiere più difficile è fare il genitore, mestiere che si impara ogni giorno, ben vengano gli errori, perché permettono di comprendere come aggiustare il tiro, l’importante è che il figlio comprenda che non ha dei genitori perfetti, ma dei genitori che fanno di tutto per accompagnarlo nella sua crescita, che, fin dalla sua nascita essi fanno di tutto per accompagnarlo nel prendere una forma fino a diventare una persona adulta che conosce se stesso.

Fondamentale è dare al proprio figlio delle regole, insegnargli a rialzarsi quando cade e che ce la può fare da solo. Il figlio, soprattutto da adolescente, non desidera avere la strada spianata, senza ostacoli e delusioni, lui vuole fare le esperienze della vita e imparare da solo a risolvere i problemi e a sollevarsi dalle delusioni e dai fallimenti. Allora come fare? Per prima cosa il genitore non deve sostituirsi al figlio, correndo a rialzarlo quando cade perché sta imparando a camminare o perché prende un brutto voto o lo prendono in giro a scuola, ma deve fargli sentire la sua presenza dandogli fiducia, standogli vicino per non fargli fare troppo male quando cade, dargli consigli, facendogli capire i pericoli della vita, ma deve farlo rialzare da solo, perché solo così egli impara a stare in equilibrio.

Le regole devono essere poche, ma devono essere seguite, non tornare sui propri passi quando si dice dei NO, questo è un grosso errore, perché il figlio capisce che può fare quello che vuole, percepisce che i genitori non sono sicuri , allora imparerà a ricattarli su un piano emotivo.

I No, ovviamente sensati e non devono essere troppi, aiutano a crescere, perché danno dei confini, è come dire: “figlio fino a qui puoi arrivare, oltre non mi sta più bene, ci sono delle regole (sensate) e devi rispettarle”. Questi confini danno sicurezza, determinano il terreno su cui si può camminare.

Attenzione però a reggere la sua reazione ai no, sicuramente si arrabbierà, si chiuderà in camera triste o riverserà sul genitore tutta la sua rabbia e questo è il momento cruciale di tenere duro, è qui che lui capirà il punto debole dell’adulto, se questo cede ecco che imparerà a usare quella modalità per ottenere le cose dagli altri anche da grande. Si isolerà rattristato o urlerà investendo l’altro con la sua rabbia.

Un altro punto, che io ritengo fondamentale è non sostituirsi al figlio quando ha delle delusioni amorose, con gli amici o a scuola. Genitori non correte a risolvere voi i suoi problemi, ma insegnategli ad affrontare l’altro, parlandogli, chiarendosi e ad accettare che l’altro può dirgli NO!

Importante è insegnargli a mettersi in discussione, chiedendosi “Io cosa posso fare di diverso? Cosa ho sbagliato e come posso correggermi?”, anziché rimandare all’altro la responsabilità della situazione negativa in cui si ritrova. I genitori non devono essere le stampelle dei figli, perché prima o poi queste non ci saranno più e se loro non hanno imparato a rialzarsi e a trovare il nuovo equilibrio da soli ecco il dramma, arriva l’ansia, gli attacchi di panico, la depressione o più semplicemente la convinzione che la vita è troppo difficile

IMMAGINE O REALTA’

dott. ssa LUCIA LAUDI 

Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, definisce il copione di vita

“Un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata da avvenimenti successivi che culmina in una scelta decisiva”.

Intorno ai tre quattro anni di vita il bambino costruisce una copione, basandosi su messaggi che riceve prima dalle figure genitoriali (madre, padre, nonni, insegnanti, ecc.) e poi confermante dal mondo esterno e su immaginazioni e conclusioni a cui giunge, spesso generalizzando. Verso i sette anni lo completa e nell’adolescenza lo rivede, aggiungendo particolari, modificando l’immagine di sé, dell’altro e del mondo, ma restando sempre attaccato alle prime decisioni e conclusioni copionali che diventano sempre più distruttive.

Ognuno di noi su queste convinzioni  e sui messaggi genitoriali che ci dicono cosa fare e non fare, come pensare ed agire, prendiamo delle decisioni su come relazionare con il mondo sociale.

 Il piano di vita che formiamo è molto rigido e limitante e ci conduce a ripetere all’infinito comportamenti disfunzionali al proprio benessere e man mano che diventiamo adulti si trasforma in una trappola psicologica e a volte anche fisica, che ci trascina nel vortice della sconfitta e ci sentiamo sempre più una nullità e incapaci.

Le decisioni di copione inducono ad assumere dei modi di affrontare le gioie e i dolori della vita con atteggiamenti di chiusura o di aggressività e violenza verso il mondo, ci portano alla convinzione che non possiamo fare nulla per cambiare ciò che ci succede e che ogni nostra azione è conseguenza delle azioni altrui.

Anche quando ci sembra di “aver toccato il fondo” e di essere negli abissi più bui, compare un raggio di luce e i colori ritornano a splendere se noi sappiamo guardarci intorno.

Come dice un’analista transazionale Fanita English, il copione di vita è utile ad ognuno di noi perché ci permette di sopravvivere nel mondo e a soddisfare il bisogno innato di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni e, inoltre, da il grande potere all’individuo fin da piccolo di tenere insieme le speranze, credenze, fantasie ed esperienze, rendendo il mondo prevedibile e gestibile.

Il copione di vita può essere modificato, cambiando le decisioni che sono state prese in passato sostituendole con altre più funzionali sia per l’età adulta sia per la situazione presente.

 Questo è il grande potere che l’individuo possiede “RIDECIDERE”, basta con l’essere convinti che non possiamo fare nulla che è la vita, le istituzioni e gli altri che ci rovinano, che agiscono contro di noi. Iniziamo a dire “Io cosa posso fare per cambiare la situazione? Come di devo porre agli altri affinché cambino idea di me?” Solo così possiamo prenderci in mano la vita.

Ognuno di noi agisce e sente non secondo la realtà del mondo esterno, ma seguendo le rappresentazioni mentali che formiamo nel corso della vita.

Alcune immagini si costruiscono secondo un modello quasi universali: la madre virtuosa e gentile, il padre severo e giusto: la gente vuole credere a queste immagini anche se non sempre corrispondono a realtà.

Quando si ama qualcuno la sua immagine si associa a sentimenti costruttivi, mentre quando si odia la si associa a sentimenti rabbiosi e distruttivi.

Nonostante si cerchi di restare aggrappati alle proprie immagini, con il tempo le persone e noi stessi cambiamo, per cui, a volte, rendiamo tali immagini romantiche per restare legati ai “bei tempi passati”.

A volte si incontrano amici dopo parecchio anni e quelle immagini di loro si scontrano con la realtà che abbiamo di fronte e si scopre che essi non sono così meravigliosi

 Può capitare che le immagini stereotipate, come il partner perfetto o che sia uguale alla madre o al padre tanto amati non rappresentano la realtà che viviamo e se sono troppo rigide e non si riesce a modificarle, allora sono guai. Non si riuscirà a trovare l’anima gemella, non si avrà quel figlio o quei genitori tanto desiderati e si diventerà delusi e rabbiosi verso coloro che non rispondono ai propri costrutti, si andrà alla ricerca dell’immaginario per tutta la vita.

La donna o l’uomo di successo saranno coloro che formeranno le proprie immagini aderenti alla realtà.

Caccia alle streghe

Dott.ssa Lucia Laudi

Ho osservato nelle classi prime della scuola di II grado, che
tendenzialmente gli allievi hanno un comportamento tranquillo e
timoroso, ma dopo un periodo di circa 2 mesi, iniziano ad assumere un
comportamento di ribellione e ogni loro difficoltà l’attribuiscono
agli insegnanti.
Tendono a prendere di mira quell’insegnante più severa, che chiede
loro di studiare di più e soprattutto cercano il consenso e il
sostegno dei genitori, raccontando loro parte degli eventi o dei
discorsi, estrapolandoli dal contesto,  in questo modo il significato si modifica dà la possibilità di attaccare il docente, dandogli tutta la responsabilità dell’insuccesso del figlio/a.

I genitori, non tutti, non accettano l’idea che i loro figli possano travisare la
realtà per non prendersi la responsabilità delle proprie azioni ed evitare sgridate o piccole punizioni, ma  è l’insegnante che sbaglia e deve essere subito attaccato e “darle una lezione”.

Nella mia esperienza di insegnante e psicoterapeuta, ho visto genitori e ragazzi che, immediatamente senza avere un incontro preliminare con il docente in questione, chiedevano un colloquio con il preside e appena si sedevano, rivolti al docente, facevano un sorriso sornione di soddisfazione e immediatamente attaccavano con toni aggressivi e minacciosi il docente e il suo operato, contestando anche il voto, perché loro avevano interrogato l’allievo a casa e sapeva bene. Come se tutti potessero fare gli insegnanti.

In questi anni di lavoro come insegnante e psicoterapeuta ho osservato che si attiva un gioco psicologico in cui gli attori sono i genitori, gli allievi i docenti, il preside e in alcuni casi anche il personale ATA e i ruoli ricoperti sono Persecutore, Vittima e Salvatore.

Cerco di fare una breve analisi dei meccanismi che ho osservato nel corso della mia esperienza.

Il ragazzo/a ha delle grosse difficoltà a gestire le sue emozioni affinché possa assumere  il comportamento migliore e più adeguato alla situazione e i genitori o altre figure genitoriali, non lo hanno educato a riconoscerle e a gestirle in modo da trovare degli atteggiamenti consoni a superare le difficoltà.

In questo gioco psicologico i genitori vanno subito dal preside rimproverando  il docente perché ha dato un’insufficienza e che non è in grado di valutare, perché a casa hanno interrogato il figlio/a e sapeva tutto, ha studiato parecchie ore e accusano il docente di assumere comportamenti
gravi verso il ragazzo/, il messaggio ulteriore è “Non vali, ti faccio
vedere io”. A questo punto l’insegnante si sente attaccata e può assumere ha due tipi di atteggiamento: di sottomissione o di ribellione.

I genitori spesso cadono nella “rete gettata dal figlio/a, che per paura di ricevere una sgridata con punizione della privazione del cellulare, come se fosse questione di vita o di morte, raccontano i fatti omettendo o dicendo solo delle parti dei fatti. Le posizioni esistenziali degli attori oscillano sempre tra Io non valgo e Tu si o Io valgo e Tu no. In Analisi Transazionale diciamo Io più Tu meno e Io meno e Tu più.

I genitori e gli allievi che attivano questo gioco psicologico si trovano in una posizione di IO PIU’/TU MENO assumendo un ruolo di Persecutore: “Tu insegnante non vali , non sei capace né di insegnare né di valutare, ti dico io come devi fare, tu ce l’hai con mio figlio/a, (o con me se si tratta dell’allievo). In realtà entrambi i persecutori, sovente ricoprono la posizione esistenziale psicologica IO NON VALGO E TU SI’ e dal momento che i figli non riescono a sopportare i fallimenti e le fatiche che si devono affrontare nella vita e i genitori non riescono a sopportare il dispiacere, che diventa dolore, di vedere il figlio che soffre ecco che spesso reagiscono con l’aggressività e completano il gioco “Caccia alle streghe” con quello “E’ tutta colpa tua”.

Il docente si fa agganciare nella sua debolezza di sentirsi in difetto e cade nella posizione esistenziale IO NON VALGO TU SI, non sono abbastanza capace oppure IO VALGO E TU NO, rispondendo a sua volta con la rabbia.

E’ importante che il docente attivi la sua parte Adulta sia assertivo, che faccia un’ esame di realtà ai genitori e allievi, in questo modo stoppa il gioco psicologico e, magicamente, diventano alleati dell’insegnante, il discente cambia atteggiamento e inizia una nuova relazione proficua per tutti.

LA MORTE PARTE DELLA VITA

Dott.ssa Lucia Laudi

Quando viene concepito un bambino l’unica cosa certa è che deve morire, ciò di cui non è sicuro è come e quando avverrà.

La morte viene sovente rappresentata come un’ entità oscura con il volto coperto da cui sfuggire, come avviene nella canzone “Samarcanda” di Vecchioni. Il soldato vede la morte, si spaventa e fa di tutto per sfuggirle, ma non fa altro che andarle incontro.

Questa canzone ci fa comprendere che il destino e la morte sono due eventi che l’uomo non può controllare per quanto faccia.

Pulcinella, invece, intraprende con lei una bagatella, che diventa un gioco tra i due, l’ affronta, esorcizzandola.

La morte è un evento naturale che fa parte della vita, ma ci spaventa fino a terrorizzarci.

Per quale motivo? Io ritengo che ce ne siano due. Uno è il distacco,  al quale non siamo sempre preparati, non accettiamo di lasciare le persone care e il nostro mondo. Non siamo disposti a lasciare andare ciò che si è concluso, non accettiamo di staccarci da ciò che ci è noto per buttarci nel nuovo che è ignoto.  

Sappiamo che una volta chiusi dei capitoli ne iniziano degli altri, il capitolo vita se si chiude non vediamo il proseguo o comunque non ne abbiamo certezza. Il secondo motivo è la non accettazione dell’incertezza , dello sconosciuto e dell’impossibilità di gestire.

La morte è parte integrante della vita, per cui è fondamentale parlarne, guardarla, darle un volto e non sfuggirle e dare forma alle emozioni.

Nella cultura occidentale, la morte viene vista come un “qual cosa” da scongiurare  e da evitare, addirittura non bisogna parlarne , è un maleficio che deve essere neutralizzato, a tal punto che, in certi casi, si arriva all’accanimento terapeutico, non tanto per il bene del malato, ma per quello dei sui cari che restano e che non accettano il dolore della perdita, perché danno più importanza al corpo anziché allo spirito.

Mentre le grandi civiltà, come le culture tribali, hanno la capacità di conciliare la vita con la morte, perché la sanno far ritornare nel cuore della vita. Loro sanno che ogni essere vivente nel suo percorso la morte ne è parte.

 P. Ariès ha fatto degli studi su come si viveva nel passato la morte e come la si vive nel mondo moderno. Secondo lui per millenni l’uomo ha avuto con la morte un rapporto familiare e la sentiva parte del suo essere, l’ha chiamata “morte addomesticata”, mentre negli ultimi due secoli è avvenuto un ribaltamento, la morte fa paura e diventa oggetto di vergona e di tabù a tal punto che non si deve pronunciare, questa è la “morte selvaggia”.

Svelare la morte, guardarla in faccia, farla nostra amica ci svela il senso del bene e del male e diventa nutrimento della conoscenza, l’uomo è l’unico essere vivente che è consapevole che morirà, mentre negare la sua esistenza, ridurla a statistiche porta disordine e violenza.

Le culture del passato e quelle tribali di oggi sanno accogliere la morte di un caro attraverso i riti che si svolgono sia quando è moribondo, sia dopo la sua morte e tutta la comunità si stringe vicino a lui e ai suoi famigliari. Accompagnano il morente nel suo viaggio di passaggio con canti, balli, amuleti e riti e questo permette a lui a chi resta di elaborare la morte accettandola con serenità anche se il cuore e addolorato.

La nostra società non ha più riti che ci permettono di elaborare e fare nostra la morte, questo ci fa provare un dolore intenso, che spesso impiega anni prima di essere lenito dall’accettazione dell’evento e di farcene una ragione.

Educhiamo i nostri figli alla morte, come oggi li educhiamo alla sessualità, al rispetto dell’altro e soprattutto delle donne, non evitiamoli le occasioni di venire a contatto con la morte; se è un nonno o un genitore o un fratello che se ne va, lasciamo che si parlino, che abbiano la possibilità di rievocare i ricordi dei momenti passati insieme e che si possano salutare rasserenandosi l’uno con l’atro, non pensiamo che è troppo piccolo e quindi non capisce o resta sconvolto, anzi lo aiutiamo a elaborare il dolore della perdita e colui che muore lo farà con serenità.

“Se incontri un nemico, pensa: è condannato a morire e lui lo sa. Non proverai compassione?”

“Il morto è colui che non è presente, trovandosi fuori dal tempo che fluisce in quest’istante”

 F. Gianfranceschi Svelare la morte edizione Rusconi 1980

L’INCONSCIO È IL NOSTRO FONDALE MARINO

Dott.ssa Lucia Laudi

Il nostro inconscio è come il fondale marino, nasconde tante insidie, bisogna stare molto accorti , ma riserva meraviglie inaspettate e sa rigenerarsi nonostante i colpi mancini che fende il mondo esterno. Noi pensiamo di essere solo quello che vediamo , i nostri comportamenti, le parole che diciamo, ma siamo molto di più. In natura ogni più piccolo elemento ed essere vivente è funzionale all’ecosistema, anche le rocce hanno la loro importanza e funzione, così anche ogni più piccola parte della nostra psiche e del nostro corpo hanno la loro funzione. Quando osservo foto con fondali marini resto meravigliata da come ogni cosa che è stata, resta impressa in un qualche modo e tutto ciò che era diventa utile alla vita di oggi. Anche i relitti di navi, aerei e sottomarini diventano utili per la vita marina.

Photo by Tom Fisk on Pexels.com

Quando un aero precipita e impatta col mare o una nave affonda succede la catastrofe, ci sono molte vittime e ciò che rimane è il dolore straziante di chi resta e in fondo al mare restano dei relitti che al momento del disastro hanno causato morte anche tra la natura marina; in quel preciso istante è distruzione, ma piano piano la natura si appropria di quegli enormi corpi estranei e li fa diventare tane per le creature marine e luoghi di vita ricoperti da alghe, coralli e anemoni. La vita ritorna, diversa ma ritorna.

Ecco, il nostro inconscio è uguale, nasconde tanti dolori e tristezze, ma anche gioia, felicità e voglia di vivere, si sa difendere e trova strategie a volte disfunzionali, altre volte individua delle ottime vie d’uscita.

Quando stiamo percorrendo momenti molto difficili e siamo convinti che non ce la faremo mai e il mondo ci crolla addosso, perché i pilastri, che pensavamo essere di cemento armato e indistruttibili, improvvisamente,  a causa di qualcuno o di qualche evento che rompe l’equilibrio che durava da anni, crollano come un castello di sabbia raggiunto dall’onda del mare; ecco che quello che oggi ci sembra terribile e angoscioso, può diventare plancton per il nostro domani.

Il nostro inconscio è come la natura, quando riceve dei traumi dopo un tempo più o meno lungo incomincia  a mettersi in moto, elabora le emozioni spiacevoli come la tristezza, i dolore e l’angoscia che diventano pensieri e poi azioni e comportamenti nuovi e positivi generando una persona diversa.

Foto di Stefano Gobbo Istruttore sub

L’inconscio lavora in sordina, per tanto tempo, sembra, essere distrutto dal relitto che gli è piombato addosso, togliendogli ogni energia ed eliminando ogni parvenza di vita, ma poco a poco avviene come nei relitti marini. Qualche pesce si avvicina, lo esplora e poi decide di fare la propria tana, procrea e lo popola e poi arrivano altre specie marine che lo seguono. Certo il relitto rimane, non può sparire, ma non è più morte e distruzione è vita nuova e alle volte anche più bella e più florida di prima.

Impariamo ad ascoltarlo, ha molto da dirci e sa suggerirci le soluzioni alle nostre angosce e sa farci trovare la strada per gioire nuovamente della vita.

L’inconscio usa un linguaggio che non ci è chiaro, di immagini e simboli per sviare la coscienza e la società che ci circonda, ascolta i bisogni e le emozioni senza darci un ordine e un senso e spesso resta legato al passato credendo che ciò che valeva ieri vale anche oggi, ma la coscienza ha il potere di dagli un ordine attraverso la ragione e la sua capacità elaborativa.

IMPARIAMO AD ASCOLTARLO, A CAPIRLO E A DARCI UN SENSO

A volte questo percorso non è facile da percorrere, per cui bisogna rivolgersi a qualcuno che ci indichi la strada.

Mi piace rifarmi alla filosofia di Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, che si basa su questi concetti: ognuno è OK (degno di essere amato per quello che è), ognuno è in grado di pensare, di decidere e costruire il proprio destino e di cambiare le proprie decisioni nel corso della vita.

Photo by Christian Vergara on Pexels.com

STRESS

Dott.ssa Lucia Laudi

COS’È LO STRESS?

Lo stress è paragonabile alla febbre, la quale non è la malattia ma è un sintomo, ossia è la reazione del nostro sistema immunitario (anticorpi) ad un agente esterno (virus e batteri). Allo stesso modo lo stress è una reazione di adattamento ad uno squilibro prolungato nel tempo che si è presentato all’interno dell’individuo o nel suo ambiente.

L’insorgere dello stress dipende molto dal modo in cui noi vediamo gli avvenimenti, quindi lo stress non è negativo, perché indica che c’è uno squilibrio nella psiche del soggetto e che deve essere fatto qualcosa per ristabilire l’equilibrio e qui interviene la resilienza, che è la capacità dell’uomo di adattarsi e di far fronte in modo positivo ai cambiamenti anche repentini dell’ambiente o dello stato fisico dell’individuo stesso.

 Ognuno di noi può avere una maggiore o minore resilienza e quindi una capacità individuale di adattarsi. Il vantaggio della resilienza è che non è un fattore congenito, ma può essere potenziata soprattutto quando si è motivati a farlo da circostanze particolari.

Come riscoprire le nostre risorse per superare lo stress

L’essere umano ha molte risorse per difendersi da attacchi, sia da parte di agenti ambientali (virus, batteri), sia da quelli sociali e psicologici.

L’uomo è costituito da quattro elementi: corpo, emozioni, intelletto e spirito che sono delle grandi armi di difesa. Bene: usiamole! Ma per far ciò dobbiamo conoscerle, quindi conoscerci nel profondo.

Questo è un buon momento per riflettere in modo capillare e far sì che delle esperienze negative e molto spiacevoli come una pandemia o la crisi determinata da una guerra che obbliga le persone a delle ristrettezze drastiche, come essere chiusi in casa senza poter vedere le persone che si amano e con cui fino al giorno prima si avevano delle relazioni di intimità, diventino delle esperienze positive per la crescita individuale e sociale.

 La capacità del soggetto di trasformare esperienze e vissuti spiacevoli e anche traumatici in momenti che permettono di elaborare, riflettere e prendere delle decisioni di cambiamento sia comportamentale, sia psichico è determinante per superare lo stress.

Come un uccello si abitua a vivere in città.

IL GENERE FATTORE BIOLOGICO O CULTURALE?

Dott.ssa Lucia Laudi

Quando si parla di sesso si fa riferimento ad un fattore biologico e naturale, ossia un individuo che nasce con organi genitali maschili o femminili, diverso è se si parla di identità di genere, che si costruisce attraverso la cultura.

Le società hanno determinato il genere con dei simboli come il colore, i giochi, i ruoli sociali.

Nella storia dell’uomo la distinzione dei compiti è stata una questione di forza come la caccia, la guerra e i lavori pesanti, li faceva il maschio perché più forte, mentre la donna svolgeva compiti di cura dei figli, del focolore, degli animali domestici e la raccolta.

Inizialmente l’identità di genere è stata determinata dalla forza, con il tempo da un fattore culturale, infatti molti lavori pesanti vengono svolti dalle macchine per cui la forza non viene più richiesta, ma restano molti lavori tipicamente femminili e altri maschili, pensiamo alle educatrici del nido o alle maestre della materna  sono unicamente donne, pochi i maestri alle elementari, poche le donne camioniste o saldatori (se si dice saldatrici ci si riferisce alla strumentazione).

Quindi il genere avviene attraverso l’educazione e i riti di passaggio, che nella cultura occidentale ormai sono sempre più rari. Tra i Taneka, popolazione del Benin, i bambini piccoli vengono considerati come animaletti selvatici, cioè non sono ancora definiti nel genere. Anche in altre lingue come l’inglese e il tedesco il termine bambino è neutro.

L’ansia

Dott.ssa Lucia Laudi

L’ORIGINE DELL’ANSIA

Il disturbo d’ansia ha origine dal rapporto che si instaura tra la madre e il bambino fin dal momento del concepimento.

Il piccolo per nove mesi vive in un ambiente sicuro: la temperatura è sempre costante, non prova i morsi della fame e i grampi alla pancia quando deve evacuare, insomma non ci sono ostacoli, ovviamente parlo di una gravidanza con un percorso regolare, ma quando inizia il travaglio egli si trova difronte alla prima grande difficoltà accompagnata da un dolore mai provato prima. Egli si trova per la prima volta in un marasma di sensazioni fisiche ed emozioni che lo travolgono come uno tsunami. La nascita è il primo momento in cui la madre deve saper accogliere il piccolo, attaccandolo subito al seno, avvolgerlo in un braccio confortevole, in modo che non abbia la sensazione del vuoto, della solitudine che sono alla base dell’ansia.

Il bambino appena nato sente che lo spazio tra lui e la madre non è sicuro e se questa non ha gli strumenti per percepire tale insicurezza non può intervenire in modo adeguato per gestire la sua fragilità. Egli non si rende conto che c’è un Io e un Tu, che c’è un mondo costituito da persone con una loro identità, con dei bisogni, ma lui è il mondo e se questo mondo non è sicuro ecco che arriva l’ansia e il panico.

Quando il bambino piange e la madre non sa il perché è importante rassicurarlo accarezzandolo, tenendolo in braccio e parlargli dolcemente, questo gli permette di  iniziare a costruire una base sicura e di percepire che lui può affrontare le difficoltà e che ci si può fidare degli altri.

In questi momenti il bambino avverte uno stato di tensione, che diventa una sensazione di solitudine, che se si protrae nei primi tre anni di vita, può trasformarsi in una sensazione di incapacità e impotenza, rinforzate dalla convinzione di non poter risolvere i problemi, per poi diventare nell’età adulta un disturbo d’ansia a volte accompagnata da attacchi di panico. Il bambino ha bisogno di “carezze” (fisiche e non) per sentire che esiste, che può farcela a superare le avversità della vita, esse sono il nutrimento della spina dorsale, che senza si atrofizza insieme alla psiche.

L’ansia ha origine dalla mancanza di riconoscimento e da messaggi che provengono dall’esterno: “esisto solo se ci sei tu”, “se tu provi ansia io provo ansia” per diventare una convinzione che “il mondo è pericoloso e da solo non posso farcela”.

Nei primi tre anni di vita è importante incoraggiare il piccolo ad affrontare i sui problemi che per noi sono niente ma per lui sono tanto; ad esempio se vuole salire su una sedia bisogna lasciarlo fare, dandogli un semplice appoggio in modo che senta il senso di sicurezza, ma nello stesso tempo ha la percezione che è lui ad essere riuscito nell’intento e quando ce la fa mostrargli  la nostra felicità perché è riuscito da solo.

L’ansia può essere determinata da altri due fattori: uno stress post traumatico dato da un’esperienza che ha provocato paura improvvisa ed intensa, accompagnata da un senso di impotenza o può essere appresa  dalle figure genitoriali che danno continui input ansiogeni, come “Non accarezzare i cani perché sono pericolosi”, “Il mondo è pericoloso” o “Non fidarti degli altri”.

Nel primo caso il trauma può essere causato da un evento realmente pericoloso o da un insieme di eventi che per un adulto sono di poco conto, come una sgridata fatta in pubblico, in questo caso alla paura si aggiunge anche la vergona.

E’ importante  elaborare il trauma in modo che l’adolescente o l’adulto smetta di portarsi dietro quel bambino spaventato e pieno di vergogna  e non generalizzi più a tutte le esperienze quella paura terribile, vivendola nel qui ed ora come se fosse reale ancora oggi, così che la persona acquisisca la capacità di gestire le emozioni spiacevoli causate da esperienze che provocano agitazione, paura o preoccupazione. Nel secondo caso è importante comprendere che l’ansia non è propria, ma delle figure genitoriali.

Una mamma o un papà o peggio ancora entrambi, che a ogni delusione che il figlio subisce o un suo fallimento o anche delle semplici cadute che sbucciano un ginocchio si spaventano e si preoccupano eccessivamente, insegnano al figlio che il mondo è spaventoso e che non può farcela da solo ed ecco che il figlio diventa insicuro e convinto che in questo mondo difficile non ce la farà mai.

L’ansia ha origine sia dalla mancanza di stimoli di riconoscimento e di protezione, che permettono al cervello di formare delle connessioni neuronali che si attiveranno per tutta la vita, sia dalla mancanza di permessi e incoraggiamenti da parte delle figure genitoriali: “ce la puoi fare da solo”, “puoi essere diverso da me”, “puoi diventare autonomo e prendere le tue decisioni”, “quando ne hai bisogno voltati che io ci sarò a sostenerti”.

Un bambino diventa ansioso perché assorbe l’ansia della madre che fa fatica a cogliere i disagi del piccolo di pochi mesi che li esprime con pianti a volte protratti nel tempo e da qui si innesca un meccanismo in cui la madre pur di non affrontare la sua ansia lo iperprotegge, evitandogli, nei primi tre anni, di farsi le prime esperienze spiacevoli della vita che gli permettono di costruire la sua “base sicura”.

Purtroppo questo meccanismo si instaura anche nel padre, che è la figura che introduce il figlio nel mondo, che gli fa vedere come affrontare le avversità della vita e come relazionarsi.

Il piccolo diventa un adolescente che, per forza di cose, si trova da solo ad affrontare i coetanei e gli adulti, come gli insegnanti, ma non ha una base sicura e questo lo proietta nel baratro dell’ansia e del panico, il nuovo lo spaventa perché è incerto e non avendo la sicurezza per affrontare da solo l’incerto non gli resta che fuggire o trovare rifugio nei genitori che prontamente intervengono per risolvergli il problema. In questo modo la triade evita l’ansia che però non si dissolve, ma aspetta al varco, per manifestarsi rendendo il soggetto incapace di agire, di pensare, di trovare soluzioni e di buttarsi nel mondo per soddisfare i propri bisogni e per esprimere la sua personalità, così da diventare una persona soddisfatta e realizzata, ma lo trasforma in una persona insoddisfatta, non realizzata e alla continua ricerca di sé, di un senso nella vita, lasciandogli quella sensazione di avere la felicità a portata di mano, che basterebbe allungare per prenderla, ma non riesce a farlo perché l’ansia lo ancora nel suo mondo che gli dà la sicurezza, ma l’infelicità perché non riesce ad esprimersi.

COME GESTIRE L’ANSIA

La psicoterapia può fare molto per i disturbi d’ansia e per le dipendenze affettive, poiché lo psicoterapeuta diventa, piano piano, la figura genitoriale che dà protezione e di cui ci si può fidare, con il quale si può parlare dei propri problemi e perché l’ansia, corredata da vissuti dirompenti e fantasie catastrofiche, resta confinata nello spazio psicoterapeutico.

In questo modo il soggetto ansioso si rende conto che può parlare dei suoi problemi e può condividere i propri vissuti, senza che succeda nulla di drammatico ne a lui ne all’altro, anzi in questo modo può intravvedere la soluzione al suo conflitto interiore o per lo meno che ci sono altre vie per affrontare le difficoltà e piano piano diventa autonomo.

CUORE E CERVELLO, EMOZIONI ED INTELLIGENZA

A cura della dott.ssa Lucia Laudi

Le emozioni sono intelligenza

D. Goleman autore del libro “Intelligenza emotiva” spiega come i centri emozionali, situati nella parte più antica del cervello, possono essere regolati e gestiti e non bisogna dire “sono fatto così; è vero che abbiamo dei circuiti emozionali ereditati, ma è anche vero che questi vengono plasmati dalla famiglia e dall’ambiente sociale.

A volte le situazioni della vita suscitano un groviglio di emozioni così intense che non riusciamo a distinguerle, quindi deconfondere e fare metacognizione permette di capire se la situazione richiede un agire tempestivo o riflessivo.

La deconfusione è la capacità di fare un esame di realtà e comprendere se le emozioni che proviamo sono adeguate, anche come intensità, alla situazione che stiamo vivendo o se sono esagerate e confuse, la metacognizione è farsi domande, chiedersi quali meccanismi si stanno mettendo in atto e cosa si può fare di diverso.

La nostra società tende a negare la natura e le emozioni sono considerate segni di debolezza, mentre dà importanza al QI e alla ragione e alla logica, quando, in verità, la mente umana è prevalentemente intuitiva, emotiva e creativa. Studi scientifici hanno individuato che l’essere umano ha un’intelligenza emotiva ed empatica.

Le emozioni sono gestite dal sistema limbico, dall’amigdala e dall’ippocampo collegati con la corteccia prefrontale destra.

Quando l’amigdala e l’ippocampo ricevono uno stimolo immediatamente cercano nella loro memoria a cosa corrisponde: pericolo, diffidenza, sicurezza, protezione, mandano l’impulso alla corteccia prefrontale destra, che elabora e rimanda all’amigdala la risposta, trasformandola in agito. Un malfunzionamento di questo circuito può portare gravi conseguenze, come fare agiti impulsivi: se la corteccia prefrontale destr non rimanda all’amigdala l’impulso di controllo, ecco che l’emozione ha il sopravvento portando il soggetto ad effettuare un raptus o a bloccarsi.

Secondo le neuroscienze, gli stati primari si formano nel bambino fin dalla nascita e nei suoi primi anni di vita prova delle emozioni primarie molto intense a livello viscerale, come felicità, rabbia, ansia da separazione e paura, che provocano delle accensioni del sistema limbico molto potenti e non avendo ancora la corteccia prefrontale destra sviluppata per poter elaborare processi e regolare le emozioni non riesce a controllare tutto ciò, per cui va nel panico e si blocca o reagisce con aggressività per difendersi dal marasma che lo travolge.  In questo periodo è importante che la figura genitoriale gli dia quel contenimento utile e fondamentale per dargli sicurezza e sentire che quel vortice di emozioni si può contenere e gestire; per far questo sovente basta fargli sentire la propria presenza, accarezzandolo, parlandogli con voce tranquilla e dolce, senza far trapelare la propria ansia o insofferenza per il suo pianto che a volte non viene compreso e non si acquieta.

La corteccia prefrontale destra manda dei segnali chimici per calmare sia il corpo sia la mente del bambino che si trova in uno stato di intensa e primitiva eccitazione, per cui , se il piccolo non ha una figura di accudimento sviluppata emotivamente, la sua corteccia perfrontale destra non potrà svilupparsi e organizzarsi per favorire lo sviluppo delle funzioni calmanti per sé. Egli non potrà formare le capacità di “gestire la propria vita” in modo efficacie, ma dovrà ricorrere a dei meccanismi di difesa, che man mano che cresce, se non li risolve, diventeranno comportamenti disfunzionali accompagnati da emozioni eccessive per la realtà che gli si presenta, come fare nuove amicizie, affrontare un’interrogazione o altre avversità della vita.

Dopo i diciotto mesi si formano le connessioni neuronali utili per formare i processi emotivi nella corteccia prefrontale sinistra, permettendo di associare le emozioni ad attività verbali, potendo, così, formare delle storie e delle spiegazioni su ciò che gli succede, a volte in modo dettagliato, altre volte in modo grossolano.

Al terzo quarto anno di vita il cervello del bambino include l’attività dell’emisfero sinistro che entra in contatto con il destro attraverso il corpo calloso, che favorisce la comunicazione tra la corteccia prefrontale destra e quella sinistra, permettendo di fare delle elaborazioni emotive altamente sofisticate.

L’educazione del bambino piccolo fino alla fine della adolescenza e il sostegno di figure genitoriali sviluppate emotivamente è fondamentale, perché gli permette di formare nuovi circuiti neuronali, che gli permetteranno di gestire l’invasione delle emozioni e di saperle riconoscere, dandogli la giusta denominazione.

Negli ultimi decenni sono stati fatti parecchi studi sulle emozioni, come riconoscerle, come gestirle e soprattutto come queste siano il motore delle nostre azioni e decisioni.

La vita dell’essere umano è caratterizzata dalla progettualità, senza di essa viene a mancare la struttura del tempo e le “carezze”, sia fisiche sia di autorealizzazione, che sono fonte di riconoscimento.

L’individuo ha un bisogno fondamentale di sentire che esiste anche per gli altri.

Per cercare di comprendere perché l’essere umano è giunto nella sua evoluzione a dare così importanza al cuore, a tal punto che questo ha prevalenza sull’intelligenza, sociologi e psicologi hanno effettuato studi approfonditi.

Essi sono arrivati a sostenere che le emozioni ci guidano nell’affrontare situazioni e compiti troppo difficili perché l’intelletto da solo possa affrontarli e  trovare delle soluzioni, come un lutto o eventi naturali e non (terremoti, tsunami, guerre, incidenti e malattie).

Si rivela fondamentale che l’intelletto e le emozioni collaborino tra loro per aiutarci a far fronte alle situazioni non solo avverse, ma anche belle e nutrienti per noi, perché in questo modo riusciamo a preservare e a raggiungere gli obiettivi prefissati, a formularne di nuovi e a trovare la soluzione a problemi complessi.

Io sono insegnante di scienze umane in un liceo e psicoterapeuta che segue anche gli adolescenti e ho visto come negli ultimi dieci anni sono aumentati a dismisura i ragazzi che non sanno gestire l’agitazione e la paura di una semplice interrogazione, trasformandola in ansia fino ad arrivare ad attacchi di panico.

Il libro di Goleman “Intelligenza emotiva” mi ha aiutato a trovare alcune risposte alla mia domanda: “Come mai i ragazzi di oggi fanno tanta fatica a gestire le emozioni?”

D. Goleman nel suo libro spiega in modo molto chiaro e semplice a cosa servono le emozioni, come queste sono strettamente legate all’ intelligenza e che avere un buon QI non significa essere intelligenti a trecentosessanta gradi, perché senza un’adeguata intelligenza emotiva l’essere umano non può svolgere alcuna azione che riguarda l’area sociale e personale.