LA CURA DELLA VITA

a cura di R. Centis

Come sempre, mi piace iniziare da alcune  definizioni.

  Cito da: Glossario O.M.S. della Promozione della Salute, pag 29 (L’ Health Promotion Glossary è disponibile on line al seguente indirizzo http://www.who.int/healthpromotion/about/HPG/en/):

Per raggiungere questo obiettivi sono necessari diversi fattori che si articolano reciprocamente, e vanno dal livello individuale al livello sociale-politico. Uno di questi, partendo dal livello individuale, si riferisce al concetto di “cura”.

Cura: la prima definizione data dal Vocabolario Treccani è: Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività”.

Questa affermazione, per quanto generica, si adatta molto bene alle professioni sanitarie: tutte le figure che appartengono al mondo della salute sono in qualche modo, specifico per ogni profilo professionale, coinvolte nella cura delle persone.  Ma cosa significa “cura” in questo campo? Nella lingua inglese troviamo una distinzione semantica espressa dai verbi: “to cure”, che significa “curare” e “to care” che significa “prendersi cura” ma in italiano spetta ad ognuno scegliere quale versante del significato privilegiare.

Qual è una caratteristica fondamentale dell’azione di cura, nel senso di “prendersi cura”?

L’essere affetto da una malattia “inguaribile” non coincide con il trovarsi in una condizione “incurabile”, perché è sempre possibile prendersi cura di una persona affetta da malattia, sia acuta, guaribile, sia cronica ed evolutiva, o da disabilità. In queste condizioni emergono domande fondamentali sul “perché?”, “perché io?”, sul senso delle esperienze a volte drammatiche che si è costretti ad attraversare. In questi casi assumono fondamentale importanza le relazioni di cura che sostengano la libertà del malato nella ricerca del significato e dell’essenziale, favorendo il cammino di una ricerca, che può favorire accettazione dell’istante presente, e fioritura di una speranza pur dentro ad un limite.

Mother and young daughter who is in wheelchair enjoying together in living room at home.

L’esperienza della sofferenza necessita di qualcuno che condivida, indica il bisogno di una pazienza, di una vicinanza e di una attenzione, che da un livello strettamente individuale, raggiunga anche la dimensione sociale del progetto politico e della realizzazione di opere.

“Godere del più alto standard di salute raggiungibile é uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano senza distinzione di razza, religione, credo politico, condizione economica o sociale”.

 Nel glossario OMS, alla voce “salute” viene affermato:

Oggi viene riconosciuta sempre di più la dimensione spirituale della salute. Essendo considerata dall’OMS un diritto umano fondamentale, tutte le persone dovrebbero avere accesso alle risorse basilari per la salute”.

 Questi aspetti, appannaggio privilegiato delle professioni infermieristiche, coinvolgono profondamente la funzione del medico che si trova di fronte alla sofferenza, alla morte, alla paura della morte.

Ogni periodo storico sviluppa i propri metodi per fronteggiare la paura della morte. Nel corso dei secoli noi umani abbiamo sviluppato un’enorme varietà di strategie, alcune consce, altre inconsce per contrastarla. Alcuni metodi funzionano, altri sono incerti, inefficaci, a seconda della persona con cui siamo in relazione, al suo carattere, alle sue esperienze passate, alle sue credenze. Quando questi non sono sufficienti, di solito le persone si rapportano alla morte attraverso la negazione, la diversione, o la rimozione.  

In passato, nelle culture europee e occidentali la morte era più visibile per l’alto tasso di mortalità di donne e bambini e chi stava per morire non veniva sequestrato come accade oggi, in un letto d’ospedale schermato da tende protettive e relegato da solo nella propria esperienza di addio, o  peggio ancora, come abbiamo sperimentato in tempi non lontani, durante la recente pandemia, risucchiato in un nulla senza connotati, restituito alla famiglia come informazione asettica di  decesso, senza poter elaborare alcun processo di separazione.

Come accade nelle guerre.  O comunque, se anche lo sviluppo di malattia non conduce alla fase terminale, sono note a tutti le esperienze drammatiche di barelle ammassate nei corridoi dei reparti di emergenza, recanti individui in vario stato di degrado psico – fisico, a volte senza una assistenza minimale se non quella per garantire la pura sopravvivenza. In passato la maggior parte della gente moriva in casa, con i membri della famiglia presenti al momento dell’ultimo respiro. 

Noi tutti esseri umani siamo programmati per entrare in relazione con gli altri. Da qualsiasi prospettiva si studi la società umana, si tratti della sua lunga storia evoluzionistica o dello sviluppo di un singolo individuo, siamo obbligati a considerare l’essere umano nel proprio contesto interpersonale, in quanto relazionato con gli altri. La solitudine aumenta notevolmente l’angoscia di dover morire: troppo spesso la nostra cultura crea una cortina di silenzio. Amici e familiari spesso prendono le distanze perché non sanno che cosa dire per paura di turbare il morente ed evitano di avvicinarsi troppo anche perché temono di doversi confrontare personalmente con la propria morte.  E questo triste fenomeno, questa incompetenza relazionale che caratterizza la nostra società non lascia indenni gli operatori sanitari, in primis i medici. Posti di fronte all’ineluttabile, sperimentiamo un senso di impotenza che può diventare personalmente devastante. Ecco che quindi molti si difendono barricandosi dietro il cinismo, il distanziamento, la risposta tecnologica a tutti i costi. 

Ma uno strumento potente che abbiamo per provare a connetterci con le altre persone, è l’empatia, collante della connessione umana che ci permette di sentire, a livello profondo, ciò che un altro sta provando e può creare uno spazio di interconnessione in cui lo scambio, il dono, la consolazione è reciproca.

E oltre l’empatia, la presenza, la nostra presenza. La semplice presenza ha potere. Presenza é “essere proprio lì”.

Il dono più grande che possiamo offrire a qualcuno che accompagniamo e che si trova a fronteggiare la morte è la propria pura e semplice presenza, attenta e non manipolatrice. Una presenza umana salda e sicura che desidera stare con qualsiasi cosa emerga è un fattore potentissimo. Si può tenere compagnia a qualcosa, dentro, che è “troppo dolente, troppo sgomentante o angosciante” per essere espresso e aiutare così la consapevolezza personale fino al punto in cui la persona è in grado di gestirla, o decide di continuare il suo percorso interiore.

 Nella mia osservazione, sviluppatasi negli anni, e anche nella mia esperienza personale, ho spesso notato che  la sofferenza che bisogna fronteggiare ha quindi un duplice risvolto: non appartiene solo alla persona ammalata, ma una parte appartiene al medico stesso, che non ha strumenti adeguati per lavorare bene, si rende conto di non fare ciò di cui il paziente ha bisogno,  e vive l’angoscia  di essere impotente o quanto meno inadeguato, ne soffre e a volte ciò si configura anche in un conflitto morale. Il conflitto nasce quando l’imperativo interiore  suggerisce una linea di condotta, fa percepire una responsabilità a cui però non si può rispondere perché  ci sono condizioni interne – come il non avere una formazione adeguata o dover affrontare situazioni gravi, potenzialmente traumatiche senza aver potuto effettuare  una  sufficiente  elaborazione personale –  o esterne – stanchezza da turni soverchianti, assedio del carico burocratico, eccesso di richieste di prestazioni, limitazioni alla  libertà professionale, carenza di strutture  diagnostico–degenziali, carenza di tempo, limitazioni ambientali ecc – che impediscono una armoniosa capacità di risposta ai bisogni.

In questo caso, tanto il paziente, quanto il professionista percepiscono il deterioramento della propria centralità relazionale e si sentono diventare oggetti in balia di meccanismi controllanti e incontrollabili; il medico perde la propria autonomia e creatività professionale fino al punto di avere come meta prioritaria la conclusione della propria attività.

  Poiché questa esperienza è largamente condivisa da ampi strati di popolazione e larghe quote di medici sono sottoposti allo stress di veder progressivamente impoverirsi il primitivo entusiasmo che li aveva spinti ad abbracciare una professione così intensa, pregnante e indubbiamente soddisfacente se vissuta nella sua pienezza, è doveroso chiedersi come mai ci troviamo in questa situazione che sembra progredire verso un degrado sempre più profondo … gli organi preposti alla difesa della qualità non hanno dimostrato la volontà o la capacità di difendere la relazione di cura, così che fosse più umana sia per i pazienti che per i medici, basata su fiducia, scienza e coscienza.

E’ doveroso interrogarci sulle cause, cercare possibili correttivi, soluzioni, individuare responsabilità e criticità, impostare percorsi di cambiamento che permettano spazi di vita e di recupero di integrazione personale, creare le condizioni perché si possano realizzare strategie innovative per promuovere una cultura della prevenzione e della cura, garantendo una migliore qualità della vita e una maggiore sostenibilità del sistema sanitario.

CONOSCENZA ED ESPERIENZA

a cura di R. Centis

In un’epoca in cui domina la tecnologia e il mito prevalente è quello della conoscenza tecnologica, informatica, in un’epoca in cui ci stiamo avviando verso l’intelligenza artificiale, l’evento più umano che possiamo vivere é accorgerci che non ci trasformiamo solo attraverso la conoscenza ma è indispensabile l’esperienza, passare attraverso l’incarnazione di ciò che conosciamo intellettualmente e dare consistenza  reale a ciò che è concepito dalla nostra mente.

Anche il nostro linguaggio è troppo logico e razionale e tende ad essere troppo semplice ed adatto al livello tecnologico: il linguaggio é lo strumento che la vita, l’esistenza ci ha dato per tessere le profonde relazioni tra di noi. Abbiamo bisogno di un linguaggio che ci descriva, ci porti verso il desiderio, il simbolo, l’immaginario e il trascendente.

Abbiamo bisogno del tempo per creare connessioni vitali dentro di noi, nel nostro cuore. Cominciamo a non aver fretta di risolvere ciò che non torna, anche se si tratta di reazioni o sentimenti scomodi: se facciamo attenzione a ciò che provoca disagio, poi, si può iniziare a riconoscere anche ciò di cui abbiamo bisogno.

← Back

Il messaggio è stato inviato

Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione
Attenzione!

Blogroll

Lascia un commento

SELF MADE MAN

Dott.ssa R. Centis

 L’uomo che si fa da sé. 

L’uomo che ha smarrito le sue radici e non poggia su una base sicura.

Nel nostro tempo, nella nostra società siamo malati di solitudine: con sempre maggiore difficoltà accettiamo e utilizziamo ciò che le generazioni che ci hanno preceduto hanno faticosamente maturato ed imparato. Siamo senza padre.

Bombardati da un eccesso di informazioni e di stimoli, ci manca una guida che insegni come metabolizzare tutto ciò.

Ci portiamo sulle spalle la pesante responsabilità di inventare il nostro percorso personale di crescita e di presenza nel mondo.

La mentalità del “self made man”,  l’atteggiamento interiore che fa consistere il proprio valore nella capacità di “performance”, è una mentalità che tende a insinuarsi nel rapporto che abbiamo con tutto: nel lavoro, nella famiglia, nella vita morale ecc. Una delle conseguenze é la paura di fallire. Se infatti io consisto di ciò che riesco a fare, è normale che io viva in uno stato di permanente ansia di riuscire a mantenere alto il livello, ansia di prestazione, che in negativo vuol dire: paura di non riuscire.

Ma se vogliamo, possiamo cercare e trovare dei luoghi, delle amicizie, dei maestri, dei mentori che si affianchino alla nostra vita, e ci aiutino ad affrontare la durezza del reale, perché l’uomo è strutturalmente relazionale, non può vivere ed esistere se non in rapporto con “altri” significativi,  da cui si senta visto, riconosciuto, valorizzato e accompagnato.

CONFLITTI DI COPPIA E GENITORIALITA’

a cura di dr R.Centis

Anche coppie ben strutturate legate da un profondo affetto non sono esenti da momenti di tensione o di vero e proprio conflitto, per la diversità che ci caratterizza come esseri umani da tutti i punti di vista; ri – trovare un accordo può essere un lavoro impegnativo che implica investimento e pazienza da parte di entrambi. Una coppia stabile è una coppia che ha imparato come affrontare e come gestire la diversità dell’altro, facendo propria la “regola” della “norma personalistica”, cioè il concetto che nulla è più importante dell’essere umano come persona, che va non solo rispettata, ma anche tutelata e aiutata a svilupparsi secondo le sue specifiche caratteristiche.

Entrare nelle relazioni interpersonali con questa “linea – guida” garantisce che l’altro non venga trattato come un oggetto usato per il piacere personale, ma sia riconosciuto nella sua piena dignità di creatura esistente e con sue specifiche credenze, sensibilità, storia individuale (che a volte può essere traumatica e portare delle tracce dolenti dal passato), con diritti e doveri pari ai miei. Non è facile, non è istintivo seguire la “norma personalistica”; manteniamo spesso l‘ abitudine di porci al centro dell’attenzione, poiché emergiamo da una fase infantile dove essere al centro dell’attenzione altrui è normale, fisiologico: l’individuo in crescita ha bisogno di essere nutrito con una miriade di stimoli e di attenzioni, e solo un po’ per volta impara a decentrarsi da sé e rapportarsi con la realtà esterna.

  Il processo di diventare degli “adulti maturi”, in grado di essere consapevoli dei propri pensieri e delle proprie emozioni e di prendere delle decisioni ponderate è una evoluzione lenta e faticosa, ed in questo processo ci aiutano le piccole e grandi disavventure e frustrazioni della vita che ci costringono a fare i conti con la realtà. Un adulto “maturo” ha a cuore che le persone attorno a sé possano a loro volta seguire questo sviluppo personale, in primis i figli di cui ha la responsabilità.

 I conflitti possono essere distruttivi, ma anche costruttivi. Un litigio può essere distruttivo per i contendenti e per chi sta loro intorno quando implica svalutazione e rimprovero denigrando e attaccando l’altro come persona globale, portando con sé aggressività agita, urla, aggressioni fisiche a persone o cose.

Ma un conflitto coniugale può essere vissuto in modo costruttivo se è portato avanti senza mai venir meno al rispetto reciproco e senza generalizzare o mettere in discussione l’intera persona del partner: si tratta di identificare soluzioni condivise e soddisfacenti per entrambi, che rispettino il valore individuale della persona. Ciò insegna ai figli, che inevitabilmente osservano con acuta attenzione ciò che avviene e come avviene, che le relazioni possono evolvere e rinsaldarsi anche attraverso momenti di conflittualità che possono essere riparati senza far venir meno la solidità del legame e dell’affetto.

E’ quindi indispensabile che i genitori svolgendo il loro compito, abbiano sempre uno sguardo focalizzato sui loro figli, attento ai loro bisogni e alle loro difficoltà, rispettando le fasi della loro crescita, e siano poco condizionati dalla necessità di affrontare le personali problematiche non risolte. 

Quando una coppia vive un conflitto, per affrontare la dialettica interna è molto importante che venga rispettata la “norma personalistica”, quella regola di comportamento, che prima di tutto, prima di essere una “regola” è un modo interiorizzato di pensare e di relazionarsi con l’altro che abbiamo di fronte a me.

E’ molto comune il caso che gravi conflitti di coppia, avviati verso la separazione, coinvolgano i figli come in un turbine, destrutturando il loro percorso di costruzione della personalità che è un processo delicato e facilmente turbabile.

Nelle agitate acque della rivendicazione dei propri diritti, viene facilmente dimenticato il diritto dei figli ad avere attorno a sé un ambiente affettivamente stabile in cui la relazione genitore – figlio è garantita e sicura (vedi Bowlby: una base sicura) anche se la coppia coniugale confligge e si separa; avviene spesso che genitori denigrino e svalutino agli occhi dei figli l’ex partner, non considerando la necessità dei figli di avere al più possibile entrambe le figure genitoriali integre e sostenenti. Il figlio viene spesso considerato un personaggio che deve convalidare le ragioni soggettive addotte da uno dei due partner, ed a volte questo atteggiamento è realizzato da entrambi i genitori. I figli sono così “frantumati” e impossibilitati a percepire che ogni persona è un dono, un valore, anche se sicuramente tutti abbiamo dei difetti e delle incapacità. Sono abbandonati emotivamente a loro stessi, ad essere soli di fronte a ondate emotive dolorose e distruttive. Vivono angoscia, vivono ansia, vivono solitudine perché non trovano nessuno a cui appoggiarsi emotivamente e che insegni loro ad affrontare le avversità.

IL GENERE FATTORE BIOLOGICO O CULTURALE?

Dott.ssa Lucia Laudi

Quando si parla di sesso si fa riferimento ad un fattore biologico e naturale, ossia un individuo che nasce con organi genitali maschili o femminili, diverso è se si parla di identità di genere, che si costruisce attraverso la cultura.

Le società hanno determinato il genere con dei simboli come il colore, i giochi, i ruoli sociali.

Nella storia dell’uomo la distinzione dei compiti è stata una questione di forza come la caccia, la guerra e i lavori pesanti, li faceva il maschio perché più forte, mentre la donna svolgeva compiti di cura dei figli, del focolore, degli animali domestici e la raccolta.

Inizialmente l’identità di genere è stata determinata dalla forza, con il tempo da un fattore culturale, infatti molti lavori pesanti vengono svolti dalle macchine per cui la forza non viene più richiesta, ma restano molti lavori tipicamente femminili e altri maschili, pensiamo alle educatrici del nido o alle maestre della materna  sono unicamente donne, pochi i maestri alle elementari, poche le donne camioniste o saldatori (se si dice saldatrici ci si riferisce alla strumentazione).

Quindi il genere avviene attraverso l’educazione e i riti di passaggio, che nella cultura occidentale ormai sono sempre più rari. Tra i Taneka, popolazione del Benin, i bambini piccoli vengono considerati come animaletti selvatici, cioè non sono ancora definiti nel genere. Anche in altre lingue come l’inglese e il tedesco il termine bambino è neutro.

L’ansia

Dott.ssa Lucia Laudi

L’ORIGINE DELL’ANSIA

Il disturbo d’ansia ha origine dal rapporto che si instaura tra la madre e il bambino fin dal momento del concepimento.

Il piccolo per nove mesi vive in un ambiente sicuro: la temperatura è sempre costante, non prova i morsi della fame e i grampi alla pancia quando deve evacuare, insomma non ci sono ostacoli, ovviamente parlo di una gravidanza con un percorso regolare, ma quando inizia il travaglio egli si trova difronte alla prima grande difficoltà accompagnata da un dolore mai provato prima. Egli si trova per la prima volta in un marasma di sensazioni fisiche ed emozioni che lo travolgono come uno tsunami. La nascita è il primo momento in cui la madre deve saper accogliere il piccolo, attaccandolo subito al seno, avvolgerlo in un braccio confortevole, in modo che non abbia la sensazione del vuoto, della solitudine che sono alla base dell’ansia.

Il bambino appena nato sente che lo spazio tra lui e la madre non è sicuro e se questa non ha gli strumenti per percepire tale insicurezza non può intervenire in modo adeguato per gestire la sua fragilità. Egli non si rende conto che c’è un Io e un Tu, che c’è un mondo costituito da persone con una loro identità, con dei bisogni, ma lui è il mondo e se questo mondo non è sicuro ecco che arriva l’ansia e il panico.

Quando il bambino piange e la madre non sa il perché è importante rassicurarlo accarezzandolo, tenendolo in braccio e parlargli dolcemente, questo gli permette di  iniziare a costruire una base sicura e di percepire che lui può affrontare le difficoltà e che ci si può fidare degli altri.

In questi momenti il bambino avverte uno stato di tensione, che diventa una sensazione di solitudine, che se si protrae nei primi tre anni di vita, può trasformarsi in una sensazione di incapacità e impotenza, rinforzate dalla convinzione di non poter risolvere i problemi, per poi diventare nell’età adulta un disturbo d’ansia a volte accompagnata da attacchi di panico. Il bambino ha bisogno di “carezze” (fisiche e non) per sentire che esiste, che può farcela a superare le avversità della vita, esse sono il nutrimento della spina dorsale, che senza si atrofizza insieme alla psiche.

L’ansia ha origine dalla mancanza di riconoscimento e da messaggi che provengono dall’esterno: “esisto solo se ci sei tu”, “se tu provi ansia io provo ansia” per diventare una convinzione che “il mondo è pericoloso e da solo non posso farcela”.

Nei primi tre anni di vita è importante incoraggiare il piccolo ad affrontare i sui problemi che per noi sono niente ma per lui sono tanto; ad esempio se vuole salire su una sedia bisogna lasciarlo fare, dandogli un semplice appoggio in modo che senta il senso di sicurezza, ma nello stesso tempo ha la percezione che è lui ad essere riuscito nell’intento e quando ce la fa mostrargli  la nostra felicità perché è riuscito da solo.

L’ansia può essere determinata da altri due fattori: uno stress post traumatico dato da un’esperienza che ha provocato paura improvvisa ed intensa, accompagnata da un senso di impotenza o può essere appresa  dalle figure genitoriali che danno continui input ansiogeni, come “Non accarezzare i cani perché sono pericolosi”, “Il mondo è pericoloso” o “Non fidarti degli altri”.

Nel primo caso il trauma può essere causato da un evento realmente pericoloso o da un insieme di eventi che per un adulto sono di poco conto, come una sgridata fatta in pubblico, in questo caso alla paura si aggiunge anche la vergona.

E’ importante  elaborare il trauma in modo che l’adolescente o l’adulto smetta di portarsi dietro quel bambino spaventato e pieno di vergogna  e non generalizzi più a tutte le esperienze quella paura terribile, vivendola nel qui ed ora come se fosse reale ancora oggi, così che la persona acquisisca la capacità di gestire le emozioni spiacevoli causate da esperienze che provocano agitazione, paura o preoccupazione. Nel secondo caso è importante comprendere che l’ansia non è propria, ma delle figure genitoriali.

Una mamma o un papà o peggio ancora entrambi, che a ogni delusione che il figlio subisce o un suo fallimento o anche delle semplici cadute che sbucciano un ginocchio si spaventano e si preoccupano eccessivamente, insegnano al figlio che il mondo è spaventoso e che non può farcela da solo ed ecco che il figlio diventa insicuro e convinto che in questo mondo difficile non ce la farà mai.

L’ansia ha origine sia dalla mancanza di stimoli di riconoscimento e di protezione, che permettono al cervello di formare delle connessioni neuronali che si attiveranno per tutta la vita, sia dalla mancanza di permessi e incoraggiamenti da parte delle figure genitoriali: “ce la puoi fare da solo”, “puoi essere diverso da me”, “puoi diventare autonomo e prendere le tue decisioni”, “quando ne hai bisogno voltati che io ci sarò a sostenerti”.

Un bambino diventa ansioso perché assorbe l’ansia della madre che fa fatica a cogliere i disagi del piccolo di pochi mesi che li esprime con pianti a volte protratti nel tempo e da qui si innesca un meccanismo in cui la madre pur di non affrontare la sua ansia lo iperprotegge, evitandogli, nei primi tre anni, di farsi le prime esperienze spiacevoli della vita che gli permettono di costruire la sua “base sicura”.

Purtroppo questo meccanismo si instaura anche nel padre, che è la figura che introduce il figlio nel mondo, che gli fa vedere come affrontare le avversità della vita e come relazionarsi.

Il piccolo diventa un adolescente che, per forza di cose, si trova da solo ad affrontare i coetanei e gli adulti, come gli insegnanti, ma non ha una base sicura e questo lo proietta nel baratro dell’ansia e del panico, il nuovo lo spaventa perché è incerto e non avendo la sicurezza per affrontare da solo l’incerto non gli resta che fuggire o trovare rifugio nei genitori che prontamente intervengono per risolvergli il problema. In questo modo la triade evita l’ansia che però non si dissolve, ma aspetta al varco, per manifestarsi rendendo il soggetto incapace di agire, di pensare, di trovare soluzioni e di buttarsi nel mondo per soddisfare i propri bisogni e per esprimere la sua personalità, così da diventare una persona soddisfatta e realizzata, ma lo trasforma in una persona insoddisfatta, non realizzata e alla continua ricerca di sé, di un senso nella vita, lasciandogli quella sensazione di avere la felicità a portata di mano, che basterebbe allungare per prenderla, ma non riesce a farlo perché l’ansia lo ancora nel suo mondo che gli dà la sicurezza, ma l’infelicità perché non riesce ad esprimersi.

COME GESTIRE L’ANSIA

La psicoterapia può fare molto per i disturbi d’ansia e per le dipendenze affettive, poiché lo psicoterapeuta diventa, piano piano, la figura genitoriale che dà protezione e di cui ci si può fidare, con il quale si può parlare dei propri problemi e perché l’ansia, corredata da vissuti dirompenti e fantasie catastrofiche, resta confinata nello spazio psicoterapeutico.

In questo modo il soggetto ansioso si rende conto che può parlare dei suoi problemi e può condividere i propri vissuti, senza che succeda nulla di drammatico ne a lui ne all’altro, anzi in questo modo può intravvedere la soluzione al suo conflitto interiore o per lo meno che ci sono altre vie per affrontare le difficoltà e piano piano diventa autonomo.

ATTENZIONE AI NOSTRI FIGLI!!!

Questo messaggio ha l’intenzione di sollecitare l’attenzione dei genitori nei confronti dei figli: é IMPORTANTISSIMO cogliere segnali precoci di disagio relazionale  in tutte le fasce di etá evolutiva e adolescenza per poter prendere provvedimenti opportuni a PREVENIRE lo sviluppo di problematiche gravi.  Se come genitori percepite che c’è qualcosa che non va nella relazione con i vostri figli, o avete delle difficoltà particolari a gestirli, non aspettate che la cosa si risolva da sola aprendo l’ombrello in attesa che passi la pioggia, ma richiedete una consulenza specialistica.

Una consulenza può andare dal consulto del pediatra al richiedere uno aspecifico parere specialistico.

In questo senso propongo la mia consulenza psicoterapeutica.

Vi prego di focalizzare l’attenzione soprattutto sulla primissima parte della vita, alla nascita e subito dopo, e sul passaggio  all’adolescenza. È importante anche la valutazione di disturbi dell’apprendimento, e saranno gli insegnanti ad orientare l’attenzione su disturbi specifici o disturbi che potrebbero avere una base nelle relazioni familiari.

Chi desidera può contattarmi inviando una comunicazione su WA, su Telegram o telefonando al n 391 1512015

Rossana Centis

LE COSE CHE NON FINIRANNO MAI

a cura di Rossana Centis

Ci sono delle cose della vita che quando si presentano cambiano il corso degli eventi in maniera definitiva. Ciò può avvenire sia a livello personale che a livello comunitario, sociale… in noi è presente il bisogno di stabilità, di prevedibilità, e di conseguenza di ripetitività, soprattutto per quanto riguarda i significati: più facilmente ci adattiamo a cambiamenti esterni, se non viene messa in discussione la struttura di fondo del nostro   modo di pensare e di operare.

Molto più difficile è il cambiamento quando opera a livello di “weltanschauung” (weltanschauung, secondo Treccani:  Termine ted. («visione, intuizione [Anschauung] del mondo [Welt]». Concezione della vita, del mondo; modo in cui singoli individui o gruppi sociali considerano l’esistenza e i fini del mondo e la posizione dell’uomo in esso) di interpretazione delle cose in base a significati profondi. Non per nulla sono le crisi esistenziali   che mettono alla prova più intensamente, e che possono venire superate solo dopo che abbiamo ritrovato un equilibrio, abbiamo operato un’integrazione delle spinte contrastanti, conflittuali all’origine la nostra sofferenza.  Funziona bene l’aforisma: “bisogna che tutto cambi perché nulla cambi“. Ecco quindi da dove nasce la forte resistenza ai cambiamenti, anche quando portano in sé degli aspetti vantaggiosi.

Non è raro che una crisi porti ad una rinascita e un rinnovamento personale. Ma a costo di un grande travaglio. E’ noto il detto “dove si chiude una porta si apre un portone“. La saggezza popolare  riconosce la possibilità di speranza.

Un aspetto particolare può essere l’ applicazione alla comunità sociale di questi principi: come realizzare dei profondi capovolgimenti sociali scavalcando le resistenze ai cambiamenti che inevitabilmente si ergono? Il quesito è particolarmente sentito dalle lobby di potere che progettano di stravolgere la struttura sociale come l’abbiamo vissuta fino a tempi recenti. Il quesito del “potere“ è sempre stato: come controllare le genti, i popoli? Come trovare il modo di realizzare  i fini particolari trascinando tutta la popolazione verso il proprio volere?

La pandemia covid ha servito su un piatto d’argento metodi e linee guida. Sono  ormai a tutti  note le ipotesi del “Grande Reset”  e la costituzione imposta di una “Nuova Normalità” identificate e denunciate da innumerevoli pensatori ed esperti in varie competenze e di varie nazionalità.

Di dubbia   attendibilità  la dichiarazione che le misure adottate  sono funzionali alla sopravvivenza nostra e del pianeta, quando contengono palesi contraddizioni: ad esempio dobbiamo  piegarci a qualsiasi sacrificio per salvaguardare l’integrità   ecologica ma  non vengono certo prese decisioni   coerenti con  la volontà di spegnere focolai  di guerre  devastanti e genocidi, di entità tale che  rischiano di mettere seriamente a repentaglio la sopravvivenza umana.

Pur evitando  di  addentrarsi nei  dettagli delle varie idee di riferimento, rispetto a cui ogni persona interessata all’argomento può procurarsi informazioni e assumere una posizione, emergono  facilmente in evidenza delle caratteristiche particolari che questa esperienza pandemica porta con sé e che sono  esportabili come modello ad altre situazioni sociali (vedi guerra, emergenza ecologica, emergenza climatica…).

– Creare uno stato di paura cronica da cui solo lo Stato può salvarci con le sue regole imposte

– Utilizzare la  strategia dell’emergenza: dichiarazione di stato di emergenza per operare delle variazioni gravi delle modalità  sociali abituali  degli individui a volte imponendo norme  che violano i principi costituzionali stessi come la limitazione delle libertà personali

Ora   tutti ci siamo prima o poi nel ruolo di potenziali “untori”, costretti all’isolamento   – quarantena o  controllo medico  con tampone  per il rischio di  trasmettere malattia ( ma ciò avviene solo per il  COVID, non certo per prevenire l’ondata epidemica di influenza o di altre virosi  pure lesive) pur non  manifestando   alcun sintomo significativo.  Sommessamente, utilizzando la motivazione della salute pubblica,  viene attribuito il diritto  a  qualcuno di esterno di controllare la propria  esistenza  e di stabilire comportamenti obbligatori  a cui assoggettarsi, e quando ciò diventerà  “normale” –  instillando questo concetto soprattutto nelle giovani generazioni –    facilmente  si transiterà ad una estensione del modello e chi decide di  pensare diversamente e scegliere altri modelli di comportamento   sarà   trasformabile in inadempiente di doverose regole sociali.

Pandemic Social Distancing Quarantine Bubble Family

– transizione  progressiva al concetto di “malato  asintomatico”,  definizione che coinvolge  veramente ognuno:  in passato   una persona poteva essere “portatore sano” di  elementi potenzialmente patogeni per i contatti  inconsapevoli ma non venivano certo adottate  misure coercitive di   controllo.

–  controllo sempre più profondo dei singoli individui (attraverso strumenti  in grado di determinare   lo spazio  sociale da utilizzare come i  Green pass e i documenti elettronici, i chip sottocutanei   per effettuare transazioni economiche  recentemente proposti sul  mercato e prontamente da  qualcuno già adottati)

-prolungamento delle misure adottate nello stato di emergenza in regole stabili (la pandemia non finirà mai, diventa endemia e dovremmo sempre fare  i conti con essa): come  realizzare il  new normal.

Ecco che ha vinto la strategia esemplificata dalla storiella (metafora) della rana nell’acqua calda: se immersa nell’acqua bollente si scotta e salta fuori ma se viene immersa in acqua fredda che viene riscaldata progressivamente non si accorge del variare della temperatura e finisce per morire.

L’importante è far credere che i cambiamenti imposti servano per mantenere la stabilità: e chi è disposto a non realizzarli? Per ritrovare la stabilità (di vario grado, consistenza e significato)  perduta?

Rispetto a questo bisogno però, a me sorge la domanda: ma quale stabilità voglio? Cosa mi definisce? Quali sono i miei valori inalienabili, che non sono disposto a sacrificare? Ne va anche del concetto di vita e di morte. Ma davvero la vita è il sommo bene (non sembrerebbe, viste le recenti vicende belliche) o può darsi il caso che la vita possa essere donata per realizzare un bene più grande? Forse una vita garantita ma schiavizzata è preferibile a vita che gode della sua libertà (E qui si impone una riflessione sul cosa sia la vera libertà) fino anche al sacrificio di sé?

Io desidero per me cose che non finiranno mai. Non la pandemia covid e la paura indotta, non il controllo sociale, non la limitazione della mia libertà di pensiero e altro.

Io desidero che non finisca mai la libertà di pensiero e di espressione, la possibilità di affermare e realizzare gli ideali in cui credo anche a costo di pagare un prezzo per questo., la possibilità di amare ed essere amato e affermare la realtà dell’altro che ho di fronte a me.

Invito  ognuno a diventare ricercatore di senso, a trovare le cose a cui non siamo disposti a rinunciare perché ci definiscono veramente e delineano il nostro volto e che davvero non finiranno mai.

Mahatma Gandhi

PACE O GUERRA?

a cura di Rossana Centis

Alcuni giorni fa è giunto alla mia attenzione un brano tratto dal libro di Ester del Vecchio Testamento. Non ricordavo bene il contenuto del libro, così l’ho ripreso.

In sintesi, la storia di Ester si svolge in Persia al tempo della deportazione, ed è la storia di una fanciulla ebrea orfana e adottata da Mardocheo, funzionario alla corte del re, che divenne regina alla corte del gran re Assuero.

Il re aveva già una moglie, la regina Vasti, che però cadde in disgrazia per aver disobbedito ad un ordine regale, in quanto, convocata dal re in persona, rifiutò di comparire alla sua presenza; il re decise così di sostituirla con una nuova regina. Ad Ester, essendo bella, toccò in sorte di essere scelta dal re Assuero e divenne regina. Sia Mardocheo che Ester erano timorati di Dio, ed erano con Lui in relazione personale e vitale. 

Avvenne che per volontà di un ministro del re, Aman, fu emanato un decreto di sterminio di tutto il popolo dei Giudei. Ma la regina Ester poté intercedere per il suo popolo e scongiurare l’evento; Mardocheo inoltre, si era guadagnato il favore del re e la sua gratitudine avendo sventato un “intrigo di palazzo”: aveva infatti scoperto i preparativi per un attentato alla sua vita e lo aveva avvertito; divenne così ministro del re al posto di colui che aveva predisposto lo sterminio del suo popolo. I Giudei furono riabilitati e venne decretato il diritto dei Giudei ad eseguire la vendetta nei confronti di coloro che si fossero dimostrati ostili ne loro confronti.

Subito mi ha colpito la descrizione delle condizioni sociali di quel popolo: immediato il paragone con il nostro modo attuale di considerare gli eventi. Gli aspetti più eclatanti per me sono stati: la condizione della donna, trattata brutalmente e, con normalità quasi ovvia, come puro oggetto di possesso, senza alcuna consapevolezza della pari dignità tra uomo e donna, e la dirompente violenza nei conflitti tra i popoli. Con il beneplacito della legge venivano programmati stermini di intere popolazioni, pulizie etniche, stragi di bambini. Generazioni rase al suolo. E questo era considerato doveroso da parte di entrambi i lati del conflitto: se un popolo veniva prevaricato ma riusciva a sopravvivere e a ribaltare le sorti, si comportava comunque nello stesso modo nei confronti degli sconfitti.

La condizione della donna (considerando che si tratta di regine!) – la punizione di Vasti:

(Est: 1, 10 – 22)

Paolo Veronese Incoronazione di Ester 1556Chiesa di San Sebastiano – Venezia

Il settimo giorno, il re che aveva il cuore allegro per il vino, ordinò a Meumàn, a Bizzetà, a Carbonà, a Bigtà, ad Abagtà, a Zetàr e a Carcàs, i sette eunuchi che servivano alla presenza del re Assuero, che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; essa infatti era di aspetto avvenente. Ma la regina Vasti rifiutò di venire, contro l’ordine che il re aveva dato per mezzo degli eunuchi; il re ne fu assai irritato e la collera si accese dentro di lui. Allora il re interrogò i sapienti, conoscitori dei tempi. – Poiché gli affari del re si trattavano così, alla presenza di quanti conoscevano la legge e il diritto, e i più vicini a lui erano Carsenà, Setàr, Admàta, Tarsìs, Mères, Marsenà e Memucàn, sette capi della Persia e della Media che erano suoi consiglieri e sedevano ai primi posti nel regno. – Domandò dunque: “Secondo la legge, che cosa si deve fare alla regina Vasti che non ha eseguito l’ordine datole dal re Assuero per mezzo degli eunuchi?”. Memucàn rispose alla presenza del re e dei principi: “La regina Vasti ha mancato non solo verso il re, ma anche verso tutti i capi e tutti i popoli che sono nelle province del re Assuero. Perché quello che la regina ha fatto si saprà da tutte le donne e le indurrà a disprezzare i propri mariti; esse diranno: Il re Assuero aveva ordinato che si conducesse alla sua presenza la regina Vasti ed essa non vi è andata. Da ora innanzi le principesse di Persia e di Media che sapranno il fatto della regina ne parleranno a tutti i principi del re e ne verranno insolenze e irritazioni all’eccesso. Se così sembra bene al re, venga da lui emanato un editto reale da scriversi fra le leggi di Persia e di Media, sicché diventi irrevocabile, per il quale Vasti non potrà più comparire alla presenza del re Assuero e il re conferisca la dignità di regina ad un’altra migliore di lei. Quando l’editto emanato dal re sarà conosciuto nell’intero suo regno per quanto è vasto, tutte le donne renderanno onore ai loro mariti dal più grande al più piccolo”.

E l’esperienza di Ester:

(Est 4,10-16)
Ester ordinò ad Atàch di riferire a Mardocheo: “Tutti i ministri del re e il popolo delle sue province sanno che se qualcuno, uomo o donna, entra dal re nell’atrio interno, senza essere stato chiamato, in forza di una legge uguale per tutti, deve essere messo a morte, a meno che il re non stenda verso di lui il suo scettro d’oro, nel qual caso avrà salva la vita. Quanto a me, sono già trenta giorni che non sono stata chiamata per andare dal re”. Le parole di Ester furono riferite a Mardocheo e Mardocheo fece dare questa risposta a Ester: “Non pensare di salvare solo te stessa fra tutti i Giudei, per il fatto che ti trovi nella reggia. Perché se tu in questo momento taci, aiuto e liberazione sorgeranno per i Giudei da un altro luogo; ma tu perirai insieme con la casa di tuo padre. Chi sa che tu non sia stata elevata a regina proprio in previsione d’una circostanza come questa?”. Allora Ester fece rispondere a Mardocheo:
“Và, raduna tutti i Giudei che si trovano a Susa: digiunate per me, state senza mangiare e senza bere per tre giorni, notte e giorno; anch’io con le ancelle digiunerò nello stesso modo; dopo entrerò dal re, sebbene ciò sia contro la legge e, se dovrò perire, perirò!”.

E per quanto riguarda i conflitti tra i popoli, il decreto del re:

(Est 3, 13b – 13g)

“Il grande re Assuero ai governatori delle centoventisette province dall’India all’Etiopia e ai capidistretto loro subordinati scrive quanto segue:
Essendo io alla testa di molte nazioni e avendo l’impero di tutto il mondo, non esaltato dall’orgoglio del potere, ma governando sempre con moderazione e con dolcezza, ho deciso di rendere sempre indisturbata la vita dei sudditi, di assicurare un regno tranquillo e sicuro fino alle frontiere e di far rifiorire la pace sospirata da tutti gli uomini.
Avendo io chiesto ai miei consiglieri come tutto questo possa essere attuato, Amàn, distinto presso di noi per prudenza, segnalato per inalterata devozione e sicura fedeltà ed elevato alla seconda dignità del regno, ci ha avvertiti che in mezzo a tutte le stirpi che vi sono nel mondo si è mescolato un popolo ostile, diverso nelle sue leggi da ogni altra nazione, che trascura sempre i decreti del re, così da impedire l’assetto dell’impero da noi irreprensibilmente diretto.
Considerando dunque che questa nazione è l’unica ad essere in continuo contrasto con ogni essere umano, differenziandosi per uno strano tenore di leggi, e che, malintenzionata contro i nostri interessi, compie le peggiori malvagità e riesce di ostacolo alla stabilità del regno, abbiamo ordinato che le persone a voi segnalate nei rapporti scritti da Amàn, incaricato dei nostri interessi e per noi un secondo padre, tutte, con le mogli e i figli, siano radicalmente sterminate per mezzo della spada dei loro avversari, senz’alcuna pietà né perdono, il quattordici del decimosecondo mese, cioè Adàr; perché questi nostri oppositori di ieri e di oggi, precipitando violentemente negli inferi in un sol giorno, ci assicurino per l’avvenire un governo completamente stabile e indisturbato”.
Una copia dell’editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno.


E il “decreto di riabilitazione de Giudei”:

(Est 8,12a-  17)
Il decimosecondo mese, cioè il mese di Adàr, il tredici del mese, quando l’ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario; poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici. I Giudei si radunarono nelle loro città, in tutte le province del re Assuero, per aggredire quelli che cercavano di fare loro del male; nessuno potè resistere loro, perché il timore dei Giudei era piombato su tutti i popoli.
Tutti i capi delle province, i satrapi, i governatori e quelli che curavano gli affari del re diedero man forte ai Giudei, perché il timore di Mardocheo si era impadronito di essi. Perché Mardocheo era grande nella reggia e per tutte le province si diffondeva la fama di quest’uomo; Mardocheo cresceva sempre in potere. I Giudei dunque colpirono tutti i nemici, passandoli a fil di spada, uccidendoli e sterminandoli; fecero dei nemici quello che vollero.
Nella cittadella di Susa i Giudei uccisero e sterminarono cinquecento uomini
e misero a morte Parsandàta, Dalfòn, Aspàta,Poràta, Adalià, Aridàta,
Parmàsta, Arisài, Aridài e Vaizàta, i dieci figli di Amàn figlio di Hammedàta, il nemico dei Giudei, ma non si diedero al saccheggio.
(…)I Giudei che erano a Susa si radunarono ancora il quattordici del mese di Adàr e uccisero a Susa trecento uomini; ma non si diedero al saccheggio. Anche gli altri Giudei che erano nelle province del re si radunarono, difesero la loro vita e si misero al sicuro dagli attacchi dei nemici; uccisero settantacinquemila di quelli che li odiavano, ma non si diedero al saccheggio.
Questo avvenne il tredici del mese di Adàr; il quattordici si riposarono e ne fecero un giorno di banchetto e di gioia.

Inevitabilmente sorge un confronto con ciò che stiamo vivendo noi oggi: evidentemente l’istinto guerrafondaio ci possiede, le occasioni di eventi bellici sono purtroppo ancora molte… a volte le atrocità commesse non sono molto diverse da quelle testimoniate negli antichi libri; le recenti vicende afghane e medio – orientali, il conflitto russo-Ucraino… sembra davvero che l’umanità non sappia prescindere dalla conflittualità armata e distruttiva, che non sappia apprezzare il valore delle vite. Nonostante questo però germogli di consapevolezza nuova stanno spuntando. Ma abbiamo comunque a che fare con un cuore umano che contiene radici di male e di violenza, da cui nascono viluppi di rovi che soffocano autodeterminazione e libertà, e impediscono una naturale e armonica relazione con la natura e con il Creatore. Aborriamo e ci scandalizziamo delle violenze, aggressioni belliche, ci prodighiamo per le pari opportunità per le donne, ci indigniamo per l’abuso sui minori, evento questo che è ancora diffuso in alcuni modelli culturali. E’ già un abisso rispetto al passato. Di fronte alle prevaricazioni sorgono movimenti di protesta, manifestazioni nelle le piazze del vecchio e del nuovo mondo …

Siamo in realtà portatori di semi di male che comunque ci segnano, in qualche modo ci determinano ma ci costringono anche a fare delle scelte: da che parte voglio stare? In quale direzione dirigere i miei atti? Dove applicare le mie energie? Quale mondo sto contribuendo a costruire?

È impressionante il percorso dai tempi antichi quando non era persa la relazione con Dio Creatore ma la concezione dell’umano rimaneva comunque brutale, ai nostri tempi in cui si è sviluppata – anche se ancora limitatamente -la coscienza che la violenza non va bene, abbruttisce l’uomo, lo relega al di sotto degli animali (che sono aggressivi per sopravvivere ma non sono in sé “cattivi”; non hanno consapevolezza di voler essere un danno per gli altri, per prevalere sul proprio pari).

Ma da dove nasce questa evoluzione? Qual è il percorso compiuto? A noi sembra che la violenza testimoniata nel libro di Ester e in altri testi del Vecchio Testamento sia intollerabile: in certe culture antiche vigeva la normale abitudine di fare i sacrifici umani, in varie forme, per lo più in pratiche rituali giustificate da credenze religiose. Il processo di emancipazione da tali pratiche è stato molto lento. Già la storia del popolo ebraico ci testimonia comunque questo inizio. Ad Abramo viene chiesto di rinunciare al sacrificio del figlio alla divinità; Dio si presenta come un Dio-persona che evoca il valore del l’uomo-persona e insegna piano piano una nuova dimensione umana. A Mosè Dio si presenta in una relazione personale e si definisce: “Io sono” (Es 3,13-15;)[1]

San Vitale, Ravenna, int., presbiterio, – mosaici di sx – ospitalità di Abramo e sacrificio di Isacco

Il profeta Ezechiele (Ez 36,25-27)[2] insegna che Dio sostituisce il cuore di pietra con un cuore di carne e questo è un innesto assolutamente nuovo per l’umanità.

L’esplosione di un modo nuovo di concepire la vita si ha però con Gesù Cristo, un ribaltamento assoluto. Non a caso Gesù Cristo è posto al centro del cosmo e della storia. Lentamente nel tempo la sua rivoluzione ha permeato il nostro modo di pensare, attraverso i secoli ha agito come lievito e ci porta verso la realizzazione piena dell’umano in una dimensione amorosa, se vogliamo lasciarci guidare da Lui.

 Siamo proprio sicuri che sia una cosa furba rinunciare alle nostre radici cristiane, come è avvenuto nel processo di costituzione dell’Europa, dissociarci culturalmente da questa fonte di bene e affidarci a criteri totalmente determinati dall’umana visione delle cose?


[1]
Es 3,13-15; Mosè disse a Dio: “Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?” Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!”. Poi disse: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. Dio aggiunse a Mosè: “Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.


[2]  Ez 36,25-27 Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei statuti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi.

DIVIDE ET IMPERA*

a cura di Rossana Centis

Queste sono riflessioni che scaturiscono dall’esperienza primaria come cittadina, come medico e psicoterapeuta, impegnata professionalmente a chinarmi sulle ferite dell’anima e del corpo e a lavorare per produrre la guarigione possibile.

Non mi è facile parlare di questo argomento: mi riferisco ancora alla pandemia da SARS-Cov-2, perché il bombardamento massiccio di informazioni, comunicati, decreti, commenti, programmi televisivi, messaggi sui “social media”, ecc ha creato in me una specie di paralisi, un rifiuto di lasciarmi risucchiare dal vortice ossessivo di una comunicazione interumana che ormai non può in nessun modo prescindere da questo argomento. Da lungo tempo mi sono ritirata dal l’ascolto dei programmi televisivi: solo occasionalmente ho orecchiato interminabili ed insensati dibattiti imperniati abitualmente sull’ ostilità tra fazioni opposte.

Un aspetto però mi salta all’occhio, attrae la mia attenzione tanto da provocare il bisogno di dare parole. Qualunque opinione abbiamo, a qualunque schieramento apparteniamo, sembra che siamo incapaci di far prevalere ciò che ci accomuna all’altro piuttosto che ciò che ci divide.

 Vincente è il progressivo approfondirsi dell’ostilità delle persone le une verso le altre, la compartimentazione in gruppi contrapposti i cui sentimenti palesati rasentano l’odio reciproco. La comune difficoltà e sventura invece che creare luoghi di solidarietà e di aiuto reciproco, provoca intolleranza e incapacità di guardare all’altro come un bene per me, un bene che proprio nella sua diversità può diventare una ricchezza, un’articolazione per ognuno e non un impedimento al proprio sviluppo personale.

Di solito nelle competizioni umane le energie vengono utilizzate per far prevalere l’idea “giusta” che è ovviamente la mia, ma con la pandemia si è innescato qualcosa di più profondo, di più pervasivo di più distruttivo: l’altro diventa colui che potenzialmente possiede in sé qualcosa di nocivo, lesivo, addirittura letale, quindi va tenuto a debita distanza. Non solo fisica, non tanto e non solo fisica. Per vivere mi devo difendere dall’altro, dalla sua esistenza, dal suo pensiero, dalla sua esperienza di vita, oltre che dalla sua fisicità.

Un veleno diabolico sta infiltrando l’aria che respiriamo e anche le nostre radici: entra nel DNA dei nostri figli dei nostri nipoti, è una specie di “mutazione genetica” che rischiamo di trasmettere alle generazioni future: l’incapacità di guardarci reciprocamente e di percepirci come un dono.

Questo malefico potere ce l’ha, oltre che la pandemia, anche la guerra.  Quanto tempo ci vorrà per guarire le ferite di devastazioni belliche, soprattutto se protratte nel tempo e devastanti il tessuto primario della convivenza, le famiglie, la solidarietà reciproca? Che paternità potrà esprimere nei confronti dei suoi figli un bambino – soldato?

Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015

Che maternità vivrà una donna violentata (sessualmente ma non solo) con le sue coetanee?

L’aspetto economico è quello che più facilmente trova ricomposizione. E’ nell’esperienza di molti popoli, compreso il nostro, la capacità di “ricostruzione”, magari con il raggiungimento di livelli di benessere superiori alle condizioni antecedenti agli eventi distruttivi, ma le ferite interiori della psiche e dell’anima lasciano la loro traccia molto più a lungo e hanno effetto per generazioni.

Ho il sospetto che questa sia la vera fragilità umana (non tanto la morte in sé a cui siamo comunque destinati per definizione) di cui si serve il “Potere” per trarre il suo profitto: depotenziare i nostri aspetti di bellezza e di bontà.

In passato i nostri antenati accettavano la relazione con il Creatore, sapevano di aver bisogno di essere salvati, accettavano di dipendere da un Dio buono, Principio e Maestro di costruzione della nostra umanità, ma sembra che oggi non ci ricordiamo più del meraviglioso annuncio che ci viene fatto: l’unica possibilità di vero riscatto umano e vera felicità è amare l’altro come se stessi. Questa norma (norma? O forse suggerimento vitale?) non esiste più come valore condiviso, soprattutto quando riguarda il prossimo più prossimo. Abbiamo sostituito Dio che ci insegna la bontà con un Potere malefico che ci parcellizza, ci frantuma, ci distrugge, facendoci combattere gli uni contro gli altri, e così ci annienta.  

 Quando ci accorgiamo di cadere nella trappola del “divide ed impera” (perché tutti ci caschiamo prima o poi, tanto o poco: non pensiamo di essere al di sopra delle parti e di uscire indenni dalla logica pervasiva che sta infiltrando le coscienze) abbiamo disposizione una grande opzione, dire: NO. Dire no e valorizzare ciò che costruisce realmente la nostra natura di esseri relazionali, cambiare il modo con cui stiamo di fronte all’altro, trovare cosa ci fa stimare l’altro nella sua differenza dal nostro personale modo di essere e partire da lì per ri – costruire.

*divide et impera ( cit da Treccani: https://www.treccani.it/enciclopedia/divide-et-impera/) – Motto latino («dividi e conquista»), con cui si vuole significare che la divisione, la rivalità, la discordia dei popoli soggetti giova a chi vuol dominarli; attribuito a Filippo il Macedone, è stato ripetuto soprattutto con allusione ai metodi politici seguiti, nel 19° sec., dalla casa d’Austria (ma anche Luigi XI di Francia usava dire diviser pour régner).