Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. E solo nell’orizzonte di un amore più grande non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno.
Eric Berne, il fondatore dell’Analisi Transazionale, definisce il copione di vita
“Un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata da avvenimenti successivi che culmina in una scelta decisiva”.
Intorno ai tre quattro anni di vita il bambino costruisce una copione, basandosi su messaggi che riceve prima dalle figure genitoriali (madre, padre, nonni, insegnanti, ecc.) e poi confermante dal mondo esterno e su immaginazioni e conclusioni a cui giunge, spesso generalizzando. Verso i sette anni lo completa e nell’adolescenza lo rivede, aggiungendo particolari, modificando l’immagine di sé, dell’altro e del mondo, ma restando sempre attaccato alle prime decisioni e conclusioni copionali che diventano sempre più distruttive.
Ognuno di noi su queste convinzioni e sui messaggi genitoriali che ci dicono cosa fare e non fare, come pensare ed agire, prendiamo delle decisioni su come relazionare con il mondo sociale.
Il piano di vita che formiamo è molto rigido e limitante e ci conduce a ripetere all’infinito comportamenti disfunzionali al proprio benessere e man mano che diventiamo adulti si trasforma in una trappola psicologica e a volte anche fisica, che ci trascina nel vortice della sconfitta e ci sentiamo sempre più una nullità e incapaci.
Le decisioni di copione inducono ad assumere dei modi di affrontare le gioie e i dolori della vita con atteggiamenti di chiusura o di aggressività e violenza verso il mondo, ci portano alla convinzione che non possiamo fare nulla per cambiare ciò che ci succede e che ogni nostra azione è conseguenza delle azioni altrui.
Anche quando ci sembra di “aver toccato il fondo” e di essere negli abissi più bui, compare un raggio di luce e i colori ritornano a splendere se noi sappiamo guardarci intorno.
Come dice un’analista transazionale Fanita English, il copione di vita è utile ad ognuno di noi perché ci permette di sopravvivere nel mondo e a soddisfare il bisogno innato di strutturare il tempo, lo spazio e le relazioni e, inoltre, da il grande potere all’individuo fin da piccolo di tenere insieme le speranze, credenze, fantasie ed esperienze, rendendo il mondo prevedibile e gestibile.
Il copione di vita può essere modificato, cambiando le decisioni che sono state prese in passato sostituendole con altre più funzionali sia per l’età adulta sia per la situazione presente.
Questo è il grande potere che l’individuo possiede “RIDECIDERE”, basta con l’essere convinti che non possiamo fare nulla che è la vita, le istituzioni e gli altri che ci rovinano, che agiscono contro di noi. Iniziamo a dire “Io cosa posso fare per cambiare la situazione? Come di devo porre agli altri affinché cambino idea di me?” Solo così possiamo prenderci in mano la vita.
Ognuno di noi agisce e sente non secondo la realtà del mondo esterno, ma seguendo le rappresentazioni mentali che formiamo nel corso della vita.
Alcune immagini si costruiscono secondo un modello quasi universali: la madre virtuosa e gentile, il padre severo e giusto: la gente vuole credere a queste immagini anche se non sempre corrispondono a realtà.
Quando si ama qualcuno la sua immagine si associa a sentimenti costruttivi, mentre quando si odia la si associa a sentimenti rabbiosi e distruttivi.
Nonostante si cerchi di restare aggrappati alle proprie immagini, con il tempo le persone e noi stessi cambiamo, per cui, a volte, rendiamo tali immagini romantiche per restare legati ai “bei tempi passati”.
A volte si incontrano amici dopo parecchio anni e quelle immagini di loro si scontrano con la realtà che abbiamo di fronte e si scopre che essi non sono così meravigliosi
Può capitare che le immagini stereotipate, come il partner perfetto o che sia uguale alla madre o al padre tanto amati non rappresentano la realtà che viviamo e se sono troppo rigide e non si riesce a modificarle, allora sono guai. Non si riuscirà a trovare l’anima gemella, non si avrà quel figlio o quei genitori tanto desiderati e si diventerà delusi e rabbiosi verso coloro che non rispondono ai propri costrutti, si andrà alla ricerca dell’immaginario per tutta la vita.
La donna o l’uomo di successo saranno coloro che formeranno le proprie immagini aderenti alla realtà.
Ho osservato nelle classi prime della scuola di II grado, che tendenzialmente gli allievi hanno un comportamento tranquillo e timoroso, ma dopo un periodo di circa 2 mesi, iniziano ad assumere un comportamento di ribellione e ogni loro difficoltà l’attribuiscono agli insegnanti. Tendono a prendere di mira quell’insegnante più severa, che chiede loro di studiare di più e soprattutto cercano il consenso e il sostegno dei genitori, raccontando loro parte degli eventi o dei discorsi, estrapolandoli dal contesto, in questo modo il significato si modifica dà la possibilità di attaccare il docente, dandogli tutta la responsabilità dell’insuccesso del figlio/a.
I genitori, non tutti, non accettano l’idea che i loro figli possano travisare la realtà per non prendersi la responsabilità delle proprie azioni ed evitare sgridate o piccole punizioni, ma è l’insegnante che sbaglia e deve essere subito attaccato e “darle una lezione”.
Nella mia esperienza di insegnante e psicoterapeuta, ho visto genitori e ragazzi che, immediatamente senza avere un incontro preliminare con il docente in questione, chiedevano un colloquio con il preside e appena si sedevano, rivolti al docente, facevano un sorriso sornione di soddisfazione e immediatamente attaccavano con toni aggressivi e minacciosi il docente e il suo operato, contestando anche il voto, perché loro avevano interrogato l’allievo a casa e sapeva bene. Come se tutti potessero fare gli insegnanti.
In questi anni di lavoro come insegnante e psicoterapeuta ho osservato che si attiva un gioco psicologico in cui gli attori sono i genitori, gli allievi i docenti, il preside e in alcuni casi anche il personale ATA e i ruoli ricoperti sono Persecutore, Vittima e Salvatore.
Cerco di fare una breve analisi dei meccanismi che ho osservato nel corso della mia esperienza.
Il ragazzo/a ha delle grosse difficoltà a gestire le sue emozioni affinché possa assumere il comportamento migliore e più adeguato alla situazione e i genitori o altre figure genitoriali, non lo hanno educato a riconoscerle e a gestirle in modo da trovare degli atteggiamenti consoni a superare le difficoltà.
In questo gioco psicologico i genitori vanno subito dal preside rimproverando il docente perché ha dato un’insufficienza e che non è in grado di valutare, perché a casa hanno interrogato il figlio/a e sapeva tutto, ha studiato parecchie ore e accusano il docente di assumere comportamenti gravi verso il ragazzo/, il messaggio ulteriore è “Non vali, ti faccio vedere io”. A questo punto l’insegnante si sente attaccata e può assumere ha due tipi di atteggiamento: di sottomissione o di ribellione.
I genitori spesso cadono nella “rete gettata dal figlio/a, che per paura di ricevere una sgridata con punizione della privazione del cellulare, come se fosse questione di vita o di morte, raccontano i fatti omettendo o dicendo solo delle parti dei fatti. Le posizioni esistenziali degli attori oscillano sempre tra Io non valgo e Tu si o Io valgo e Tu no. In Analisi Transazionale diciamo Io più Tu meno e Io meno e Tu più.
I genitori e gli allievi che attivano questo gioco psicologico si trovano in una posizione di IO PIU’/TU MENO assumendo un ruolo di Persecutore: “Tu insegnante non vali , non sei capace né di insegnare né di valutare, ti dico io come devi fare, tu ce l’hai con mio figlio/a, (o con me se si tratta dell’allievo). In realtà entrambi i persecutori, sovente ricoprono la posizione esistenziale psicologica IO NON VALGO E TU SI’ e dal momento che i figli non riescono a sopportare i fallimenti e le fatiche che si devono affrontare nella vita e i genitori non riescono a sopportare il dispiacere, che diventa dolore, di vedere il figlio che soffre ecco che spesso reagiscono con l’aggressività e completano il gioco “Caccia alle streghe” con quello “E’ tutta colpa tua”.
Il docente si fa agganciare nella sua debolezza di sentirsi in difetto e cade nella posizione esistenziale IO NON VALGO TU SI, non sono abbastanza capace oppure IO VALGO E TU NO, rispondendo a sua volta con la rabbia.
E’ importante che il docente attivi la sua parte Adulta sia assertivo, che faccia un’ esame di realtà ai genitori e allievi, in questo modo stoppa il gioco psicologico e, magicamente, diventano alleati dell’insegnante, il discente cambia atteggiamento e inizia una nuova relazione proficua per tutti.