POLITICALLY CORRECT

a cura della dott.ssa Rossana Centis

Chi non ha mai fatto la sgradevole esperienza di  sentirsi come un pesce fuor d’acqua  in situazioni sociali, dove improvvisamente ha sperimentato un  senso di disagio per  pensare quello che pensa, o meglio,   per  non  poter liberamente esprimere  ciò che pensa e crede, pena il sentirsi stigmatizzato e giudicato dai presenti? Questa esperienza sempre più frequente, è la conseguenza del dilagare del fenomeno del “politically correct”, linea di opinione e di atteggiamento sociale e  movimento politico sviluppatosi negli Stati Uniti   negli anni ’30, per il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere, religiose, politiche, e alla giustizia sociale, anche con un uso più rispettoso del linguaggio.  Il fatto che la culla di questo movimento politico siano  gli Stati Uniti,  trova la sua ragione nell’esperienza   delle grandi differenze  su base etnica sperimentate nei secoli scorsi  come  schiavismo,  segregazione razziale,  eliminazione  di  popolazioni indigene, vissute in quel continente;  designa una linea di opinione e un atteggiamento sociale di estrema attenzione al rispetto formale, soprattutto nel rifuggire l’offesa verso determinate categorie di persone.

Uno degli aspetti patognomonici  di questa corrente culturale è l’attenzione al controllo del linguaggio, con   l’imposizione di  cambiamenti linguistici,   sostituzione di  parole o frasi con altre che sarebbero  più “dignitose”, più rispettose  della diversità dell’altro ( ad esempio utilizzare le espressioni: “operatore ecologico”,  “operatore scolastico” al posto di “spazzino”  e “bidello”), neologismi,  nuove forme di etichetta , creazione di  “tabù” (cioè  bollare certe parole o espressioni come inaccettabili).

 Secondo la definizione tratta da  “La grammatica italiana” 2012 (treccani.it):

“l’espressione politicamente corretto è un calco dalla locuzione angloamericana politically correct, con cui ci si riferiva in origine al movimento politico statunitense che rivendicava il riconoscimento delle minoranze etniche, di genere ecc. e una maggiore giustizia sociale, anche attraverso un uso più rispettoso del linguaggio.

In italiano rientrano nell’uso politicamente corretto del linguaggio una serie di atteggiamenti che portano a:

– evitare il linguaggio cosiddetto sessista, ad esempio attraverso l’impiego di forme non marcate dal punto di vista del genere (diritti della persona al posto di diritti dell’uomo);

– evitare espressioni che evocano discriminazione nei confronti di minoranze etniche (come negro o giudeo) e di categorie con svantaggio fisico (ad esempio handicappato, cieco, nano a cui andrebbero preferite espressioni come diversamente abile, non vedente, persona di bassa statura);

– evitare in generale espressioni tradizionalmente connotate in modo discriminatorio, ad esempio per quanto riguarda i nomi delle professioni (come bidello o becchino, a cui si dovrebbero preferire espressioni neutre come operatore scolastico e operatore cimiteriale).”

 L’idea di base  è che la  definizione linguistica  sia lo specchio di ideologie sottostanti che vanno combattute perché ingiuste: per esempio l’ uso del genere maschile  in italiano  servirebbe  a perpetuare forme di discriminazione  femminile, mantenendo le disuguaglianze di genere.  Modificare le espressioni linguistiche avrebbe quindi l’effetto  di cambiare la realtà: sottesa alla pratica del  “politically correct”    è la convinzione   che  il controllo del linguaggio  sia un modo per incidere sul mondo e sulla storia; che  le parole possano essere   espressione  di forme di violenza e di oppressione al servizio di ideologie, per cui per quelle che  porterebbero il significato di idee “pericolose”  è giustificato   il ricorso alla censura e alla eliminazione.      E’ da notare  comunque che  l’efficacia nell’imposizione di  cambiamenti  linguistici ha l’effetto  di legittimare implicitamente le teorie  che hanno motivato quei cambiamenti, perché in qualche modo  viene riconosciuto  ad esse un “diritto” di correggere l’esistente. L’esperienza delle censure che vengono  operate   rende arduo   esprimere critiche e obiezioni,  e mette chi esprime un dissenso    nella posizione  di sembrare insensibile,  irrispettoso e intollerante.

 In origine   il movimento nacque dunque all’interno di  un movimento della sinistra statunitense, che vedeva la democrazia liberale  come una ideologia  che perpetua  l’oppressione di donne, minoranze etniche e sessuali. Si è esteso poi  progressivamente a considerare  tutti gli aspetti della società e  della cultura,   dalle  questioni di classe  a quelle relative all’identità personale,   con la convinzione  di essere dalla parte giusta della storia  e si dedica tuttora  a considerare  come i sistemi  ritenuti oppressivi  vengano interiorizzati   ed espressi  nella percezione, nelle emozioni, nel pensiero  e nel linguaggio delle persone; ha però esso stesso  una visione del mondo profondamente totalitaria e si esprime in forme totalitarie (censura,  processi sommari, delazione, progetti di “rieducazione” ecc) ogni volta che  prende il controllo di un gruppo o di una istituzione.

Bisogna anche  dire  che   i pensieri “corretti” cambiano velocemente ed in modo imprevedibile, anche nel giro di pochi anni o mesi e  questo espone al rischio che  il principi del  “politically correct”  siano  vengano messi in pratica  a livello istituzionale e posti al servizio di gruppi di potere.

Succede  quindi che vengano  considerati “reazionari”  ideologie e modi di pensare fino a poco prima  considerati “progressisti”,  e il percorso personale di crescita e di maturazione  viene scalzato, con perdita di  spontaneità, condivisone dei propri vissuti, possibilità di confronto ed elaborazione, perdita di proficuo  dibattito culturale:  se non si è tra persone di fiducia,  o che si sa per certo di essere “ dalla stessa parte”  per molte persone la reazione immediata è  smettere di dire quello che  pensano, iniziare a pesare ogni parola, usare frasi fatte e generiche  evitando accuratamente   qualsiasi argomento  che possa essere vissuto come problematico ed offensivo o semplicemente dissidente.  In alcuni si può  innescare una reazione di rabbia e ribellione, però  per lo più gestita a livello individuale, contenendo il disappunto o esprimendolo in  ambiti sociali  diversi, molto ristretti e condivisi, ma difficilmente  la protesta ed il disagio si strutturano in  posizioni chiare e  dichiarate.

Negli USA il fenomeno si è  recentemente diffuso soprattutto  nelle università e nelle accademie, i luoghi  che sono la “fucina” culturale della popolazione  e  testimonianze riportano che  attualmente il conformismo ideologico è talmente capillare  da essere diventato quasi  un fatto ovvio. Chi non si allinea  paga il prezzo dell’ostracismo di  colleghi e studenti   e sa di mettere a rischio la propria reputazione e  a volte lo stesso posto di lavoro, messo in pericolo da delazioni, boicottaggi, denunce (per razzismo, sessismo, omofobia, ecc)   

Questo tipo di ideologia è ormai un fenomeno  globale e globalizzato, di cui tutti risentiamo gli effetti,  anche perché   qualsiasi aspetto della  società che  a torto o a ragione possa essere inquadrato nella dinamica  “privilegio/oppressione”   può fungere da  piattaforma per  l’innesco di questo tipo di  strategie di controllo sociale.

 E inoltre tutti subiamo  l’influenza dei social media  divenuti ormai  strumenti indispensabili  o ineliminabili  per le nostre relazioni sociali, attraverso cui vengono condivisi e  importati, consapevolmente o no, atteggiamenti, modelli culturali,  ideologie, mode.   Esperienza abbastanza comune, per esempio, è  subire  il blocco su  note piattaforme social,  del proprio profilo per cui non è più possibile interagire con gli altri partecipanti per un tempo variabile,  se non   definitivamente, e questo avviene  per  delle motivazioni arbitrarie   decise dai gestori in base a criteri  unilateralmente scelti (salvo esclusione, a ragione e per contratto,  di  contenuti violenti, denigranti, distruttivi, che  però viene espletata in modo parziale  solo in determinati casi, lasciando comunque  dilagare  una quantità incontrollata di una grande quantità di messaggi violenti, denigranti e distruttivi che non subiscono alcuna restrizione) utilizzando un algoritmo che  procede  in caso di riconoscimento di determinate espressioni linguistiche. Se si vuole continuare lo scambio sociale su quelle piattaforme bisogna scegliere accuratamente vocaboli e concetti per non incorrere nel rischio della censura.

Una significativa testimonianza dell’esperienza relativa al “politically correct” si può trovare nell’intervista   al prof Marco Del Giudice, docente  di psicologia evoluzionistica  e metodi quantitativi   nel New Mexico dal 2013 :

Dove va il politicamente corretto? Uno sguardo dagli USA – Hume Page (fondazionehume.it)

Lascia un commento