Svolgere una attività lavorativa in ambienti dove è prevista l’interazione continuativa con persone istituzionalizzate, o portatrici di deficit fisici o cognitivi, e quindi con alta richiesta di assistenza e di impegno nell’interazione personale, o trovarsi nella condizione di dover accudire persone bisognose di aiuto, come bambini piccoli, sollecita una serie di vissuti emozionali che hanno origini diverse e possono essere percepiti soggettivamente sia come esperienza positiva che come esperienza negativa.

A volte, se le richieste esterne soverchiano la possibilità personale di farvi fronte, si configurano degli stati di disagio che tendono a cronicizzare e non trovano sbocco in una rielaborazione personale creativa dei problemi che insorgono: possono essere di varia intensità, in uno spettro che va da un semplice ma cronico affaticamento ad un conclamato “burn – out”.
Situazioni attuali nel qui ed ora possono essere mal tollerate per la loro ripetitività, per la frustrazione provocata a volte l’impossibilità di risolvere o migliorare le condizioni relazionali, per la fatica fisica e/o psicologica che le relazioni stesse richiedono, per contenziosi con il datore di lavoro. Oppure, a volte anche nella condizione fisiologica e naturale della maternità, la richiesta può essere eccessiva in relazione alle risorse disponibili.
Può accadere che le problematiche attuali sollecitino nei “care – giver” delle emozioni arcaiche, entrando in risonanza con i vissuti personali non completamente elaborati che ognuno porta dentro di sé ( lutti, conflitti, fallimenti…). Può accadere che gli operatori portino una sofferenza personale per eventi di vita difficili da fronteggiare o non abbiano un sostegno emotivo sufficiente a permettere un equilibrio adeguato nelle loro condizioni di vita.
Qualunque sia l’ origine del malessere, esiste la possibilità di affrontarlo e risolverlo, trovando un equilibrio interiore adatto alle situazioni problematiche, sviluppando maggiori flessibilità e resilienza.

Una delle risorse importanti per raggiungere uno stato di equilibrio maggiore è quella di condividere la propria esperienza personale, qualunque essa sia, con persone che possano ascoltare, siano in grado di comprendere le difficoltà incontrate, che non siano giudicanti e saccenti, ma comprensive ed accoglienti, così da poter fare l’esperienza di “raccontarsi”, raccontare di sé e del proprio vissuto. Questo è già un primo passo “integrativo”, che permette di iniziare trovare delle soluzioni. Se però la sofferenza è alta e le radici del disagio sono profonde è senz’altro opportuno richiedere l’aiuto di professionisti con competenze specifiche nelle relazioni di aiuto.






