NICHILISMO

OVVERO: IL BISOGNO DI ESSERE AMATI

a cura di rossana Centis

Nicola Magrin
L’inizio del cammino – 2018
acquello su carta
(esposto nella mostra: “LA traccia del racconto”
Aosta 5 maggio – 7 ottobre 2018)

Dalla fine del  diciottesimo secolo   si svilupparono in ambito filosofico le teorie nichiliste, in particolare come reazione e polemica sulle conclusioni della filosofia d Kant; acquistarono ben presto il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia o teoria, compresa la visione religiosa che pretendesse di possedere un reale contenuto di  verità.   F. Nietzsche  (1844-1900) fu il filosofo che con maggiore sistematicità ed intensità promulgò la visione nichilistica per indicare l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori.

Il nichilismo inteso come una dottrina che sostiene la negazione radicale di un determinato sistema di valori e indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori è sotteso a movimenti culturali diversi, con accezioni e sfumature diverse e durante tutto il secolo scorso fu sostenuto da una vasta coorte di autori in ambito filosofico, letterario, artistico; il termine “nichilismo” è venuto ad indicare peraltro anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi. 

C’è stato un periodo, il cosiddetto post-moderno, in cui nella cultura europea questa posizione è stata vista come una possibilità di emancipazione. Soprattutto nella seconda metà del secolo scorso si è cercato in ogni modo di liberarsi dall’idea che le cose hanno un senso – perché presupporre un significato era diventato una prigione – e questo avrebbe liberato l’io: da qui la rivoluzione sessuale, il sovvertimento di regole sociali valide nel passato, l’esplosione della soggettività, la rinuncia a responsabilità… Man mano questa impostazione culturale si è diffusa, si è infiltrata nel pensiero comune, ha eroso valori ed ideali che avevano sostenuto secoli di storia. Sono crollati riferimenti etici e ora stiamo assistendo ad un sovvertimento profondo anche di quelle che sono state da sempre considerate evidenze, anche dal punto di vista biologico.

E allora la vita diventa puro istinto, pura affermazione di sé. L’ideale, lo scopo, viene percepito come un “dover essere”; qualcosa che forse si deve realizzare, ma che non esiste già qui e adesso, come elemento con cui fare i conti, di fronte al quale assumersi responsabilità. E non è più nemmeno chiaro cosa significa “dovere”: i confini tra diritti e doveri si confondono …

La ricaduta di questo modo di concepire la vita è una debolezza progressiva, una perdita di energia e di spirito che, quasi di soppiatto, si è diffusa ovunque, anche in ambienti non ideologicamente nichilisti. È entrata nelle nostre case, nelle nostre credenze religiose, negli ideali politici. Abbiamo perso il gusto del vivere, schiacciati come siamo da routine di produzione.

Le generazioni precedenti – facendo eco alla parabola del figliol prodigo – hanno chiesto l’eredità e hanno lasciato la casa; i figli si sono dissociati da tutto e da tutti per vivere il loro progetto di autodeterminazione. E anche così, sul loro cammino – come in quello del figliol prodigo – ci sono diversi elementi che avrebbero potuto farli ritrovare: la scoperta del proprio nulla, la nostalgia e il ricordo della casa del padre. Le generazioni successive sono nate “mangiando semi di carrube”, nel nulla, non abbiamo lasciato nessuna casa. Siamo semplicemente caduti in un mondo già disimpegnato, separato, orfano. Non sappiamo com’è la casa del padre, non lo sappiamo, non ci siamo mai stati. Non possiamo chiedere all’uomo contemporaneo di tornare tra le braccia di un padre che non ha. Coloro che sono nati nel nulla hanno solo l’intento di essere. Dal niente all’essere: questo è ciò che ci viene chiesto; come se dovessimo essere dei. Questa è la tragedia dell’uomo oggi: non abbiamo altra scelta che generare noi stessi, costruire noi stessi. Siamo orfani e ci costringono a essere “Prometei”; “Uno sforzo enorme ma glorioso”, dice Testori. Concepiamo la libertà come una volontà e non come un riconoscimento amorevole. Tutto deve nascere da noi, senza prestare attenzione a nessun dato che non sia la volontà di potenza. Volere è potere. Questa è la grande riduzione: non dipendiamo da niente e da nessuno, solo da noi stessi. Tentiamo di credere che l’ intelligenza artificiale avrà l’ultima parola e ci permetterà di essere gli dei di noi stessi.

La vita però a volte ci propone situazioni – basta considerare gli effetti mondiali della pandemia – che ci riportano brutalmente all’esperienza di essere dipendenti da una realtà che ci precede e con cui dobbiamo necessariamente fare i conti. Il nostro “delirio di onnipotenza” si infrange nell’esperienza della fragilità e della insufficienza delle nostre risorse. L’esperienza del contatto con la natura nella sua forza a volte plasticamente esuberante a volte devastante, ci contiene e ci determina.

Possiamo raccogliere la sfida: possiamo accorgerci nuovamente di essere dei soggetti viventi, di avere dei bisogni, soprattutto di avere un bisogno: quello di essere amati. Lasciare che emergano da dentro di noi le domande fondamentali che ricercano un senso profondo. Lasciare che emergano i desideri, che emerga “ il desiderio”. Il desiderio non è solo una mancanza, un vuoto che attende di essere riempito, non è generico, né intellettuale. È già indirizzato verso un’esperienza in atto, chiede di incontrare la risposta, non solo di sapere che questa c’è.

Che cosa ci permette di ripartire per riconquistare la nostra stessa vita? Anzitutto, non mollare sul proprio desiderio. Però è anche vero che il proprio desiderio non si molla solo se si scopre che c’è qualcosa o qualcuno che vi corrisponde. Se si trova qualcuno uno che ci dica: «Guarda che ciò che il tuo cuore desidera, esiste, davvero».

Michelangelo – La creazione dell’uomo

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