Le bugie dei bambini

Rossana Centis

Le bugie per i bambini  sono un evento molto comune.  Ma non tutte hanno lo stesso significato, la stessa valenza.  In un ambito di sviluppo normale, dipende molto dall’età il significato  da attribuire  alla  bugia:  nella prima infanzia  l’esame di realtà non è maturo, è agli inizi del suo sviluppo, mentre man mano che l’ età  aumenta e le capacità cognitive di conoscenza e di organizzazione  dei dati di realtà  si incrementano,  possono venire interiorizzate  norme e principi morali  e di conseguenza   la cognizione di   dire una bugia.  

Le bugie nei bambini nella prima infanzia

 E’ possibile che  quando un piccolo bambino fa delle affermazioni che non sono congruenti con la realtà  la mente dell’adulto le classifica automaticamente come “ bugia”;  ma spesso non ci troviamo di fronte ad una manipolazione della verità, della realtà, ma ad una lettura  magica,  immaginaria.   Non  è insolito che  il piccolo bambino  che non si è ancora differenziato  dalla madre, percepisca  quest’ultima  come un “ prolungamento di sé”: un compito che non riesce a portare a termine ( ad esempio un disegno)  viene affidato alla mamma  per essere completato, e non viene percepita la autonomia delle due realizzazioni. Infatti solo   alla fine della prima infanzia   i bambini raggiungono una  sufficiente  e consapevole distinzione tra fantasia e realtà, tra sé e non-sé. Nei primi anni dello sviluppo predomina ancora un pensiero in qualche modo “magico” e onnipotente che mischia fantasia e realtà inventando storie immaginarie. Lentamente, attraverso la simulazione del  mondo degli adulti col gioco,   il bambino impara a conoscere il  proprio ed autonomo mondo interno separato da quello esterno,  impara a  conoscere e gestire emozioni e conflitti rielaborando e assegnando differenti significati e versioni ai dati di esperienza che man mano acquisisce.

Le bugie nei bambini in età scolare

E’ soltanto a partire dai 6-7 anni,  con lo strutturarsi di un pensiero di tipo operativo  quando il funzionamento della realtà comincia ad essere noto e prevedibile, che i bambini  cominciano a distinguere cosa è reale in base alla loro esperienza  e cosa non lo è,  imparano ad uniformarsi a norme ed aspettative altrui e, con esse,  acquisiscono il significato morale della distinzione tra verità e menzogna: quello del dire la verità è ora un valore che può procurare riconoscimento da parte dei genitori e accrescere quindi la stima di sé stessi. E’ quindi anche a partire da questa età che le bugie stesse possono essere usate dai bambini con consapevolezza ed intenzionalità al fine di evitare conseguenze spiacevoli o ottenere vantaggi.

 Situazioni  ambientali patologiche

 Diverso è il caso di un percorso di sviluppo  alterato, in cui in bambino  in sviluppo deve    tenere in considerazione  elementi di realtà per lui lesivi o dannosi o violenti,  o invasivi:  in questi casi  è probabile che si sviluppino  delle strategie  psicologiche di sopravvivenza,  che   non permettono un’ adeguato rapporto con  i dati reali esterni e la maturazione  di  un’ articolato  armamentario di conoscenze e strategie personali per affrontare le situazioni.    Ad esempio la paura di essere  sgridati o, peggio, picchiati  dall’adulto di riferimento, in  modo imprevedibile  senza che vengano percepite le relazioni di  causa – effetto,  può produrre   comportamenti di evitamento   non discriminatorio  generalizzati nei confronti di tali figure,  con sviluppo di ritiro schizoide, ideazioni paranoidi,    immaginazioni   ed emozioni distorte che se cristallizzate nell’età adulta possono portare a  quadri gravemente patologici , dal disturbo di personalità a  psicosi di vario grado.

I genitori e le bugie dei bambini

Le vere e proprie bugie possono  assumere significati molto diversi a seconda che costituiscano eventi occasionali  mentre  i bambini  stanno imparando gradualmente a crescere e ad assumersi responsabilità o se rappresentino una modalità ripetitiva e  rigida, stereotipata,  con la quale gestiscono le difficoltà che inevitabilmente incontrano. E’ quindi  importante un processo di comprensione di ciò che sta accadendo  prima di tutto da parte dei genitori: se  la bugia viene percepita come segnale di difficoltà, con implicita richiesta di aiuto,  la risposta sarà un empatico processo educativo e di sostegno alla maturazione del figlio;  se la risposta genitoriale  è rigida e   bloccante, con  rimproveri  e  richieste di  adeguatezza senza che venga fornito un sufficiente supporto all’autostima personale,   ciò  può contribuire a   creare un  clima interno di depressione, di sfiducia,  fino alla disperazione  ed alla percezione  di un senso di solitudine e di vuoto. 

NICHILISMO

OVVERO: IL BISOGNO DI ESSERE AMATI

a cura di rossana Centis

Nicola Magrin
L’inizio del cammino – 2018
acquello su carta
(esposto nella mostra: “LA traccia del racconto”
Aosta 5 maggio – 7 ottobre 2018)

Dalla fine del  diciottesimo secolo   si svilupparono in ambito filosofico le teorie nichiliste, in particolare come reazione e polemica sulle conclusioni della filosofia d Kant; acquistarono ben presto il senso generico di critica radicale demolitrice di ogni filosofia o teoria, compresa la visione religiosa che pretendesse di possedere un reale contenuto di  verità.   F. Nietzsche  (1844-1900) fu il filosofo che con maggiore sistematicità ed intensità promulgò la visione nichilistica per indicare l’inevitabile decadenza della cultura occidentale e dei suoi valori.

Il nichilismo inteso come una dottrina che sostiene la negazione radicale di un determinato sistema di valori e indica anche ogni atteggiamento genericamente rinunciatario e negativo nei confronti del mondo con le sue istituzioni e i suoi valori è sotteso a movimenti culturali diversi, con accezioni e sfumature diverse e durante tutto il secolo scorso fu sostenuto da una vasta coorte di autori in ambito filosofico, letterario, artistico; il termine “nichilismo” è venuto ad indicare peraltro anche un sentimento di generale disperazione derivata dalla convinzione che l’esistenza non abbia alcuno scopo, per cui non vi è necessità di regole e leggi. 

C’è stato un periodo, il cosiddetto post-moderno, in cui nella cultura europea questa posizione è stata vista come una possibilità di emancipazione. Soprattutto nella seconda metà del secolo scorso si è cercato in ogni modo di liberarsi dall’idea che le cose hanno un senso – perché presupporre un significato era diventato una prigione – e questo avrebbe liberato l’io: da qui la rivoluzione sessuale, il sovvertimento di regole sociali valide nel passato, l’esplosione della soggettività, la rinuncia a responsabilità… Man mano questa impostazione culturale si è diffusa, si è infiltrata nel pensiero comune, ha eroso valori ed ideali che avevano sostenuto secoli di storia. Sono crollati riferimenti etici e ora stiamo assistendo ad un sovvertimento profondo anche di quelle che sono state da sempre considerate evidenze, anche dal punto di vista biologico.

E allora la vita diventa puro istinto, pura affermazione di sé. L’ideale, lo scopo, viene percepito come un “dover essere”; qualcosa che forse si deve realizzare, ma che non esiste già qui e adesso, come elemento con cui fare i conti, di fronte al quale assumersi responsabilità. E non è più nemmeno chiaro cosa significa “dovere”: i confini tra diritti e doveri si confondono …

La ricaduta di questo modo di concepire la vita è una debolezza progressiva, una perdita di energia e di spirito che, quasi di soppiatto, si è diffusa ovunque, anche in ambienti non ideologicamente nichilisti. È entrata nelle nostre case, nelle nostre credenze religiose, negli ideali politici. Abbiamo perso il gusto del vivere, schiacciati come siamo da routine di produzione.

Le generazioni precedenti – facendo eco alla parabola del figliol prodigo – hanno chiesto l’eredità e hanno lasciato la casa; i figli si sono dissociati da tutto e da tutti per vivere il loro progetto di autodeterminazione. E anche così, sul loro cammino – come in quello del figliol prodigo – ci sono diversi elementi che avrebbero potuto farli ritrovare: la scoperta del proprio nulla, la nostalgia e il ricordo della casa del padre. Le generazioni successive sono nate “mangiando semi di carrube”, nel nulla, non abbiamo lasciato nessuna casa. Siamo semplicemente caduti in un mondo già disimpegnato, separato, orfano. Non sappiamo com’è la casa del padre, non lo sappiamo, non ci siamo mai stati. Non possiamo chiedere all’uomo contemporaneo di tornare tra le braccia di un padre che non ha. Coloro che sono nati nel nulla hanno solo l’intento di essere. Dal niente all’essere: questo è ciò che ci viene chiesto; come se dovessimo essere dei. Questa è la tragedia dell’uomo oggi: non abbiamo altra scelta che generare noi stessi, costruire noi stessi. Siamo orfani e ci costringono a essere “Prometei”; “Uno sforzo enorme ma glorioso”, dice Testori. Concepiamo la libertà come una volontà e non come un riconoscimento amorevole. Tutto deve nascere da noi, senza prestare attenzione a nessun dato che non sia la volontà di potenza. Volere è potere. Questa è la grande riduzione: non dipendiamo da niente e da nessuno, solo da noi stessi. Tentiamo di credere che l’ intelligenza artificiale avrà l’ultima parola e ci permetterà di essere gli dei di noi stessi.

La vita però a volte ci propone situazioni – basta considerare gli effetti mondiali della pandemia – che ci riportano brutalmente all’esperienza di essere dipendenti da una realtà che ci precede e con cui dobbiamo necessariamente fare i conti. Il nostro “delirio di onnipotenza” si infrange nell’esperienza della fragilità e della insufficienza delle nostre risorse. L’esperienza del contatto con la natura nella sua forza a volte plasticamente esuberante a volte devastante, ci contiene e ci determina.

Possiamo raccogliere la sfida: possiamo accorgerci nuovamente di essere dei soggetti viventi, di avere dei bisogni, soprattutto di avere un bisogno: quello di essere amati. Lasciare che emergano da dentro di noi le domande fondamentali che ricercano un senso profondo. Lasciare che emergano i desideri, che emerga “ il desiderio”. Il desiderio non è solo una mancanza, un vuoto che attende di essere riempito, non è generico, né intellettuale. È già indirizzato verso un’esperienza in atto, chiede di incontrare la risposta, non solo di sapere che questa c’è.

Che cosa ci permette di ripartire per riconquistare la nostra stessa vita? Anzitutto, non mollare sul proprio desiderio. Però è anche vero che il proprio desiderio non si molla solo se si scopre che c’è qualcosa o qualcuno che vi corrisponde. Se si trova qualcuno uno che ci dica: «Guarda che ciò che il tuo cuore desidera, esiste, davvero».

Michelangelo – La creazione dell’uomo